domenica 30 ottobre 2005

Una scommessa sui Lugana

Angelo Peretti
I dodici lettori che mi fanno la cortesia di leggere di tanto in tanto questa rubrica sanno probabilmente della mia opinione sul Lugana. Ossia che è sì bianco buono da bere giovane, ma che soprattutto merita, nelle etichette migliori, d’esser fatto affinare per qualche anno e anche di più. Come accade per pochi altri bianchi italiani: qualche Soave, qualche Trebbiano marchigiano e qualcheduno magari dell’Abruzzo. Poi, credo, basta. Invece il Lugana, con quel suo esser vino d’argille, su cui la vigna fatica e stenta, sa esser longevo, e anzi migliora addirittura, se ben fatto e ben serbato in cantina, col fluire degli anni. Ora, è accaduto che il consorzio di tutela del Lugana abbia convocato un manipolo di giornalisti, fra cui il sottoscritto, per sottoporre al loro palato una quindicina di bottiglie e valutarne il potenziale d’affinamento. La scommessa era questa: può qualcuno di questi vini esser tale da migliorare nel prossimo triennio? Unica regola per il produttore era presentare vini almeno del 2003, esclusa dunque l’ultima annata (e, badate, il 2004 è stata ottima vendemmia bianchista). Ebbene, su circa un terzo ci siamo sentito di provare a scommettere. Li riassaggeremo l’anno venturo e quello dopo, e dovranno mostrarsi non già semplicemente conservati, ma anzi cresciuti in eleganza.
Quali siano questi Lugana dal possibile futuro in crescendo ve lo vado a descrivere qui di seguito.
Primo vini ad aver passato la selezione è il Lugana Riserva del Lupo 2003 di Cà Lojera. Per me, è un autentico fuoriclasse. Probabilmente uno dei migliori Lugana che mi sia mai stato dato d’assaggiare. L’ho già bevuto varie volte, e sempre mi si è confermato d’enorme carattere. Magari difficile, ora, da comprendere. Perché ancora chiuso, nervoso. Ma, a mio avviso, destinato a fascinoso futuro. È fatto in acciaio. Solo acciaio, niente legno. L’alcol, pur sostenuto, è quasi mascherato da una vivida freschezza, del tutto inusuale per la calda annata di cui è figlio. Emergono afrori d’agrumi (di limone, di pompelmo) e poi di citronella e d’erba di sfalcio. La vegetalità è a tutto tondo. La mineralità è lì che preme per uscir fuori. Il finale, lunghissimo, gioca sui toni della mandorla verde e della colorofilla. Lasciatelo riposare ancora, e vi darà soddisfazioni. Ci scommetto davvero.
Cà Lojera ha giocato una seconda ottima carta col suo Lugana Superiore 2001. Altro bel vino. Stavolta da botte di legno. Anche qui, i colleghi sono stati concordi: bel vino ora, ma potrà ancora migliorare (occhio: è un 2001, e dunque ha già quattr’anni sul groppone). Al naso appare addirittura restio a concedersi. Ma mineralità e nota verde poi balzano fuori. La bocca è agile, vibrante. Il legno non è ancora del tutto fuso. Si farà: probabilmente il prossimo triennio lo vedrà arrivare al massimo delle potenzialità.
Torniamo ai bianchi fatti in acciaio. Ha passato la prova il Lugana Superiore Vigna di Catullo 2003 della Tenuta Roveglia. Altro bel vino (e badate: il Lugana base del 2004 è addirittura una spanna sopra: compratelo e mettetene un po’ da parte). Frutto di tre successive vendemmie, ne propone i diversi caratteri. Vegetale e salino per rappresentare la prima e la seconda cernita in vigna, denso di frutto surmaturo e quasi di caramello per descrivere il terzo passaggio, quello della vendemmia tardiva.
Poi, il Lugana Molceo 2003 di Ottella. Siamo nella categoria dei vini affinati nel legno. E il Molceo si conferma ancora una gran bella espressione luganista. Denso, grasso, setoso, eppure anche citrino, rigoglioso di salvia. Il passaggio in botte quasi non l’avverti. Te ne accorgi solo per una vena vanigliata sottesa all’ampia struttura. Non dovrebbe aver proprio problemi a dipanarsi al meglio nel triennio che viene.
Quinto e ultimo vino su cui ci siam sentiti di scommettere, il Lugana Superiore Fabio Contato 2003 di Provenza. Fabio è il patron dell’azienda e firma di pugno in etichetta nelle annate migliori un bianco e un rosso. Questo Lugana fa legno. Ed è un vino che ha muscoli e gran corpo. Ricorda i frutti esotici, i fiori bianchi (la magnolia), l’uva surmatura. La vena verde è ben impressa. Decisa. La mineralità è lì pronta a comparire. Non avrei dubbi sulla tenuta per tre e più anni.
Detto questo, abbiamo anche provato qualche vecchia bottiglia di Lugana, giusto per avere (per me scontata) conferma della longevità del bianco di riviera. La migliore, entusiasmante, era quella d’un Lugana I Frati 1996 di Cà dei Frati. Vino superbo, che rasenta la perfezione. Roba da 95 centesimi di valutazione. Naso da idrocarburi e pietra focaia, che s’apre con lentezza estrema verso i ricordi di frutto e fieno, di fiori essiccati e mandorla. Emerge anche un’aristocratica venatura fumé. Bocca solida, sapida, vegetale. Esce di lì a poco la susina acerba. Poi ecco le erbe alpestri in un finale lunghissimo e avvolgente. Fantastico. Peccato non ce ne sia praticamente più neppure nella collezione privata di casa Dal Cero.
Buonissimo anche il Lugana Il Brolettino 1994, sempre di Cà dei Frati. Di questo vino ho raccontato qualche tempo fa una piccola verticale. Meglio il Frati ‘96, ma ragazzi che stoffa che conferma anche questo Brolettino, con quel suo naso subito prima restio e poi ammaliante nell’ampliarsi verso toni floreali che sanno di gelsomino. La bocca propone erbe montane, menta, eucalipto. Il finale rammenta i distillati di susina.
Poi, due sorprese. La prima, il Lugana Superiore Vigna di Catullo 1994 di Tenuta Roveglia. Ha naso minerale, con memorie quasi di kerosene. Escono poi il fieno secco, la buccia essiccata d’agrumi. Il palato lo coglie ancora integro, sapido. Ha sentori di limone, di cedro candito. Poi, la mandorla verde. È probabilmente giunto all’apice della maturazione, e più a lungo non potrà ancora svilupparsi, ma vivaddio ha passato con scioltezza il decennio.
Infine, sorpresa vera, ché non ho mai apprezzato moltissimo, l’ammetto, l’etichetta, il Lugana Il Rintocco 1996 della Marangona. Ebbene sì, oggi è un gran bel vino. Il naso è violentemente improntato al segno degli idrocarburi tipici dei trebbiani coltivati su argille ostiche. Sa, subito, di trielina, gasolio, nafta. Che quasi butti indietro la testa. Ma poi, ossigenandosi, i sentori minerali divengono ammalianti. E dopo, ecco il frutto giallo. In bocca è addirittura giovanile, pregno di memorie vegetali, d’eucalipto, mentuccia, erba luigia. Per finire, freschissimo, sulla mandorla verde. Averne qualche bottiglia in cantina non sarebbe male.

lunedì 17 ottobre 2005

L’uomo del Monte (Lodoletta) ha detto no

Angelo Peretti
Alla faccia di chi anche stavolta ha gridato alla vendemmia del secolo. Romano Dal Forno ha deciso: niente Amarone 2005. Lo ha annunciato il quotidiano «L’Arena». In una lunga intervista al vigneron di Cellore d’Illasi, fresco di nomina di «vignaiolo dell’anno» da parte di «Vini d’Italia», la guida targata Gambero Rosso & Slow Food. E vivaddio, questa sì che è una notizia. Perché è una svolta, in terra di Valpolicella. Super-Romano – quello che si occupa di vigne sul Monte Lodoletta, mica l’altro che ha in mente l’Ulivo – ha confessato a Giancarlo Beltrame: «Non ci sarà un Amarone Dal Forno 2005. La materia prima, cioè le uve, non mi consentono di mantenere la stessa qualità degli Amaroni degli altri anni e così salto un anno. È una scelta dolorosa, ma obbligata, perché non trovo un filo di sostegno per poterlo almeno ideologicamente immaginare. Invece, lavorando bene e molto nell’appassimento e in tutte le fasi successive, mi gioco una grande partita per fare un Valpolicella Superiore come Dio comanda, che non tema confronti con le mie annate precedenti».
I miei dieci lettori lo ricorderanno: l’avevo detto qualche settimana fa che tutte ‘ste dicerie che giravano sull’annata del secolo erano balle grosse come una casa. Con tutta l’acqua che ha fatto e un’estate senza sole come era anni che non se ne vedevano. Così è toccato a una delle grandi firme del vino veneto e italiano e insomma a un gran nome dell’arte bacchica spiegare come stanno le cose. Con un gesto estremo, dirompente: niente Amarone. Scelta coraggiosa, quella di Dal Forno. Anche in questo un caposcuola, in terra veneta.
Ebbene sì: chi è che ha detto che bisogna per forza farlo l’Amarone? Lo si produce se l’annata lo consente. Sennò, meglio destinare le uve e le energie a un buon-ottimo-formidabile Valpolicella. Scelta che altri, in terra valpolicellese, avrebbero dovuto avere il fegato di adottare già nella bastarda annata del 2002, quando grandine e pioggia avevano aperto larghi varchi nei vigneti. Invece s’era messa ad appassire uva a tutto spiano. Convinti che il mercato fosse pronto a bersi tutto. Che i prezzi avrebbero comunque continuato a salire. Salvo poi trovarsi col mercato che comincia a storcere il naso.
Già: è un po’ di anni che il tempo fa il ballerino. Che inguaia chi fa uva e vino. Il 2002 era stato ben più che problematico in molte parti d’Italia per via della tempesta e dell’acqua. Il caldo del 2003 aveva cotto l’uva. Il 2004 è stato buono per i bianchi (Soave e Lugana sono da metter via in cantina: daranno soddisfazioni per anni ed anni), ma per i rossi è ancora presto per dar giudizi. Il 2005, be’, questa è stata l’estate delle piogge torrenziali d’estate e poi delle pioggerelline continue e fastidiose man mano che s’avvicinava l’autunno, e delle nebbioline mattutine in fondovalle, e delle muffe, e del marciume. I migliori sono passati e ripassati in vigna a pulire i grappoli, a eliminare tutto quello che c’era da eliminare. A salvare il salvabile. Che poi non vuol dire che non si possano fare buoni vini. Buoni, mica capolavori, salvo eccezioni, che per fortuna ci son sempre. Nel frattempo però i comunicati si sono sprecati: grande annata, vendemmia del secolo. Ma va là. Speriamolo davvero che quella appena finita sia stata la vendemmia del secolo: che una vendemmia così – intendo -, questo secolo non ce la dia più.
Intanto, chi può, ché il prezzo - ahinoi - è proibitivo, si goda, di Dal Forno, l’Amarone 2000, che i tre bicchieri del Gambero e Slow Food se li è portati a casa con pieno merito. Ricco e concentrato come al solito, cupo come il babào, ma anche succoso e bello da bere. Gioiello d’equilibrio e di forza. Chapeau.

mercoledì 12 ottobre 2005

Se ti capita di bere rosa in autunno

Angelo Peretti
Guarda se doveva capitarmi di finire nel Padovano per bere, ad autunno iniziato, un Chiaretto di Bardolino. Fuori zona e fuori stagione. Ma, tant’è, succede anche questo. Ché i miei compagni di tavola, alla fine d’un congresso, volevano un vino non troppo impegnativo, eppure gradevole, prima di mettersi in viaggio. E allora, adocchiando la carta, ecco che m’è venuto in mente di «rischiare» un rosato. Il Bardolino Chiaretto di Corte Gardoni, Valeggio sul Mincio, sud inoltrato del «mio» lago di Garda. E i commensali han gradito. Replicando la bottiglia. Insomma: m'è andata dritta. Salvando pranzo e reputazione.

Mica facile fare un bel rosè. Serve uva buona, tempismo, equilibrio. Uva buona e sana, ché altrimenti la cattiva maturazione, la scarsità di sostanza si sentirà nel vino, così esile da esser messo in crisi da qualunque qualsiasi distorsione organolettica. Tempismo per via del colore: la tinta del vino viene bucce (i rosati si fanno con uve rosse) e dunque è il tempo in cui buccia e mosto restano a contatto a determinare la tonalità finale. Equilibrio, perché il rosato non è né bianco né rosso, non deve somigliare a nessuno dei due, ma un po’ di entrambi deve avere le caratteristiche, vestendosi della florealità e vegetalità d’un bianco e della fruttuosità d’un rosso. Dunque è una tipologia tutta da riconsiderare anche da parte del consumatore: ne vale la pena.

Un rosato da antologia ce l’ha regalato in terra veronese la vendemmia 2004: è il Bardolino Chiaretto dell’azienda agricola Corte Gardoni, a Valeggio sul Mincio. Gianni Piccoli, padrone-patron di Corte Gardoni, è uomo convinto che il buon vino lo si fa prima di tutto in vigna, curandola con passione, abbassandone le rese. Come lui sono convinti i figli, Mattia, Stefano e Andrea, che da anni vanno e vengono dalla Francia per impararne la cultura vinicola. Ebbene, messi insieme, i saperi enoici di papà Gianni e dei figli globetrotter hanno fatto la quadratura del cerchio. Il loro Bardolino Chiaretto 2004 ha colore tenue, impalpabile, antico: somiglia alle carte delle caramelline tonde di zucchero che si trovavano nei piatti di Santa Lucia. I profumi rimandano al piccolo frutto di bosco, al lampone in particolare, con qualche nota sottile di erbe officinali. La bocca è succosa, croccante di ciliegia e di susina, con una vena di quelle fragoline che si trovano all’ombra nei boschi. Così ha da essere un Chiaretto: leggiadro, dissetante, appagante. Di gran beva. Come dovrebbe essere un Chiaretto, appunto.

sabato 1 ottobre 2005

In lode del risotto col prete

Angelo Peretti
Sapori che sembravano perduti e che invece si ritrovano, quasi inaspettati. Non è mica facile viverle riscoperte del genere, di questi tempi. Perché domina l’omologazione. Prima era la rucola, adesso il petto d’oca, domani chissà che altro. Ma di tanto in tanto un lampo si riaccende. Ed è un’esperienza dei sensi che ti travolge, perché porta con sé il fascino agrodolce della nostalgia autentica, della storia vissuta per davvero. Mi è capitato qualche sera fa nella Bassa di Verona. Ad Aselogna di Cerea. Al ristorante Da Aldo. Dove m’hanno messo davanti il risotto col prete.

Il prete era proprio il prete. Nel senso che quando s’ammazzava il maiale, il cappellano del paese ti capitava puntuale in casa. Non occorreva neanche che ti chiedesse l’obolo: lo sapeva di già che la braciola, ghiottoneria negata al bacàn, gli sarebbe stata donata. E in più c’era l’invito a pranzo. D’altro canto, era un ospite di riguardo, un prestigio averlo seduto accanto. Così, capitava che si mangiasse il risotto insieme al prete del paese. Si mangiava insomma il risotto col prete. E lo si cucinava utilizzando lo stomaco del maiale. Parte di scarto, apparentemente. In realtà, gustosissima, a saperla pulire e lavare e grattare e cuocere con pazienza e pazienza e pazienza, ché è difficile da affrontare. Però il risultato era premio alla fatica. Lo è ancora, per chi accetta la tribolazione del viaggio fino ad Aselogna, uscendo prima di Legnago dalla Transpolesana e poi passando in mezzo ai capannoni che spopolano anche qui e prendendo le stradette che portano ad Aselogna.

Sia chiaro: non è piatto da dieta, né da stomaco debole. Il risotto col prete arriva in tavola giallo di brodo grasso. Come quando era la fame e bisognava placarla almeno alla festa, se ci si riusciva. Né asciutto, né minestra. All’onda, si può dire. Odoroso di cannella, ché qui è consuetudine adoperarla senza ritrosia. Fra i grani del riso, le striscioline della trippa di stomaco del porco. Il tutto cotto con un fondo di verdurine. Ogni forchettata una festa della gola. Bravo Galliano, che ha ritessuto nella sua cucina le trame del sapere alimentare. Avanti così, con coraggio.

D’accordo, mica facile, ad Aselogna. Non c’è il turista qui, non passa il forestiero. Però sono convinto che la fedeltà al territorio alla lunga ripaghi. Anzi, lancio un appello: cominciamo a ripagarla subito, ghiottoni. Avverto: il risotto col prete bisogna prenotarlo. Dò anche il telefono: 0442 35010. Aggiungo: c’è il vantaggio, non da poco, che qui, nella Bassa, i prezzi sono ancora umani. Anche sui vini, che non hanno magari carta eccelsa, ma piacevole sì, e qualche piccola perla abbastanza rara, come il Blanc de Morgex et de la Salle, valdostano, che ho bevuto io.

sabato 24 settembre 2005

Ma guarda, c’è un Bardolino che sa di tradizione

Angelo Peretti
Per me, la tecnica produttiva conta quel che conta. Senza offesa per agronomi ed enotecnici, m’interessa soprattutto che il vino esprima un terroir, il suo, e una personalità, quella del produttore. E che sia bevibile, of course. Il resto, il lavoro di vigna e di cantina, è sì importante, ma alla fin fine è un corollario, un insieme di pratiche che dovrebbero essere orientate a descrivere il legame fra persona e terroir. Tutto qui. Detto questo, eccomi a parlare di un Bardolino da agricoltura biologica. Con la premessa che ho fatto, che sia bio non m’importa più di tanto. Se la bottiglia non esprimesse qualcosa d’interessante, quel che c’è scritto in etichetta varrebbe zero. Ma qui c’è qualcosa che m’intriga. Soggetto: il Bardolino dei Poderi Oppi Pellegrini prodotto da Maddalena Pellegrini a Castion Veronese.

Lei, lady Maddalena, fa agricoltura biologica. Mica solo vino. Anche olio extravergine d’oliva e vacche della razza limousine. In un gran bel posto. Ha sessanta ettari di bosco, venticinque di pascolo e cinque e mezzo di vigne sparse qui e là. Ai piedi del Monte Baldo, alle spalle del lago di Garda. Nei dintorni della villa di famiglia, una delle più belle del territorio gardesano. Un tempo, nelle pertinenze del palazzo ci abitavano i mezzadri. Ora il magnifico edificio non è più luogo d’attività agricola: ci si fanno convegni e banchetti di nozze. Maddalena ha un cascinale poco lontano. Ci lavora col marito e un operaio moldavo. Struttura al minimo.

Fa, si diceva, un Bardolino. Ne ho bevuto, con qualche preconcetta riluttanza, l’annata 2004. Perché la versione 2003 non la ricordavo affatto bene: l’annata caldissima aveva surmaturato l’uva cuocendola, la quasi totale mancanza di solfiti – tipica della pratica bio – aveva contribuito a un’ossidazione precoce. Be’, il 2004 invece è piaciuto. Tanto che in tavola la bottiglia è finita in fretta, segno inequivocabile di piacevolezza.

Piaciuto perché è un Bardolino d’altri tempi. Di quelli che pensavo non esistessero neanche più. Mica un capolavoro. Anzi, quasi un vinello esilino, ma di straordinaria beva e singolare adesione ai canoni della più schietta tradizione. Intrigante nella sua candida, quasi ingenua semplicità. Bello come il sorriso di un bimbo.

L’uvaggio è quello tradizionale, con la corvina veronese e la rondinella a guidare le danze, ma anche buone percentuali di molinara e un poco di negrara. Le vigne sono un po’ a Castion e un po’ a Bardolino. A Castion c’è un vigneto nuovo nuovo e un altro con ceppi vecchissimi. In terra bardolinese la vigna, minuscola e giovane, è a Cortellina, che considero da sempre uno dei crû storici della denominazione, dalle potenzialità ancora del tutto inespresse.

I profumi sono quelli tipici del Bardolino tradizionale. Ci sono i piccoli frutto di bosco: la mora e il lampone. C’è la marasca sul caratteristico fondo speziato della corvina. In bocca, è sapido, con quelle particolari note “saline” che hanno sempre caratterizzato il Bardolino della tradizione. S’avvertono chiari i diversi apporti dei terroir d’origine. Le uve provenienti dal piccolo appezzamento di Cortelline imprimono classiche presenze fruttate di ciliegia e lampone, accompagnate da accenni floreali di ciclamino. Note che sono tutte di bella lunghezza. Le uve dei vigneti di Castion Veronese apportano invece le doti di vegetalità e la sottile speziatura (pepe) che hanno storicamente identificato l’entroterra fra il lago e il Baldo. La beva è favorita dall’esilità di corpo (11,5° di alcol appena: mica i muscoli iperconcentrati che sembrano una costante irrinunciabile del mondo enoico), sorretta da una nervosa e giovanile freschezza.

Insomma: è il tipico vino “da tutto pasto”. Da bevuta spensierata. Quello che accompagna la tavola senza alzare la voce. Da tòcco di pan biscotto con la soppressa casalìna. Da mensa quotidiana, mica da degustazione. Lo vedo col veronese bollito misto co la pearà. Ma anche e soprattutto con la cucina gardesana di pesce di lago. Me lo sono segnato: provarlo col risotto con la tinca. Alla prima occasione.

giovedì 22 settembre 2005

La Froscà in verticale: che carattere quel Soave

Angelo Peretti
Ah, quel bianco del ’90! Ormai i miei dodici lettori (quasi metà dei venticinque che diceva d’avere Manzoni: siamo a buon punto) lo sanno che mi piacciono i bianchi che sfidano il tempo ed anzi vengono esaltati dai lunghi affinamenti. Be’, ne ho incontrato qualcuno a Monteforte d’Alpone, terra veronese, colline soavesi. M’hanno invitato a stare al tavolo con Sandro Gini per una verticale – cosa rara – del suo Soave Classico La Froscà, uno dei vini più importanti, giustamente, dell’area. Di scena sei annate: 2004, ultima uscita, densa di promesse, e poi 2002, 1999, ‘97, ‘90 e ‘88. Mica male. Anzi: imperdibile. Con più d’un gioiello in bottiglia. Primo fra tutti, a mio parere. quel sorprendente vino del ’90, stagione fantastica. Ma ne parlo più avanti. Intanto, dico dov’eravamo e ospiti di chi. Organizzava la condotta Slow Food di Soave e si era dentro al palazzo vescovile, reso disponibile dall’amministrazione comunale: bella struttura, che si spera di vedere in futuro ancor meglio valorizzata.
Ora, la Froscà, intesa come collina, vigna. Esposta a sud est, ha sole sin dalla prima mattina e resta meno assolata nelle torride ore estive del pomeriggio. Così le maturazioni sono regolari. In più, è protetta dalle correnti fredde. In alto, tufo basaltico scuro, più sotto, tufi di diverse coloritura e in mezzo una fascia calcarea. Le vigne – in gran prevalenza garganega di vari cloni, con qualche ceppo di trebbiano di Soave – sono vecchie di cinquanta, a volte settant’anni e più. Ecco le matrici della complessità.
La prima annata in cui le garganeghe della Froscà vennero vinificate da sole fu l’85. Nasceva il crû, uno dei primi della zona. A quel tempo, il Soave era ancora vino sputtanato da anni di cisterna. Il bianco dei Gini piaceva, ma i ristoratori chiedevano di togliere la denominazione dall’etichetta. Loro, duri, a resistere: han fatto bene, e oggi anche grazie a queste resistenze il Soave è tornato a essere bianco apprezzato. Com’è nelle sue corde e nella sua storia.
Le sei annate. Dicendo che il vino fa acciaio e, da qualche anno, minima parte di legno, per maturarlo prima. Le vendemmie le ha selezionate Sandro Gini dopo personali assaggi. Con l’incognita, ovvia, della tenuta dei tappi, gran cruccio per chi ami vini invecchiati.

Soave Classico La Froscà 2004
L’ultimo nato. In bottiglia da due mesi appena. Legno ancora un po’ sopra le righe, carattere tuttora non perfettamente composto, ma dentro c’è tutto il valore di un’annata da incorniciare: quella del 2004 a Soave e Monteforte sarà una vendemmia da ricordare, fantastica. Spiccati profumi varietali, garganega a tutto tondo. Solide note fruttate si fondono con vivide memorie di fiori macerati. Cenni di mandorla. Bocca rotonda. C’è corpo, c’è freschezza. Quanto serve a promettere grand’evoluzione. Bel vino, che potrà dare soddisfazioni per anni. Per me, già ora 89-90/100.

Soave Classico La Froscà 2002
Quella del 2002 fu ovunque annata critica: piogge continue, dove non era giunta la grandine a portar via tutto. La scontrosità della vendemmia è tradotta nel vino, che è sì complesso – e molto - sotto il profilo aromatico, ma un po’ velato d’uve dalla maturazione problematica estratte a fondo. Comunque di gran personalità, atipico nella sequenza delle sei bottiglie. Naso varietale, frutto e fiori bianchi, erbe officinali, mentuccia, erbaspagna. La bocca conferma la complessità. C’è frutto surmaturo e una speziatura avvolgente di noce moscata e pepe di Sichuan. Ha lunghezza, ma pecca un po’ - confermo - in pulizia. Chissà come potrà evolvere. Ora, a mio avviso, 86/100, che non è poco davvero.

Soave Classico La Froscà 1999
Fu annata fresca, ma buona. Buonissimo è il vino. Naso decisamente improntato alla mineralità, e perdoni Masnaghetti. Che c’entra? C’entra, ché nell’ultimo numero della sua felicemente rinata rivista Enogea (la ricevete per posta abbonandovi: scrivete a almasnag@tin.it , vale la pena) ironizza sulla nuova mania collettiva: qualche anno fa un vino doveva per forza esprimere il frutto, mentre adesso dev’essere, appunto, minerale. Scrive: «Se volete quindi fare un complimento a un produttore o a un amico che ha stappato una bottiglia per voi, tirate fuori il ‘minerale’ al momento giusto (non un sasso, cosa avete capito!) e vi sarà eternamente riconoscente». Be’, nella Froscà ’99 la mineralità c’è tutta per davvero: grafite, pietra focaia in abbondanza, ché è così che nelle annate giuste s’esprimono nel vino le terre vulcaniche dei colli di Monteforte. Sotto, c’è il frutto della garganega a piena maturazione, ben delineato. La bocca è in perfetta corrispondenza. Gran corpo, bell’equilibrio. Vino che si conferma nel tempo (fu tre bicchieri della guida Gambero Rosso – Slow Food). Vérghene (averne in cantina, intendo). A mio parere, 91/100.

Soave Classico la Froscà 1997
Ahimè, il tappo qui non aveva tenuto. Almeno sulla bottiglia del mio tavolo. Naso sporchetto di legno secco, tracce ossidativa, bocca che asciuga. In mezzo, per pochi secondi, la garganega, ben definita, ma è solo un flash. Ho assaggiato al volo un bicchiere d’un altro tavolo, ed era cosa ben diversa, col frutto grasso e ancora una bella freschezza e una beva d’appagante lunghezza. Ma un sorso e via a fine degustazione non mi fa esprimere giudizio. Semmai il rimpianto (è buona annata).

Soave Classico La Froscà 1990
Che il ’90 sia stata un po’ dovunque una gran bella annata è cosa nota, ma la Froscà stupisce, affascina, commuove. Per giovinezza. Non avessi visto la bottiglia stappata lì davanti, difficilmente avrei pensato foss’un bianco di quindici anni, e mai – l’hanno ammesso – c’avrebbero giurato gli altri presenti ai tavoli. Il naso, sì, è ovviamente subito chiuso, magari un po’ evoluto, ma sfoggia pian piano spezie finissime, fieno secco, cedro candito, vene sottili di minerale. Stessa progressione sul palato, sorretto da un’invidiabile freschezza. Poi giungono la nocciola appena colta, i fiori bianchi. Le poche bottiglie ancora in cantina potranno avere ancora lunga vita. Un fuoriclasse. 93/100.

Soave Classico La Froscà 1988
Quarta annata nella storia della Froscà (la prima, l’ho detto, fu l’85). Naso evoluto (ovvio!), con tanta nocciola e cenni di fiore essiccato. Bocca però grassa, corposa, ricca. Frutta secca, spezie in rilievo (noce moscata, soprattutto, come nel 2002). Frutto dolce, rotondo, ancora succoso. Forse non avrà ancora molta vita, ma così com’è adesso dà soddisfazione. Dice Sandro Gini che ne aveva aperto una bottiglia qualche giorno prima e s’era dimostrata meglio del ’90. Complimenti. Questa, comunque, 87/100.

Per finire. La Froscà ha dato gran prova di sé. S’è dimostrata quel che sappiamo: bellissima espressione del Soave, uno dei benchmark del territorio, uno di quei capisaldi cui si deve far riferimento quando si voglia capire il bianco soavese. E il Soave s’è dimostrato quel che da anni credo: bianco che nelle migliori espressioni può sfidare gli anni. Peccato sia così difficile trovare annate vecchie: pochi produttori conservano in Italia loro «archivi» di vino, i ristoranti neanche a parlarne (in fondo li capisco, ché molti clienti sarebbero contenti di trovare già in tavola l’annata ancora da vendemmiare, tant’è la mania del bianco giovane). Qualcosa sta cambiando, però: che si diventi adulti?

venerdì 9 settembre 2005

Vendemmia del secolo? Ma per piacere...

Angelo Peretti
Non ne posso più. Amici, conoscenti, gente incontrata in quest’e quella degustazione, mi fanno la stessa domanda: «È vero che il 2005 è un’annata eccezionale per il vino?». E cosa volete che ne sappia io, visto che da qui ad avere il primo vino mancano ancora mesi, e per quelli più importanti ci vuole una vita. Tutto perché telegiornali, quotidiani, siti on line e chi più ne ha più ne metta hanno diffuso festosi la notizia: «La vendemmia 2005 sarà di grande qualità». Come l’anno scorso e l’anno prima (e il caldo torrido che aveva cotto l’uva in vigna?) e l’anno prima ancora (e le grandinate del 2002?). Intanto, neppure un grappolo era ancora stato staccato dalla vigna. Evidentemente, c’è chi ha la sfera di cristallo. Così è la solita storia: prima che si cominci a raccogliere, c’è chi annuncia ai quattro venti come sarà il vino della nuova annata. Che per forza sarà straordinaria, la migliore del secolo. Ma per piacere!
Capisco che da più parti, nel mondo della produzione, ci sia l’interesse a cercare di tener su il prezzo delle uve, soprattutto in anni di magra come questi ultimi. Però non è creando false aspettative che si fa il bene del vignaiolo. Anzi: spesso capita il contrario. Perché se qualcuno predica che l’annata tale sarà strepitosa, poi il consumatore - e prima di lui il grande buyer - non sarà disposto ad accettare dei vini «soltanto» buoni. E se verrà (in tanti casi, inevitabilmente) disilluso, abbandonerà quel vino, quella doc. Così alla fine a rimetterci sarà Pantalone, il contadino, che l’anno dopo vedrà il prezzo delle sue uve (magari stavolta buonissime) cadere ancora più in basso.
Vedo adesso anch’io uno dei tanti comunicati del genere giunti nella mia casella email. Dice, dopo l’immancabile annuncio di eccezionalità dell’attesa vendemmia 2005, che «la qualità sarà tra le migliori degli ultimi anni e potrà sicuramente superare quella del 2001, con diffuse punte di eccellenza come nel 1997». Bene: a questi signori vorrei domandare la prossima combinazione vincente del Superenalotto. La dovrebbero sapere semplicemente guardando una ricevitoria, se dando uno sguardo ai vigneti prima della vendemmia riescono non solo a spiegarmi che il vino sarò buono, ma addirittura a far confronti con le bottiglie di altre annate. E io che pensavo che per valutare un vino occorresse assaggiarlo. Illuso: basta un’occhiata alla vigna fra agosto e settembre. E se poi piove a dirotto? E intanto piove. Se grandina? Intanto qui e là grandina. Se arriva il marciume? E qui e là, guarda caso, è arrivato.
Se, se, se: sono tante le variabili che determinano l’evoluzione di un’annata dopo aver semplicemente «pesato» la quantità d’uva sulla vigna. Ma i profeti dell’annata questo fanno: tanta uva uguale annata ottima, un po’ meno uva uguale annata straordinaria. Ripeto: ma per piacere!
Che poi, sia chiaro, mica voglio dire che sarà un'annata da buttare. Difficile, certo. Ma è presto per trarre giudizi.