Angelo Peretti
Stavolta vorrei raccontarvi di un bianco che quasi non c’è. Nel senso che sì, di bottiglie ne trovi, ma sono pochine. E di fatto le puoi bere solo sulla terra d’origine. Perché quella terra è un pezzetto appena. Piccolissima. E ci fan vino con l’uva innominabile: tocai friulano impiantato al confine lombardo-veneto, ma dir tocai - lo sapete - è vietato, che sennò i legislatori europei piangono, avendo deciso che il nome è solo degli ungheresi. E così un tempo quel vino portava in etichetta il nome di Tocai di San Martino della Battaglia, e invece adesso è più semplicemente San Martino della Battaglia. E il nome è quello di una frazione di Desenzano del Garda. Ed ha minuscola vigna bianchista a margine dell’argille anch’esse bianchiste del Lugana. Basse colline d’entroterra gardesano.
È, quella di San Martino, terra che sembra quasi grondare ancora il sangue della battaglia - celebre - del Risorgimento. E mi domando se si scriva tuttora con la maiuscola, il Risorgimento. E se nelle scuole si studino anche adesso quei combattimenti. Lì a San Martino e a Solferino s’ammazzarono a migliaia, colpiti da palle di schioppo che spezzavano gli arti e da ferro affilato che squarciavano le carni. E fu sofferenza inaudita: 24 giugno 1859, tra morti e feriti furono 40mila. Fu anche, quel dolore assurdamente enorme, generatore di solidarietà, dalla gente del luogo. E da uno svizzero illuminato, Jean Henri Dunant, che in quei giorni di morte e di pianto maturò l’idea della Croce Rossa.
Ora, non so invece come sia maturata l’idea di piantarci vigna di tocai a San Martino. Da qualche parte ho letto che sarebbero stati proprio dei furlani a portarla, perché qui sostavano portando vacche in transumanza. Chissà.
So anche che, dopo un iniziale successo, il tocai sammartinese è lentamente caduto nell’oblio, e ormai non c’era quasi più nessuno che lo vinificasse, soprattutto nei tempi di rossi imperanti, gli anni Novanta. Ora, però, l’onda del bianco torna a montare. E magari c’è anche lo zampino del successo del cugino Lugana. E insomma, ecco che il San Martino è tornato ad uscir fuori dal guscio. Ed è un bianco che si fa rispettare. Lo fanno in pochi, ne fanno poco, ma merita attenzione, ché si bevono dei buoni bicchieri.
Qui sotto vi conto qualcosa dei tre che ho, appunto, bevuto quest’anno. Che non son tutta la produzione, ma ci siamo vicini, ché mi pare ce ne siano ancora due o tre e basta, e quelli, ahimé, non m’è capitato di tastarli.
Il prezzo? Non ce l’ho, ma - tranquilli - son pochi euro a bottiglia. E dunque son bocce da comprare con serenità.
L’ordine degli assaggi è alfabetico, per azienda.
San Martino della Battaglia Pergola 2006 Civielle Civielle sta per Cantine della Valtenesi e della Lugana. Il vino ha colore quasi dorato, traversato da vene erbacee. Naso di frutto giallo maturo. Bocca pure polposa, magari un po' dolcina, ecco. E poi note di camomilla (che son caratteristiche), e anche il the. E c’è buona lunghezza, e freschezza integrata. Non è il mio stile, con quella morbidezza, ma è ben fatto.
Due lieti faccini :-) :-)
San Martino della Battaglia 2006 Cobue Si concedono lentamente al naso i fiori bianchi, ed è dunque florealità ritrosa quella di questo San Martino. La bocca è rustica. Raspa come una carta vetrata. Ha freschezza in rilievo e sotto la camomilla e ricordi di fieno e poi frutto giallo non maturissimo, ma di buona densità. Vino apparentemente semplice, in realtà di bella lunghezza e materia. Da osservare.
Due lieti faccini :-) :-)
San Martino della Battaglia Campo del Soglio 2006 Colli a Lago Mi piacerebbe riprovarlo adesso il San Martino dei Formentini, ché quando l’ho bevuto, a fine giugno, era da troppo poco in bottiglia, e quindi ancora chiuso e scosso. E invece sappiate che il Campo del Soglio è sempre bel vino, appagante (buonissimo trovai il 2004). Fresco. Sapido. Ha polpa. E nitida memoria di pesca bianca.
Due lieti faccini :-) :-)
sabato 22 settembre 2007
venerdì 14 settembre 2007
Chi salverà il Valpolicellino?
Angelo Peretti
Ma guarda te se ci si doveva mettere la grandine per salvare il Valpolicella d’annata. Già, perché chi ha preso la tempestata di fine agosto, almeno in (buona) parte l’uva l’ha potuta raccogliere lo stesso, ché già aveva confortanti indici di maturazione, ma mica l’ha potuta destinare all’Amarone, acciaccata com’era. E allora, credo (spero), via a produrre (anche) il tanto bistrattato Valpolicellino d’annata, che altrimenti rischiava la scomparsa. Già, perché ormai è da un paio d’anni che gira voce insistente d’un possibile abbandono quasi radicale del piccolo della doc valpolicellista, sopraffatto dall’impetuoso successo commerciale di sua maestà l’Amarone e del principe Ripasso, che amaroneggia vieppiù. E dunque tutti a destinar l’uva ai super-red valpolicellesi. Appassire, appassire, è la parola d’ordine. Tutti a far cassettine di grappoli destinati al fruttaio. Ad onta del vino giovane, per il quale si adopera magari solo l’uva dei vigneti più giovani, oppure quel che resta (se ne resta) dopo la vendemmia per l’Amarone, per il Recioto, per il Superiore, per il Ripasso.
Perché l’abbandono del piccoletto in favore dei parenti più prestanti? Perché pecunia non olet, come dicevano i latini. Tradotto e adattato in lingua locale: Schèi fa schèi. E c’è da capirli (e di schèi, in Valpolicella, ne hanno fatti, sull’onda amaronista che sembra non conoscere scoglio, il che ha davvero del sensazionale).
Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi se nel medio-lungo periodo si dimostri davvero azzeccata la scelta di puntare tutto su due tipologie di vino prettamente tecniche (son tutt’e due figli diretti o indiretti dell’appassimento), orientando per di più la comunicazione sui soli nomi per l’appunto della tecnica, e mettendo invece in secondo piano la denominazione di terroir: chi dice più Amarone della Valpolicella o Valpolicella Ripasso? Si semplifica, si abbrevia: Amarone, Ripasso, stop. E la Valpolicella tende quasi a scomparire dalla lingua enoica. Talché in un’indagine commissionata dallo stesso Consorzio è emerso che taluni identificano l’Amarone come vino del Piemonte o d’altre terre ancora.
Detto questo, l’interrogativo che qualcheduno mi pone è: «Ma esiste ancora un buon Valpolicella d’annata?» Che si possa bere senza tanto rotear di calice, decanter et similia. Con qualche disimpegno e una fetta di soppressa e una di polenta brostolà. E io dico: nonostante tutto, sì, qualche piacevole vino fresco c’è. Di quelli franchi di beva e fruttati e succosi. E qui sotto fornisco l’indicazione d’una cinquina d’interessanti 2006 che ho assaggiato nei mesi estivi. E non sono solo questi i Valpolicellini da bere, ma mica tutto ho potuto tastare (ad esempio, non ho provato quello dei Venturini da San Floriano, che di solito mi piace).
Valpolicella Colli Neri 2006 Cantina di Montecchia Colli Neri è la linea. E il vino non ha altra pretesa se non quella, vivaddìo, di farsi bere, e bene anche. Il naso è fruttato: ciliegia in primis. Senza eccessi, ma con pulizia notevole. E c’è sotto spezia leggera. In bocca è beverino e fresco e snello. Se solo avesse un pelo di lunghezza in più, potrebb’essere un piccolo fuoriclasse...
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico 2006 Corte Rugolin I Coati fanno bell’Amarone, elegante. Ma anche il loro baby Valpolicella è di quelli che lasciano il segno. In direzione opposta all’Amarone, ovvio: di qui snellezza, di là concentrazione. Ma c’è bel naso tra il fruttatino e lo speziato. E bocca fresca, verde, floreale (memorie di ciclamino). E c’è, sotto, una base di ciliegia e anche discreto tannino. Beverino, piacevole.
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico 2006 Allegrini Be’, sì, m’era piaciuto di più in precedenti annate il Valpolicella basic degli Allegrini, ma è mica male neanche questo 2006. Fatto con mestiere. Naso di frutto e spezia. Bocca fruttata e tannica e fresca. Note intriganti di ciclamino insieme a quelle della ciliegia. Materia parecchia. Ecco, altri anni ci trovavo più beva, però resta un bel bicchiere.
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico Il Valpolicella 2006 Buglioni Ecco: qui la ciliegia c’è. Magari non è esattamente un’esplosione di frutto, ma è nitida, pulita. E in bocca questo valpolicellino targato Buglioni si presenta semplice sì, da tracannare con disimpegno, ma anche ben modulato. Magari un po’ verde, ecco, ma ha frutto e vena acida in bell’evidenza e qualche nota tannica ben integrata.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Valpolicella Classico 2006 Camporeale Probabilmente c’è chi lo troverà un po’ dolcino, un po’ morbidosetto, però ha fruttino (la ciliegia, la fragola) e caramellina al lampone. Al naso e in bocca. Punta molto a un approccio morbido, confidenziale, questo piccolo rosso di Mario Lavarini. Ma ha discreta lunghezza e, insomma, un buon bicchiere con una fetta di soppressa giovane ci sta.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Ma guarda te se ci si doveva mettere la grandine per salvare il Valpolicella d’annata. Già, perché chi ha preso la tempestata di fine agosto, almeno in (buona) parte l’uva l’ha potuta raccogliere lo stesso, ché già aveva confortanti indici di maturazione, ma mica l’ha potuta destinare all’Amarone, acciaccata com’era. E allora, credo (spero), via a produrre (anche) il tanto bistrattato Valpolicellino d’annata, che altrimenti rischiava la scomparsa. Già, perché ormai è da un paio d’anni che gira voce insistente d’un possibile abbandono quasi radicale del piccolo della doc valpolicellista, sopraffatto dall’impetuoso successo commerciale di sua maestà l’Amarone e del principe Ripasso, che amaroneggia vieppiù. E dunque tutti a destinar l’uva ai super-red valpolicellesi. Appassire, appassire, è la parola d’ordine. Tutti a far cassettine di grappoli destinati al fruttaio. Ad onta del vino giovane, per il quale si adopera magari solo l’uva dei vigneti più giovani, oppure quel che resta (se ne resta) dopo la vendemmia per l’Amarone, per il Recioto, per il Superiore, per il Ripasso.
Perché l’abbandono del piccoletto in favore dei parenti più prestanti? Perché pecunia non olet, come dicevano i latini. Tradotto e adattato in lingua locale: Schèi fa schèi. E c’è da capirli (e di schèi, in Valpolicella, ne hanno fatti, sull’onda amaronista che sembra non conoscere scoglio, il che ha davvero del sensazionale).
Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi se nel medio-lungo periodo si dimostri davvero azzeccata la scelta di puntare tutto su due tipologie di vino prettamente tecniche (son tutt’e due figli diretti o indiretti dell’appassimento), orientando per di più la comunicazione sui soli nomi per l’appunto della tecnica, e mettendo invece in secondo piano la denominazione di terroir: chi dice più Amarone della Valpolicella o Valpolicella Ripasso? Si semplifica, si abbrevia: Amarone, Ripasso, stop. E la Valpolicella tende quasi a scomparire dalla lingua enoica. Talché in un’indagine commissionata dallo stesso Consorzio è emerso che taluni identificano l’Amarone come vino del Piemonte o d’altre terre ancora.
Detto questo, l’interrogativo che qualcheduno mi pone è: «Ma esiste ancora un buon Valpolicella d’annata?» Che si possa bere senza tanto rotear di calice, decanter et similia. Con qualche disimpegno e una fetta di soppressa e una di polenta brostolà. E io dico: nonostante tutto, sì, qualche piacevole vino fresco c’è. Di quelli franchi di beva e fruttati e succosi. E qui sotto fornisco l’indicazione d’una cinquina d’interessanti 2006 che ho assaggiato nei mesi estivi. E non sono solo questi i Valpolicellini da bere, ma mica tutto ho potuto tastare (ad esempio, non ho provato quello dei Venturini da San Floriano, che di solito mi piace).
Valpolicella Colli Neri 2006 Cantina di Montecchia Colli Neri è la linea. E il vino non ha altra pretesa se non quella, vivaddìo, di farsi bere, e bene anche. Il naso è fruttato: ciliegia in primis. Senza eccessi, ma con pulizia notevole. E c’è sotto spezia leggera. In bocca è beverino e fresco e snello. Se solo avesse un pelo di lunghezza in più, potrebb’essere un piccolo fuoriclasse...
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico 2006 Corte Rugolin I Coati fanno bell’Amarone, elegante. Ma anche il loro baby Valpolicella è di quelli che lasciano il segno. In direzione opposta all’Amarone, ovvio: di qui snellezza, di là concentrazione. Ma c’è bel naso tra il fruttatino e lo speziato. E bocca fresca, verde, floreale (memorie di ciclamino). E c’è, sotto, una base di ciliegia e anche discreto tannino. Beverino, piacevole.
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico 2006 Allegrini Be’, sì, m’era piaciuto di più in precedenti annate il Valpolicella basic degli Allegrini, ma è mica male neanche questo 2006. Fatto con mestiere. Naso di frutto e spezia. Bocca fruttata e tannica e fresca. Note intriganti di ciclamino insieme a quelle della ciliegia. Materia parecchia. Ecco, altri anni ci trovavo più beva, però resta un bel bicchiere.
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico Il Valpolicella 2006 Buglioni Ecco: qui la ciliegia c’è. Magari non è esattamente un’esplosione di frutto, ma è nitida, pulita. E in bocca questo valpolicellino targato Buglioni si presenta semplice sì, da tracannare con disimpegno, ma anche ben modulato. Magari un po’ verde, ecco, ma ha frutto e vena acida in bell’evidenza e qualche nota tannica ben integrata.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Valpolicella Classico 2006 Camporeale Probabilmente c’è chi lo troverà un po’ dolcino, un po’ morbidosetto, però ha fruttino (la ciliegia, la fragola) e caramellina al lampone. Al naso e in bocca. Punta molto a un approccio morbido, confidenziale, questo piccolo rosso di Mario Lavarini. Ma ha discreta lunghezza e, insomma, un buon bicchiere con una fetta di soppressa giovane ci sta.
Un lieto faccino e quasi due :-)
sabato 8 settembre 2007
Quei dieci Soave che fanno felici i miei faccini
Angelo Peretti
A volte t’incastrano. Se scrivi sui giornali, capita che ti chiamino a fare il moderatore a convegni, dibattiti e tavole rotonde. Spesso riesci a schivare, altre volte no. E quasi sempre ti trovi a non moderare un bel niente, ma tutt’al più a fare da timer ai relatori, che mica sempre sono fedeli ai tempi che gli hanno assegnato. E insomma, ti senti una specie di soprammobile, e basta, che apre la bocca solo per dare e togliere la parola ad altri. Succede, e non è che uno ci si senta gratificato.
L’ultima volta in ordine di tempo m’è accaduto di fare il moderatore al Soave Versus, la rassegna annuale che il Consorzio di tutela del Soave dedica ai bianchi della denominazione. E devo dire che non è stato neanche così difficile, perché chi doveva intervenire l’ha fatto sostanzialmente nei tempi prefissati, e così il convegno - troppo lungo, come tutti i convegni, ma non per colpa di chi ci doveva parlare - è finito pressoché all’orario programmato: appena sei minuti di sforamento sono una specie di record, soprattutto se si pensa che si era partiti col solito quarto d’ora di ritardo.
Ora, è stato un peccato non aver potuto approfondire l’ultimo intervento, quello di Stefano Raimondi, responsabile della linea «vini alcolici e bevande» dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero. Ché delle numerose slide che aveva preparato sul pc non ne ha presentate che un numero limitato, e dentro ci si leggevano dati che probabilmente era il caso d’approfondire. Dati di vendita e di posizionamento commerciale dei vini bianchi veneti nel mercato globale.
Cercherò di riassumere per sommi capi qualcuno dei trend illustrati, e sono grato a Raimondi d’avermi lasciato una stampata delle sue diapositive.
In primis: il divario fra export è italiano di vini rossi e bianchi si sta colmando. Ma nello stesso tempo i vini a denominazione sono da anni sostanzialmente sugli stessi volumi di vendita all’estero, mentre crescono, e parecchio, i vini da tavola. Insomma: si esporta vino che costa poco. E quest’osservazione vale tanto più per i bianchi del Veneto, ch’è la prima regione esportatrice: i prezzi medi praticati sono a quota 1,92 euro, contro un valore di 2,55 euro per la media italiana. E se proprio si vuol farsi del male con qualche altra osservazione, be’, preoccupa un pochettino vedere che quasi l’80 per cento circa dell’export vinicolo veneto è concentrato su quattro paesi: la Germania (col 41 per cento), il regno Unito (19 e passa), gli Stati Uniti (con l’8 per cento, che è dato buono, ma miserello se si pensa alla dimensione del mercato a stelle&strisce) e il canada (e lì siamo al 7 e più). Vien quinto il Giappone, che è quasi al 6 per cento. Si dirà: sì, ma son mercati floridi, e la Germania è partner commerciale ben piazzato. Certo, ma i tedeschi pagano poco poco il nostro vino, e concentrar le vendite lì non dà grande valore aggiunto. Meglio sarebbe convincere gli americani, ma a quello ci pensano di già i toscani, che hanno nell’America del Nord il loro mercato di sbocco prevalente, sul quale superano di molto per fatturato le vendite che fanno nell’intera Europa. E c’è da meditare.
E la fonte è autorevole. L'Ice s’occcupa di promozione del made in Italy sui mercati internazionali. Ed ha, nel settore del vino, lunga tradizione. L’ufficio di Raimondi supporta la presenza delle imprese del settore sui mercati internazionali: fiere, workshop, comunicazione, azioni presso i punti vendita, formazione degli operatori esteri. Eppoi monitora i mercati, attraverso l’analisi dei flussi statistici (volumi, valore, tipologia, provenienza, destinazione ecc). Mica poco davvero.
Detto questo, so che a qualcheduno fra chi legge quest’InternetGourmet gli è già venuto il mal di testa, e allora meglio darsi al vino. Nel senso di descriver qualche vin di Soave. E siccome però non ho avuto modo & tempo d’assaggiar tutto al Soave Versus (ed anzi mi son limitato a tastare qui e là, per provar cose nuove o per aver qualche conferma), faccio come l’anno passato e riprendo gli appunti di degustazione soavisti dell’ultimo paio di mesi, e adopero quelli, prendendo in considerazione anche aziende che al Versus non c’erano. In miscellanea, dunque. E sono una decina i Soave che (sin qui) mi son tanto piaciuti. Al punto che è diecina cui assegno, d’ufficio, i miei tre faccini gaudenti.
Soave Classico Monte Fiorentine 2006 Cà Rugate Et voilà, altra annata ed altro Fiorentine in grande spolvero. Un bianco che ha un marchio di fabbrica, con quel suo bel frutto giallo pulitissimo, croccante, succoso. Quella beva appagante. Quella snellezza. E quegli accenni di sottilissima mineralità. E quell’accenno di noce sul fondo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Pressoni 2006 Cantina del Castello Il Pressoni m’è piaciuto parecchio anche in annate passate, e questo 2006 m’ha confermato, se bisogno ce ne fosse stato, la bellezza di questo crû soavista. All’olfatto ha impronta estremamente citrina. E agrumata è pure la bocca. E fresca. E vene d’ananasso e ortica e frutto bianco.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Cà Visco 2006 Coffele Be’, che dire del Cà Visco che io non abbia già detto in passato? È un gran bel vino. Con tutto quel frutto giallo al naso. E quella polpa fruttuosa densa che t’invade il palato. E quella ruvidità da carta vetrata che ti raspa sulla lingua. E quelle vene vegetali che rinfrescano. E via lunghissimo. Ed elegante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Superiore Vecchie Vigne Contrada Salvarenza 2005 Gini C’è un prato fiorito che s’apre nel bicchiere quando annusi il Salvarenza del 2006. E floreale si porge al palato. E c’è in di più freschezza e mineralità in bel rilievo, e cenno d’erba officinale. Il finale è quello asciutto, quasi tannico, che mi piace trovare in un Soave importante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Superiore Monte Sella 2005 Le Mandolare Non ricordo se ho mai scritto prima d’un vino della Mandolare. Eppure ricordo che il loro Monte Sella m’era piaciuto già nell’edizione 2004 e parecchio di più l’ho goduto nella versione 2005, con tutto quel suo frutto giallo maturo maturo e quella vena agrumata e quella spezia intrigante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Montetondo 2006 Monte Tondo Frutti e fiori. Gialli. Ce n’è tanti d’entrambi, al naso e in bocca, in questo Monte Tondo del 2006. Ed ha gran polpa, tanta. Epperò anche bella freschezza che rende succosa e salina e appagante la beva. Un gran bel vino, che m’è piaciuto bevendolo un paio di volte di già da luglio a qui.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Calvarino 2005 Pieropan A Soave Versus il Nino Pieropan non espone. E vabbé, ma il Calvarino, bevuto a luglio, è memorabile anche nell’edizione 2005. Con quella sua tensione che gli è caratteriale e quella potenza e quella grassezza di frutto e quella vena d’ortica e quel ricordo di frutto tropicale e quelle nuanche di frutta secca.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Staforte 2005 Prà L’anno passato, quand’ero andato giù di testa per lo Staforte, il nuovo Soave di Graziano Prà, ci fu chi me ne disse un prógno, ed anzi ne scrisse perfino. Vabbé, adesso dite quel che volete, ma anche il 2005 mi piace, e tanto tanto. Con quel frutto bellissimo e succoso. E quella tensione di beva. E i fiori macerati.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Monte Carbonare 2006 Suavia Ora, nel club dei grandi del Soave, le sorelle Tessari un posto se lo son guadagnate da tempo, e il Carbonare ’06 è un conferma. V’è naso floreale (e il fiore secco che s’aggiunge a quello di prato) e bocca fra l’agrumato e il salino. E morbidezza che ti coccola e insieme anche tensione di beva.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Le Bine di Costìola 2006 Tamellini M’era strapiaciuto il 2004. In luglio, ho adorato il 2005. Adesso che Gaetano Tamellini m’ha fatto provare in anteprima il 2006 (da soli due mesi in bottiglia), posso dire che è uno dei bianchi più intriganti che mi sia occorso di bere negli ultimi anni (e ne ho bevuti, di bianchi). Grande e complesso.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
A volte t’incastrano. Se scrivi sui giornali, capita che ti chiamino a fare il moderatore a convegni, dibattiti e tavole rotonde. Spesso riesci a schivare, altre volte no. E quasi sempre ti trovi a non moderare un bel niente, ma tutt’al più a fare da timer ai relatori, che mica sempre sono fedeli ai tempi che gli hanno assegnato. E insomma, ti senti una specie di soprammobile, e basta, che apre la bocca solo per dare e togliere la parola ad altri. Succede, e non è che uno ci si senta gratificato.
L’ultima volta in ordine di tempo m’è accaduto di fare il moderatore al Soave Versus, la rassegna annuale che il Consorzio di tutela del Soave dedica ai bianchi della denominazione. E devo dire che non è stato neanche così difficile, perché chi doveva intervenire l’ha fatto sostanzialmente nei tempi prefissati, e così il convegno - troppo lungo, come tutti i convegni, ma non per colpa di chi ci doveva parlare - è finito pressoché all’orario programmato: appena sei minuti di sforamento sono una specie di record, soprattutto se si pensa che si era partiti col solito quarto d’ora di ritardo.
Ora, è stato un peccato non aver potuto approfondire l’ultimo intervento, quello di Stefano Raimondi, responsabile della linea «vini alcolici e bevande» dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero. Ché delle numerose slide che aveva preparato sul pc non ne ha presentate che un numero limitato, e dentro ci si leggevano dati che probabilmente era il caso d’approfondire. Dati di vendita e di posizionamento commerciale dei vini bianchi veneti nel mercato globale.
Cercherò di riassumere per sommi capi qualcuno dei trend illustrati, e sono grato a Raimondi d’avermi lasciato una stampata delle sue diapositive.
In primis: il divario fra export è italiano di vini rossi e bianchi si sta colmando. Ma nello stesso tempo i vini a denominazione sono da anni sostanzialmente sugli stessi volumi di vendita all’estero, mentre crescono, e parecchio, i vini da tavola. Insomma: si esporta vino che costa poco. E quest’osservazione vale tanto più per i bianchi del Veneto, ch’è la prima regione esportatrice: i prezzi medi praticati sono a quota 1,92 euro, contro un valore di 2,55 euro per la media italiana. E se proprio si vuol farsi del male con qualche altra osservazione, be’, preoccupa un pochettino vedere che quasi l’80 per cento circa dell’export vinicolo veneto è concentrato su quattro paesi: la Germania (col 41 per cento), il regno Unito (19 e passa), gli Stati Uniti (con l’8 per cento, che è dato buono, ma miserello se si pensa alla dimensione del mercato a stelle&strisce) e il canada (e lì siamo al 7 e più). Vien quinto il Giappone, che è quasi al 6 per cento. Si dirà: sì, ma son mercati floridi, e la Germania è partner commerciale ben piazzato. Certo, ma i tedeschi pagano poco poco il nostro vino, e concentrar le vendite lì non dà grande valore aggiunto. Meglio sarebbe convincere gli americani, ma a quello ci pensano di già i toscani, che hanno nell’America del Nord il loro mercato di sbocco prevalente, sul quale superano di molto per fatturato le vendite che fanno nell’intera Europa. E c’è da meditare.
E la fonte è autorevole. L'Ice s’occcupa di promozione del made in Italy sui mercati internazionali. Ed ha, nel settore del vino, lunga tradizione. L’ufficio di Raimondi supporta la presenza delle imprese del settore sui mercati internazionali: fiere, workshop, comunicazione, azioni presso i punti vendita, formazione degli operatori esteri. Eppoi monitora i mercati, attraverso l’analisi dei flussi statistici (volumi, valore, tipologia, provenienza, destinazione ecc). Mica poco davvero.
Detto questo, so che a qualcheduno fra chi legge quest’InternetGourmet gli è già venuto il mal di testa, e allora meglio darsi al vino. Nel senso di descriver qualche vin di Soave. E siccome però non ho avuto modo & tempo d’assaggiar tutto al Soave Versus (ed anzi mi son limitato a tastare qui e là, per provar cose nuove o per aver qualche conferma), faccio come l’anno passato e riprendo gli appunti di degustazione soavisti dell’ultimo paio di mesi, e adopero quelli, prendendo in considerazione anche aziende che al Versus non c’erano. In miscellanea, dunque. E sono una decina i Soave che (sin qui) mi son tanto piaciuti. Al punto che è diecina cui assegno, d’ufficio, i miei tre faccini gaudenti.
Soave Classico Monte Fiorentine 2006 Cà Rugate Et voilà, altra annata ed altro Fiorentine in grande spolvero. Un bianco che ha un marchio di fabbrica, con quel suo bel frutto giallo pulitissimo, croccante, succoso. Quella beva appagante. Quella snellezza. E quegli accenni di sottilissima mineralità. E quell’accenno di noce sul fondo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Pressoni 2006 Cantina del Castello Il Pressoni m’è piaciuto parecchio anche in annate passate, e questo 2006 m’ha confermato, se bisogno ce ne fosse stato, la bellezza di questo crû soavista. All’olfatto ha impronta estremamente citrina. E agrumata è pure la bocca. E fresca. E vene d’ananasso e ortica e frutto bianco.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Cà Visco 2006 Coffele Be’, che dire del Cà Visco che io non abbia già detto in passato? È un gran bel vino. Con tutto quel frutto giallo al naso. E quella polpa fruttuosa densa che t’invade il palato. E quella ruvidità da carta vetrata che ti raspa sulla lingua. E quelle vene vegetali che rinfrescano. E via lunghissimo. Ed elegante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Superiore Vecchie Vigne Contrada Salvarenza 2005 Gini C’è un prato fiorito che s’apre nel bicchiere quando annusi il Salvarenza del 2006. E floreale si porge al palato. E c’è in di più freschezza e mineralità in bel rilievo, e cenno d’erba officinale. Il finale è quello asciutto, quasi tannico, che mi piace trovare in un Soave importante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Superiore Monte Sella 2005 Le Mandolare Non ricordo se ho mai scritto prima d’un vino della Mandolare. Eppure ricordo che il loro Monte Sella m’era piaciuto già nell’edizione 2004 e parecchio di più l’ho goduto nella versione 2005, con tutto quel suo frutto giallo maturo maturo e quella vena agrumata e quella spezia intrigante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Montetondo 2006 Monte Tondo Frutti e fiori. Gialli. Ce n’è tanti d’entrambi, al naso e in bocca, in questo Monte Tondo del 2006. Ed ha gran polpa, tanta. Epperò anche bella freschezza che rende succosa e salina e appagante la beva. Un gran bel vino, che m’è piaciuto bevendolo un paio di volte di già da luglio a qui.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Calvarino 2005 Pieropan A Soave Versus il Nino Pieropan non espone. E vabbé, ma il Calvarino, bevuto a luglio, è memorabile anche nell’edizione 2005. Con quella sua tensione che gli è caratteriale e quella potenza e quella grassezza di frutto e quella vena d’ortica e quel ricordo di frutto tropicale e quelle nuanche di frutta secca.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Staforte 2005 Prà L’anno passato, quand’ero andato giù di testa per lo Staforte, il nuovo Soave di Graziano Prà, ci fu chi me ne disse un prógno, ed anzi ne scrisse perfino. Vabbé, adesso dite quel che volete, ma anche il 2005 mi piace, e tanto tanto. Con quel frutto bellissimo e succoso. E quella tensione di beva. E i fiori macerati.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Monte Carbonare 2006 Suavia Ora, nel club dei grandi del Soave, le sorelle Tessari un posto se lo son guadagnate da tempo, e il Carbonare ’06 è un conferma. V’è naso floreale (e il fiore secco che s’aggiunge a quello di prato) e bocca fra l’agrumato e il salino. E morbidezza che ti coccola e insieme anche tensione di beva.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Le Bine di Costìola 2006 Tamellini M’era strapiaciuto il 2004. In luglio, ho adorato il 2005. Adesso che Gaetano Tamellini m’ha fatto provare in anteprima il 2006 (da soli due mesi in bottiglia), posso dire che è uno dei bianchi più intriganti che mi sia occorso di bere negli ultimi anni (e ne ho bevuti, di bianchi). Grande e complesso.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
domenica 2 settembre 2007
E i liberi vignaioli altoatesini si convertirono al tappo a vite
Angelo Peretti
Ho già detto e scritto che io sto col tappo a vite. Nel senso che se il vino non è destinato a invecchiamento lungo assai, trovo la moderna chiusura screwcap pratica e intelligente e priva di sostanziali rischi. Che poi, se non finisci la bottiglia a pranzo, le riserri e la tieni (abbastanza) ben conservata fino a cena. E non è un’opzione cattiva, permettete. E ancora meglio sarebbe per il wine bar, ch’evita di lasciar la boccia aperta e rallenta l’ossidazione. Ma vabbé, mica è facile per il produttore e per il rivenditore e per il consumatore convertirsi a questa «nuova» chiusura, che certamente mett’in disparte un po’ della rituale poetica del vino.
Gli è però che all’estero lo screwcap lo chiedono, soprattutto laddove non c’è lunga tradizione di vino. E all’estero l’usano anche, i produttori enoici. Ormai tutti i Sauvignon della Nuova Zelanda sono in tappo a vite. E si comincia a vederne in Borgogna, anche su vini d’una cert’importanza. E ce n’è in Germania per i Riesling o in Austria per i Grüner Veltliner. E magari sarà per l’affinità col mondo austro-germanico, ma i Freie Weinbauern Südtirol - l’associazione dei liberi vignaioli dell’Alto Adige, capitanata da Josephus Mayr – si son convertiti al tappo a vite anch’essi. Bene! Qualcuno ci voleva che desse il la.
È la novità che più m’ha colpito visitando, a Bolzano, l’annuale appuntamento di Vinea Tirolensis, la classica degustazione pomeridiano-serale (di lunedì, dalle 15 alle 21: mica hanno tempo da perdere, ‘sti vigneron suddtirolesi) dei Freie Weinbauern.
Per carità, non tutti hanno effettuato la svolta. E il sughero continua ad essere la scelta d’assoluta prevalenza. Però lo screwcap ha cominciato a vedersi sulle bottiglie d’alcuni bei nomi del vino altoatesino: Falkenstein, per esempio, tribicchierato dal Gambero Rosso & Slow Food per il suo Riesling, oppure Unterortl (quelli del Castel Juval, per capirci). E stessa scelta la fanno altri, piccolini, come Unterhofer, 2,3 ettari appena di terra in Oltradige. Ed è un bell’atto di coraggio. E d’apertura al mondo. Sia lode a loro.
Dei vini, adesso. E devo dir con rammarico che ho trovato sui bianchi un 2006 in tono un po’ minore di quanto m’attendessi, e confrontato col 2005 mi pare un bel gradino sotto. Ma quest’è il bello: che qui s’interpreta l’annata, e quel che viene lo si accetta e rispetta. E comunque qualche bottiglia in grande spolvero c’è anche quest’anno.
Dei rossi ho provato meno. Ho saltato quasi a pie’ pari i Blauburgunder, perché me n’ero fatta un’abbuffata di Pinot nero al concorso di Laimburg (e pazienza se qui c’era la nuova annata: mica tutto si può assaggiare stando in piedi e girando fra i tavoli: ah, se ci fosse una saletta per chi, come me, ha poi da scriverne!). Ho accantonato i Lagrein (qualche scelta bisogna pur farla, quando i vini sono più di duecento). E mi sono buttato sulle Schiave, curioso di sapere come venisse interpretato questo vitigno minore che sta trovando nuovo interesse, ora che si vuol vino da bere.
Qui di seguito, in ordine sparso, le cose migliori fra quelle che ho messo nel bicchiere, sapendo che in poche ore puoi tastare con attenzione sì e no un quarto di quanto è in esposizione (per cui, chissà che belle cose mi son perso).
Sono dieci bianchi e cinque rossi.
I bianchi
Eisacktaler Kerner 2006 Manfred Nössing
Il solito bianco fuoriclasse della Val d’Isarco: gran vino. All’olfatto esplode il frutto giallo e il fiore e l’erba alpestre. Fascinoso. In bocca è pesca polposa e soda. E c’è profondità e ricchezza. E beva vibrante. Un Kerner da antologia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Eisacktaler Sylvaner 2006 Manfred Nössing
Non aveva il Grüner Veltliner, Manfred Nössing, e mi si dice sia un grande Grüner. Ma insieme al Kerner strepitoso aveva un altro bianco in grande spolvero: questo Sylvaner. Erbaceo d’ortiche e di salvia. Elegante e leggiadro. Lunghissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Vinschgau Riesling 2006 Falkenstein
Altra bella annata per il Riesling di Falkenstein, Val Venosta: un classico, ormai. Da bere giovane, direi, come già la vendemmia precedente. Al naso propone ricchissimo il bouquet dei fiori di montagna. Bocca polposa e tesa e fresca e resinosa.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Gewürztraminer Mazzon 2006 Gottardi
Andare allo stand di Bruno Gottardi senz’assaggiare il Pinot Nero può sembrare un’eresia. Ma avrò altra occasione, mentre il Gewürz è più raro trovarlo. Ed è fra i bianchi migliori del Südtirol. Favolosamente denso di frutto e di spezia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Gewürztraminer Pinus 2006 Zirmerhof
La sorpresa. Bella sorpresa. Josef Perwanger ha appena 0,6 ettari di vigna. Il Gewürztraminer del 2006, fatto in botte d’acacia, è splendido. Citrino (perfino ricordi di fiord d’arancio), speziato finissimamente, freschissimo, lungo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Eisacktaler Sylvaner 2006 Garlider
Elegante all’olfatto: tra fiore ed erba di prato alpestre. E in bocca è proprio un’esplosione di florealità bianca. E poi c’è ricordo erbaceo d’ortica. E frutta gialla sumatura. E vene di bella mineralità che rendono ancora più intrigante la beva.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Eisacktaler Kerner 2006 Strasserhof
Al naso, la pesca nettarina croccante, quand’è ancora non del tutto matura. E poi salvia e ortica. E una vena di mineralità sottilissima. In bocca c’è apertura aromatica. E tensione. E beva nervosa. Magari un pelo di dolcezza in più.
Due lieti faccini :-) :-)
Vinschgau Weissburgunder 2006 Falkenstein
Ancora Falkenstein, ma col Pinot Bianco stavolta. Che è vino che han bella tensione di beva. Un bianco che ha carattere e personalità nervosa. C’è bella lunghezza, e sul frutto croccante s’innesta una vena sottilissima di mineralità.
Due lieti faccini :-) :-)
Weissburgunder Strahler 2006 Stroblhof
Stroblhof è in Oltradige, ad Appiano. Ed ha un Pinot Bianco niente male, fresco, nervosetto il giusto, vegetale parecchio, con bell’eleganza floreale e una speziatura che mi ricorda il pepe bianco. Ed ha buona lunghezza.
Due lieti faccini :-) :-)
Bronner Julian 2006 Lieselhof
Il bronner è un vitigno ridotto a poca cosa come quantità, salvato dall’oblio. Prodotto con chimica zero in vigna e in cantina, questo bianco ha naso affascinante: foglia verde, frutto giallo maturo, litchie. Bocca aromatica, poi. E rusticità.
Due lieti faccini :-) :-)
I rossi
Pinot Nero Mason 2005 Manincor
Ora, sì, ho detto che ho bevuto poco Pinot Nero, ma siccome il 2004 di Manincor m’era piaciuto proprio tanto al concorso di Egna, ho voluto provare la nuova annata. Ed è altra annata di gran piacere. Rosso elegante e di bell’appagamento.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Vernatsch Wolfsthurn 2006 Stachlburg
La bevi a secchi, questa Schiava della Val Venosta. Naso tra il fruttatino e lo speziato. Bocca che ha frutto e vena vegetale. Fresca e un po’ tannica. Piacevole. Semplice e complessa insieme. Che volete di più da un rosso di unidici gradi e mezzo?
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch 2006 Gumphof
Altra Schiava. Dal bellissimo colore rosso pallido. Che già a guardarlo, s’to vinello, ti vien voglia di berlo. Naso di lampone. Bocca succosa di fruttino. Fresca, eppure anche col suo caratterino. E c’è tannino misurato. Se solo ci fosse un po’ più di lunghezza...
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch Amadeus 2006 Lieselhof
Non viene filtrata, questa Schiava: l’azienda lavora così. E dunque è quasi torbida, nel bicchiere. Ed è vino rustico assai, ma anche di bella sostanza. Rosso terroso e pepato e complesso nelle note di fruttino maturo. Vorrei un po’ di freschezza in più.
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch Campenn 2006 Unterhofer
Due vini, un bianco e un rosso, entrambi in tappo a vite. La Schiava è vino di non grande pretesa, eppure di beva piacevole e sapida. Manca magari un po’ nella profondità, ma ha bocca fruttatina e pepata e sfoggia discreta lunghezza.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Ho già detto e scritto che io sto col tappo a vite. Nel senso che se il vino non è destinato a invecchiamento lungo assai, trovo la moderna chiusura screwcap pratica e intelligente e priva di sostanziali rischi. Che poi, se non finisci la bottiglia a pranzo, le riserri e la tieni (abbastanza) ben conservata fino a cena. E non è un’opzione cattiva, permettete. E ancora meglio sarebbe per il wine bar, ch’evita di lasciar la boccia aperta e rallenta l’ossidazione. Ma vabbé, mica è facile per il produttore e per il rivenditore e per il consumatore convertirsi a questa «nuova» chiusura, che certamente mett’in disparte un po’ della rituale poetica del vino.
Gli è però che all’estero lo screwcap lo chiedono, soprattutto laddove non c’è lunga tradizione di vino. E all’estero l’usano anche, i produttori enoici. Ormai tutti i Sauvignon della Nuova Zelanda sono in tappo a vite. E si comincia a vederne in Borgogna, anche su vini d’una cert’importanza. E ce n’è in Germania per i Riesling o in Austria per i Grüner Veltliner. E magari sarà per l’affinità col mondo austro-germanico, ma i Freie Weinbauern Südtirol - l’associazione dei liberi vignaioli dell’Alto Adige, capitanata da Josephus Mayr – si son convertiti al tappo a vite anch’essi. Bene! Qualcuno ci voleva che desse il la.
È la novità che più m’ha colpito visitando, a Bolzano, l’annuale appuntamento di Vinea Tirolensis, la classica degustazione pomeridiano-serale (di lunedì, dalle 15 alle 21: mica hanno tempo da perdere, ‘sti vigneron suddtirolesi) dei Freie Weinbauern.
Per carità, non tutti hanno effettuato la svolta. E il sughero continua ad essere la scelta d’assoluta prevalenza. Però lo screwcap ha cominciato a vedersi sulle bottiglie d’alcuni bei nomi del vino altoatesino: Falkenstein, per esempio, tribicchierato dal Gambero Rosso & Slow Food per il suo Riesling, oppure Unterortl (quelli del Castel Juval, per capirci). E stessa scelta la fanno altri, piccolini, come Unterhofer, 2,3 ettari appena di terra in Oltradige. Ed è un bell’atto di coraggio. E d’apertura al mondo. Sia lode a loro.
Dei vini, adesso. E devo dir con rammarico che ho trovato sui bianchi un 2006 in tono un po’ minore di quanto m’attendessi, e confrontato col 2005 mi pare un bel gradino sotto. Ma quest’è il bello: che qui s’interpreta l’annata, e quel che viene lo si accetta e rispetta. E comunque qualche bottiglia in grande spolvero c’è anche quest’anno.
Dei rossi ho provato meno. Ho saltato quasi a pie’ pari i Blauburgunder, perché me n’ero fatta un’abbuffata di Pinot nero al concorso di Laimburg (e pazienza se qui c’era la nuova annata: mica tutto si può assaggiare stando in piedi e girando fra i tavoli: ah, se ci fosse una saletta per chi, come me, ha poi da scriverne!). Ho accantonato i Lagrein (qualche scelta bisogna pur farla, quando i vini sono più di duecento). E mi sono buttato sulle Schiave, curioso di sapere come venisse interpretato questo vitigno minore che sta trovando nuovo interesse, ora che si vuol vino da bere.
Qui di seguito, in ordine sparso, le cose migliori fra quelle che ho messo nel bicchiere, sapendo che in poche ore puoi tastare con attenzione sì e no un quarto di quanto è in esposizione (per cui, chissà che belle cose mi son perso).
Sono dieci bianchi e cinque rossi.
I bianchi
Eisacktaler Kerner 2006 Manfred Nössing
Il solito bianco fuoriclasse della Val d’Isarco: gran vino. All’olfatto esplode il frutto giallo e il fiore e l’erba alpestre. Fascinoso. In bocca è pesca polposa e soda. E c’è profondità e ricchezza. E beva vibrante. Un Kerner da antologia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Eisacktaler Sylvaner 2006 Manfred Nössing
Non aveva il Grüner Veltliner, Manfred Nössing, e mi si dice sia un grande Grüner. Ma insieme al Kerner strepitoso aveva un altro bianco in grande spolvero: questo Sylvaner. Erbaceo d’ortiche e di salvia. Elegante e leggiadro. Lunghissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Vinschgau Riesling 2006 Falkenstein
Altra bella annata per il Riesling di Falkenstein, Val Venosta: un classico, ormai. Da bere giovane, direi, come già la vendemmia precedente. Al naso propone ricchissimo il bouquet dei fiori di montagna. Bocca polposa e tesa e fresca e resinosa.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Gewürztraminer Mazzon 2006 Gottardi
Andare allo stand di Bruno Gottardi senz’assaggiare il Pinot Nero può sembrare un’eresia. Ma avrò altra occasione, mentre il Gewürz è più raro trovarlo. Ed è fra i bianchi migliori del Südtirol. Favolosamente denso di frutto e di spezia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Gewürztraminer Pinus 2006 Zirmerhof
La sorpresa. Bella sorpresa. Josef Perwanger ha appena 0,6 ettari di vigna. Il Gewürztraminer del 2006, fatto in botte d’acacia, è splendido. Citrino (perfino ricordi di fiord d’arancio), speziato finissimamente, freschissimo, lungo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Eisacktaler Sylvaner 2006 Garlider
Elegante all’olfatto: tra fiore ed erba di prato alpestre. E in bocca è proprio un’esplosione di florealità bianca. E poi c’è ricordo erbaceo d’ortica. E frutta gialla sumatura. E vene di bella mineralità che rendono ancora più intrigante la beva.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Eisacktaler Kerner 2006 Strasserhof
Al naso, la pesca nettarina croccante, quand’è ancora non del tutto matura. E poi salvia e ortica. E una vena di mineralità sottilissima. In bocca c’è apertura aromatica. E tensione. E beva nervosa. Magari un pelo di dolcezza in più.
Due lieti faccini :-) :-)
Vinschgau Weissburgunder 2006 Falkenstein
Ancora Falkenstein, ma col Pinot Bianco stavolta. Che è vino che han bella tensione di beva. Un bianco che ha carattere e personalità nervosa. C’è bella lunghezza, e sul frutto croccante s’innesta una vena sottilissima di mineralità.
Due lieti faccini :-) :-)
Weissburgunder Strahler 2006 Stroblhof
Stroblhof è in Oltradige, ad Appiano. Ed ha un Pinot Bianco niente male, fresco, nervosetto il giusto, vegetale parecchio, con bell’eleganza floreale e una speziatura che mi ricorda il pepe bianco. Ed ha buona lunghezza.
Due lieti faccini :-) :-)
Bronner Julian 2006 Lieselhof
Il bronner è un vitigno ridotto a poca cosa come quantità, salvato dall’oblio. Prodotto con chimica zero in vigna e in cantina, questo bianco ha naso affascinante: foglia verde, frutto giallo maturo, litchie. Bocca aromatica, poi. E rusticità.
Due lieti faccini :-) :-)
I rossi
Pinot Nero Mason 2005 Manincor
Ora, sì, ho detto che ho bevuto poco Pinot Nero, ma siccome il 2004 di Manincor m’era piaciuto proprio tanto al concorso di Egna, ho voluto provare la nuova annata. Ed è altra annata di gran piacere. Rosso elegante e di bell’appagamento.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Vernatsch Wolfsthurn 2006 Stachlburg
La bevi a secchi, questa Schiava della Val Venosta. Naso tra il fruttatino e lo speziato. Bocca che ha frutto e vena vegetale. Fresca e un po’ tannica. Piacevole. Semplice e complessa insieme. Che volete di più da un rosso di unidici gradi e mezzo?
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch 2006 Gumphof
Altra Schiava. Dal bellissimo colore rosso pallido. Che già a guardarlo, s’to vinello, ti vien voglia di berlo. Naso di lampone. Bocca succosa di fruttino. Fresca, eppure anche col suo caratterino. E c’è tannino misurato. Se solo ci fosse un po’ più di lunghezza...
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch Amadeus 2006 Lieselhof
Non viene filtrata, questa Schiava: l’azienda lavora così. E dunque è quasi torbida, nel bicchiere. Ed è vino rustico assai, ma anche di bella sostanza. Rosso terroso e pepato e complesso nelle note di fruttino maturo. Vorrei un po’ di freschezza in più.
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch Campenn 2006 Unterhofer
Due vini, un bianco e un rosso, entrambi in tappo a vite. La Schiava è vino di non grande pretesa, eppure di beva piacevole e sapida. Manca magari un po’ nella profondità, ma ha bocca fruttatina e pepata e sfoggia discreta lunghezza.
Un lieto faccino e quasi due :-)
domenica 26 agosto 2007
Il clos in riva al lago
Angelo Peretti
Fossimo in Francia, lo chiamerebbero clos. Un piccolo appezzamento di terra - un vigneto - tutto chiuso da una cinta di mura antiche. Invece siamo in riva al Garda. A Portese, comune di San Felice del Benaco. Riva lombarda, bresciana, d’occidente. Proprio a ridosso delle ultime case del paesino.
Ad evocare il fondo cintato c’è il nome dell’azienda: Le Chiusure. Ed a gestire l’aziendina - quattro ettari di vigna in tutto - è Alessandro Luzzago. Insieme a Paola, la moglie. Lui ha preso a far vino nel ’90. Prima lavorava nell’editoria, presso la Grafo, la mitica (almeno per me) micro casa editrice di quel visionario illuminato ch’era Roberto Montagnoli, l’unico che avrebbe (forse) davvero potuto creare una comune cultura dell’intero lago, e che invece la morte ci ha strappato troppo presto. Ma queste son mie malinconie.
Che con la terra il sciur Luzzago avesse in ogni caso feeling lo si legge nel fatto che s’è preso una laurea in agraria. E con la casa e il terreno di Portese ci aveva comunque famigliarità, ché ci trascorreva le estati: era dai tempi della guerra che i suoi avevano preso l’abitudine d’abbandonar la vita cittadina in favore della riviera, almeno nelle giornate di calura.
Il posto è carinissimo. A far da sentinella al vetusto portone d’ingresso ci son due gelsi monumentali (già già, monumenti naturali). A lato, affacciata sulla strada, una chiesuola dedicata a Sant’Anna, che se non ho capito male s’apre ai fedeli una volta l’anno, come s’usa cogli oratori campestri. Passato il portone, un piccolo cortile su cui dà un classico edificio rurale lumbàrd, col doppio loggiato. Affascinante.
Ci fa, Luzzago, su quel suo appezzamento (e su un altro piccolino vicino), poche bottiglie di ben quattro vini differenti: un Chiaretto, un Groppello, e poi due uvaggi, che sono il Campei (barbera, sangiovese e marzemino) e il Malborghetto (rebo, merlot e un pelino di barbera). Bene: è di quest’ultimo che voglio parlare, del Malborghetto. Ché ne ho trovate interessantissime le due ultime annate uscite, il 2003 e il 2004. E allora sono andato a fare un giro a Portese. E Alessandro Luzzago m’ha usato la cortesia di scendere in cantina e portar su addirittura le ultime sette annate, e poi m’ha preso anche una prova di vasca del 2005 (è già in acciaio, assemblato, dopo il passaggio in legno: il vino fa un anno di barriue, ma quel che mi piace è che il rovere non l’avverti, e nemanco la tostatura) e un assaggio dalla botte del 2006. E non è certamente cosa frequente fare una verticale di nove vendemmie d’un vino rivierasco, lacustre, benacense. Ed altrettanto raro è che se ne possano comprare, d’un vino di riviera, più annate, e invece qui stanno vendendo, insieme, il 2000, il 2001, il 2003 e il 2004 (Il 2002 non si fece: anno di grandine e troppa pioggia), e li propongono a prezzi differenziati: 20 euro il primo, 16 il secondo, 17 il terzo e 14 il quarto, tenendo conto dell’età e dell’esito della vendemmia e dell’affinamento. Incredibile: pare proprio di star in Francia, dove cose del genere sono la prassi. E insomma mi toccherà parlar davvero di Clos delle Chiusure, alla franciosa.
Aggiungo che, di fatto, ho provato quasi tutta la storia del Malborghetto (a proposito: è un igt Benaco Bresciano), dal ’97 al 2006. Esclusi il ’94 e il ’96, di cui non esiste più neanche una boccia. Mentre non si son prodotti né il 2002, né il ’95, che furono metereologicamente terribili in riva al Garda bresciano.
Un accenno alle uve. Il taglio attuale del Malborghetto prevede una lieve prevalenza di merlot, e poi il rebo, e infine giusto un accenno di barbera. La barbera sul Garda d’occidente la si coltiva da tempo: è parte obbligatoria del Garda Classico Rosso (insieme col groppello, il marzemino e il sangiovese). Il merlot lo si conosce. Il rebo sta incontrando successo crescente in Valtenesi e dintorni. Ed è, questo rebo, un incrocio di merlot e marzemino ideato nel ’48 da Rebo Rigotti alla Stazione Sperimentale di San Michele all'Adige: in Trentino, patria natia, non sembrano dargli gran credito a questo meticcio, e invece i vigneron del Benaco lombardo gli concedono fiducia molta, e i risultati sembrano dar loro ragione. Vedremo cosa gli riserverà il futuro.
Ora, ecco finalmente le schede dei vini. Col doppio giudizio: centesimi e faccini.
Malborghetto 1997 Colore scarico, un po’ aranciato. Al naso palesa tracce ossidative, ma ancora resiste il frutto. Ed ha catrame. In bocca apre bene: evoluto, sì, ma ancora dotato di freschezza. Direi iodato, perfino, salmastro (e sarà una presenza anche d’altre annate). Piccolino, il frutto. Sta declinando, ma si beve ancora.
78/100 – un faccino e quasi due :-)
Malborghetto 1998 Livrea rossa brillante. Naso dapprima ostico, agliato quasi. Poi si pulisce, ma il frutto fatica ad esprimersi. Ed anche in bocca avverti presenza fruttata, ma quasi compressa, involuta. E c’è una vena acidula che pare scomposta. Peccato. L’annata meno convincente fra quelle testate.
74/100 – niente faccini
Malborghetto 1999 Solitario. Nel senso ch’è risultato, alla fine, diversissimo dall’altri. Con quella spiccata nota verde, tra l’erbaceo e la memoria di peperone. Snello, fresco, sapido. Ha bel tannino, giovanilissimo. E frutto rosso succoso. Ancora la vena iodata che s’era già trovata nel ’97. Se avesse un pelo di lunghezza in più...
84/100 – due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Malborghetto 2000 Colore bellissimo, rubino brillante. Naso fascinosamente fruttato (la ciliegia stramatura, in confettura), aristocraticamente innestato da vene d’eucalipto, di pepe. Ed ha sottili memorie catramate. La bocca è altrettanto fascinosa. Densa, polposa. Quasi masticabile, il frutto. E tannino ben definito. Gran bel vino.
87/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)
Malborghetto 2001 Che naso strano... Ancora quelle sensazioni iodate, ma direi più accentuate. Ancora il goudron catramoso. Ma il fruttato mi par compresso. In bocca sfoggia carattere. Carnoso, sapido. Caldo. Cenni di liquirizia. Ecco: il tannino asciuga un po’, ed è un peccato, ché la progressione del frutto ne viene stoppata.
82/100 – due faccini :-) :-)
Malborghetto 2003 La bottiglia assaggiata in azienda non andava, non mi convinceva. Un po’ cotta. Ma a casa ne avevo un’altra e l’ho aperta, e vivaddìo mi son ritrovato il bel 2003 che ricordavo: frutto, frutto, frutto. Denso, polposo, avvolgente. E c’è progressione slancio. E bella pepatura. E lunghezza di tutto rispetto.
86/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)
Malborghetto 2004 Alla lunga, questo 2004 finirà per battere il fascinoso 2000, ci scommetto. Mi piace. Ha frutto e nota erbacea (officinale) insieme. E bella bocca: ci trovi tensione, carattere. Ed ecco la frutta rossa succosa e densa. E bel tannino, integrato. Nulla concede alla ruffianeria: è insieme rustico ed elegante. Buono.
87/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)
Malborghetto 2005 Va in bottiglia in questi giorni e sarà in commercio solo nella primavera del 2005. Ho assaggiato una prova dalla vasca, non ancora il vino definitivo. Epperò già avverti che ci siamo. Magari non bellissimo come quello delle due precedenti annate, ma in linea, questo sì, in quanto a carattere ed eleganza.
Ipotizzo 83-86/100 – troppo presto per i faccini
Malborghetto 2006 Solo un assaggio dalla botte. Ma già avverti bel frutto, nitido, maturo. Ed è fruttato d’interesse sia nella prova olfattiva che in quella gustativa. E insomma, se il buon giorno lo si vede dal mattino, questo 2006 promette bene davvero. Magari è un’annata un po’ piccolina, ma c’è eleganza, sissignori.
Ipotizzo 84-87/100, ma è un azzardo - niente faccini, ovviamente, ché quest’è solo un abbozzo di vino.
Fossimo in Francia, lo chiamerebbero clos. Un piccolo appezzamento di terra - un vigneto - tutto chiuso da una cinta di mura antiche. Invece siamo in riva al Garda. A Portese, comune di San Felice del Benaco. Riva lombarda, bresciana, d’occidente. Proprio a ridosso delle ultime case del paesino.
Ad evocare il fondo cintato c’è il nome dell’azienda: Le Chiusure. Ed a gestire l’aziendina - quattro ettari di vigna in tutto - è Alessandro Luzzago. Insieme a Paola, la moglie. Lui ha preso a far vino nel ’90. Prima lavorava nell’editoria, presso la Grafo, la mitica (almeno per me) micro casa editrice di quel visionario illuminato ch’era Roberto Montagnoli, l’unico che avrebbe (forse) davvero potuto creare una comune cultura dell’intero lago, e che invece la morte ci ha strappato troppo presto. Ma queste son mie malinconie.
Che con la terra il sciur Luzzago avesse in ogni caso feeling lo si legge nel fatto che s’è preso una laurea in agraria. E con la casa e il terreno di Portese ci aveva comunque famigliarità, ché ci trascorreva le estati: era dai tempi della guerra che i suoi avevano preso l’abitudine d’abbandonar la vita cittadina in favore della riviera, almeno nelle giornate di calura.
Il posto è carinissimo. A far da sentinella al vetusto portone d’ingresso ci son due gelsi monumentali (già già, monumenti naturali). A lato, affacciata sulla strada, una chiesuola dedicata a Sant’Anna, che se non ho capito male s’apre ai fedeli una volta l’anno, come s’usa cogli oratori campestri. Passato il portone, un piccolo cortile su cui dà un classico edificio rurale lumbàrd, col doppio loggiato. Affascinante.
Ci fa, Luzzago, su quel suo appezzamento (e su un altro piccolino vicino), poche bottiglie di ben quattro vini differenti: un Chiaretto, un Groppello, e poi due uvaggi, che sono il Campei (barbera, sangiovese e marzemino) e il Malborghetto (rebo, merlot e un pelino di barbera). Bene: è di quest’ultimo che voglio parlare, del Malborghetto. Ché ne ho trovate interessantissime le due ultime annate uscite, il 2003 e il 2004. E allora sono andato a fare un giro a Portese. E Alessandro Luzzago m’ha usato la cortesia di scendere in cantina e portar su addirittura le ultime sette annate, e poi m’ha preso anche una prova di vasca del 2005 (è già in acciaio, assemblato, dopo il passaggio in legno: il vino fa un anno di barriue, ma quel che mi piace è che il rovere non l’avverti, e nemanco la tostatura) e un assaggio dalla botte del 2006. E non è certamente cosa frequente fare una verticale di nove vendemmie d’un vino rivierasco, lacustre, benacense. Ed altrettanto raro è che se ne possano comprare, d’un vino di riviera, più annate, e invece qui stanno vendendo, insieme, il 2000, il 2001, il 2003 e il 2004 (Il 2002 non si fece: anno di grandine e troppa pioggia), e li propongono a prezzi differenziati: 20 euro il primo, 16 il secondo, 17 il terzo e 14 il quarto, tenendo conto dell’età e dell’esito della vendemmia e dell’affinamento. Incredibile: pare proprio di star in Francia, dove cose del genere sono la prassi. E insomma mi toccherà parlar davvero di Clos delle Chiusure, alla franciosa.
Aggiungo che, di fatto, ho provato quasi tutta la storia del Malborghetto (a proposito: è un igt Benaco Bresciano), dal ’97 al 2006. Esclusi il ’94 e il ’96, di cui non esiste più neanche una boccia. Mentre non si son prodotti né il 2002, né il ’95, che furono metereologicamente terribili in riva al Garda bresciano.
Un accenno alle uve. Il taglio attuale del Malborghetto prevede una lieve prevalenza di merlot, e poi il rebo, e infine giusto un accenno di barbera. La barbera sul Garda d’occidente la si coltiva da tempo: è parte obbligatoria del Garda Classico Rosso (insieme col groppello, il marzemino e il sangiovese). Il merlot lo si conosce. Il rebo sta incontrando successo crescente in Valtenesi e dintorni. Ed è, questo rebo, un incrocio di merlot e marzemino ideato nel ’48 da Rebo Rigotti alla Stazione Sperimentale di San Michele all'Adige: in Trentino, patria natia, non sembrano dargli gran credito a questo meticcio, e invece i vigneron del Benaco lombardo gli concedono fiducia molta, e i risultati sembrano dar loro ragione. Vedremo cosa gli riserverà il futuro.
Ora, ecco finalmente le schede dei vini. Col doppio giudizio: centesimi e faccini.
Malborghetto 1997 Colore scarico, un po’ aranciato. Al naso palesa tracce ossidative, ma ancora resiste il frutto. Ed ha catrame. In bocca apre bene: evoluto, sì, ma ancora dotato di freschezza. Direi iodato, perfino, salmastro (e sarà una presenza anche d’altre annate). Piccolino, il frutto. Sta declinando, ma si beve ancora.
78/100 – un faccino e quasi due :-)
Malborghetto 1998 Livrea rossa brillante. Naso dapprima ostico, agliato quasi. Poi si pulisce, ma il frutto fatica ad esprimersi. Ed anche in bocca avverti presenza fruttata, ma quasi compressa, involuta. E c’è una vena acidula che pare scomposta. Peccato. L’annata meno convincente fra quelle testate.
74/100 – niente faccini
Malborghetto 1999 Solitario. Nel senso ch’è risultato, alla fine, diversissimo dall’altri. Con quella spiccata nota verde, tra l’erbaceo e la memoria di peperone. Snello, fresco, sapido. Ha bel tannino, giovanilissimo. E frutto rosso succoso. Ancora la vena iodata che s’era già trovata nel ’97. Se avesse un pelo di lunghezza in più...
84/100 – due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Malborghetto 2000 Colore bellissimo, rubino brillante. Naso fascinosamente fruttato (la ciliegia stramatura, in confettura), aristocraticamente innestato da vene d’eucalipto, di pepe. Ed ha sottili memorie catramate. La bocca è altrettanto fascinosa. Densa, polposa. Quasi masticabile, il frutto. E tannino ben definito. Gran bel vino.
87/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)
Malborghetto 2001 Che naso strano... Ancora quelle sensazioni iodate, ma direi più accentuate. Ancora il goudron catramoso. Ma il fruttato mi par compresso. In bocca sfoggia carattere. Carnoso, sapido. Caldo. Cenni di liquirizia. Ecco: il tannino asciuga un po’, ed è un peccato, ché la progressione del frutto ne viene stoppata.
82/100 – due faccini :-) :-)
Malborghetto 2003 La bottiglia assaggiata in azienda non andava, non mi convinceva. Un po’ cotta. Ma a casa ne avevo un’altra e l’ho aperta, e vivaddìo mi son ritrovato il bel 2003 che ricordavo: frutto, frutto, frutto. Denso, polposo, avvolgente. E c’è progressione slancio. E bella pepatura. E lunghezza di tutto rispetto.
86/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)
Malborghetto 2004 Alla lunga, questo 2004 finirà per battere il fascinoso 2000, ci scommetto. Mi piace. Ha frutto e nota erbacea (officinale) insieme. E bella bocca: ci trovi tensione, carattere. Ed ecco la frutta rossa succosa e densa. E bel tannino, integrato. Nulla concede alla ruffianeria: è insieme rustico ed elegante. Buono.
87/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)
Malborghetto 2005 Va in bottiglia in questi giorni e sarà in commercio solo nella primavera del 2005. Ho assaggiato una prova dalla vasca, non ancora il vino definitivo. Epperò già avverti che ci siamo. Magari non bellissimo come quello delle due precedenti annate, ma in linea, questo sì, in quanto a carattere ed eleganza.
Ipotizzo 83-86/100 – troppo presto per i faccini
Malborghetto 2006 Solo un assaggio dalla botte. Ma già avverti bel frutto, nitido, maturo. Ed è fruttato d’interesse sia nella prova olfattiva che in quella gustativa. E insomma, se il buon giorno lo si vede dal mattino, questo 2006 promette bene davvero. Magari è un’annata un po’ piccolina, ma c’è eleganza, sissignori.
Ipotizzo 84-87/100, ma è un azzardo - niente faccini, ovviamente, ché quest’è solo un abbozzo di vino.
lunedì 20 agosto 2007
Attenti a quei tre
Angelo Peretti
Se ve li ricordate non siete certamente degli adolescenti. Io li ricordo, ergo l’adolescenza, almeno anagraficamente, è passata da un pochetto. Mi riferisco a Roger Moore e Tony Curtis quando facevano «The Persuaders». Da noi, in Italia, era «Attenti a quei due». In televisione. C’era una sigla di quelle memorabili, composta da John Barry (e ne ha fatto una piacevole versione qualche anno fa Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, nome strampalato d’una band italiana che fa musica distesa e stralunata: mica facile trovare il disco, ma se vi capitasse...).
Tutta questa premessa, l’ammetto, solo per giustificare in qualche modo il titolo che ho messo sopra al pezzo: «Attenti a quei tre». Perché voglio parlare d’un terzetto di luganisti che certo non sono fra i più noti. Ma che han tirato fuori proprio dei bei bianchi, con la vendemmia del 2006. E che vabbé, d’accordo, son tre al posto di due, ma insomma meritano attenzione, e van seguiti. A condizione (e con la speranza) che poi ci sia continuità. E quest’è una grossa questione per l’area del Lugana: so per esperienza che ad ogni annata vien fuori la buona sorpresa, ma non è così facile aver conferma vendemmia dopo vendemmia. Ché magari l’azienda è piccina, e forse non c’è dunque mezzo di far grand’investimenti in tecnologia di cantina (e in sapere, e in consulenza). Ma in terra di Lugana non si può transigere, ché quest’è bianco importante, ma difficile. E difficoltoso è interpretarlo, il trebbiano delle argille. E mantenergli tensione, e nerbo, e sapidità, e lunghezza, e frutto pulitissimo e vena minerale. Senza scadere nella sdolcinatura modaiola o, peggio ancora, nell’aberrazione che si fa difetto. E quest’è l’altro problema del Lugana: intendo che li fan morbidi, dolcini, e capisco che a farli così si vendono facile, ma ho detto altre volte, e ribadisco, che è così poco, il Lugana, che meglio sarebbe nutrir migliore ambizione, e dunque far gran bianco, fuor dalla moda e dalla tendenza dell’attimo, che fugge (badate bene: fugge!).
Dunque, segnalo le novità con beneficio di futuro inventario. Incrociando le dita per loro. E segnalo, aggiungo, con soddisfazione, ché fa piacere constatare come il territorio si muova, e metta nuovi nomi accanto alle storiche firme.
Chi sono i nomi nuovi? Eccoli qui: Cascina Maddalena, Citari, Feliciana. Mica vorrete dirmi che sono i soliti noti delle recensioni guidaiole, vero?
Di Cascina Maddalena qualcosa ho già scritto, recensendone proprio il Lugana del 2006, qualche settimana fa. Dicevo che è un’azienda piccina picciò: in tutto quattr’ettari o giù di lì. «Ma quelle poche vigne - scrivevo - metton radici in uno dei più bei crû di Lugana, credetemi». Ne sono convinto da tempo: anche in passato ho assaggiato Lugana di valore con la loro etichetta. Ma non tutte l’annate sono state allo stesso livello. Giusto per dar le coordinate per chi ci volesse andare, sappiate che sono appiccicati a Cà dei Frati. Il comune è Sirmione. Il nome della cascina sembra che venga dal fatto che Maddalena era la proprietaria del fondo quando lo comprò il nonno dell’attuale vigneron, e anche l’avo aveva per moglie una donna che si chiamava Maddalena. Ora gestiscono la piccola proprietà Luciano Zordan e la consorte Raffaella Molinari. E si dicono orgogliosi di fare agricoltura come s’usava un tempo, con la zappa. Fanno un Lugana, un rosso e un rosato.
Di Citari assaggiai un bel San Martino della Battaglia, bianco a base d’uve di tocai. M’è rimasto in mente. Poi non ho più bevuto cose loro a lungo. Mai visti di persona, mai stato in azienda. Mi pare siano quasi all’ombra della torre risorgimentale di San Martino, comune di Desenzano del Garda. In tutto hanno una decina d’ettari di vigna, con varia cultivar. Di Lugana ne fanno pochino: un migliaio di bottiglie appena, se leggo bene le note che mi hanno fornito. Da un vigneto che credo dunque sia piccolino e molto giovane, se è vero, come mi si dice, che ha una media di circa cinquemila ceppi. Solo acciaio in cantina per il bianco luganista. Stando al deplinat, oltre al Lugana e al San Martino fanno uno Chardonnay, un Garda Classico Rosso e uno spumante.
Feliciana è un agriturismo, a Pozzolengo. Mai stato neanche lì. E penso siaa la prima volta che assaggio i loro vini. Sul biglietto da visita che m’hanno fatto avere c’è scritto che in agritur fanno «piatti e sapori della cucina gardesana». So mica come sia, ma ci andrò: certo che se a tavola propongono il loro Lugana del 2006, possono metterci insieme quel che vogliono, ché solo il vino vale il viaggio. O meglio: di Lugana ne fanno addirittura due. Il primo è il base, fatto in acciaio. L’altro è una selezione, per la quale fanno vendemmia tardiva e appassimento perfino, e poi lo mettono anche in barrique per sei mesi: eppure mi dicono che è secco più dell’altro. La produzione enoica è solo luganista: ottomila bottiglie del Lugana base, tremila dell’altro.
Qui sotto le schede dei vini. Quattro Lugana per tre aziende, dunque. Con la valutazione in centesimi e in faccini.
Lugana 2006 Cascina Maddalena
Quest’è Lugana che ha personalità, e che magari ha bisogno d’un certo tempo per manifestarsi appieno. E invero l’ho trovato ancora un pochetto ostico al naso, che è insomma ritroso a mostrare il frutto, e ci vuol pazienza ad attenderlo nel bicchiere. In bocca invece già da subito gioca eccome sul frutto e sulla mineralità e sulla freschezza. Ha potenza e struttura e carattere. Secco. E rusticheggia.
86/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Lugana Le Conchiglie 2006 Citari
All’olfatto s’apre con ritrosia. Eppoi però delinea bei sentori di fiori bianchi. La bocca invece apre fin da subito, immediata, su toni floreali e di frutta bianca, polposa e matura. Ed è vino che ha freschezza salina: bella spalla acida, come usa dire chi usa certi tecnicismi. Ed ha buona lunghezza, sul frutto. Insomma: si distende sul frutto in un finale interessante. Mica male come prova complessiva.
85/100 – due lieti faccini :-) :-)
Lugana 2006 Feliciana
Ha, questo Lugana, naso verde, coi toni di clorofilla che mi piace trovare nei Lugana, ché so che poi col tempo s’intersecheranno con le vene sottili degl’idrocarburi. Ed ha accenni di pera, anche. E la bocca è poi sui medesimi toni, e anche questo mi va: fresca, salata, snella. Ci trovi frutto bianco non maturissimo. E ha lunghezza. Mi spiace un po’ solo quella nota dolcina sul fondo, il mio cruccio luganista.
78/100 – due lieti faccini :-) :-)
Lugana Sercè 2006 Feliciana
Apertosi l’olfatto dopo l’iniziale titubanza, ecco comparire le vene verdi e di già perfino minerali. In bocca c’è tensione notevole e grassezza e ricchezza di frutto e potenza. Certo, compare la vanigliatura, ché il vino ha fatto passaggio nel legno. Ma il rovere non s’avverte. E comunque ben si compensa, la nota di vaniglia, col frutto polposo. Ché la struttura è notevole, e così il carattere. E la lunghezza pure.
80/100 – due lieti faccini :-) :-)
Se ve li ricordate non siete certamente degli adolescenti. Io li ricordo, ergo l’adolescenza, almeno anagraficamente, è passata da un pochetto. Mi riferisco a Roger Moore e Tony Curtis quando facevano «The Persuaders». Da noi, in Italia, era «Attenti a quei due». In televisione. C’era una sigla di quelle memorabili, composta da John Barry (e ne ha fatto una piacevole versione qualche anno fa Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, nome strampalato d’una band italiana che fa musica distesa e stralunata: mica facile trovare il disco, ma se vi capitasse...).
Tutta questa premessa, l’ammetto, solo per giustificare in qualche modo il titolo che ho messo sopra al pezzo: «Attenti a quei tre». Perché voglio parlare d’un terzetto di luganisti che certo non sono fra i più noti. Ma che han tirato fuori proprio dei bei bianchi, con la vendemmia del 2006. E che vabbé, d’accordo, son tre al posto di due, ma insomma meritano attenzione, e van seguiti. A condizione (e con la speranza) che poi ci sia continuità. E quest’è una grossa questione per l’area del Lugana: so per esperienza che ad ogni annata vien fuori la buona sorpresa, ma non è così facile aver conferma vendemmia dopo vendemmia. Ché magari l’azienda è piccina, e forse non c’è dunque mezzo di far grand’investimenti in tecnologia di cantina (e in sapere, e in consulenza). Ma in terra di Lugana non si può transigere, ché quest’è bianco importante, ma difficile. E difficoltoso è interpretarlo, il trebbiano delle argille. E mantenergli tensione, e nerbo, e sapidità, e lunghezza, e frutto pulitissimo e vena minerale. Senza scadere nella sdolcinatura modaiola o, peggio ancora, nell’aberrazione che si fa difetto. E quest’è l’altro problema del Lugana: intendo che li fan morbidi, dolcini, e capisco che a farli così si vendono facile, ma ho detto altre volte, e ribadisco, che è così poco, il Lugana, che meglio sarebbe nutrir migliore ambizione, e dunque far gran bianco, fuor dalla moda e dalla tendenza dell’attimo, che fugge (badate bene: fugge!).
Dunque, segnalo le novità con beneficio di futuro inventario. Incrociando le dita per loro. E segnalo, aggiungo, con soddisfazione, ché fa piacere constatare come il territorio si muova, e metta nuovi nomi accanto alle storiche firme.
Chi sono i nomi nuovi? Eccoli qui: Cascina Maddalena, Citari, Feliciana. Mica vorrete dirmi che sono i soliti noti delle recensioni guidaiole, vero?
Di Cascina Maddalena qualcosa ho già scritto, recensendone proprio il Lugana del 2006, qualche settimana fa. Dicevo che è un’azienda piccina picciò: in tutto quattr’ettari o giù di lì. «Ma quelle poche vigne - scrivevo - metton radici in uno dei più bei crû di Lugana, credetemi». Ne sono convinto da tempo: anche in passato ho assaggiato Lugana di valore con la loro etichetta. Ma non tutte l’annate sono state allo stesso livello. Giusto per dar le coordinate per chi ci volesse andare, sappiate che sono appiccicati a Cà dei Frati. Il comune è Sirmione. Il nome della cascina sembra che venga dal fatto che Maddalena era la proprietaria del fondo quando lo comprò il nonno dell’attuale vigneron, e anche l’avo aveva per moglie una donna che si chiamava Maddalena. Ora gestiscono la piccola proprietà Luciano Zordan e la consorte Raffaella Molinari. E si dicono orgogliosi di fare agricoltura come s’usava un tempo, con la zappa. Fanno un Lugana, un rosso e un rosato.
Di Citari assaggiai un bel San Martino della Battaglia, bianco a base d’uve di tocai. M’è rimasto in mente. Poi non ho più bevuto cose loro a lungo. Mai visti di persona, mai stato in azienda. Mi pare siano quasi all’ombra della torre risorgimentale di San Martino, comune di Desenzano del Garda. In tutto hanno una decina d’ettari di vigna, con varia cultivar. Di Lugana ne fanno pochino: un migliaio di bottiglie appena, se leggo bene le note che mi hanno fornito. Da un vigneto che credo dunque sia piccolino e molto giovane, se è vero, come mi si dice, che ha una media di circa cinquemila ceppi. Solo acciaio in cantina per il bianco luganista. Stando al deplinat, oltre al Lugana e al San Martino fanno uno Chardonnay, un Garda Classico Rosso e uno spumante.
Feliciana è un agriturismo, a Pozzolengo. Mai stato neanche lì. E penso siaa la prima volta che assaggio i loro vini. Sul biglietto da visita che m’hanno fatto avere c’è scritto che in agritur fanno «piatti e sapori della cucina gardesana». So mica come sia, ma ci andrò: certo che se a tavola propongono il loro Lugana del 2006, possono metterci insieme quel che vogliono, ché solo il vino vale il viaggio. O meglio: di Lugana ne fanno addirittura due. Il primo è il base, fatto in acciaio. L’altro è una selezione, per la quale fanno vendemmia tardiva e appassimento perfino, e poi lo mettono anche in barrique per sei mesi: eppure mi dicono che è secco più dell’altro. La produzione enoica è solo luganista: ottomila bottiglie del Lugana base, tremila dell’altro.
Qui sotto le schede dei vini. Quattro Lugana per tre aziende, dunque. Con la valutazione in centesimi e in faccini.
Lugana 2006 Cascina Maddalena
Quest’è Lugana che ha personalità, e che magari ha bisogno d’un certo tempo per manifestarsi appieno. E invero l’ho trovato ancora un pochetto ostico al naso, che è insomma ritroso a mostrare il frutto, e ci vuol pazienza ad attenderlo nel bicchiere. In bocca invece già da subito gioca eccome sul frutto e sulla mineralità e sulla freschezza. Ha potenza e struttura e carattere. Secco. E rusticheggia.
86/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Lugana Le Conchiglie 2006 Citari
All’olfatto s’apre con ritrosia. Eppoi però delinea bei sentori di fiori bianchi. La bocca invece apre fin da subito, immediata, su toni floreali e di frutta bianca, polposa e matura. Ed è vino che ha freschezza salina: bella spalla acida, come usa dire chi usa certi tecnicismi. Ed ha buona lunghezza, sul frutto. Insomma: si distende sul frutto in un finale interessante. Mica male come prova complessiva.
85/100 – due lieti faccini :-) :-)
Lugana 2006 Feliciana
Ha, questo Lugana, naso verde, coi toni di clorofilla che mi piace trovare nei Lugana, ché so che poi col tempo s’intersecheranno con le vene sottili degl’idrocarburi. Ed ha accenni di pera, anche. E la bocca è poi sui medesimi toni, e anche questo mi va: fresca, salata, snella. Ci trovi frutto bianco non maturissimo. E ha lunghezza. Mi spiace un po’ solo quella nota dolcina sul fondo, il mio cruccio luganista.
78/100 – due lieti faccini :-) :-)
Lugana Sercè 2006 Feliciana
Apertosi l’olfatto dopo l’iniziale titubanza, ecco comparire le vene verdi e di già perfino minerali. In bocca c’è tensione notevole e grassezza e ricchezza di frutto e potenza. Certo, compare la vanigliatura, ché il vino ha fatto passaggio nel legno. Ma il rovere non s’avverte. E comunque ben si compensa, la nota di vaniglia, col frutto polposo. Ché la struttura è notevole, e così il carattere. E la lunghezza pure.
80/100 – due lieti faccini :-) :-)
domenica 12 agosto 2007
Fenomenologia del risotto con la tinca
Angelo Peretti
Stavolta comincio difficile. Dicesi fenomenologia «lo studio e la classificazione dei fenomeni, specialmente in quanto gradi o contenuti della coscienza filosofica»: definizione tratta dal Devoto-Oli.
Capisco che scrivere queste cose nei giorni di ferragosto può (legittimamente) far pensare a un mio improvviso colpo di sole, ma gli è che vorrei dire due cose riguardo a una questione che è quasi filosofica - se la filosofia si può applicare alla cucina, alla gastronomia - e che trae spunto da quanto Stefano Bonilli (Gambero Rosso) ha pubblicato verso fine luglio sul suo blog, il Papero Giallo. Il post titolava «Spaghetti con le vongole, ma buoni» (se volete, lo potete leggere per intiero cliccando qui), ed elogiando appunto un piatto di «semplici» spaghetti con le vongole mangiato da Uliassi (grande) a Senigallia, argomentava: «A volte le cose semplici sono le più difficili e non sempre i cuochi affermati sono contenti se ordinate un piatto di spaghetti con le vongole quando il menù è ricco di ben altre proposte. Ma un grande piatto di spaghetti con le vongole lo mangerete solo se c'è un bravo cuoco in cucina».
La cosa, me lo concedete, ha un certo che di filosofico. Ma francamente è proprio questo che, soprattutto, m’aspetto da un ristorante importante. Che faccia divinamente le cose semplici. Che abbia, che so, le vongole che sanno di vongole. Ma che abbia anche, il piatto nella sua completezza, una cottura perfetta, una consistenza appagante, una fragranza gratificante, una digeribilità assoluta. E non è mica facile. Ché far sintesi è impegnativo. E serve arte, creatività e soprattutto pensiero.
Della faccenda ho avuto occasione di parlare con Leandro Luppi, chef e patron della Trattoria Vecchia Malcesine, unico ristorante stellato dalla Michelin sulla sponda veneta del mio lago di Garda (il suo sito lo raggiungete cliccando qui). L’occasione, un passaggio a pranzo per assaggiare un piatto «nuovo» di cui avevamo discusso parecchio al telefono: un risotto con la tinca.
Ora, il risotto con la tinca è uno dei classici della cucina tradizionale del lago di Garda. A Lazise alcuni ristoranti ne hanno fatto una sorta di biglietto da visita. E quando, qualche anno fa, misi in piedi, con un piccolo team di ristoratori, il «campionato gardesano del risotto con la tinca» l’afflusso di pubblico fu tale da costringerci a cercare una sede sufficientemente ampia da soddisfare almeno in parte le richieste. Insomma: un must. Radicato nella tradizione. Che nasce, a mio modo di vedere, in una precisa epoca storica. Quando in riva al Garda veronese si coltivava, appunto, il riso. Accadde fra la seconda metà del Cinquecento e l’inizio del Seicento. A Garda c’è tuttora una località che si chiama Risare. Testi antichi raccontano delle risaie di Lazise. Nei pressi del municipio di Cavaion si vedono delle vecchie pile da riso. Nel 1686 ci fu un processo: la comunità di Garda voleva la bonifica delle risaie. Si diceva che in paese c’era una «mala qualità dell'aria, che resta infetta dal fetore che cagionano alcune risare». Causa vinta, risaie cancellate. Ne resta traccia nella ricetta: l’unione fra il riso e il guazzetto di tinca.
Quando Leandro mi telefonò dunque per dirmi che voleva mettere in carta un primo di stampo gardesano, magari reinterpretando qualcosa della tradizione, l’idea immediata fu quella del risotto con la tinca. Ma per darne una rilettura occorreva prima capirne la fenomenologia, trattando la ricetta come fosse un testo concettuale. Distillandone i contenuti. Che sono alla fin fine tre: il riso, ovvio, e poi il colore verde delle erbette e poi ancora, altrettanto ovviamente, la tinca. E riso e tinca s’uniscono solo nel finale. Con le erbe che fanno la mediazione fra i sapori. Questa è l’essenza del piatto.
Ne abbiamo discusso un bel po’, ho già detto. E poi Leandro i tre elementi li ha pensati e ripensati. Risolvendoli con genialità. Il riso al dente. Il verde ottenuto dall’aglio orsino, erba officinale che si trova anche sul Baldo, dal delicato sapore agliaceo. La tinca sopra, alla fine, spezzettata e prima leggerissimamente affumicata. Il tutto garantendo consistenza e saposrosità, ma anche leggerezza.
Come la penso? Che c’è riuscito. E quando lo provi, questo risotto del Vecchia Malcesine, pensi dapprima che sia un piatto d’assoluta semplicità. Ma siccome ad ogni forchettata l’armonia non cala, ma anzi si fa più coinvolgente, be’, allora t’accorgi che così semplice non può essere. E che è insomma un po’ come diceva Bonilli a proposito degli spaghetti con le vongole. Sembra un piatto facile, scontato. Poi te lo propone il cuoco che sa far cucina e sa pensare, e allora t’accorgi che c’è qualcosa d’importante in quell’apparente levità. Ed è un rifiorire del gusto.
Stavolta comincio difficile. Dicesi fenomenologia «lo studio e la classificazione dei fenomeni, specialmente in quanto gradi o contenuti della coscienza filosofica»: definizione tratta dal Devoto-Oli.
Capisco che scrivere queste cose nei giorni di ferragosto può (legittimamente) far pensare a un mio improvviso colpo di sole, ma gli è che vorrei dire due cose riguardo a una questione che è quasi filosofica - se la filosofia si può applicare alla cucina, alla gastronomia - e che trae spunto da quanto Stefano Bonilli (Gambero Rosso) ha pubblicato verso fine luglio sul suo blog, il Papero Giallo. Il post titolava «Spaghetti con le vongole, ma buoni» (se volete, lo potete leggere per intiero cliccando qui), ed elogiando appunto un piatto di «semplici» spaghetti con le vongole mangiato da Uliassi (grande) a Senigallia, argomentava: «A volte le cose semplici sono le più difficili e non sempre i cuochi affermati sono contenti se ordinate un piatto di spaghetti con le vongole quando il menù è ricco di ben altre proposte. Ma un grande piatto di spaghetti con le vongole lo mangerete solo se c'è un bravo cuoco in cucina».
La cosa, me lo concedete, ha un certo che di filosofico. Ma francamente è proprio questo che, soprattutto, m’aspetto da un ristorante importante. Che faccia divinamente le cose semplici. Che abbia, che so, le vongole che sanno di vongole. Ma che abbia anche, il piatto nella sua completezza, una cottura perfetta, una consistenza appagante, una fragranza gratificante, una digeribilità assoluta. E non è mica facile. Ché far sintesi è impegnativo. E serve arte, creatività e soprattutto pensiero.
Della faccenda ho avuto occasione di parlare con Leandro Luppi, chef e patron della Trattoria Vecchia Malcesine, unico ristorante stellato dalla Michelin sulla sponda veneta del mio lago di Garda (il suo sito lo raggiungete cliccando qui). L’occasione, un passaggio a pranzo per assaggiare un piatto «nuovo» di cui avevamo discusso parecchio al telefono: un risotto con la tinca.
Ora, il risotto con la tinca è uno dei classici della cucina tradizionale del lago di Garda. A Lazise alcuni ristoranti ne hanno fatto una sorta di biglietto da visita. E quando, qualche anno fa, misi in piedi, con un piccolo team di ristoratori, il «campionato gardesano del risotto con la tinca» l’afflusso di pubblico fu tale da costringerci a cercare una sede sufficientemente ampia da soddisfare almeno in parte le richieste. Insomma: un must. Radicato nella tradizione. Che nasce, a mio modo di vedere, in una precisa epoca storica. Quando in riva al Garda veronese si coltivava, appunto, il riso. Accadde fra la seconda metà del Cinquecento e l’inizio del Seicento. A Garda c’è tuttora una località che si chiama Risare. Testi antichi raccontano delle risaie di Lazise. Nei pressi del municipio di Cavaion si vedono delle vecchie pile da riso. Nel 1686 ci fu un processo: la comunità di Garda voleva la bonifica delle risaie. Si diceva che in paese c’era una «mala qualità dell'aria, che resta infetta dal fetore che cagionano alcune risare». Causa vinta, risaie cancellate. Ne resta traccia nella ricetta: l’unione fra il riso e il guazzetto di tinca.
Quando Leandro mi telefonò dunque per dirmi che voleva mettere in carta un primo di stampo gardesano, magari reinterpretando qualcosa della tradizione, l’idea immediata fu quella del risotto con la tinca. Ma per darne una rilettura occorreva prima capirne la fenomenologia, trattando la ricetta come fosse un testo concettuale. Distillandone i contenuti. Che sono alla fin fine tre: il riso, ovvio, e poi il colore verde delle erbette e poi ancora, altrettanto ovviamente, la tinca. E riso e tinca s’uniscono solo nel finale. Con le erbe che fanno la mediazione fra i sapori. Questa è l’essenza del piatto.
Ne abbiamo discusso un bel po’, ho già detto. E poi Leandro i tre elementi li ha pensati e ripensati. Risolvendoli con genialità. Il riso al dente. Il verde ottenuto dall’aglio orsino, erba officinale che si trova anche sul Baldo, dal delicato sapore agliaceo. La tinca sopra, alla fine, spezzettata e prima leggerissimamente affumicata. Il tutto garantendo consistenza e saposrosità, ma anche leggerezza.
Come la penso? Che c’è riuscito. E quando lo provi, questo risotto del Vecchia Malcesine, pensi dapprima che sia un piatto d’assoluta semplicità. Ma siccome ad ogni forchettata l’armonia non cala, ma anzi si fa più coinvolgente, be’, allora t’accorgi che così semplice non può essere. E che è insomma un po’ come diceva Bonilli a proposito degli spaghetti con le vongole. Sembra un piatto facile, scontato. Poi te lo propone il cuoco che sa far cucina e sa pensare, e allora t’accorgi che c’è qualcosa d’importante in quell’apparente levità. Ed è un rifiorire del gusto.
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