domenica 29 luglio 2007

Quando serve la soglia ottomila

Angelo Peretti
Bollire o friggere, il caldo è caldo. Se non altro, quando c’è umido mi rendo conto di avere caldo; se non è umido, ho la sensazione che qualcuno mi stia cuocendo di nascosto.
L’incipit non è mio. È di Joe R. Landsdale. Il libro è un noir, uno dei suoi, della serie di Hap e Leonard. S’intitola «Mucho Mojo». Avvincente e sboccato come gli altri. Editore Einaudi, collana Stile Libero.
L’incipit non è mio, ma fa un gran caldo lo stesso. E quando fa caldo capita magari di dire cose un po’ così. Mezzo strampalate. E allora sia.
E allora, ditemi, siete anche voi, come me, di quelli che preferiscono bere il vino di territorio? Che amano le bottiglie dei vignaioli? Che adorano lo spirito del terroir? Be’ andateci cauti. E imparate una piccola formula matematica. Quella che vorrei chiamare la «soglia 8000», e poi spiego cos’è e vi tengo dunque ancora un po’ sulla graticola, giusto per restare in tema di caldo.
Il problema è questo: siamo proprio sicuri che quel tal vino che tanto ci è piaciuto viene proprio dalle uve di quel tal produttore? Per esserne certi, bisogna fare atto di fede. O andare per approssimazione. Perché di uve e di mosti e di vini in cisterna in Italia ne girano, oh se ne girano! Tutto un via vai di vino lungo le italiche autostrade, superstrade, statali, provinciali eccetera eccetera. Dunque, fidarsi è bene, ma...
Potrete obiettare: c’è l’etichetta. E in effetti sull’etichetta (in realtà quasi sempre sulla retro, che però è quella che contiene le descrizioni di legge, e quindi, tecnicamente sarebbe la vera etichetta) qualche indicazione c’è. Se è scritto che il vino è «prodotto e imbottigliato da» dovrebbe significare che l’intera filiera è nelle mani del produttore, se invece si scrive solo «imbottigliato da», vuol dire che chi firma il vino s’è limitato appunto a metterlo in bottiglia, e se poi c’è addirittura «imbottigliato da... per conto di...» allora è un semplice gioco commerciale.
In Francia, nella vecchia Francia che ha storia di denominazioni e di classificazioni un po’ più vecchia della nostra, può essere che in etichetta si scriva invece che il tal vino è di un «negociant» e che quell’altro di un « vigneron récoltant», il che è un po’ più chiaro. Negociant è chi fa commercio: compra insomma vino e poi magari lo affina, lo invecchia, lo assembla, fa le cuvée: ma dichiara che la materia d’origine non è sua. E mica vuol dire che il vino non sia buono, no: ci sono negociant francesi che mettono in bottiglia cose strepitose. Vigneron récoltant è invece chi fa il vignaiolo e raccoglie (e vinifica) la propria uva, che insomma ha vigna e produce partendo dalla terra. Ecco: direi che c’è maggior chiarezza. Ci sono alcuni che per certe etichette agiscono come vigneron récoltant, e per altre invece semplicemente come negociant. Ecco, io di questi, di tutti questi, mi fido.
E allora in Italia come ce la caviamo?
Facendo uso della «soglia 8000», almeno per i vini che non siano figli dell’appassimento delle uve, ché lì la formula non funziona.
La cosa viaggia come la descrivo qui di seguito.
Fatevi dire quanti ettari di vigneto (in proprietà e in affitto) ha quella determinata azienda e quante bottiglie produce complessivamente. Se dividendo le bottiglie per il numero d’ettari siete sotto quota 8mila, allora è quasi certo che quel tale fa il vino con la propria uva. Se andate oltre, allora magari c’è qualche aiutino (aiutone) esterno.
Mi spiego.
La maggior parte dei disciplinari di produzione ammette all’incirca 130 quintali di uva per ettaro. Mettiamo che mediamente chi fa vino di qualità produca 100 quintali per ettaro. Quelli bravi bravi, nelle zone dove sia oggettivamente possibile, scendono attorno agli 80, ma non dappertutto la vigna accetta rese così basse, e abbassarle troppo il carico d’uva la fa andare in stress, con risultati pessimi dal lato qualitativo. Sapendo che la resa in vino è del 70 per cento, vuol dire che dalle uve di un ettaro di vigneto si possono trarre, a seconda delle rese in uva, fra i 9mila e i 6mila litri di vino: sono le produzioni rispettivamente di chi produce 130 e 80 quintali di frutto (da 100 quintali di uva si ottengono 7mila litri). Dato che le bottiglie sono da tre quarti di litro, vuol dire che se si fanno 130 quintali di uva per ettaro è possibile avere 12mila bottiglie, producendo 100 quintali per ettaro si scende a 9300 bottiglie, a 80 quintali si è intorno alle 7500 bocce. Mediamente, per un vino di qualità secondo me occorre calcolare circa 8000 bottiglie per ettaro, anche in caso di territori e di vini che accettino rese in uva sopra i 100 quintali.
Perché mi fermo a 8mila, mentre ammetto che in certe zone se ne possano far di più? Perché credo sia impossibile che in una qualunque annata tutti, ma proprio tutti gli ettari vitati di un’azienda abbiano dato il meglio di sé: niente siccità, niente malattie, niente grandine, niente piogge eccessive, possibile? Sarebbe miracoloso. Ed è poi improbabile che tutte le vigne abbiano la medesima età, e quindi abbiano la stessa produzione d’uva. Di fatto, ritengo poco plausibile che la resa in uva sia omogenea e che contemporaneamente tutte le uve diano la massima qualità nel vino che se ne ricava. Qualcosa di meno buono ci sarà pure, o no?
Dunque, 8mila bottiglie per ettaro è già una bella soglia, una media accettabile, che può farvi pensare che il vino del tal produttore venga proprio dalle sue vigne. Ergo, per chi per esempio dichiara d’aver 5 ettari è realistico pensare che le bottiglie massime prodotte nell’annata siano 40mila (5x8mila), per chi ha 15 ettari, al massimo possiamo valutare 120mila bottiglie (15x8mila). E così via. Se ne hanno fatte di più, può anche starci, ma cerchiamo d’essere un po’ più cauti nel giudizio.
Adesso so che, lette queste righe, molti amici vigneron s’incavoleranno. Ma io parlo di medie, di soglie d’attenzione. Non dico assolutamente che avere vigna voglia dire fare buon vino: il prodotto naturale della fermentazione del succo d’uva è l’aceto, non dimentichiamolo mai. E so benissimo, parimenti, che si può avere in casa un grande vino anche se non si possiede un ettaro di vigna. Però se chi beve vino vuol avere qualche certezza che quell’è bottiglia figlia di terroir, allora qualche artificio prudenziale lo dovrà pur assumere.
Ora, per evitare simili escamotage autotutelanti per il consumatore, è ovvio che servirebbe un’operazione trasparenza. Ma ritengo un po’ utopistico che possiamo cominciare anche da noi ad aver quella trasparenza che ci fa dire se quand’ho fatto quel tal vino ho agito da vigneron récoltant o da negociant. I due ruoli hanno entrambi massima dignità, se il vino è fatto bene. Quel che non è dignitoso è far le cose senza dirlo. Ma se l’unico dio è il profitto, allora...
Oh, sì, lo so: mi son giocato l’amicizia di qualche vinificatore nostrano. Ma ho una scusante: il caldo. Dà alla testa. Qualche volta.

domenica 22 luglio 2007

Gambellara, l'altra garganega

Angelo Peretti
Il rischio è la sindrome da figlio d’un dio minore. Da ramo povero della famiglia. E invece no. Invece quei basalti e quella garganega sono altra cosa.
Sono stato di recente un paio di volte a Gambellara, terra vicentina appiccicata al confine veronese. Prima sosta per una degustazione dei bianchi locali insieme con un gruppo di produttori, ospite del consorzio di tutela della doc del posto. Seconda per visitare la cantina sociale, ché un paio di loro cose m’avevano incuriosito. E m’incuriosiva soprattutto cercar di comprendere se il mondo della cooperazione fosse in qualche modo sulla lunghezza d’onda dei piccolini, che m’erano sembrati convinti. Devo dire che ho trovato favorevole responso, anche se di strada, chiaro, ce n’è ancora da fare. E insomma mi son reso conto che lì, a un tiro di schioppo da quella capitale bianchista che è Soave, c’è, come dicevo, altra garganega che cresce sul basalto e che può dar buone bottiglie e che la via per arrivarci è stata imboccata. Avanti, allora. Bisogna crederci. Ci devono credere i vigneron. Senza soffrir sudditanze para-soavesi. Senza cercare improbabili imitazioni. Costruendo un percorso autonomo. Che guardi al terroir.
Quella di Gambellara è realtà semisconosciuta. Il paese è piccoletto, e non vi ho trovato grande attrattiva sotto il profilo dell’architettura, del paesaggio urbano (un centro come tanti altri della campagna veneta), mentre è bella parecchio, e verde, e quasi a tratti selvaggia, e ricca di vigna, la collina. C’è sasso nero, proprio basalto, su quei colli. Suolo di vulcano, che deve trasparire nel vino. E peccato che il basalto l’abbiano cavato un po’ selvaggiamente negli anni della fame, quando si doveva crear lavoro a tutt’i costi. Col costo, per esempio, d’abbattere una chiesuola antica per far largo alla cava. E dove non è basalto è tufo poroso e rossastro, che lì chiamano togo. E anche questa è terra pregevole da vigna e da vino.
Dentro all’abitato, a Gambellara, l’edificio più bello è forse la palazzina antica che ospita il consorzio di tutela. Proprio di fronte ha sede una delle più grosse aziende italiche del vino, la Zonin, che qualcosa col nome della doc locale imbottiglia, ma ormai come quota residuale, ché le attenzioni sono ben al di fuori dal territorio vicentino, con gli investimenti - importanti - che ha fatto in quasi tutt’Italia.
Ora l’uva, che come ho detto è garganega (o forse garganego, al maschile, come qualcuno dice da queste parti), che è vocatissima per le terre figlie dei vulcani. Quanto alla doc, la denominazione d’origine prende dentro, insieme a Gambellara, altri tre comuni, che sono Montebello Vicentino, Montorso Vicentino e Zermeghedo, nome che sembra uno scioglilingua. Poco più d’un migliaio d’ettari in tutto. Ci si fanno, dentro alla doc, più vini. Il Gambellara, appunto, bianco, il Gambellara Classico, riservato alle vigne di collina, e poi il Recioto, dolce, da uve di garganega passite, e ancora il Recioto Spumante e infine quella stranezza che è il Vin Santo, sulla cui esistenza debbo far atto di fede, giacché nessuno, proprio nessuno me n’ha fatto assaggiare nelle due visite in loco.
Ora, so che stanno cercando d’approvare la denominazione garantita per il Recioto e, mi par di capire, per il Classico. E un po’ mi tremano i polsi, visti i sostanziali insuccessi dell’altre garantite ottenute negli anni più recenti in terra veneta: il Superiore del Soave e del Bardolino non sono mai decollati, e stenta il Recioto di Soave. Val proprio la pena? E, soprattutto, vale la pena far modifiche al disciplinare imponendo per la docg l’allevamento a filare in una zona da sempre orientata alla pergoletta? Non è che si stravolge, così, il vino, e si mira più a far vino di vitigno che non di terroir? Meglio meditarci un pochetto, temo. E invito.
Devo dire anche del mondo produttivo. Un’impressione: che ci sia – ci possa essere – quel giusto mix fra mondo consortile e iniziativa privata che ha segnato il successo d’altre terre del vino. L’importante è che si trovi sintonia fra le due componenti. E che si punti alla qualità.
Del resto, qualche vignaiolo del luogo è già da qualche anno sugli annuari del vino d’eccellenza: penso ai Dal Maso, a Cavazza. E poi c’è la cantina sociale, che secondo il vezzo corrente s’è tolta il sociale dal nome e dunque si chiama adesso Cantina di Gambellara. E la visita è stata d’interesse, ché è vero che fanno ancora tanto sfuso e tanti bottiglioni-tappo-a-vite (del resto dei quasi quattrocento conferenti ce n’è parecchi in pianura, e più di tanto da quelle vigne è oggettivamente difficile cavarci), ma c’è ottima mano d’enologo e idee chiare nel management. Vivaddìo, secondo me ce la faranno.
Altra meditazione che affido ai vigneron del Gambellara. Stanno spingendo, orgogliosamente, sul Recioto e sul Vin Santo. Per differenziarsi e quindi emergere. Lo facciano, per carità, lo facciano. Ma attenzione: non s’accreditino come produttori di vini centrati sulla dolcezza. Non commettano quest’errore di comunicazione. Ché il loro patrimonio è invece la garganega sul basalto, e quindi il bianco secco e minerale e di carattere. Non si distraggano dall’obiettivo vero. Per favore.
Ora, qualche vino. Ché è giusto dar l’idea, almeno brevemente. Mettendo insieme il meglio delle cose provate nelle due visite che ho detto. Col doppio punteggio, in centesimi e in faccini di piacevolezza.
Gambellara Classico Cà Fischele 2006 Dal Maso Bel bianco, signori miei, bel bianco. I Dal Maso li conosco da tempo. E li apprezzo. Qui c’è polpa e sostanza epperò anche freschezza e pulizia e lunghezza e vena minerale ora appena accennata, ma di già avvincente.
86/100
Tre faccini felici :-) :-) :-)
Gambellara Classico 2006 Virgilio Vignato Se non ho capito male, quest’è vino sperimentale, che quando l’ho assaggiato era ancora in vasca, e che mi piacerebbe aver dunque occasione di riprovare. Rustico, selvatico, eppure denso di frutto, nervoso, minerale.
83/100 sulla fiducia
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Gambellara Classico Paiele 2006 Giovanni Menti Ci scommetto su quest’aziendina. Ci scommetto perché ci trovo personalità, nel Paiele, e son convinto che tiene benone alla distanza e che se n’esce da quel suo carattere introverso e si farà ancora più minerale e interessante.
80/100
Due lieti faccini :-) :-)
Gambellara Classico Togo 2006 Cantina di Gambellara Tanto di cappello alla cantina sociale, se tira fuori ‘ste bottiglie dai vigneti di collina. Ragazzi, si beve che è un piacere, e ha frutto e lunghezza. Magari ci vorrei un pelo di freschezza in più, ma è bel vino, sicuro.
80/100
Due faccini contenti :-) :-)
Gambellara Classico Prime Brume 2006 Cantina di Gambellara Me l’han contestato i giovani del luogo, e me lo ricontesteranno. E io dico di riapprezzarlo, ché non è facile far numeri con questa pulizia. Mira all’immediatezza, spinge sull’aroma, ma santo cielo è gradevole!
76/100
Due faccini, rapportati alla tipologia :-) :-)

sabato 14 luglio 2007

Dove vola il Falcone

Angelo Peretti
Bordeaux, provincia di Mantova. Sembra un’eresia, un vituperio. Com’è possibile azzardarsi d’accostare la madre dei grandi rossi con la miserrima terra virgiliana dei Lambruschi? A parte il fatto…
A parte il fatto che a me, clarettista bordolese convinto, piacciono anche i Lambruschi mantovani, e quando son ben fatti, con quel loro colore cupo e quei toni di mora e di ciliegia stramatura e di prugna cotta, e quella ruvida effervescenza, e quella spuma cremosa, be’, li bevo volentieri. E ci faccio anche il bevr’in vin, versandone un poco nella fondina degli agnoli in brodo, e non disprezzo il colorito violaceo che se ne ricava e quel tono acidulo che se ne ottiene. A parte tutto questo, nel Mantovano non si fa mica solo Lambrusco, nossignori. Ché dalle parti alte della provincia, verso il lago di Garda, là dove si chiude la cerchia dei colli morenici, depositati dai ghiacciai chissà quanti e quanti secoli fa, ci sono altre vigne. E se ne coltivano, e con buon risultano, anche d’origine bordolese: il cabernet, il merlot. Che si leggono all’italiana, come avviene da anni et annorum: cabernèt, merlòt, coll’accento marcato.
C’è per esempio, su quelle colline, dalle parti di Monzambano, quasi un tiro di schioppo dal lago, un vigneto di cabernet sauvignon che dà buon frutto e intrigante vino. Lo chiamano il Vigneto del Falcone e venne piantato nel 1965, come sperimentazione, col contributo dell’amministrazione provinciale di Mantova. Nel 1986 i Piona della Cavalchina di Custoza cominciarono a vinificare quelle uve.
Ho avuto di recente la fortuna di provarne le bottiglie in verticale, seguendo il corso delle annate pressoché dall’inizio, ché abbiamo cominciato coll’87, ed è incredibile andare così indietro con le etichette della regione gardesana. E già questo n’avrebbe fatto una degustazione memorabile. Ma quel che più m’ha stupito è stata l’integrità e anzi l’eleganza di cert’annate. Che facevano davvero - e mi si perdoni l’ardire - pensare a vini del Bordolese, ohibò.
Oram di quella degustazione vorrei dar conto, non prima di qualche avvertenza. Innanzitutto, il cambio di nome e d’azienda. L’87 uscì come vino da tavola col marchio Cavalchina. Dall’88 fu vino da tavola Alto Mincio, sempre Cavalchina, Nel ’90 ancora Alto Mincio, ma con la ragione sociale La Predina, l’azienda fondata apposta a Monzambano dai Piona. Dal ’96 c’è la doc: diventa Garda Cabernet Sauvignon. Fino al ’97 s’imbottigliava in vetro bordolese, dal ’98 si è passati alla bottiglia borgognotta, con una nuova etichetta, e al posto della vecchia intitolazione di Vigneto del Falcone, il vino ha preso a nomarsi solo Falcone. E questo per spiegare le differenze di nomi che troverete di seguito. Il vino resta quello, denominazione a parte.
Da sempre, aggiungo, è rosso che ha fatto affinamento in barrique: fino all’87 sei mesi, dall’88 dodici. Da sempre, pure, al cabernet s’è aggiunto un po’ di merlot, «per dare rotondità», m’ha detto Luciano Piona, aggiungendo che il taglio è variabile a seconda dell’esito dell’annata. «Ma a far la differenza - seguita Luciano - è stato il cambio di cultura enologica».
Aggiungo una nota ancora: il Falcone racconta bene le annate, eccome. È vino che ha dunque personalità. Ed ha prezzo certamente interessante: il privato consumatore in cantina lo paga attorno ai 12 euro e lasciatemi dire - v’accorgerete dalle schede qui sotto - sono molto, molto ben spesi.
Ora, la verticale, col doppio voto, in centesimi e in faccini.

Vigneto del Falcone 1987 Cavalchina Colore povero. Vino, ahinoi, ossidativo, ancorché conservi un pelo ancora d’acidità, che l’ha in qualche modo salvato. Un ricordo di liquirizia. Si beve ancora.
70/100 – niente faccini

Alto Mincio Vigneto del Falcone 1988 Cavalchina Colore scarico. Note verdi e venature minerali al naso. La bocca non è male: fresca, tannica. Il frutto è un po’ decadente. La vena ossidativa non dà fastidio. E ha discreta lunghezza. Cresceva la perizia produttiva.
78/100 – un faccino :-)

Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1990 La Prendina Oh, oh, la prima sorpresa, il cambio di marcia! Sembra ancora giovane, questo rosso del ‘90. Il colore s’è fatto però più denso dei due precedenti. All’olfatto è dapprima ritroso, vegetale, eppoi ecco venature floreali e memorie balsamiche. E vegetalità c’è anche al palato. E frutto E bel tannino.
86/100 – due lieti faccini :-) :-)

Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1991 La Prendina Si batte col ’90 in termini di personalità, ma è più evoluto, più avanti nella maturazione. Propone all’olfatto vene animalesche e minerali. E frutto surmaturo. E spezia. La bocca è in sintonia. Rosso snello, ancorché il tannino appaia un po’ ruvido. In ogni caso, per me fascinoso.
85/100 – due faccini e quasi tre :-) :-)

Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1992 La Prendina Qui l’annata non ha aiutato. Il vino ha naso verde. Sotteso c’è il piccolo frutto di bosco (la mora). La bocca è scorrevole: manca profondità.
74/100 – un faccino :-)

Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1993 La Prendina Ostico e quasi terroso al naso, dapprima, poi pregno di note di cacao e caffè. E ha vaghe memorie di foglia di geranio. In bocca c’è tannino quasi aggressivo e un po’ secco. È vino che chissà come e quando evolverà.
80/100 – Un faccino e quasi due :-)

Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1994 La Prendina Naso difficile, vene minerali sopra al frutto. Bocca un po’ secca nel tannino. Problemi di tenuta del tappo, Probabilmente.
Nel dubbio di tenuta, nessun giudizio, ovviamente.

Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1995 La Prendina Wow! Che bel vino, ragazzi, che bel rosso. Naso giovanilmente sul frutto. Elegantissimo. In bocca è fruttato e fresco e calibratissimo nella rotonda tannicità. E c’è beva considerevole, anche. Succosa, gratificante. Fa molto Bordeaux. Ed ha davanti ancora lunga vita. Averne di bottiglie così in cantina!
90/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)

Garda Cabernet Sauvignon Vigneto del Falcone 1996 La Prendina D’accordo, sarà anche un vino un po’ più piccolino del magnifico ’95, ma anche di queste bottiglie vorrei averne qualcheduna nella mia cantinetta. È splendido, ma per motivi quasi opposti a quelli del predecessore: è fresco, ha frutto croccante e quasi surmaturo, ha spezia, ha beva. Col tempo, emergono nel bicchiere la menta e l’eucalipto, fascinosi.
86/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)

Garda Cabernet Sauvignon Vigneto del Falcone 1997 La Prendina È ancora giovane questo ’97. Verde, tanto verde. Al naso e in bocca. Ha di poi fragranze possenti di cacao, caffè, frutta rossa stramatura, spezia. In bocca c’è tanto, tanto fruttone, morbido e masticabile. Materia a iosa. E tannino vellutato. C’è chi l’adora per la sua pienezza. Gli preferisco un po’ le due annate precedenti, ma con quelle fa un tris da applauso.
89/100 – Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 1998 La Prendina Frutto denso, cacao, spezia all’olfatto. In bocca è sullo stesso tono. E appare caldissimo. E ha tannino ben espresso. Magari, ecco, vorresti maggior equilibrio, ché qui prevale la potenza rispetto alla beva delle precedenti annate.
85/100 – due faccini :-) :-)

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 1999 La Prendina Gl’inglesi e gli americani, quando descrivono i rossi di Bordeaux, indicano sempre se son vini da bere o da conservare: drink or hold, per dirla con la lingua loro. In questo caso: hold, aspettare. Ché è vino giovanissimo e chissà quando sarà pronto e bisogna aspettare. Materia, materia, materia. Frutto e tannino. Potenza. Bella bottiglia che è un peccato aver stappato adesso. Complimenti, in ogni caso.
88-90/100 – troppo presto per i faccini

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2000 La Prendina Vennero due temporali a compromettere la raccolta, nel 2000, a Monzambano. E il cabernet venne aiutato con un po’ di merlot appassito. E si salvò dunque l’annata. La correzione si sente: frutta in confettura, stramatura. Ha vene balsamiche. Ma è un po’ corto.
78/100 – un faccino :-)

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2002 La Prendina Ricordate le piogge del 2002? Altr’anno difficile. Note di canfora all’olfatto. La bocca è ben costruita, ma ha tannino un po’ ruvido che comprime il frutto.
78/100 – un faccino :-)

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2003 La Prendina Ecco, riprendo la storia del drink or hold alla maniera anglosassone. In questo caso è drink: bevetelo subito, e ne avrete oltretutto soddisfazione considerevole, ché è vino di bell’appagamento. Ha frutto e caramellina alla mora e confetture di bacche di sambuco. Poi, in bocca, morbidezza e rotondità e velluto. Una vena verde che gli dà slancio. Niente male per la calura del 2003.
88/100 – Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2004 La Prendina Qui fateci quel che volete. Potete seppellirlo in cantina e dimenticarlo chissà quanti anni prima di berlo, potete stapparvelo subito e godervelo nella sua immediatezza fruttata. Buonissimo adesso, buonissimo, probabilmente, negli anni. La quadratura del cerchio. Succoso, giovanile, fragrante. Piacevole. Elegante. Grande.
90/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)

Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2005 La Prendina Sta ancora sostando nel vetro, riposando. Ha tanto, tanto piccolo frutto. Rosso e croccante. Promette bene, molto bene. Ovvio, va atteso ed è presto per dare un giudizio. Ma comprarselo appena esce non è assolutamente un errore… Direi, anzi, saggezza.
88-90/100 – ovviamente presto per i faccini

sabato 7 luglio 2007

Top 2007 a metà percorso

Angelo Peretti
Giro di boa dell’anno. E dunque appuntamento con la mia personalissima classifica delle bottiglie migliori assaggiate nei primi sei mesi del 2007. Quindici in tutto, in fila alfabetica: niente categorie. Ma se proprio vogliamo andare a categorizzare, dico che sono sei bianchi e cinque rossi e due bollicine e due vini dolci (uno bianco, uno rosso). Mancano i rosati, ma solo perché li voglio riassaggiare, quelli che più mi son piaciuti, e vedere come tengono il tempo.
Lo so, probabilmente ai miei lettori poco interessa di cosa sia piaciuto a me. Ma mettiamola così: sono dei consigli per gli acquisti, delle linee di tendenza, l’occasione per ricordare cose di cui ho già parlato e per menzionare bocce di cui magari non parlerei in altre rubriche. Qualcuna memorabile è più facile da trovare in commercio, qualche altra di più problematica reperibilità. Insomma: in bocca al lupo per chi ci vuol provare a mettermi alla prova replicando l’assaggio.
Dicevo un anno fa che un’opinione sulle tendenze in atto nel mondo del vino me l’ero cominciata a fare: rossi sempre più morbidi e sul frutto (e da bere anche relativamente giovani) e bianchi che giocano sulla tensione acida, sulla freschezza, sulla durata. Mi pare che si possa confermare la previsione sui bianchi, e sul declino ormai sancito del passaggio in legno. Per quel che riguarda i rossi, be’, vedo ancora confusione, ché veramente seguitano ad aver successo i rossi morbidamente fruttati (che dire della marcia trionfale dell’Amarone e del Ripasso, che han quasi mandato in soffitta il piccolo Valpolicella?), ma nel contempo tornano alla ribalta i bordolesi, quelli veri, che certo non giocano sulla potenza ma sull’eleganza, sulla finezza, e in Borgogna s’è pure fatta autocritica, ricominciando ad abbassare i toni (colore densità) per tornare alla tradizione. E in America si parla sempre più di vini dei climi freddi, che hanno appunto tensione di beva più che muscolo. Eppoi c’è l’altra tendenza, che sarà anche modaiola, ma mi fa piacere, visto che son da sempre bevitore della tipologia: quella dei rosé, esplosa ormai a livello planetario. E comunque la bollicina buona è un evergreen, e in giro si beve parecchio Champagne (avete notato quanti wine bar si sono ormai attrezzati con due-tre tipologie di bolle francesi e come di marchi ne girino sempre di più e di nuovi?).
Adesso quel che sta piacendo di più a me.
Resta intatta la passione per i Riesling tedeschi e per i vecchi Bordeaux, soprattutto Médoc, non c’è dubbio: I miei riferimenti enoici, nel bianco l’uno, nel rosso l’altro.
Privilegio comunque il mondo bianchista. Mi stanno piacendo sempre di più gli strani, incredibili bianchi del Jura, con quelle loro vene ossidative combinate con una freschezza che lascia a bocc’aperta. E continuano a piacermi i bianchi della Loira a base d’uve di chenin. Dovendo scegliere, tra i bianchi italiani propendo per Soave, e in classifica ce n’è uno solo, e ripetuto dall’anno passato, ché gli assaggi li ho fatti quasi tutti in questi primi giorni di luglio, e dunque saranno semmai nella top di fine anno. Tra i rossi italici, invece, quando mi capita un buon nebbiolo non disdegno certo di stappare: peccato mi capiti troppo poche volte di bere Barolo. Se bevo bollicine, mi perdonino i vigneron nostrani, ma punto sullo Champagne.
In ogni caso, quando qualcuno mi chiede quale sia il vino che preferisco, rispondo in modo elementare: quello buono. E dev’esser bontà che ha qualcosa da raccontare. Sennò che gusto c’è?
Ed ora, largo alle segnalazioni.

Arbois Savagnin Cave de la Reine Jeanne 2003 Stèphane Tissot Bianco. Uno di quei bianchi strani e complessi e difficili che fanno nel Jura. Naso stratosferico, che evolve lentamente, lungamente. Corrispondenza al gusto. Da tenere nel bicchiere e goderne l’evoluzione. Nespola, frutto surmaturo, noci, canfora, spezia. E lunghezza. E freschezza. Bevuto in maggio.

Arbois Solstice 2002 Domaine de la Tournelle Bianco. Santo cielo, un altro Arbois. L’avevo bevuto nel maggio del 2005 e m’era molto piaciuto. Ritrovandolo (ribevendolo) a gennaio 2007 il piacere è amplificato. Rustico, antico. Naso di nespola selvatica e mallo di noce. Bocca di fiore giallo macerato e mandorla. Beva scattante e lunghezza appagante. Eroico.

Barolo Marenca 2001 Luigi Pira Rosso. E già, un buon Barolo è un buon Barolo, e basterebbe questo. E insomma, se ha ragione Nico Orengo che il Barolo ha da esser connubio di viola e di liquirizia, quest’è Barolo vero. Ottenne i tre bicchieri Gambero&Slow e il giudizio è condivisibilissimo. Bel rosso, bel rosso. Elegante e avvincente. Bevuto in marzo.

Bourgogne Hautes-Côtes-de-Beaune 2004 Francois et Denis Clair Rosso. Subito magari non ti fa impressione questo Pinot Nero borgognone. Ma poi ecco che il fruttino e la viola s’impossessano del palato e vi s’insediano e t’avvincono non per muscolo ma per grazia. Allora capisci perché la guida Hachette gli ha dato il coup de coeur e le tre stelle. Ribevuto in gennaio.

Champagne Aÿ Grand Cru Fût de Chène Brut 1995 Henri Giraud Bolle. Ah, le bollicine, le buone bollicine! Tanto frutto, piccolo, di bosco & sottobosco (ribes, nespola, mela asprigna selvatica), fascinoso, perenne nel naso e nella bocca. Croissant tiepido, pane sfornato. Carbonica perfettamente integrata. Elegantissimo, aristocratico Champagne bevuto in febbraio.

Champagne Brut Rèserve Grand Cru André Beaufort Bolle. Come una brioche all’albicocca, morbida, fragrante di burro e di frutto. Così m’è parso questo Champagne. Uve allevate con metodo biologico. Cremoso e magari un po’ dolcino, old fashioned. Ma ne bevi un bicchiere e un altro e un altro. Seducente setosità. In maggio: bottiglia con sboccatura gennaio 2006.

Haut-Médoc 1996 Château Sociando-Mallet Rosso. Naso elegante, speziato & fruttato insieme. Fascinose note balsamiche. Frutta ed eucalipto. Avvincente trama tannica. Vino bevibile e tosto insieme, che t’inganno, ché pare facile ed è invece complessissimo. Cresce alla distanza, si fa sempre più fine. Ed è ancora giovanissimo. Buonissimo, buonissimo. Bevuto in maggio.

Nahe Bingerbrücker Abtei Rupertsberg Riesling Beerenauslese 1976 Schlösschen am Mäuseturm Dolce. Me ne sono accaparrato qualche bottiglia e ogni tanto n’apro: da buone a buonissime. In maggio, strepitosa. Fichi in conserva, albicocca secca, miele di castagno, vaniglia, dolcetti tedeschi speziati, timo, erbe balsamiche. Freschezza & dolcezza. Da brivido.

Nahe Oberhäuser Leistenberg Riesling Kabinett 2004 Hermann Dönnhoff Bianco. Il Riesling germanico mi piace, e quest’è bel Riesling. Con quel naso che fonde fiori e resine e vene minerali. E la beva che è assoluta gratificazione. E l’equilibrio tra freschezza e morbidezza. Bevuto in gennaio, ribevuto in giugno. Il tempo passa e la memoria resta.

Pauillac Premier Crû 1993 Chateau Mouton Rothschild Rosso. Quando si dice la finezza: almeno per come la penso io, non c’è corpo, struttura, tannino, alcol, fruttone, palestra che tenga. Ed è la finezza a fare di questo rosso un vino da applauso. Avvince per armonia ed eleganza, si distende pigramente sul frutto. Ha lunghezza, persistenza. Bevuto, con gioia, in aprile.

Poully-Fumé Mademoiselle de T 05 Chateau de Tracy Bianco. Oh, insomma, che volete: se bevo un Sauvignon ha da esser della Loira, ché là non c’è noiosa traccia vegetale, ma fiore, e tanto. E questo qui è un bel Sauvignon, sissigori, e affascina col bouquet. Ed ha fruttino bianco e piccolo e pure anche sfoggia freschezza invitante e armonia. Bevuto la bottiglia in gennaio.

Recioto della Valpolicella Classico Vigneti di Moron Domini Veneti 2000 Cantina di Negrar Dolce. Lo ricordo finalista per i tre bicchieri, questo Recioto valpolicellese, senza però ottenerli nella guida del 2003. A distanza, s’è fatto ancora più elegante, quasi austero. Avvince la dolcezza, ma intriga vieppiù la speziatura, complessa. S’aggiunge fiore essiccato. A gennaio.

Savenniéres-Coulée-de-Serrant Clos de la Coulée de Serrant 1980 Nicolas Joly Bianco. Joly sarà anche un affabulatore, e insomma avrà anche l’immagine del guru con quel suo essere leader del mondo biodinamico, ma le vecchie bottiglie della Coulée de Serrant son davvero buone. Non mostra traccia di cedimenti questo chenin dell’80. Bevuto in febbraio.

Soave Monte Fiorentine 2005 Cà Rugate Bianco. Oh, insomma, so che mi ripeto e che l’ho già inserito nella top 2006, ma continua a strapiacermi e seguito a straberlo se solo ne trovo altre bottiglie. Insisto: è frutto gioioso quello che emerge dal bicchiere. Per me, un bianco ch’é benchmark per chi voglia far vini di beva & carattere insieme. Ribevuto in aprile.

Valpolicella Classico Superiore 1999 Giuseppe Quintarelli Rosso. Il Bepi è il Bepi, e i vini che fa hanno il suo imprinting, il suo stile unico. E se te n’innamori può essere un guaio... Ma l’amore non conosce ostacoli, si dice: dunque, lasciamoci ammaliare da questo frutto nobilmente vellutato, avvolgente, potente, caldo & bevibile insieme. A maggio.

domenica 1 luglio 2007

Massimo Ronca, vigneron a Sommacampagna

Angelo Peretti
Lasciatemelo dire: non son mica periodi di vacche grasse, questi qui, per i vignaioli della sponda veronese del lago di Garda. Il Bardolino si dibatte in una crisi d’identità: si salva (e salva i conti economici) il Chiaretto, ché è periodo di tendenza rosata. Il Custoza tira di più, sull’onda del ritorno d’interesse per i bianchi, ma i prezzi non sono certo alle stelle e anche qui magari c’è da colmare qualche gap di comunicazione. Non è che manchino, sia dal lato bardolinista che da quello del Custoza, produttori che facciano le cose per bene, ed anzi ci sono vini che io reputo di gran bell’espressione, ma c’è strada - tanta - che va recuperata per darne una miglior percezione. Ora, che nell’entroterra gardesano nasca proprio adesso una nuova cantina votata al credo del Custoza e del Bardolino è già di per sé una (buona) notizia. Da salutare con un qualche entusiasmo, ché potrebbe essere l’avvisaglia d’una svolta: i nuovi investimenti aiutano tutti, credetemi. E lo è di più se si considera che questi nuovi entrati hanno deciso di prendere il toro per le corna, puntando a vini che abbiano personalità ben definita.
Confesso che di Massimo Ronca e della sua decisione di far vino a Sommacampagna non avevo mai sentito parlare prima. Prima del giorno, intendo, in cui nella casella di posta elettronica mi sono trovato l’invito all’inaugurazione della sua cantina. Un pdf d’impostazione elegante, è in zona non ne girano mica tanti del genere. E son rimasto sorpreso a vedere le foto delle bottiglie: tre bianchi e un rosso tutti in borgognotta, ed è un’altra anomalia in un’area in cui spopola la bordolese. E per di più con etichette dalla grafica minimalista-moderna, che non passa inosservata. Etichette e packaging affidati ad un art director, Marco Campedelli.
Lo confesso: la prima intenzione è stata di lasciar perdere. Mi son chiesto se fosse davvero possibile che qualcuno si mettesse a metter soldi sul far vino in questa zona. E ho fatto spallucce. Mai aver preconcetti, ed io l’ho avuto: pensavo a un qualche parvenu che volesse fare il vignaiolo così, per moda. Poi la foto di quelle bocce atipiche ha continuato - per fortuna - a stuzzicarmi. E, insomma, all’inaugurazione non ci sono andato, ché non mi piace molto transitare per gli eventi mondani. Ma ho fissato un appuntamento e mi son fatto vivo qualche giorno dopo in via Val di Sona, che è poi una stradella che imboccate sul percorso che dall’uscita autostradale di Sommacampagna porta verso Bussolengo, poco prima del ponte della ferrovia: proseguite fino a uno stabilimento di ceramiche e proprio lì di fronte si entra fra i vigneti. O meglio, si entra fra i primi ettari di kiwi (e quelli continuano a rendere abbastanza), ché le vigne sono un po’ più sopra, sulla collinetta: una ventina d’ettari, dai quali si traeva uva da conferire alla cantina sociale. E già questo per me è stato una specie di schiaffone, ché ho trovato smentita all’idea che si trattasse di neofiti: i Ronca fanno uva dal ’76, mica da ieri. Settanta per cento per il Custoza, il resto per il Bardolino. Poi, col 2006, la decisione di mettersi in proprio. E di chiamare a interpretare vigna e terroir Enrico Paternoster & Gianni Gasperi & Roberto Lechthaler, tutta gente che sa il fatto suo e che ha bell’esperienza. Chapeau.
Fra vigna e cantina, ho potuto conversare dunque con questo Massimo Ronca, che è produttore giovane e m’è parso che veramente abbia l’intenzione di far parlar di sé per le sue scelte. N’ha già fatte di coerenti anche nell’impostazione degl’impianti di produzione: acciaio piccolo, in modo da tener separata ogni singola pigiatura, ogni porzione di vigneto (non c’è per ora botte alcuna di legno), per poi far cuvée. Ed anche alla vigna s’è data nuova impronta, con un restyling delle vecchie cose e la posa di nuovi filari. Chiaro che occorrerà il tempo di vederne appieno i frutti. Ed altrettanto chiaro che, intanto, s’imbottiglia solo piccola parte, e il resto va via in cisterna: mica è possibile che uno dall’oggi al domani trovi la forza di vendere un centinaio di migliaia di bottiglie e più. Ma quel poco, ed è solo la prima annata, l’ho reputato interessante parecchio, e dunque eccomi qui a darne conto.
Dico dunque che m’è parso che i vini della prima annata, quella del 2006 - son quattro le etichette -, siano tutti ben fatti. E che mi sembrano anzi destinati a dare ancora miglior impressione un po’ più avanti coll’affinamento nel vetro. Credo che riprovandoli nell’autunno li si potrà trovar cresciuti, e spero d’aver occasione di farne di nuovo la prova. E comunque sono vini che hanno carattere e non vogliono seguire mode piacione: secchi, secchissimi, mica i morbidoni che troppe volte ti trovi d’attorno. Bene. E dico tra me che ci vuole coraggio e determinazione (e forse anche un po’ d’incoscienza) a mettersi in una simile avventura, ma insomma, il punto di partenza è di già bello alto. E se il buon giorno si vede dal mattino, m’aspetto belle cose dalle vendemmie che verranno, quando le vigne risistemate e quelle di nuova piantagione daranno frutto ancora più netto. E dunque incoraggio l’intrapresa.
Ordunque, i quattro vini di questa neonata aziend’agricola Ronca.
Custoza Tèra 2006 Il nome è in dialetto: terra, vuol dire. Che è quasi una dichiarazione d’intenti. Le uve son garganega e tocai (qui detto trebbianello) in quasi ugual misura. E dico che è bianco fra i più intriganti all’olfatto che mi sia capitato d’annusare negli ultimi anni in zona gardesana. Memorie balsamiche di pino mugo s’espandono a onde dal bicchiere. E sotto frutto bianco (e pera). E fiore bianco secco. Buona pure la bocca, che ha bella progressione: dapprima il frutto, tanto, di poi la freschezza salina, e il finale è asciutto. Ha buona polpa. Magari vorrei maggior lunghezza, ma diamo tempo al tempo. Intanto, mi godo le fragranze.
Costa in cantina a privati 4,70 euro per una bottiglia (27 la cassa da 6).
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Garganega Camì 2006 Camì sta per Camilla, la figlia del patron. La garganega è l’uva per eccellenza del luogo. Al naso tanto fiore bianco: camomilla. E accenni verdi, di clorofilla. E frutto bianco. Bel bouquet, davvero. Bocca tesa. Materica. Finale secco, da bianco di razza. C’è una vena un po’ amara che preferirei non trovare, ma credo che col passare dei mesi tenderà a scomparire.
Costa 4,50 euro (25,80 in cassa).
Due lieti faccini :-) :-)
Bianco Meuì 2006 Francesismo storpiato nel nome: ma sì... Gran parte tocai, l’uva, e poi un filo di pinot bianco. E medesime note balsamiche del Custoza. E begli accenni di florealità. E frutto: la pesca nettarina, bianca, quando ancora è croccante, non del tutto matura. In bocca grande sapidità & salinità. E lunghezza. E possanza. Magari quel filino d’amaro in più, ma anche qui c’è da lasciar tempo.
Costa 5,50 euro (31,80 in cassa)
Due lieti faccini :-) :-)
Bardolino Erre 2006 Erre sta per Ronca. O per rosso, fate voi. Ed è Bardolino che non bada ai formalismi: frutto maturo e tannino. Corvina all’ottanta per cento. Il resto è rondinella e perfino la quasi abbandonata altrove molinara, che nella vigna c’è e allora perché non adoperarla? Naso da chiodo di garofano, da cannella in stecca, da buccia d’arancia caramellata. E fragolona matura. In bocca c’è tensione, e frutto, e vena vagamente erbacea, e spezia. Bardolino da bere subito e, penso, ancora più interessante se si ha pazienza d’aspettarlo.
Costa 4,80 euro (27,60 in cassa).
Per ora, un faccino e quasi due :-).

sabato 23 giugno 2007

Per dirla col Blasco

Angelo Peretti
Mentre studiavo per gli esami di maturità, ed è passata una vita, ascoltavo una radio modenese. Trasmetteva da Zocca. Si chiamava Punto Radio. Non c’è n’è mai più stata una di così belle. Aveva, tra i suoi animatori, un tipo che cominciava allora a fare i primi concerti. Si chiamava Vasco Rossi. Oggi riempie gli stadi. Bene, i miei esami non c’entrano niente, e neppure la radio, ma quand’ho finito di leggere il numero di maggio di Wine Spectator mi si è stampato in testa il Blasco che canta: «C’è qualcosa che non va». E a non andare sono i rosé, quelli italiani: saranno anche buoni, ma sono muti. E così mi son dato il pretesto per spiegarmi.
La copertina del più venduto fra i magazine enoici del mondo, in maggio era dedicata - udite, udite - al rosé. «Explore the many flavors of this attractive wine», strillava, invitando il lettore ad «esplorare i molti aromi di questo seducente vino». Ma non era proprio Wine Spectator la Bibbia dei vinoni pieni, robusti, tannici, concentrati, palestrati che hanno imperversato per un decennio almeno? Qualcosa sta cambiando, ed era ora. E i rosati stanno davvero imperversando. Al punto da conquistarsi la massima visibilità anche sulla testata leader degli States. Qualche anno fa sarebbe probabilmente sembrato eretico solo pensarlo. È la nuova tendenza, che attrae anche i guru a stelle & strisce. Che sia venuta l’ora che capiscano anche loro che il vino si deve bere, vivaddìo? Bene.
Dice il servizio che negli ultimi cinque anni i bevitori americani hanno mostrato un crescente interesse verso i rosé. Le vendite si sono incrementate del 40 per cento già nel 2004. Le regioni meridionali della Francia, «the spiritual home of rosé», la casa spirituale dei rosati, hanno aumentato del 50 per cento l’export verso gli Stati Uniti fra il 2005 e il 2006. Nel ’95 Wine Spectator recensiva solo 94 rosé, nel 2006 è passato a 200. I ristoranti statunitensi hanno cominciato a inserire pagine di rosé nelle loro liste. Segnali importanti. Di nuovo bene.
Ma allora, cosa c’è che non va? C’è che l’articolone entra nel dettaglio delle aree di produzione. E all’Italia, che di rosé ne produce parecchi - e anche di parecchio buoni, talvolta - dedica queste sole parole: «In Italy, rosé is known as rosato and is often made from Sangiovese». Tutto qui. E per chi non mastica l’inglese traduco: «In Italia, il rosé è conosciuto come rosato ed è spesso fatto da uve di sangiovese». Roba da restare allibiti.
Come dite? Americani ottusi? Può anche darsi. Ma qui balza all’occhio soprattutto un’altra realtà, quella degli italiani incapaci di comunicare. Se in America si pensa che gli italici rosé siano roba toscana fatta col sangiovese, be’, c’è da preoccuparsi. E i fascinosi rosati del Salento? E i Chiaretti del mio lago di Garda? Inutile che i produttori rosatisti delle nostre parti se la tirino tanto: di là dell’oceano non li considerano, non li conoscono, non se li filano. Evviva.
Non sappiamo comunicare: mi sembra chiaro. Non sappiamo mettere in rilievo le nostre prerogative, le nostre peculiarità. Ci contentiamo di seguire l’onda, fiutando il mercato. Vanno i rossi concentrati? Facciamo rossi concentrati. Vogliono i bianchi in barrique? Mettiamo i bianchi nelle botticelle. Parte il trend dei bianchi in acciaio? Contrordine compagni: via il legno. Monta la moda dei rosati? Tutti a fare rosé. Tutto lecito, tutto comprensibile: business is business. Ma se per una volta ci concentrassimo a mettere in luce quello che siamo? Possibile che noi, da sempre ottimi produttori di vini in rosa, non l’abbiamo mai gridato al mondo, quasi vergognandocene? Come fossero stati roba da femminucce nei tempi delle bottiglie tutto muscoli e pettorali. Anzi: avvalorando quasi quest’ipotesi. Autolesionisti. E adesso che il rosato spopola, eccoci a inseguire affannati. Con la Provenza che domina, ché lì non hanno mica mai avuto vergogna. Anche nei giorni di crisi.
E poi c’è un’altra cosa: occorre convinzione. Già, essere convinti che fare rosati non è un ripiego. Che non sono, questi vini, figli d’un dio minore. Che hanno dignità, appunto, di vino, in senso pieno. Che non devono finire la loro vita col declinare dell’estate. Prendiamo i quindici rosati recensiti a fine articolo da Wine Spectator: tutti vini che hanno ottenuto valutazioni fra gli 87 e i 90 punti, che sono risultati mica da scherzo. Undici vengono dalla Francia. Due dalla Spagna (Rioja e Navarra). Uno dagli Stati Uniti (Oregon). Uno perfino dall’Australia. Niente Italia. Dei quindici, ben tredici sono rosé del 2005. Del 2005, ripeto. Due soli del 2006.
Ho organizzato di recente una degustazione di rosé francesi per un gruppetto di produttori chiarettisti del Garda. Ho aggiunto alla descrizione delle bottiglie le note dei vigneron francesi e degli enotecari transalpini: nessuno di loro parlava di bere quei vini per forza entro l’anno, quasi tutti suggerivano il biennio a venire. Senza vergogne, con l’orgoglio d’aver fatto dei vini. Rosati, certo, ma vini. Con pienissima dignità. Ecco, credo sia questa la cosa più importante che ho potuto illustrare quella sera. Che poi mica pretendo che si tenga lì il vino, che non si beva giovane il rosato. Uno se lo beve quando vuole. È il produttore che deve avere più determinazione: altroché vini da trincare in pochi mesi! Sarà il consumatore a scegliere quando scolarsela, la boccia in rosa.
Ché poi, il rosato, se è ben fatto, l’anno dopo sa essere ancora più seducente. Cade un po’ il colore, certo, si fa aranciato, oppure vira verso la buccia di cipolla. Ma il fiore e il fruttino della prima età s’aprono verso nuovi orizzonti speziati, aristocratici e fascinosi. Aprendosi a rinnovati abbinamenti in tavola: con le carni, col tartufo nero, per esempio. Provate.
Di tutto questo il mondo enoico rosatista d’Italia tace. Muti, mutissimi i consorzi di tutela, indaffarati in altre promozioni. Incapaci di capire che in cert’aree la diversificazione è un valore, se la sai mettere in luce. Per dirla col Blasco, c’è qualcosa che non va.
Ripenso al mio Garda, dove i rosé si chiamano, per disciplinare, Chiaretti: possibile che mai si sia pensato di puntare a questo nome di territorio per valorizzare davvero il terroir gardesano? Nossignori, sempre lì a begare (leggasi litigare) nel nome del campanile: meglio il bresciano, meglio il veronese. Ma piantiamola! Meglio il vino che sa della sua terra, della sua tradizione, della sua gente. Da una parte questi valori s’interpretano in cantina attraverso le uve di groppello e dall’altra tramite la corvina, tutto qui: ma la filosofia dev’essere comune, e ha da esser quella di mettere il terroir gardesano in bottiglia.
Ora, devo aggiungere che qualche segnale interessante lo sto pur vedendo. Già ho detto dei nuovi rosati nati in riva orientale del Garda: il CorDeRosa delle Vigne di San Pietro, il Rosa Rosae di Guerrieri Rizzardi, il Feniletto della Prendina. E son rosati capaci di durare. In costa occidentale cambia il vento anche lì. All’ultimo Vinitaly Lucia Zuliani ha scelto di portare l’annata 2005 del Chiaretto di famiglia: qualche collega (suo) ha storto il naso, ma i visitatori e qualche collega (mio) hanno gradito. Cà Lojera da sempre vende il rosato (cabernet e merlot delle vigne di Ponti sul Mincio) senza badare all’annata, ché tanto col passar dell’anno il vino non fa una piega. E Gianfranco Comincioli ha appena messo in bottiglia due Chiaretti: quello dell’ultima vendemmia e il Vintage, figlio del 2005, costruito appositamente per più lunghi affinamenti. Precursore di tutti è Costaripa, che pure è pluri-rosatista, col suo Molmenti che da sempre s’affina in legno ed esce dopo lunga sosta, nell’anno successivo alla raccolta dell’uve, ed è buonissimo, credetemi.
Ora queste cose occorrerebbe raccontarle. Con orgoglio, che è pure componente del terroir. E un briciolo di coraggio. Ma i consorzi non parlano, la promozione è affidata alle sagre paesane e i produttori non riescono a far sistema. E Wine Spectator dice agli americani che anche in Italia si fa il rosé, e si chiama rosato, e lo fanno i toscani col sangiovese, e poi basta. Ohibò.

venerdì 15 giugno 2007

Tradizione & marketing: è Sherry, olè!

Angelo Peretti
Sarà che son duro a comprendere io, ma quello dello Sherry è un mondo complicato, credetemi. Epperò, soprattutto andando sul posto, sud della Spagna, uno ci si pone un sacco di domande. Ad esempio del perché miriadi di vigneron di mezzo mondo facciano così tanta fatica a lavorare il vino in riduzione, senz’ossigeno, per evitar d’ossidarlo, e invece laggiù, in quell’angolo di terra spagnola fra il Mediterraneo e l’Atlantico, una tribolazione titanica la si affronti per farlo volutamente ossidare. Con quelle cataste enormi di botti, vecchie a volte anche d’un secolo, da cui vien fatto continuo travaso, fino a portare, pian piano, un po’ di vino a quella più in basso, al suolo: la botte solera. E son botti, tutte, sempre scolme: dei seicento litri che potrebbero contenere, se ne metton dentro cinquecento, in modo che ci sia aria. E da lì, quand’è tempo, una porzione andrà in bottiglia. Con calma, anche dopo venti, trenta e pass’anni.
Ci si chiede, poi, perché si continui cocciutamente, orgogliosamente, a far questi vini, che son tanto forti d’alcol (vengono appunto fortificati, con l’aggiunta d’alcole) e così decadenti e meditativi, quando il mondo enoico ha scelto la freschezza.
E perché in fondo qui l’enologia conti poco: si fa vino coll’uva (bianca) di palomino, lo si fortifica, si fa l’invecchiamento coi travasi, da secoli. Neanche pensarci a far vini… normali, di più pronta beva.
E perché ci si radichi dunque così accanitamente nella tradizione produttiva, quand’invece nel far business si è tanto marketing oriented. Ché questo ho percepito visitando le bodegas (le cantine): da quelle parti sanno utilizzare tutti gli strumenti del marketing, eccome. E vale sia per le aziende maggiori (roba da milioni di bottiglie l’anno, tipo Gonzalez Byass, quella del Tio Pepe, o Osborne, quella che ha riempito d’enormi tori neri le collinette fianco autostrada di mezza penisola iberica) e pur anco quelle più piccine (tipo Bodegas Tradicion, con tanto di splendida, piccola galleria d’arte adiacente ai locali d’invecchiamento).
Aggressivamente, perfino, fanno marketing questi jerezani. Tanto da destinare - il consorzio - più di quattro milioni d’euro l’anno alla promozione: olè!
E i mega-produttori fanno del gran merchandising di magliette, cappellini, cavatappi, portafogli, foulard, cinture, orologi, spille, matite colorate, macchinine, giubbini e chissà quant’altro ancora, tutto rigorosamente marcato col logo aziendale e nient’affatto a buon mercato. E fan visitare i centri di produzione a bordo del trenino, con spiritosa & professionalissima guida: insomma, come a Gardaland, che uno i conti di quant’ha speso li fa solo il giorno dopo, ma in fondo non gliene importa granché dei quattrini lasciati, ché s’è divertito e quello è l’importante. Di nuovo: olè!
Insomma: tradizionalissimi a produrre, avanzatissimi a commercializzare. Anche se un po’ di crisi la tocchi con mano pure là: il mercato è asmatico. Ma pazienza - sembrano dir gli jerezani - se il vino è in controtendenza e i tempi son difficili e in fin dei conti il grosso si limita alla Spagna e al Regno Unito e all’Olanda e adesso anche al Giappone: avanti così, ché cambiare è quas’impossibile, visto le gigantesche masse di botti che fanno invecchiare il vino (ma lo sapevate che qualcheduna di quelle botti, avvinata per qualche anno con lo Sherry, finisce alle distillerie di whisky?).
L’occasione d’entrare nel profondo della terra dello Sherry me l’ha offerta la sezione del Veneto Occidentale dell’Associazione degli enologi ed enotecnici italiani, col suo viaggio di studio a Jerez de la Frontera. Con la guida di Daniele Accordini, presidente appunto degli enologi veneti, e di Giancarlo Prevarin, che guida l’Assoenologi nazionale. E col supporto di due aziende del settore: Vason (marchio noto, ma non conoscevo la simpatia di Giancarlo Vason) e Cadalpe. Eravamo, in squadra, una trentina di tecnici, tre giornalisti (c’erano Elisabetta Tosi e Lucio Bussi) e un blogger (Giampiero Nadali) e le note di viaggio di Lizzy-Elisabetta e Aristide-Giampiero le potete leggero rispettivamente su Vinopigro.it e su Aristide.biz.
Ora, aggiungo che Sherry-Xérès-Jerez sono nomi equivalenti: il primo è quello usato dagl’inglesi, il secondo arabeggia (fu plurisecolare il dominio islamico), il terzo è l’attuale, post riconquista cristiana. Il (ricco e ben organizzato) consorzio di tutela del luogo ha un nome complicato: si chiama Consejo regulador de las denominaciones de origen Jerez-Xérès-Sherry, Manzanilla-Sanlúcar de Barrameda y Vinagre de Jerez. Significa che sovrintende ai vini della zona, ma anche all’aceto che da quelle parti traggono dallo Sherry e che, garantisco, è interessante assai. Epperdipiù promuove il brandy locale (pronunciano bràndi, coll’accento sulla a, mica brèndi alla francese come noi), che non ha una denominazione d’origine, ma è famoso e molto presente anche sugli scaffali della distribuzione italiana. Per chi volesse approfondire, il sito consortile è questo qui: www.sherry.org.
Ora, mi resta da dire, e già sono stato lungo, delle due maniera di far affinare questi benedetti strani vini di Jerez. E dir dunque della crianza biologica e della crianza ossidativa.
L’origine è la stessa. Si pigia, in modo soffice, l’uva di palomino (più raramente il moscatel o il pedro ximènez, che si fa appassire sull’aia per una settimana e darà un vino dolcissimo e fascinoso, collo stesso sistema degli altri). Le fermentazione s’innesca con lieviti autoctoni. Compare a quel punto la flor, che è un velo di microrganismi (la fioretta, la chiamiamo da noi) che s’ispessisce poi fino a un centimetro e che protegge il vino dall’ossidazione e che conferisce sentori tipicissimi al vino. La flor agli jerezani non toccategliela: la considerano il vero segreto dei loro vini, insieme all’albariza, la bianca terra del posto, che s’indurisce e tiene sotto la poca acqua piovuta in primavera.
In gennaio-febbraio, si passa all’encabezado, alla fortificazione coll’alcol e al travaso in botte di legno. E qui si aprono due strade: le due crianze, le due diverse maturazioni, con la flor (la crianza biologica) e senza flor (la crianza ossidativa). Perché la flor per vivere e lavorare ha bisogno d’ossigeno (e dunque la botte viene lasciata scolma, ma il vino non ha contatto coll’ossigeno perché la flor lo protegge) e alcol non enorme, ché sennò muore. Dunque, alcune tipologie di vino verranno fatte fortificando a 15 gradi, e si continuerà l’affinamento in botte con quel velo di microrganismi (e il colore rimane intatto, giallo paglierino), mentre altri vanno oltre i 17 gradi e continueranno a invecchiare, anch’essi nel legno in parte vuoto, a contatto coll’ossigeno (e il colore va man mano imbrunendo).
Dopo la fortificazione, ecco che comincia il passaggio da una botte all’altra. Le file di botti si chiamano criadera: ce ne possono essere quattro, dieci, anche quindici di file, a seconda dello stile dell’azienda. Dalla fila più in basso, la solera, si prende una parte del vino e si passa all’imbottigliamento. Dalla fila di sopra, la prima criadera, si prende una stessa quantità di vino e la si mette nella solera. Dalla seconda criadera passa una medesima quantità di vino nella prima. Dalla terza passa alla seconda, dalla quarta alla terza e così via. Nell’ultima fila si aggiunge il vino dell’annata più giovane. Senza soluzione di continuità. Mescolando così vini di diverse annate. E allora, che età avrà un vino di Jerez? Un’età media: la si calcola in base al numero di criadera utilizzate, alla percentuale di vino che viene tolta a ogni travaso e alla frequenza dei travasi annuali. Quindi, quando su una bottiglia di Sherry vedete scritto 20, significa che lì dentro c’è un vino che ha un’età media di vent’anni, mica che viene dalla vendemmia di vent’anni fa.
A seconda del fatto che si proceda con l’affinamento in presenza o in assenza di flor, si ottengono vini con caratteri diversi, che son quelli che indico qui sotto.
Fino Fatto con la crianza biologica, sotto la flor. Giallo paglierino. Molto secco. Al naso è, come dicono a Jerez, punzante: è l’odore tipico della flor, che somiglia alla pasta di pane che sta fermentando, lievitando. In bocca è salino. Qualche nota di camomilla. Niente fruttato, niente. Piace un sacco agli spagnoli, che lo bevono per accompagnare le tapas, gli spuntini. Io faccio fatica a berlo, l’ammetto.
Manzanilla Sempre crianza biologica. Sempre giallo pallido e secchissimo. Ha, in aggiunta, qualche vena iodata. Per il mio gusto, vale lo stesso discorso fatto per il Fino.
Amontillado Prima crianza biologica e poi ossidativa. Nel senso che a un certo punto, dopo qualche anno, si va svanire la flor e il vino comincia così a ossidare. Diventa di colore ambrato. Ha un po’ la pungenza del Fino e insieme anche memorie di frutta secca, la nocciola in particolare. E quand’è ben fatto tira fuori certe vene che mi ricordano quando da ragazzino buttavo a seccare la buccia d’arancia sulla stufa. Secco. Le cose migliori sono interessanti.
Oloroso Solo crianza ossidativa: non c’è insomma alcuna influenza della flor, e dunque niente pungenza al naso. Può presentare invece ricordi di vanigliatura che ingannano: non è dolce. Ha speziatura (la cannella) e cuoio e vene quasi animalesche. Untuoso. Caldo per l’alcol, che comincia a esser alto. Secco. Ambrato. Ce n’è di molto buono.
Palo Cortado Una specie di Amontillado di categoria superiore. E di bella complessità. Insieme qualche memoria di crianza biologica e bell’evoluzione della crianza ossidativa. Tira fuori toni olfattivi di pasticceria traditori: pensi a un vino dolce e invece è molto secco. In bocca è salato. Finisce mandorlato. Raro, ma ce n’è in giro qualche bottiglia da applauso.
Pale Cream e Cream Uno Sherry secco addolcito con vini dolci. Supera il centinaio di grammi-litro di zucchero. Lo bevono soprattutto gl’inglesi: che lo bevano, preferisco le tre tipologie precedenti.
Pedro Ximénez E al cospetto di questo vino qui, quand’è ben fatto, mi ci inchino. Viene prodotto dall’uva omonima. Ed ha tanto, tanto zucchero: più (a volte ben più) di quattrocento grammi per litro, accidenti! Eppure le bottiglie «giuste» son memorabili: uva passa, caramello, nocino, cannella, chiodo di garofano, fico secco, albicocca secca, crema di nocciole, sentori di mobili antichi. Vellulato, avvolgente. Caldo d’alcol. Lunghissimo. Scuro, a volte nero, d’impenetrabile colore: eppure viene da uve bianche, appassite al sole per qualche giorno. Ma attenti: c’è in giro di tutto, da vinelli di poco costrutto e misero soldo, stucchevolmente dolciastri, a dei fuoriclasse commoventi. Commuovetevi scegliendo i migliori.