sabato 13 ottobre 2007

E se l’appassimento cattivo scacciasse quello buono?

Angelo Peretti
In economia, e più spesso da qualche tempo nel politichese, si cita spesso la cosiddetta legge di Gresham. Quella che afferma che la moneta cattiva scaccia quella buona. A dire il vero, sulla paternità di quest’asserzione s’è fatto un gran discorrere: pare addirittura che non sia stato nemmeno sir Thomas Gresham, agente di commercio britannico del Cinquecento, a definirla per primo. Chissà. Così pure ci si è spesso accapigliati sulla sua interpretazione autentica. E siccome questo non è un web magazine che s’occupi rigorosamente di temi economici, ecco che della legge di Gresham ripropongo una delle letture più elementari (e correnti), osservando che nel tempo si è sempre stati portati a spendere, a parità di valore nominale, le monete con peggiore contenuto metallico e a conservare invece - ed anzi accumulare - quelle con un pelo più, che so, d’oro o d’argento. In fondo, facciamo così anche adesso che c’è la moneta di carta: prima diamo via quella sgualcita, preferendo tenere nel portafoglio quella messa meglio, quella fior di stampa, come direbbero i collezionisti.
Perché quest’incipit para-economico su questo giornale che parla di vino e (più raramente, l’ammetto, e dovrò rimediare) di cose mangerecce? Perché temo che la legge di Gresham, un po’ riadattata, possa finire per applicarsi al vino. E in particolare al vino di Valpolicella. A quello più quotato: l’Amarone. Figlio dell’appassimento.
Non vorrei che in futuro si dovesse dire che l’appassimento cattivo ha scacciato quello buono. E cerco di spiegarmi.
Sono un po’ preoccupato per come vedo mettersi le cose in terra valpolicellese, sissignori. E mi dispiace, perché da quelle parti ho parecchi amici. Ma una riflessione credo vada tentata. Sperando che quanto andrò dicendo si riveli sbagliato, sbagliatissimo. Che si tratti solo d’allucinazioni.
L’Amarone, si sa, va forte. L’uva da appassimento (perché - chiederanno i maligni - ce n’è anche dell’altra che non va nei fruttai, in Valpolicella?) costa un occhio della testa. La terra ha assunto quotazioni fuori da ogni previsione. Bene: i vigneron della Valpolicella han potuto mettere fieno in cascina.
Solo che il successo dell’Amarone ha scatenato la fantasia. E la bramosia. Ed ecco che l’appassimento non è più peculiarità solo del rosso amaronista (e del di lui storico padre, oggi reietto, il Recioto, che adoro), ma s’utilizza, direttamente o meno, per figliocci e figliastri. Figlioccio è il Ripasso, e anch’esso ha gran presa sul mercato. Figliastro è ogni rosso igt che s’avvalga, appunto, d’uva fatte seccar nei fruttai, e ne vien fuori di tutto e di più.
Il Ripasso consiste nel far rifermentare il Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone. In questa maniera il vino assume afrori tipici dell’appassimento. E cresce in struttura e complessità. Il problema che ci si è fin da subito - giustamente - posti in terra valpolicellese era quanto Ripasso fosse lecito produrre a fronte dell’Amarone tirato fuori dall’uva d’origine. Si è giunti a stabilire che le vinacce che hanno prodotto un quintale d’Amarone possono essere adoperate per far rifermentare due quintali di Valpolicella. A me, onestamente, sembra un po’ troppo, ma capisco: business is business. E sia. Solo che non s’è pensato che, fatta la pentola, occorreva fare anche il coperchio. E così in Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone è nato, appunto un business.
La faccenda è questa. Mettiamo che io sia un produttore di quelli che non vogliono fare troppo Ripasso. Diciamo che ho prodotto un quintale d’Amarone e sulle sue vinacce ho ripassato un solo quintale di Valpolicella. Mi trovo virtualmente in mano diritti di Ripasso pari a un quintale, su quelle mie vinacce. Che faccio, li spreco quei diritti ripassevoli? Macché: li vendo! E piglio soldi anche lì. Così un altro può acquistare quelle mie carte e far ripassare il suo bel quintale di Valpolicella sulle mie vinacce. E dunque il Ripasso assume numero impressionanti. Senza però badare alla qualità del Valpolicella di partenza. Ed è un guaio, ché ormai il Ripasso è visto come una sorta di piccolo Amarone: non s’usa forse diffusamente questa definizione? Col prezzo che al massimo è la metà di quello dell’Amarone, ma quasi sempre scende molto, molto più in basso, a un quarto, un quinto.
Ma non basta. Gli è che in Valpolicella a far l’appassimento delle uve son maestri. E i fruttai sono perfettamente funzionali, addirittura computerizzati. E allora perché usarli solo per appassire le uve da Amarone? Si mette ad appassire anche altra roba: che so, uve che non sono adatte, corvine che non finiranno mai nei rossi importanti, cabernet piantati in modo un po’ avventato un decennio fa sull’onda delle mode americaneggianti. E alla fine ci si ricavano rossi d’una certa struttura che riecheggiano nei toni l’originale amaronista. Magari, ci si taglia insieme anche qualche barrique del potenziale Amarone meno riuscito, che non pare idoneo per la doc del vino principe, e il gioco è fatto: è nato il super-red appassimento style. Ed escono decine e decine d’igt di fantasia (ma sono in verità centinaia, credetemi). Vagamente amaroneggianti, appunto, ancorché di qualità sovente incerta. A prezzo però quasi sempre ancora più basso del Ripasso.
Così, può succedere che la stessa azienda, dal fruttaio tragga un Amarone - butto lì prezzi a casaccio - a 25-30 euro, un Ripasso a 9-10 e un rosso igt a 6-7. E il tutto va, ovviamente, venduto. Magari spedendo l’igt ai mercati emergenti, quelli che ancora non sono capaci d’assorbire bancali d’Amarone.
Già, ma se su quei mercati imparano che un rosso valpolicellese d’appassimento costa 7 euro, come farete poi, cari vignaiuoli di Valpolicella, a spiegare che un altro rosso pur’esso d’appassimento della vostra terra costa quattro volte tanto, ancorché si chiami Amarone? E con tutto quel Ripasso che gira, poi, e che ha botte d’alcol sopra i 14 gradi, e che quindi amaroneggia vieppiù, non ci sarà il rischio d’un effetto sostituzione, per via del prezzo, su tutta quella fascia di wine drinkers che di spendere certe cifre non se lo possono (più) permettere? E non c’è forse il pericolo che l’appassimento peggiore scacci quello migliore, e che dunque il Ripasso scacci l’Amarone e l’igt scacci il Ripasso?
L’ho detto di recente a qualche valpolicellista. Uno, sull’uscio della sua ultramoderna cantina, ha allargato le braccia e, sorriso stampato in faccia, m’ha ribattuto: «Finché li vendo io li faccio, vorrai mica che butti via tutta quella roba...» Già, finché li vendi, quei rossi, prendi e porta a casa. Ché il conto in banca cresce. Poi si vedrà.
Oh, sì, forse queste cose le scrivo perché ho mangiato male, e faccio un po’ fatica a digerire. E dunque son d’umore cupo. Eppoi per me ottobre (il primo autunno) è tempo gramo, da sempre, e mi deprime. Forse, sì, le scrivo per questo, certe cose. O forse no.

sabato 6 ottobre 2007

Meno male che almeno Gino... Del Lugana e dei silenzi luganisti

Angelo Peretti
È noto che la riconoscenza non è di questo mondo. E men che meno del mondo del vino. Per cui non mi sorprende quant’accade in terra di Lugana, ora che finalmente si sono assegnate le prime «stelle del Garda» nella disfida degustatoria delle «età del Lugana».
Di che cosa si tratti, lo lascio dire al comunicato stampa che ho ricevuto: «La scommessa chiamata “Le età del Lugana” lanciata alcuni anni orsono dal Consorzio voleva che una commissione di esperti giornalisti ne valutasse alcune annate confrontando le stesse e riconfermandole poi, l’anno successivo. Timidamente i produttori che si avvicinarono al primo “esperimento” furono pochi...» eccetera. Di fatto, si trattava di valutare una serie di Lugana, metter da parte quelli che sembrava avessero chance di migliorare nel tempo, riassaggiarli l’anno dopo e quello dopo ancora, e se per tre anni di fila davano esito favorevole, allora li si premiava con la stella della longevità. E i primi che han passato il test triennale son due Lugana del 2003: la Riserva del Lupo di Cà Lojera e il Molceo di Ottella. Buoni.
Ma adesso prendo l’incipit del comunicato stampa, che è questo: «Si è sempre definita “la scommessa” sulla longevità dei Lugana e, se di scommessa si trattava, ora, alla luce dell’evidenza, si può dire che la stessa sia stata vinta. Si, perché solo alcuni anni fa i Lugana tutelati dal Consorzio Tutela Lugana Doc vennero proposti ad un gruppo di giornalisti esperti del settore con la chiara intenzione di sfatare quella credenza che li voleva, essendo vini bianchi, non adatti ad un corretto e longevo affinamento. Il Lugana, si diceva e si credeva, va bevuto giovane e fresco, possibilmente d’annata. Fra i non credenti a questa volontà popolare il grande amico dei produttori di Lugana, Luigi Veronelli, incitava i produttori, sopratutto i giovani, a produrre il loro Lugana per poi dimenticarlo per qualche anno in cantina prima di commercializzarlo: “troverete grandi sorprese ed infinte soddisfazioni” diceva. Ed ancora una volta aveva ragione».
Giusto, giustissimo: Gino aveva ragione. Ma ce l’avevo certamente anch’io. Quando creai quest’occasione di confronto sulla longevità luganista, e Gino non c’entrava proprio.
Si sa, la riconoscenza non è di questo mondo, e neanche del mondo del vino. Ma visto che di come sia nata ‘sta faccenda non se ne dà cenno, voglio proprio togliermi lo sfizio (e già!) di mettere i puntini sulle i, e spiegare.
E dunque, il concorso delle «età del Lugana» venne di fatto concepito una sera a casa - e poi a cena, nel suo ristorante - di Igino Dal Cero (leggasi Cà dei Frati). L’anno prima avevo accettato la proposta di Paolo Fabiani (leggasi Tenuta Roveglia), allora presidente del Consorzio luganista - oggi c’è Francesco Montresor (leggasi Ottella) -, di rimettere in sesto il vecchio concorso della stella del Garda. Solo che agli assaggi m’annoiai parecchio, anche perché la formula con la degustazione prioritaria da parte degli enologici ci aveva tolto di mezzo qualche bel vino, giacché - pensate - l’avevan ritenuto poco «tipico» (ah, quanti misfatti lungo la strada della tipicità!). E insomma, facemmo passare meno vini di quanti ne prevedesse il regolamento. E poi spiegai le scelte, in una memorabile (per me, e per molti produttori, che ancora oggi me ne ricordano) relazione: troppo legno, troppa morbidezza, troppe ossidazioni, spiegai, un po’ rudemente magari.
La formula, dicevo, era oggettivamente vecchia, superata. E fra i meno convinti dell’operazione c’era Igino, che desiderava invece qualche cosa che fosse in grado di mettere in luce le prerogative del bianco di Lugana in termini di capacità di resistenza allo scorrere del tempo (e che belle bottiglie d’antan del Lugana I Frati ho potuto assaggiare!). E dunque, conversando, tirai fuori l’idea: che il pubblico giudicasse i vini dell’ultima annata in una sorta di concorso popolare, e che invece ai giornalisti venisse chiesto di scommettere, appunto, sulla longevità del vino, con ripetuto assaggio nel triennio. Insomma: c’è anche la mia firma su quest’operazione, vivaddìo. Ma nei comunicati non ne vedo traccia, ohibò. Ma capisco: la riconoscenza, eccetera.
Dico poi che comunque alle degustazioni del concorso delle «età del Lugana» ho partecipato solo il primo anno, per mia scelta, e dunque non ero presente né questa volta, né la precedente, e chi deve sapere il perché dell'assenza, lo sa, ma queste son faccende mie, che nulla tolgono al vino. E aggiungo che i due premiati, il Lupo e il Molceo, son davvero Lugana rappresentativi. E non avevo comunque grandi dubbi che sarebbero approdati al traguardo. Del resto, n’avevo già parlato nell’ottobre di due anni fa. E se comprensibilmente non volete rileggere il pezzo, mi limito a riportare qui sotto quant’avevo scritto allora sui due vini oggi vincenti.
In primis, la Riserva del Lupo 2003 di Cà Lojera: « Primo vini ad aver passato la selezione - dicevo - è il Lugana Riserva del Lupo 2003 di Cà Lojera. Per me, è un autentico fuoriclasse. Probabilmente uno dei migliori Lugana che mi sia mai stato dato d’assaggiare. L’ho già bevuto varie volte, e sempre mi si è confermato d’enorme carattere. Magari difficile, ora, da comprendere. Perché ancora chiuso, nervoso. Ma, a mio avviso, destinato a fascinoso futuro. È fatto in acciaio. Solo acciaio, niente legno. L’alcol, pur sostenuto, è quasi mascherato da una vivida freschezza, del tutto inusuale per la calda annata di cui è figlio. Emergono afrori d’agrumi (di limone, di pompelmo) e poi di citronella e d’erba di sfalcio. La vegetalità è a tutto tondo. La mineralità è lì che preme per uscir fuori. Il finale, lunghissimo, gioca sui toni della mandorla verde e della colorofilla. Lasciatelo riposare ancora, e vi darà soddisfazioni. Ci scommetto davvero». Scommessa vinta, dunque. E ne son lieto. E confermo: il miglior Lugana che ho bevuto fin qui (e garantisco che l’ho tastato spesso e lo tasto tuttora di frequente).
Ora, il Lugana Superiore Molceo 2003 di Ottella: «Poi - scrivevo allora -, il Lugana Molceo 2003 di Ottella. Siamo nella categoria dei vini affinati nel legno. E il Molceo si conferma ancora una gran bella espressione luganista. Denso, grasso, setoso, eppure anche citrino, rigoglioso di salvia. Il passaggio in botte quasi non l’avverti. Te ne accorgi solo per una vena vanigliata sottesa all’ampia struttura. Non dovrebbe aver proprio problemi a dipanarsi al meglio nel triennio che viene». E anche qui scommessa rivelatasi corretta. E son contento, ché i Montresor sanno il fatto loro, e lavorano bene, ed è bravo assai co’ bianchi Flavio Prà, che gli è consulente.
Ora, un altro commento. Qui sopra ho detto che entrambi i premiati, il Lupo e il Molceo, son Lugana rappresentativi. Rappresentano, intendo, le due scuole del pensiero luganista. Il primo, la Riserva del Lupo di Cà Lojera, è un vino fatto in acciaio, che nulla concede alla morbidezza, ma punta tutto su freschezza, e vegetalità, e mineralità. L’altro, il Molceo di Ottella, passa invece nel legno, e gioca sulla morbidezza polposa del frutto, su un velo di vanigliatura, sulla seduzione dolce. Riconosco, al Molceo di Ottella, gran piacevolezza. Ed è lo stile che oggi indubbiamente paga di più sul mercato. Lo stile più seguito dai produttori luganisti. Ma io - è noto - preferisco l’altra, di scuola. Quella che nulla concede alla morbidezza e alla dolcezza. Quella di Cà Lojera e del suo Lupo del 2003. Ché il Lugana è, per me - l’ho scritto più volte - rosso mascherato da bianco (mi prenderanno mica anche questa, di definizione, vero?), e guai se non tira fuori quella sua tagliente, ruvidosa anima che gli deriva dall’argille della Lugana, la terra che fu bosco e palude, prima di veder vigna. Ma siete sempre liberi di dirmi che sbaglio. O di non dire proprio niente, come fa il consorzio. Meno male che c’è almeno Gino, nelle citazioni. E certamente non ho dubbio alcuno ch’io valga non una, ma millanta volte meno di lui, e gloria alla sua memoria: ci mancherebbe.
Che dite? Che son permaloso? Sì, proprio vero: permalosissimo, l’ammetto. Ma vorrei veder voi, al posto mio, corbezzoli!
Post scriptum: l’escalamazione, corbezzoli!, non rientra propriamente nel mio bagaglio lessicale (che riconosco essere in genere più colorito e spesso figurativamente pertinente la fisiologia mascolina), ma me l’ha insegnata una certa persona, e la trovo appropriata, essendomi ripromesso di non eccedere, nello scritto.

lunedì 1 ottobre 2007

Quaranta, e (forse) si riparte: il Bardolino alla svolta

Angelo Peretti
Stavolta cedo il passo. L’ho già fatto un paio di volte in passato, e lo rifò volentieri anche stavolta: lascio il mio spazio all’intervento d’altri. E l’altro in questione è Giorgio Tommasi, presidente della Cantina di Castelnuovo, una delle tre realtà consortili del territorio gardesano di riva orientale.
Tommasi doveva partecipare con me e con Franco Cristoforetti (Villabella) e con l’amico Nereo Pederzolli, giornalista di quelli che ammiro, al convegno che il Consorzio del Bardolino ha organizzato per la festa dell’uva: la quarantesima vendemmia della doc bardolinista, era il tema. Eravamo a Bardolino, intendo. E in effetti ha partecipato, ma io che ero il cosiddetto moderatore dell’incontro, ho preferito metterlo sulla chiacchierata, e gli ho quindi domandato di sintetizzare. Solo che, rileggendolo, quell’intervento che s’era scritto m’è piaciuto, e gli ho chiesto se me ne dava copia, e adesso trovo giusto condividerne i contenuti. Ché non è mica così cionsueto che nella mia benacense terra si faccian riflessioni così a tutto tondo.
Dico subito, e mica per fare il bastian contrario, che non tutto condivido appieno, ma è naturale che possa esser così. E il punto di non totale condivisione è quando - lo leggerete - si parla dei vitigni, ché Tommasi vorrebbe tornare a valorizzarne la complessità, com’era nelle origini del Bardolino, ed apprezzo l’intento, ché questo porterebbe a rifare il vino salino e piacevolmente beverino che era. Ed è pur vero, però, che dice: prima la zonazione. In modo da verificare quali siano davvero i vitigni vocati terra per terra. E dunque già si fa distinzione. Personalmente, però, e l’ho scritto più volte, son terroirista: ossia, credo nel terroir. Più che nel vitigno, che considero uno soltanto dei cento caratterii del terroir, appunto. E dunque il vitigno m’intriga solo in parte, perché soprattutto vorrei che nel vino trasparisse l’anima del luogo e la genialità dell’uomo che in quel luogo vive, il genius loci, come dice chi se n’intende di cose di sociologia ed affini.
Detto questo, evviva! Mi piace quel che ha scritto Tommasi. E ve ne propongo la lettura. Ché finalmente nella mia terra si torna a pensare. E la rinascenza bardolinista potrebbe essere lì per arrivare.

Produrre un Bardolino di qualità
di Giorgio Tommasi
Voglio credere che quando mi è stato proposto di esprimere la mia opinione sul come produrre un Bardolino di qualità, lo si sia fatto perché la Cantina di Castelnuovo, che presiedo, coi suoi quasi trecento soci, è il maggior produttore di Bardolino, ma anche perché per me, come per Angelo Peretti, il primo vino bevuto è stato appunto il Bardolino (anzi, qualche goccia di Recioto di Lazise, nei primi anni di vita). E perché godo della fama di essere rigoroso, forse troppo, nel pretendere il rispetto di regole che siano finalizzate ad ottenere vini di qualità.
Accingendomi tuttavia a riordinare le idee per svolgere il tema, mi sono reso conto di quanto fosse vasto rispetto alle necessità di sintesi e complesso per me che non sono propriamente un esperto.
Subito si è presentato il problema di definire cosa si intenda per un Bardolino di qualità: per me, è il vino prodotto con buone uve dei vitigni tradizionali, nella giusta miscela, coltivati nei migliori vigneti, all’interno della zona delimitata dal disciplinare.
Può sembrare una definizione lapalissiana, ma non tutti sono stati e sono d’accordo.
Vedo di seguire passo per passo la definizione proposta.
Il vino. Per me la vinificazione deve semplicemente assecondare e seguire i naturali processi di fermentazione, macerazione e maturazione, senza introdurre strani artifici (ad esempio la barrique), utilizzando al meglio quello che la tecnologia ci offre per riprodurre su larga scala e con risultati prevedibili quello che millenni di esperienza ci hanno insegnato.
Vitigni tradizionali. Qui comincia a nascere un problema che è di pochissimi vini, cioè la presenza di molte varietà di uva. Penso che sia improponibile e probabilmente inutile ritornare alle decine di varietà utilizzate cinquanta, cento o duecento anni fa. Però alcuni punti fermi sono necessari. La corvina e la rondinella vanno benissimo, ma come fare un Bardolino vero senza molinara (quasi sempre citata nelle retroetichette, ma quasi mai presente), senza sangiovese e negrara, senza un pizzico di garganega e fernanda? E poi i vitigni di più recente introduzione: sì a piccole dosi di merlot (che nelle nostre colline è di grande qualità) e di barbera, che hanno tradizione centenaria, no al cabernet che c’entra come i cavoli a merenda.
Giusta miscela. È impossibile fissare percentuali precise: ad ogni produttore la sua ricetta. Mi limiterò a registrare la tendenza ad esagerare con la corvina, probabilmente per scarsità di uve di qualità degli altri vitigni.
Nei migliori vigneti. Ci troviamo di fronte ad un altro problema particolarmente accentuato nella zona del Bardolino: la variabilità esasperata dei suoli, che provengono da substrati pedogenetici trasportati dal ghiacciaio in quattro glaciazioni (anche se solo le ultime due sono importanti). È quindi fondamentale enfatizzare l’importanza della macro e micro zonazione, che permette di individuare gli appezzamenti con diverse caratteristiche, ma comunque ottimali per la coltivazione della vite, e quelli da bandire: è questa, a mio parere, la priorità assoluta per il Bardolino! Ci avevano già pensato i nostri antenati facendo leva sull’esperienza di millenni, ed ora per molti motivi dobbiamo utilizzare strumenti moderni e scientifici come le analisi del terreno, le microvinificazioni, eccetera.
Continuando a definire i migliori vigneti, accenno alla forma di allevamento e alla densità di impianto. Per fortuna è abbastanza semplice: va benissimo il guyot, che peraltro si avvicina al filare ad archetto già utilizzato da tempo (io coltivo vigneti impostati così che hanno sessant’anni d’età) e vanno bene le densità tra quattromila e cinquemila viti per ettaro.
Per quanto riguarda portainnesti e cloni, ritorniamo alla complessità e ai problemi. Ci troviamo con vigneti degli ultimi anni del secolo con portainnesti vigorosi (come il famigerato kober), cloni troppo produttivi e forme espanse, che convivono con i nuovi impianti sicuramente indirizzati alla qualità, ma ancora giovani per darci i grappoli migliori. E sui cloni è auspicabile intensificare gli sforzi per selezionarne di nuovi dai pochi vigneti antichi rimasti, anche per non cadere nella standardizzazione delle uve.
Tralascio di parlare delle pratiche agronomiche, perché sarebbe troppo lungo. Solo un pensiero: la vite ha bisogno di soffrire un po’, e quindi solo eventuali irrigazioni di soccorso.
Seguendo lo schema proposto, ritengo che avremo ottenuto non uno, ma molti Bardolino di qualità, che potranno di volta in volta essere pronti, leggeri e da bere giovani, oppure più corposi e adatti all’invecchiamento di qualche anno, con più o meno colore, più o meno salati e così via, ma tutti inconfondibilmente Bardolino.
Per finire, un cenno al ruolo delle cantine sociali: in ogni denominazione, sono fondamentali per l’equilibrio della filiera e devono essere orientate a premiare la qualità delle uve. Già nel 1903, quando nascevano le prime cantine cooperative, il Marescalchi individuava come il principale problema la valutazione delle uve dei soci, elencando sei diversi metodi per definirne la qualità. È trascorso più di un secolo, ma il problema è sempre attuale. Con la differenza che oggi sono in fase di sperimentazione avanzata strumenti tecnologici che permettono la misurazione di fondamentali parametri qualitativi.
La scelta di come remunerare le diverse uve incide in maniera significativa sui comportamenti e sulle decisioni del socio, non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo periodo, influenzando la viticoltura di un intero territorio.
Concludo con gli auguri di buon compleanno al Bardolino e… come si dice: la vita inizia a quarant’anni!
Giorgio Tommasi

E adesso chiudo io, da padrone di casa, e m’associo: avanti coi prossimi quaranta.

sabato 22 settembre 2007

Il bianco che quasi non c’è: San Martino della Battaglia

Angelo Peretti
Stavolta vorrei raccontarvi di un bianco che quasi non c’è. Nel senso che sì, di bottiglie ne trovi, ma sono pochine. E di fatto le puoi bere solo sulla terra d’origine. Perché quella terra è un pezzetto appena. Piccolissima. E ci fan vino con l’uva innominabile: tocai friulano impiantato al confine lombardo-veneto, ma dir tocai - lo sapete - è vietato, che sennò i legislatori europei piangono, avendo deciso che il nome è solo degli ungheresi. E così un tempo quel vino portava in etichetta il nome di Tocai di San Martino della Battaglia, e invece adesso è più semplicemente San Martino della Battaglia. E il nome è quello di una frazione di Desenzano del Garda. Ed ha minuscola vigna bianchista a margine dell’argille anch’esse bianchiste del Lugana. Basse colline d’entroterra gardesano.
È, quella di San Martino, terra che sembra quasi grondare ancora il sangue della battaglia - celebre - del Risorgimento. E mi domando se si scriva tuttora con la maiuscola, il Risorgimento. E se nelle scuole si studino anche adesso quei combattimenti. Lì a San Martino e a Solferino s’ammazzarono a migliaia, colpiti da palle di schioppo che spezzavano gli arti e da ferro affilato che squarciavano le carni. E fu sofferenza inaudita: 24 giugno 1859, tra morti e feriti furono 40mila. Fu anche, quel dolore assurdamente enorme, generatore di solidarietà, dalla gente del luogo. E da uno svizzero illuminato, Jean Henri Dunant, che in quei giorni di morte e di pianto maturò l’idea della Croce Rossa.
Ora, non so invece come sia maturata l’idea di piantarci vigna di tocai a San Martino. Da qualche parte ho letto che sarebbero stati proprio dei furlani a portarla, perché qui sostavano portando vacche in transumanza. Chissà.
So anche che, dopo un iniziale successo, il tocai sammartinese è lentamente caduto nell’oblio, e ormai non c’era quasi più nessuno che lo vinificasse, soprattutto nei tempi di rossi imperanti, gli anni Novanta. Ora, però, l’onda del bianco torna a montare. E magari c’è anche lo zampino del successo del cugino Lugana. E insomma, ecco che il San Martino è tornato ad uscir fuori dal guscio. Ed è un bianco che si fa rispettare. Lo fanno in pochi, ne fanno poco, ma merita attenzione, ché si bevono dei buoni bicchieri.
Qui sotto vi conto qualcosa dei tre che ho, appunto, bevuto quest’anno. Che non son tutta la produzione, ma ci siamo vicini, ché mi pare ce ne siano ancora due o tre e basta, e quelli, ahimé, non m’è capitato di tastarli.
Il prezzo? Non ce l’ho, ma - tranquilli - son pochi euro a bottiglia. E dunque son bocce da comprare con serenità.
L’ordine degli assaggi è alfabetico, per azienda.
San Martino della Battaglia Pergola 2006 Civielle Civielle sta per Cantine della Valtenesi e della Lugana. Il vino ha colore quasi dorato, traversato da vene erbacee. Naso di frutto giallo maturo. Bocca pure polposa, magari un po' dolcina, ecco. E poi note di camomilla (che son caratteristiche), e anche il the. E c’è buona lunghezza, e freschezza integrata. Non è il mio stile, con quella morbidezza, ma è ben fatto.
Due lieti faccini :-) :-)
San Martino della Battaglia 2006 Cobue Si concedono lentamente al naso i fiori bianchi, ed è dunque florealità ritrosa quella di questo San Martino. La bocca è rustica. Raspa come una carta vetrata. Ha freschezza in rilievo e sotto la camomilla e ricordi di fieno e poi frutto giallo non maturissimo, ma di buona densità. Vino apparentemente semplice, in realtà di bella lunghezza e materia. Da osservare.
Due lieti faccini :-) :-)
San Martino della Battaglia Campo del Soglio 2006 Colli a Lago Mi piacerebbe riprovarlo adesso il San Martino dei Formentini, ché quando l’ho bevuto, a fine giugno, era da troppo poco in bottiglia, e quindi ancora chiuso e scosso. E invece sappiate che il Campo del Soglio è sempre bel vino, appagante (buonissimo trovai il 2004). Fresco. Sapido. Ha polpa. E nitida memoria di pesca bianca.
Due lieti faccini :-) :-)

venerdì 14 settembre 2007

Chi salverà il Valpolicellino?

Angelo Peretti
Ma guarda te se ci si doveva mettere la grandine per salvare il Valpolicella d’annata. Già, perché chi ha preso la tempestata di fine agosto, almeno in (buona) parte l’uva l’ha potuta raccogliere lo stesso, ché già aveva confortanti indici di maturazione, ma mica l’ha potuta destinare all’Amarone, acciaccata com’era. E allora, credo (spero), via a produrre (anche) il tanto bistrattato Valpolicellino d’annata, che altrimenti rischiava la scomparsa. Già, perché ormai è da un paio d’anni che gira voce insistente d’un possibile abbandono quasi radicale del piccolo della doc valpolicellista, sopraffatto dall’impetuoso successo commerciale di sua maestà l’Amarone e del principe Ripasso, che amaroneggia vieppiù. E dunque tutti a destinar l’uva ai super-red valpolicellesi. Appassire, appassire, è la parola d’ordine. Tutti a far cassettine di grappoli destinati al fruttaio. Ad onta del vino giovane, per il quale si adopera magari solo l’uva dei vigneti più giovani, oppure quel che resta (se ne resta) dopo la vendemmia per l’Amarone, per il Recioto, per il Superiore, per il Ripasso.
Perché l’abbandono del piccoletto in favore dei parenti più prestanti? Perché pecunia non olet, come dicevano i latini. Tradotto e adattato in lingua locale: Schèi fa schèi. E c’è da capirli (e di schèi, in Valpolicella, ne hanno fatti, sull’onda amaronista che sembra non conoscere scoglio, il che ha davvero del sensazionale).
Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi se nel medio-lungo periodo si dimostri davvero azzeccata la scelta di puntare tutto su due tipologie di vino prettamente tecniche (son tutt’e due figli diretti o indiretti dell’appassimento), orientando per di più la comunicazione sui soli nomi per l’appunto della tecnica, e mettendo invece in secondo piano la denominazione di terroir: chi dice più Amarone della Valpolicella o Valpolicella Ripasso? Si semplifica, si abbrevia: Amarone, Ripasso, stop. E la Valpolicella tende quasi a scomparire dalla lingua enoica. Talché in un’indagine commissionata dallo stesso Consorzio è emerso che taluni identificano l’Amarone come vino del Piemonte o d’altre terre ancora.
Detto questo, l’interrogativo che qualcheduno mi pone è: «Ma esiste ancora un buon Valpolicella d’annata?» Che si possa bere senza tanto rotear di calice, decanter et similia. Con qualche disimpegno e una fetta di soppressa e una di polenta brostolà. E io dico: nonostante tutto, sì, qualche piacevole vino fresco c’è. Di quelli franchi di beva e fruttati e succosi. E qui sotto fornisco l’indicazione d’una cinquina d’interessanti 2006 che ho assaggiato nei mesi estivi. E non sono solo questi i Valpolicellini da bere, ma mica tutto ho potuto tastare (ad esempio, non ho provato quello dei Venturini da San Floriano, che di solito mi piace).
Valpolicella Colli Neri 2006 Cantina di Montecchia Colli Neri è la linea. E il vino non ha altra pretesa se non quella, vivaddìo, di farsi bere, e bene anche. Il naso è fruttato: ciliegia in primis. Senza eccessi, ma con pulizia notevole. E c’è sotto spezia leggera. In bocca è beverino e fresco e snello. Se solo avesse un pelo di lunghezza in più, potrebb’essere un piccolo fuoriclasse...
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico 2006 Corte Rugolin I Coati fanno bell’Amarone, elegante. Ma anche il loro baby Valpolicella è di quelli che lasciano il segno. In direzione opposta all’Amarone, ovvio: di qui snellezza, di là concentrazione. Ma c’è bel naso tra il fruttatino e lo speziato. E bocca fresca, verde, floreale (memorie di ciclamino). E c’è, sotto, una base di ciliegia e anche discreto tannino. Beverino, piacevole.
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico 2006 Allegrini Be’, sì, m’era piaciuto di più in precedenti annate il Valpolicella basic degli Allegrini, ma è mica male neanche questo 2006. Fatto con mestiere. Naso di frutto e spezia. Bocca fruttata e tannica e fresca. Note intriganti di ciclamino insieme a quelle della ciliegia. Materia parecchia. Ecco, altri anni ci trovavo più beva, però resta un bel bicchiere.
Due lieti faccini :-) :-)
Valpolicella Classico Il Valpolicella 2006 Buglioni Ecco: qui la ciliegia c’è. Magari non è esattamente un’esplosione di frutto, ma è nitida, pulita. E in bocca questo valpolicellino targato Buglioni si presenta semplice sì, da tracannare con disimpegno, ma anche ben modulato. Magari un po’ verde, ecco, ma ha frutto e vena acida in bell’evidenza e qualche nota tannica ben integrata.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Valpolicella Classico 2006 Camporeale Probabilmente c’è chi lo troverà un po’ dolcino, un po’ morbidosetto, però ha fruttino (la ciliegia, la fragola) e caramellina al lampone. Al naso e in bocca. Punta molto a un approccio morbido, confidenziale, questo piccolo rosso di Mario Lavarini. Ma ha discreta lunghezza e, insomma, un buon bicchiere con una fetta di soppressa giovane ci sta.
Un lieto faccino e quasi due :-)

sabato 8 settembre 2007

Quei dieci Soave che fanno felici i miei faccini

Angelo Peretti
A volte t’incastrano. Se scrivi sui giornali, capita che ti chiamino a fare il moderatore a convegni, dibattiti e tavole rotonde. Spesso riesci a schivare, altre volte no. E quasi sempre ti trovi a non moderare un bel niente, ma tutt’al più a fare da timer ai relatori, che mica sempre sono fedeli ai tempi che gli hanno assegnato. E insomma, ti senti una specie di soprammobile, e basta, che apre la bocca solo per dare e togliere la parola ad altri. Succede, e non è che uno ci si senta gratificato.
L’ultima volta in ordine di tempo m’è accaduto di fare il moderatore al Soave Versus, la rassegna annuale che il Consorzio di tutela del Soave dedica ai bianchi della denominazione. E devo dire che non è stato neanche così difficile, perché chi doveva intervenire l’ha fatto sostanzialmente nei tempi prefissati, e così il convegno - troppo lungo, come tutti i convegni, ma non per colpa di chi ci doveva parlare - è finito pressoché all’orario programmato: appena sei minuti di sforamento sono una specie di record, soprattutto se si pensa che si era partiti col solito quarto d’ora di ritardo.
Ora, è stato un peccato non aver potuto approfondire l’ultimo intervento, quello di Stefano Raimondi, responsabile della linea «vini alcolici e bevande» dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero. Ché delle numerose slide che aveva preparato sul pc non ne ha presentate che un numero limitato, e dentro ci si leggevano dati che probabilmente era il caso d’approfondire. Dati di vendita e di posizionamento commerciale dei vini bianchi veneti nel mercato globale.
Cercherò di riassumere per sommi capi qualcuno dei trend illustrati, e sono grato a Raimondi d’avermi lasciato una stampata delle sue diapositive.
In primis: il divario fra export è italiano di vini rossi e bianchi si sta colmando. Ma nello stesso tempo i vini a denominazione sono da anni sostanzialmente sugli stessi volumi di vendita all’estero, mentre crescono, e parecchio, i vini da tavola. Insomma: si esporta vino che costa poco. E quest’osservazione vale tanto più per i bianchi del Veneto, ch’è la prima regione esportatrice: i prezzi medi praticati sono a quota 1,92 euro, contro un valore di 2,55 euro per la media italiana. E se proprio si vuol farsi del male con qualche altra osservazione, be’, preoccupa un pochettino vedere che quasi l’80 per cento circa dell’export vinicolo veneto è concentrato su quattro paesi: la Germania (col 41 per cento), il regno Unito (19 e passa), gli Stati Uniti (con l’8 per cento, che è dato buono, ma miserello se si pensa alla dimensione del mercato a stelle&strisce) e il canada (e lì siamo al 7 e più). Vien quinto il Giappone, che è quasi al 6 per cento. Si dirà: sì, ma son mercati floridi, e la Germania è partner commerciale ben piazzato. Certo, ma i tedeschi pagano poco poco il nostro vino, e concentrar le vendite lì non dà grande valore aggiunto. Meglio sarebbe convincere gli americani, ma a quello ci pensano di già i toscani, che hanno nell’America del Nord il loro mercato di sbocco prevalente, sul quale superano di molto per fatturato le vendite che fanno nell’intera Europa. E c’è da meditare.
E la fonte è autorevole. L'Ice s’occcupa di promozione del made in Italy sui mercati internazionali. Ed ha, nel settore del vino, lunga tradizione. L’ufficio di Raimondi supporta la presenza delle imprese del settore sui mercati internazionali: fiere, workshop, comunicazione, azioni presso i punti vendita, formazione degli operatori esteri. Eppoi monitora i mercati, attraverso l’analisi dei flussi statistici (volumi, valore, tipologia, provenienza, destinazione ecc). Mica poco davvero.
Detto questo, so che a qualcheduno fra chi legge quest’InternetGourmet gli è già venuto il mal di testa, e allora meglio darsi al vino. Nel senso di descriver qualche vin di Soave. E siccome però non ho avuto modo & tempo d’assaggiar tutto al Soave Versus (ed anzi mi son limitato a tastare qui e là, per provar cose nuove o per aver qualche conferma), faccio come l’anno passato e riprendo gli appunti di degustazione soavisti dell’ultimo paio di mesi, e adopero quelli, prendendo in considerazione anche aziende che al Versus non c’erano. In miscellanea, dunque. E sono una decina i Soave che (sin qui) mi son tanto piaciuti. Al punto che è diecina cui assegno, d’ufficio, i miei tre faccini gaudenti.
Soave Classico Monte Fiorentine 2006 Cà Rugate Et voilà, altra annata ed altro Fiorentine in grande spolvero. Un bianco che ha un marchio di fabbrica, con quel suo bel frutto giallo pulitissimo, croccante, succoso. Quella beva appagante. Quella snellezza. E quegli accenni di sottilissima mineralità. E quell’accenno di noce sul fondo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Pressoni 2006 Cantina del Castello Il Pressoni m’è piaciuto parecchio anche in annate passate, e questo 2006 m’ha confermato, se bisogno ce ne fosse stato, la bellezza di questo crû soavista. All’olfatto ha impronta estremamente citrina. E agrumata è pure la bocca. E fresca. E vene d’ananasso e ortica e frutto bianco.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Cà Visco 2006 Coffele Be’, che dire del Cà Visco che io non abbia già detto in passato? È un gran bel vino. Con tutto quel frutto giallo al naso. E quella polpa fruttuosa densa che t’invade il palato. E quella ruvidità da carta vetrata che ti raspa sulla lingua. E quelle vene vegetali che rinfrescano. E via lunghissimo. Ed elegante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Superiore Vecchie Vigne Contrada Salvarenza 2005 Gini C’è un prato fiorito che s’apre nel bicchiere quando annusi il Salvarenza del 2006. E floreale si porge al palato. E c’è in di più freschezza e mineralità in bel rilievo, e cenno d’erba officinale. Il finale è quello asciutto, quasi tannico, che mi piace trovare in un Soave importante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Superiore Monte Sella 2005 Le Mandolare Non ricordo se ho mai scritto prima d’un vino della Mandolare. Eppure ricordo che il loro Monte Sella m’era piaciuto già nell’edizione 2004 e parecchio di più l’ho goduto nella versione 2005, con tutto quel suo frutto giallo maturo maturo e quella vena agrumata e quella spezia intrigante.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Montetondo 2006 Monte Tondo Frutti e fiori. Gialli. Ce n’è tanti d’entrambi, al naso e in bocca, in questo Monte Tondo del 2006. Ed ha gran polpa, tanta. Epperò anche bella freschezza che rende succosa e salina e appagante la beva. Un gran bel vino, che m’è piaciuto bevendolo un paio di volte di già da luglio a qui.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Calvarino 2005 Pieropan A Soave Versus il Nino Pieropan non espone. E vabbé, ma il Calvarino, bevuto a luglio, è memorabile anche nell’edizione 2005. Con quella sua tensione che gli è caratteriale e quella potenza e quella grassezza di frutto e quella vena d’ortica e quel ricordo di frutto tropicale e quelle nuanche di frutta secca.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Staforte 2005 Prà L’anno passato, quand’ero andato giù di testa per lo Staforte, il nuovo Soave di Graziano Prà, ci fu chi me ne disse un prógno, ed anzi ne scrisse perfino. Vabbé, adesso dite quel che volete, ma anche il 2005 mi piace, e tanto tanto. Con quel frutto bellissimo e succoso. E quella tensione di beva. E i fiori macerati.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Monte Carbonare 2006 Suavia Ora, nel club dei grandi del Soave, le sorelle Tessari un posto se lo son guadagnate da tempo, e il Carbonare ’06 è un conferma. V’è naso floreale (e il fiore secco che s’aggiunge a quello di prato) e bocca fra l’agrumato e il salino. E morbidezza che ti coccola e insieme anche tensione di beva.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Soave Classico Le Bine di Costìola 2006 Tamellini M’era strapiaciuto il 2004. In luglio, ho adorato il 2005. Adesso che Gaetano Tamellini m’ha fatto provare in anteprima il 2006 (da soli due mesi in bottiglia), posso dire che è uno dei bianchi più intriganti che mi sia occorso di bere negli ultimi anni (e ne ho bevuti, di bianchi). Grande e complesso.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

domenica 2 settembre 2007

E i liberi vignaioli altoatesini si convertirono al tappo a vite

Angelo Peretti
Ho già detto e scritto che io sto col tappo a vite. Nel senso che se il vino non è destinato a invecchiamento lungo assai, trovo la moderna chiusura screwcap pratica e intelligente e priva di sostanziali rischi. Che poi, se non finisci la bottiglia a pranzo, le riserri e la tieni (abbastanza) ben conservata fino a cena. E non è un’opzione cattiva, permettete. E ancora meglio sarebbe per il wine bar, ch’evita di lasciar la boccia aperta e rallenta l’ossidazione. Ma vabbé, mica è facile per il produttore e per il rivenditore e per il consumatore convertirsi a questa «nuova» chiusura, che certamente mett’in disparte un po’ della rituale poetica del vino.
Gli è però che all’estero lo screwcap lo chiedono, soprattutto laddove non c’è lunga tradizione di vino. E all’estero l’usano anche, i produttori enoici. Ormai tutti i Sauvignon della Nuova Zelanda sono in tappo a vite. E si comincia a vederne in Borgogna, anche su vini d’una cert’importanza. E ce n’è in Germania per i Riesling o in Austria per i Grüner Veltliner. E magari sarà per l’affinità col mondo austro-germanico, ma i Freie Weinbauern Südtirol - l’associazione dei liberi vignaioli dell’Alto Adige, capitanata da Josephus Mayr – si son convertiti al tappo a vite anch’essi. Bene! Qualcuno ci voleva che desse il la.
È la novità che più m’ha colpito visitando, a Bolzano, l’annuale appuntamento di Vinea Tirolensis, la classica degustazione pomeridiano-serale (di lunedì, dalle 15 alle 21: mica hanno tempo da perdere, ‘sti vigneron suddtirolesi) dei Freie Weinbauern.
Per carità, non tutti hanno effettuato la svolta. E il sughero continua ad essere la scelta d’assoluta prevalenza. Però lo screwcap ha cominciato a vedersi sulle bottiglie d’alcuni bei nomi del vino altoatesino: Falkenstein, per esempio, tribicchierato dal Gambero Rosso & Slow Food per il suo Riesling, oppure Unterortl (quelli del Castel Juval, per capirci). E stessa scelta la fanno altri, piccolini, come Unterhofer, 2,3 ettari appena di terra in Oltradige. Ed è un bell’atto di coraggio. E d’apertura al mondo. Sia lode a loro.
Dei vini, adesso. E devo dir con rammarico che ho trovato sui bianchi un 2006 in tono un po’ minore di quanto m’attendessi, e confrontato col 2005 mi pare un bel gradino sotto. Ma quest’è il bello: che qui s’interpreta l’annata, e quel che viene lo si accetta e rispetta. E comunque qualche bottiglia in grande spolvero c’è anche quest’anno.
Dei rossi ho provato meno. Ho saltato quasi a pie’ pari i Blauburgunder, perché me n’ero fatta un’abbuffata di Pinot nero al concorso di Laimburg (e pazienza se qui c’era la nuova annata: mica tutto si può assaggiare stando in piedi e girando fra i tavoli: ah, se ci fosse una saletta per chi, come me, ha poi da scriverne!). Ho accantonato i Lagrein (qualche scelta bisogna pur farla, quando i vini sono più di duecento). E mi sono buttato sulle Schiave, curioso di sapere come venisse interpretato questo vitigno minore che sta trovando nuovo interesse, ora che si vuol vino da bere.
Qui di seguito, in ordine sparso, le cose migliori fra quelle che ho messo nel bicchiere, sapendo che in poche ore puoi tastare con attenzione sì e no un quarto di quanto è in esposizione (per cui, chissà che belle cose mi son perso).
Sono dieci bianchi e cinque rossi.

I bianchi

Eisacktaler Kerner 2006 Manfred Nössing
Il solito bianco fuoriclasse della Val d’Isarco: gran vino. All’olfatto esplode il frutto giallo e il fiore e l’erba alpestre. Fascinoso. In bocca è pesca polposa e soda. E c’è profondità e ricchezza. E beva vibrante. Un Kerner da antologia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Eisacktaler Sylvaner 2006 Manfred Nössing
Non aveva il Grüner Veltliner, Manfred Nössing, e mi si dice sia un grande Grüner. Ma insieme al Kerner strepitoso aveva un altro bianco in grande spolvero: questo Sylvaner. Erbaceo d’ortiche e di salvia. Elegante e leggiadro. Lunghissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Vinschgau Riesling 2006 Falkenstein
Altra bella annata per il Riesling di Falkenstein, Val Venosta: un classico, ormai. Da bere giovane, direi, come già la vendemmia precedente. Al naso propone ricchissimo il bouquet dei fiori di montagna. Bocca polposa e tesa e fresca e resinosa.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Gewürztraminer Mazzon 2006 Gottardi
Andare allo stand di Bruno Gottardi senz’assaggiare il Pinot Nero può sembrare un’eresia. Ma avrò altra occasione, mentre il Gewürz è più raro trovarlo. Ed è fra i bianchi migliori del Südtirol. Favolosamente denso di frutto e di spezia.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Gewürztraminer Pinus 2006 Zirmerhof
La sorpresa. Bella sorpresa. Josef Perwanger ha appena 0,6 ettari di vigna. Il Gewürztraminer del 2006, fatto in botte d’acacia, è splendido. Citrino (perfino ricordi di fiord d’arancio), speziato finissimamente, freschissimo, lungo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Eisacktaler Sylvaner 2006 Garlider
Elegante all’olfatto: tra fiore ed erba di prato alpestre. E in bocca è proprio un’esplosione di florealità bianca. E poi c’è ricordo erbaceo d’ortica. E frutta gialla sumatura. E vene di bella mineralità che rendono ancora più intrigante la beva.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Eisacktaler Kerner 2006 Strasserhof
Al naso, la pesca nettarina croccante, quand’è ancora non del tutto matura. E poi salvia e ortica. E una vena di mineralità sottilissima. In bocca c’è apertura aromatica. E tensione. E beva nervosa. Magari un pelo di dolcezza in più.
Due lieti faccini :-) :-)
Vinschgau Weissburgunder 2006 Falkenstein
Ancora Falkenstein, ma col Pinot Bianco stavolta. Che è vino che han bella tensione di beva. Un bianco che ha carattere e personalità nervosa. C’è bella lunghezza, e sul frutto croccante s’innesta una vena sottilissima di mineralità.
Due lieti faccini :-) :-)
Weissburgunder Strahler 2006 Stroblhof
Stroblhof è in Oltradige, ad Appiano. Ed ha un Pinot Bianco niente male, fresco, nervosetto il giusto, vegetale parecchio, con bell’eleganza floreale e una speziatura che mi ricorda il pepe bianco. Ed ha buona lunghezza.
Due lieti faccini :-) :-)
Bronner Julian 2006 Lieselhof
Il bronner è un vitigno ridotto a poca cosa come quantità, salvato dall’oblio. Prodotto con chimica zero in vigna e in cantina, questo bianco ha naso affascinante: foglia verde, frutto giallo maturo, litchie. Bocca aromatica, poi. E rusticità.
Due lieti faccini :-) :-)

I rossi

Pinot Nero Mason 2005 Manincor

Ora, sì, ho detto che ho bevuto poco Pinot Nero, ma siccome il 2004 di Manincor m’era piaciuto proprio tanto al concorso di Egna, ho voluto provare la nuova annata. Ed è altra annata di gran piacere. Rosso elegante e di bell’appagamento.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Vernatsch Wolfsthurn 2006 Stachlburg
La bevi a secchi, questa Schiava della Val Venosta. Naso tra il fruttatino e lo speziato. Bocca che ha frutto e vena vegetale. Fresca e un po’ tannica. Piacevole. Semplice e complessa insieme. Che volete di più da un rosso di unidici gradi e mezzo?
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch 2006 Gumphof
Altra Schiava. Dal bellissimo colore rosso pallido. Che già a guardarlo, s’to vinello, ti vien voglia di berlo. Naso di lampone. Bocca succosa di fruttino. Fresca, eppure anche col suo caratterino. E c’è tannino misurato. Se solo ci fosse un po’ più di lunghezza...
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch Amadeus 2006 Lieselhof
Non viene filtrata, questa Schiava: l’azienda lavora così. E dunque è quasi torbida, nel bicchiere. Ed è vino rustico assai, ma anche di bella sostanza. Rosso terroso e pepato e complesso nelle note di fruttino maturo. Vorrei un po’ di freschezza in più.
Due lieti faccini :-) :-)
Vernatsch Campenn 2006 Unterhofer
Due vini, un bianco e un rosso, entrambi in tappo a vite. La Schiava è vino di non grande pretesa, eppure di beva piacevole e sapida. Manca magari un po’ nella profondità, ma ha bocca fruttatina e pepata e sfoggia discreta lunghezza.
Un lieto faccino e quasi due :-)