Angelo Peretti
Sarà che sono un cattivo autista, nel senso che certamente non amo l’automobile alla follia, ma quando c’è troppo traffico vado regolarmente in tensione. Mi capita di sicuro quando devo attraversare Brescia sulla Milano-Venezia: tutto quel caos di macchine e tir mi dà disagio. E forse di più me ne procura l’anarchia viabilistica che c’è subito fuori dell’autostrada, sulle tangenziali e superstrade bresciane che portano in città o nei sobborghi, tra file e file di capannoni, col via vai impazzito di gente che sembra non saper fare altro che spingere sull’acceleratore anche là dove correre non si dovrebbe (potrebbe).
Ecco dunque che mi ci sono diretto con un po’ d’ansia in Franciacorta, in una tarda mattinata novembrina che pioveva a dirotto, avendo dovuto dapprima passare il trittico infernale Brescia est-centro-ovest e poi zigzagare fra il serpentone di metallo di auto e camion di fuori dal casello di Rovato.
Gli è però che ero atteso alla mia prima vera full immersion nella bollicinosa realtà franciacortina (altre visite precedenti erano state toccate e fughe), e dunque il viaggio valeva la pena. Stavolta m’avevano organizzato una visita quelli della Sata, agenzia d’agronomi d’assalto (rintrazio in particolare Marco Tonni per avermi proposto la giornata in Franciacorta), col credo dell’equilibrio della terra e della vigna. E dunque attenti a non nutrire falsamente i suoli, che vuol dire per esempio niente chimica, e sano letame, invece, tra i filari. E poi m’aspettava Marco Zizioli, enologo giovane dalla personalità spiccata, pure lui consulente in Franciacorta, in stretta sintonia col gruppo Sata.
Vi dirò subito che, nonostante il traffico d’avvicinamento - poi lassù a due passi dal lago d’Iseo le cose son cambiate in meglio, e parecchio - e la grand’inzuppata che mi son beccato, il pezzo di Franciacorta che ho incontrato m’è piaciuto, e un bel po’. Ed anzi le vigne spoglie e la pioggia che seguitava a scrosciare formavano, insieme, un che di suggestivo. O forse è che a me, lacustre, quei cieli grigi, quell’arie malinconiche son familiari, e usuale m’è pure la collina morenica vitata, e dunque mi rispecchio in questa terra a due passi da un lago, pur piccolino. E fascinosi ho trovato alcuni scorci, come verso le torbiere, al vigneto delle Boschette (mi par si chiami così, o sbaglio?) della famiglia Bosio. E affascinantissima (si può dire?) ho trovato la collina che, a Provaglio, è stata impiantata di vigna da Chiara Ziliani. Ed è poi tutta bellissima e stretta e fitta la vigna. Sull’esempio della Champagne. E il lavoro di consulenza agronomica lo vedi, lo tocchi con mano.
Eppoi in Franciacorta si fa tutto con imprenditorialità somma, e dunque se si dice che il buon vino lo si fa soprattutto nel vigneto, be’, qui si prende l’agronomo che prepari la vigna, ché faccia scaturire dunque il frutto buono su cui poi - solo poi - dovrà impegnarsi l’enologo. E così va a finire che anche i piccoletti, che la consulenza agronomica magari non se la possono ancora permettere, imitano gli altri, e dunque è ben condotto tutto il vigneto - o quasi - franciacortino.
E questo non vuol dire standardizzazione. Ché il terroir incide, eccome, se non punti all’omologazione. E dunque ecco che le bolle di Franciacorta sembrano percorrere due diverse strade: quelle che puntano al verde e al floreale, e quelle che invece mettono in luce il fruttino e la polpa.
L’altra diversificazione è invece stilistica: c’è chi (i più) guarda alla morbidezza, e dunque mette zucchero abbastanza alto nel liqueur, ed è scelta che paga commercialmente, oggi, e chi invece ancora testardamente (evviva! Ma son pochetti) s’ostina a privilegiare la vena acida e nervosa.
Poi c’è la terza diversità, quella che ripartisce le bolle fra il brut (e qui ci metto dentro pur l’extra brut e il raramente fatto pas dosè) e il satèn, ennesima genialata di Franciacorta, nato quindici anni fa per aver più setosità dalla minor pressione, e oggi in crescita d’affermazione. Ché poi in Franciacorta il successo è quotidianità: problemi a vendere ce n’è zero, per chi sa fare il passo giusto. E il passo giusto qui sembrano tenerlo quasi tutti.
Adesso, per finire, qualche vino delle quattro aziende visitate, tutte seguite a Ziioli e dagli agronomi di Sata.
Franciacorta Satèn Ziliani C - Chiara Ziliani Non è millesimato, ma la vendemmia di riferimento è una sola, quella del 2004, e la sboccatura è di giugno scorso. Ha naso vanigliato e quasi, direi, burroso, ed ha briochina all’albicocca, ed eleganza e fiore. E floreale è pure il palato, ed è anche verde, vegetale, e mi piace questo slancio rinfrescante. C’è lunghezza, e distensione. S’apre gradualmente poi sul piccolo frutto asprigno. Ed ha bella lunghezza. Figlio di vigne giovanissime, che avevano tre anni soltanto all’atto della raccolta dell’uve, dice che la collina è giusta.
Due lieti faccini :-) :-)
Franciacorta Extra Brut Boschedòr 2003 - Bosio Oh, santo cielo, un millesimato del 2003! Annata della calura, che penseresti poco adatta alla bolla, e millesimata poi, e addirittura extra brut, figuriamoci! E invece il vino è interessante parecchio. Trentatrè mesi sui lieviti, è stato. E propone al naso nocciola e noce e vena minerale e, sotto, la crosta di pane appena uscito dal forno. In bocca, ecco che la bolla è cremosa, ben modulata. Ed è espressa in bella misura la freschezza. E c’è frutto, e tanto agrume (l’arancia, la sua buccia). E una vena balsamica piacevole parecchio.
Due lieti faccini :-) :-)
Franciacorta Satèn - Riva di Franciacorta La prima vendemmia dell’azienda, neonata, è stata quella del 2005, ed è dunque questo (insieme al brut) il primo vino prodotto, ed è stato sui lieviti brevemente pertanto, 19 mesi o giù di lì. Ed è stato sboccato appena un paio di mesi fa. Eppure le premesse son buone. Il naso ha piacevoli note citrine e la bocca è sullo stesso piano epperò anche innervata d’eleganti memorie di fiore bianco. La struttura non è di quelle imponenti, però c’è eleganza.
Due lieti faccini :-) :-)
Franciacorta Satèn - Valle Far bolicina in un agriturismo. Buona la bolla, bello l’agritur (e tutt’intorno il vigneto, in una conca), di sostanza la cucina. Cucina e Franciacorta vanno a braccetto, e col burro e l’agliatura dei piatti ci sta anche quel pelo di morbidezza in più che ha il vino. E va giù un calice dietro l’altro, nonostante gli zuccheri spintarelli, questo satèn. Il naso ha tanta nocciola, un po’ tostata perfino. E ricompare l’aroma al palato. E c’è crosta di pane. E bel fruttino di bosco. E c’è lunghezza interessante. E c’è cremosità e polpa. Non è millesimato, ma è tutto comunque della vendemmia 2002, con sboccatura a fine gennaio del 2006.
Due lieti faccini :-) :-)
martedì 27 novembre 2007
lunedì 19 novembre 2007
Quei sapori che tornano dal passato
Angelo Peretti
Lo si è letto in questi giorni: a Palermo sono stati condannati per estorsione aggravata i tre imputati che erano accusati di aver chiesto il pizzo alla storica focacceria San Francesco, in pieno centro della città. Li aveva denunciati il titolare.
Alla focacceria ci sono stato di recente. Di fronte ci stazionava una macchina dei carabinieri. Era strapieno di gente. Soprattutto giovani. Ci ho mangiato il pani ca’ meusa, il panino con la milza. Per di più maritato, e cioè arricchito col formaggio - credo sia caciocavallo: dicono così su Osterie d’Italia - tagliato a listarelle, che si fonde col calore delle frattaglie. Com’era? Straordinariamente gustoso. Un sapore antico. Unico. Se torno da quelle parti, è certo che me ne sbafo un altro.
A Firenze non ho resistito al fascino della bancarella di Orazio Nencioni, accanto alla Loggia del Porcellino stracolma di chioschetti di vestiario e pellame. Avevo appena pranzato. Ma quando mi sono imbattuto nel furgoncino che serviva i panini con il lampredotto, be’, come facevo a passar oltre? E cosa sia il lampredotto è presto detto: trippa. «Un caso di resistenza gastronomica» dice Osterie, a proposito dei trippai fiorentini. La lessano e la tengono in caldo, per affettarla davanti a te. Poi splàf, nel panino riscaldato sulla piastra. Pesantuccia, ma irrinunciabile.
Li chiamano, adesso, street food, questi panini schiettamente popolari. Cibo di strada. Appartengono alla tradizione. Da salvare. Da assaporare. Alla faccia delle continue restrizioni igienico-sanitarie. A volte francamente incomprensibili.
Direte: ma come, tu, veronese, ami il panino quando il sindaco di Verona, appunto, ne vieta il consumo nelle piazze? Intanto, Tosi ha proibito d’accamparsi sui monumenti, e comunque decideranno gli elettori scaligeri se è cosa buona o no. Però mi verrebbe da dire che ha fatto bene, considerati i panini che si vendono in centro: con tutte le materie prime di pregio che si fanno in provincia, che senso ha che i turisti s’ingozzino di plasticume?
E comunque, non è di panini che voglio riflettere in queste righe. Piuttosto di tradizione. Di cibo della tradizione. E dico evviva, perfino, alle sagre, se vi si fa da mangiare coi sacri crismi. Senza asservirsi al precotto, al preconfezionato, alle buste industriali. A Pizzighettone, nel Cremonese, sono capitato casualmente, qualche giorno fa, alla festa del fasulìn de l’öc cun le cùdeghe, e il titolo un po’ m’inquietava. Ma che saporita quella zuppa (servita in scodelle di coccio) di fagiolini dell’occhio, ormai quasi introvabili, e cotiche di maiale (tante) cotte lunghissimamente. Si può far qualità perfino nelle piazze, se si rispetta per davvero la tradizione. Se la si ha a cuore. Mica asservendola, snaturandola, plagiandola per farci soldi facili e magari esentasse.
Ecco: la tradizione gastronomica. È questa che va d’attualità. E non solo per faccende di strada o di piazza. Non solo, ovvio, quando ci son di mezzo le frattaglie (che mangio volentieri, lo si è capito). Vedo, più in generale. un ritorno - finalmente - alla cucina tradizionale. Italica. È questa la ristorazione che funziona, oggi. Il resto vive da tempo aria di crisi. Purché non sia solo moda, passeggera.
In realtà, credo che il mondo della ristorazione (quella qualitativamente valida, intendo, ché c’è troppa gente che ammanisce schifezze) lo si possa dividere in due. Le trattorie (le osterie) e i ristoranti tout court.
Le prime, le trattorie, per me sono quelle che debbon fare, appunto, tradizione. Con prodotti di territorio, con tipicità del luogo, con sapienza antica. Ma attenzione: il prodotto dev’esser buono, ché altrimenti si è alla farsa, e nel nome del tradizionale si portano in tavola nefandezze. Prima il valore della materia prima, in ogni caso. E, insieme, il rispetto della storia alimentare. Magari alleggerendola, certo: mica c’è bisogno, adesso, di dar troppa sostanza, di far sentire lo stomaco pieno. E dunque meno condimento, meno unto, e magari, se possibile, cotture più moderate e brevi, che non portino a sfibrare la pietanza. Ma è questa, ripeto, la mission della trattoria: preservare la tradizione. E può esser anche cucina borghese ottocentesca: vitello tonnato, ad esempio. Ma niente tagliata con la rucola, please.
Alla ristorazione spetta un altro ruolo. Che è quello d’applicare ingegno alle materie prime di qualità, che siano del luogo (lo preferisco) oppure no. E ci dev’essere servizio adeguatissimo. Ché questa non è più solo esperienza di gola, ma dev’essere invece festa dei sensi a tutto tondo. È il posto dove non si va a mangiare, ma a far serata. E dunque giusto piatto, giusto bicchiere, giusta tovaglia, giusta location, giusta ambientazione, giusti tempi, giuste temperature. Insomma: attenzione anche al dettaglio, alla sfumatura. E questo costa fatica e impegno, certo. E si traduce magari in prezzi non bassi. Ma giustificati, o almeno giustificabili. E poco importa se in cucina la spinta creativa la si applichi alla reinterpretazione delle tradizioni o alla creatività a tutto tondo. Qui paghi la genialità complessiva. Qui vince la testa, il pensiero.
In comune, la mia trattoria del cuore e il mio ristorante della testa, hanno un elemento: la ricerca del prodotto. Hanno il cuoco, o il patron, che la mattina presto va al mercato a cercar di che far cucina. Che non s’accontenta di far l’ordine al telefono e aspettare il furgone. Ed hanno anzi in comune anche un altro, parimenti importante, fattore: il senso dell’ospitalità, dell’accoglienza, del rispetto del cliente, ché altrimenti chi te lo fa fare di tribolar tanto al mercato, in sala, fra le pignatte?
In mezzo c’è di tutto. I posti dove ti nutri in qualche maniera. Con materie prime tutte uguali, prese da quei soliti tre o quattro fornitori che ti portano in casa di tutto e di più. E qui ti sbattono sul tavola la roba da mangiare e ti considerano appena un numero: «Caffè al 16!» senti gridare, e tu non sei più una persona, ma sei ridotto, appunto, a numero, quello che c’è scritto sul tavolo, su quei meschini, untuosi segnaposto. E poi magari, al momento del conto, paghi ugualmente i tuoi trenta, quaranta euro, che non son piccolo prezzo.
Lo si è letto in questi giorni: a Palermo sono stati condannati per estorsione aggravata i tre imputati che erano accusati di aver chiesto il pizzo alla storica focacceria San Francesco, in pieno centro della città. Li aveva denunciati il titolare.
Alla focacceria ci sono stato di recente. Di fronte ci stazionava una macchina dei carabinieri. Era strapieno di gente. Soprattutto giovani. Ci ho mangiato il pani ca’ meusa, il panino con la milza. Per di più maritato, e cioè arricchito col formaggio - credo sia caciocavallo: dicono così su Osterie d’Italia - tagliato a listarelle, che si fonde col calore delle frattaglie. Com’era? Straordinariamente gustoso. Un sapore antico. Unico. Se torno da quelle parti, è certo che me ne sbafo un altro.
A Firenze non ho resistito al fascino della bancarella di Orazio Nencioni, accanto alla Loggia del Porcellino stracolma di chioschetti di vestiario e pellame. Avevo appena pranzato. Ma quando mi sono imbattuto nel furgoncino che serviva i panini con il lampredotto, be’, come facevo a passar oltre? E cosa sia il lampredotto è presto detto: trippa. «Un caso di resistenza gastronomica» dice Osterie, a proposito dei trippai fiorentini. La lessano e la tengono in caldo, per affettarla davanti a te. Poi splàf, nel panino riscaldato sulla piastra. Pesantuccia, ma irrinunciabile.
Li chiamano, adesso, street food, questi panini schiettamente popolari. Cibo di strada. Appartengono alla tradizione. Da salvare. Da assaporare. Alla faccia delle continue restrizioni igienico-sanitarie. A volte francamente incomprensibili.
Direte: ma come, tu, veronese, ami il panino quando il sindaco di Verona, appunto, ne vieta il consumo nelle piazze? Intanto, Tosi ha proibito d’accamparsi sui monumenti, e comunque decideranno gli elettori scaligeri se è cosa buona o no. Però mi verrebbe da dire che ha fatto bene, considerati i panini che si vendono in centro: con tutte le materie prime di pregio che si fanno in provincia, che senso ha che i turisti s’ingozzino di plasticume?
E comunque, non è di panini che voglio riflettere in queste righe. Piuttosto di tradizione. Di cibo della tradizione. E dico evviva, perfino, alle sagre, se vi si fa da mangiare coi sacri crismi. Senza asservirsi al precotto, al preconfezionato, alle buste industriali. A Pizzighettone, nel Cremonese, sono capitato casualmente, qualche giorno fa, alla festa del fasulìn de l’öc cun le cùdeghe, e il titolo un po’ m’inquietava. Ma che saporita quella zuppa (servita in scodelle di coccio) di fagiolini dell’occhio, ormai quasi introvabili, e cotiche di maiale (tante) cotte lunghissimamente. Si può far qualità perfino nelle piazze, se si rispetta per davvero la tradizione. Se la si ha a cuore. Mica asservendola, snaturandola, plagiandola per farci soldi facili e magari esentasse.
Ecco: la tradizione gastronomica. È questa che va d’attualità. E non solo per faccende di strada o di piazza. Non solo, ovvio, quando ci son di mezzo le frattaglie (che mangio volentieri, lo si è capito). Vedo, più in generale. un ritorno - finalmente - alla cucina tradizionale. Italica. È questa la ristorazione che funziona, oggi. Il resto vive da tempo aria di crisi. Purché non sia solo moda, passeggera.
In realtà, credo che il mondo della ristorazione (quella qualitativamente valida, intendo, ché c’è troppa gente che ammanisce schifezze) lo si possa dividere in due. Le trattorie (le osterie) e i ristoranti tout court.
Le prime, le trattorie, per me sono quelle che debbon fare, appunto, tradizione. Con prodotti di territorio, con tipicità del luogo, con sapienza antica. Ma attenzione: il prodotto dev’esser buono, ché altrimenti si è alla farsa, e nel nome del tradizionale si portano in tavola nefandezze. Prima il valore della materia prima, in ogni caso. E, insieme, il rispetto della storia alimentare. Magari alleggerendola, certo: mica c’è bisogno, adesso, di dar troppa sostanza, di far sentire lo stomaco pieno. E dunque meno condimento, meno unto, e magari, se possibile, cotture più moderate e brevi, che non portino a sfibrare la pietanza. Ma è questa, ripeto, la mission della trattoria: preservare la tradizione. E può esser anche cucina borghese ottocentesca: vitello tonnato, ad esempio. Ma niente tagliata con la rucola, please.
Alla ristorazione spetta un altro ruolo. Che è quello d’applicare ingegno alle materie prime di qualità, che siano del luogo (lo preferisco) oppure no. E ci dev’essere servizio adeguatissimo. Ché questa non è più solo esperienza di gola, ma dev’essere invece festa dei sensi a tutto tondo. È il posto dove non si va a mangiare, ma a far serata. E dunque giusto piatto, giusto bicchiere, giusta tovaglia, giusta location, giusta ambientazione, giusti tempi, giuste temperature. Insomma: attenzione anche al dettaglio, alla sfumatura. E questo costa fatica e impegno, certo. E si traduce magari in prezzi non bassi. Ma giustificati, o almeno giustificabili. E poco importa se in cucina la spinta creativa la si applichi alla reinterpretazione delle tradizioni o alla creatività a tutto tondo. Qui paghi la genialità complessiva. Qui vince la testa, il pensiero.
In comune, la mia trattoria del cuore e il mio ristorante della testa, hanno un elemento: la ricerca del prodotto. Hanno il cuoco, o il patron, che la mattina presto va al mercato a cercar di che far cucina. Che non s’accontenta di far l’ordine al telefono e aspettare il furgone. Ed hanno anzi in comune anche un altro, parimenti importante, fattore: il senso dell’ospitalità, dell’accoglienza, del rispetto del cliente, ché altrimenti chi te lo fa fare di tribolar tanto al mercato, in sala, fra le pignatte?
In mezzo c’è di tutto. I posti dove ti nutri in qualche maniera. Con materie prime tutte uguali, prese da quei soliti tre o quattro fornitori che ti portano in casa di tutto e di più. E qui ti sbattono sul tavola la roba da mangiare e ti considerano appena un numero: «Caffè al 16!» senti gridare, e tu non sei più una persona, ma sei ridotto, appunto, a numero, quello che c’è scritto sul tavolo, su quei meschini, untuosi segnaposto. E poi magari, al momento del conto, paghi ugualmente i tuoi trenta, quaranta euro, che non son piccolo prezzo.
domenica 11 novembre 2007
Ah, la gioia che può dare un Moscato col prosciutto crudo!
Angelo Peretti
Confesso di non sapere quasi nulla del Moscato d’Asti. Del Moscato piemontese in genere, ché c’è anche la doc, appunto, del Piemonte Moscato. Non sono mai stato in zona, a veder vigne e cantine, a camminare i luoghi. Solo qualche passaggio di sfuggita. In macchina. Niente.
Confesso un’altra cosa: che mi piace, e molto. E che lo reputo un vino di riferimento. Che gli altri italici produttori bianchisti dovrebbe assaggiare, provare, testare, valutare, studiare con attenzione. Mica per far vini uguali, no. Ma per capire i limiti. Per comprendere, intendo, dove sia il confine, che pare labile (e forse labile in effetti è), tra eleganza e grossolanità, tra armonia e stridore. Ché oggi è qui che si gioca la partita. E il Moscato non ammette errori: dolce, aromatico, effervescente, di poco corpo, o impronti il vino sulla finezza, o non c’è nulla da fare, e avrai stucchevolezza.
Ecco: è qui il limite, è qui la sfida vera. Nei tempi (al tramonto, spero, di quei tempi) della concentrazione, del muscolo, della potenza, della struttura portata agli eccessi, del legno prevaricante, del tannino angosciante, c’è nell’Astigiano chi insegna che invece si può agire sulla levità, sulla leggerezza, sulla nuance. Che diventa fascinazione. Che intriga. Che avvince, perfino.
Eppoi, piantiamola, vivaddìo, di considerarlo vin da dessert, il Moscato. Ci sta, certo, con le torte di mele e di pere, con le creme. Ma è vino. E a me piace pensarlo coi formaggi cremosi, magari, o coi salumi, in primis col prosciutto crudo, quello più dolce, giovane. Provatelo, Moscato e prosciutto: abbinamento da favole, accostamento che pare, sì, azzardato & trasgressivo, e invece è sognante connubio, con la dolcezza tattile del grasso di maiale che s’associa per similitudine con la morbidezza fruttata del vino, con la salagione che si fone con la lieve speziatura liquida, col pizzicore della vivacità minuta che pulisce il palato e prepara al nuovo boccone e al nuovo sorso, e la bocca è un’ondata di saliva. L’acquolina in bocca, s’usa dire.
Che dite: vaneggio? Credo la pensassero così anche alcuni di coloro che son venuti alla deustazione di Moscato d’Asti che ho organizzato qualche tempo fa alla Taverna Kus, a San Zeno di Montagna, il covo dei miei wine tastings. Invece tutti sorpresi. Perfetto col prosciutto, sì, del Veneto. Ma anche col prosciutto d’anatra - artigianale - che ha portato Mario Bruno Guerra (I Rasoli è il suo agriturismo, sul Baldo), e con la sua pancetta steccata e fumé. Ammaliante con la crescenza. Perfino col Gorgonzola dolce. E s’è visto, dunque, ch’è vino vino per davvero. Vino da bere, intendo, anche a tavola. Ohibò.
E adesso ecco qui che di seguito illustro qualcheduno dei Moscati che abbiamo tastato: riporto i migliori, e sono otto sui sedici messi nel bicchiere. Con un’avvertenza, e cioè che, ahinoi, parecchie ossidazioni abbiam trovato. Per colpa, ritengo, di cattive conservazioni nei magazzini dei distributori e dei rivenditori (ché da loro li abbiamo presi i più tanti). E per questo son finite fuori gioco, per esempio, le bocce della Caudrina di Romano Dogliotti, che in passato ricordo da sogno, e invece stavolta... Peccato. E il Moscato ha in fondo anche questo d’anomalo: richiede cura nel conservarlo, nel tenerlo. Ché non ti perdona niente, e uno sbalzo di temperatura gli può esser fatale. Ma possibile che chi lo vende non sappia queste cose? Possibile non gli si voglia bene, a un gioiellino del genere, e lo si tratti male assai, lo si deturpi?
Oh, mi viene alla mente un’altra avvertenza: vedrete ben tre etichette di Paolo Saracco. Non stupitevi: è un genio, in fatto di Moscato. Almeno, io la penso così.
Ecco i vini, col doppio punteggio: centesimi e faccini.
Piemonte Moscato d'Autunno 2006 Paolo Saracco Il commento generale dei partecipanti alla degustazione? Che sembra un bianco della Loira, floreale e fruttato di frutto bianco ed erbaceo di salvia e d’ortica, d’erba limoncella perfino. Come un bellissimo Sauvignon francese, ma con l’effervescenza in aggiunta, su un corpo minuto ma fascinoso. Un cameo. Seducente, intrigante, sensuale. Gioioso. Lo bevi, lo ribevi, non te ne stanchi mai. Elegantissimo. Lo reputo uno dei più grandi bianchi d’Italia, e non vi sembri un azzardo.
91/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Moscato d'Asti 2007 Paolo Saracco La nuova annata. Qualcheduno l’ha preferito al 2006 (che leggete qui sotto) per la vena verde rinfrescante, dissetante. Giovanissimo, ancora non del tutto espresso. Eppure è lì che avanza, col suo classico stile, la sua tensione. Grintosissimo.
85/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti 2006 Paolo Saracco Oplà, altra bella bottiglia! Bellissimo naso, fruttato, floreale, speziato. Leggero tono di noce. E bella bocca, soda. Frutto ben espresso. Distensione, armonia. Piacevolissimo, per nulla stucchevole.
84/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti 2006 Cascina Fonda Naso dapprima un po' ritroso a concedersi. Poi s’apre con gradualità su toni floreali e di pesca bianca e di pera Kaiser. Varietale. Bocca delicata, direi di bell’eleganza. Dolcezza non invasiva. E c’è anche una bella lunghezza. Piacevole parecchio.
84/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti Biancospino 2006 La Spinetta Fragranze finissime, floreali. Fiori bianchi. Pera kaiser un po' acerba. Bocca piacevole, ancora su toni di fiore bianco, con leggero fondo di nocciola e di mandorla. Parecchio dolce, però.
83/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti 2006 G.D. Vajra Che strano vino! All’olfatto è quasi minerale. Molto personale. Fatica a concedersi. Non ha quelle note varietali che t’aspetti. C'è qualche cenno di lavanda secca, vene resinose, coccola di cipresso. Leggera speziatura, memorie balsamiche. In bocca è tesissimo, nervoso, scattante. Piuttosto lungo. Ripeto: strano, stranissimo vino.
80/100 - un lieto faccino e quasi due :-) :-)
Asti 2006 Cascina Fonda Abbiamo stappato anche qualche Asti. Spumante, intendo. Questo è quello che c’è piaciuto di più, nella serata. Bel naso, floreale, fine, pulito. Bocca sullo stesso piano. Freschezza, slancio. Leggera nota di nocciola.
80/100 - un lieto faccino :-)
Moscato d'Asti 2006 Cà Bianca Tecnicamente è fatto gran bene. Un pelo di personalità in più, un po’ di slancio, e affascinerebbe. Ha vena pulita di fiore e una leggera nota aromatica varietale. Pesca bianca quasi acerba. Bocca non particolarmente zuccherosa. Spezia sottile, di noce moscata.
78/100 - un lieto faccino :-)
Confesso di non sapere quasi nulla del Moscato d’Asti. Del Moscato piemontese in genere, ché c’è anche la doc, appunto, del Piemonte Moscato. Non sono mai stato in zona, a veder vigne e cantine, a camminare i luoghi. Solo qualche passaggio di sfuggita. In macchina. Niente.
Confesso un’altra cosa: che mi piace, e molto. E che lo reputo un vino di riferimento. Che gli altri italici produttori bianchisti dovrebbe assaggiare, provare, testare, valutare, studiare con attenzione. Mica per far vini uguali, no. Ma per capire i limiti. Per comprendere, intendo, dove sia il confine, che pare labile (e forse labile in effetti è), tra eleganza e grossolanità, tra armonia e stridore. Ché oggi è qui che si gioca la partita. E il Moscato non ammette errori: dolce, aromatico, effervescente, di poco corpo, o impronti il vino sulla finezza, o non c’è nulla da fare, e avrai stucchevolezza.
Ecco: è qui il limite, è qui la sfida vera. Nei tempi (al tramonto, spero, di quei tempi) della concentrazione, del muscolo, della potenza, della struttura portata agli eccessi, del legno prevaricante, del tannino angosciante, c’è nell’Astigiano chi insegna che invece si può agire sulla levità, sulla leggerezza, sulla nuance. Che diventa fascinazione. Che intriga. Che avvince, perfino.
Eppoi, piantiamola, vivaddìo, di considerarlo vin da dessert, il Moscato. Ci sta, certo, con le torte di mele e di pere, con le creme. Ma è vino. E a me piace pensarlo coi formaggi cremosi, magari, o coi salumi, in primis col prosciutto crudo, quello più dolce, giovane. Provatelo, Moscato e prosciutto: abbinamento da favole, accostamento che pare, sì, azzardato & trasgressivo, e invece è sognante connubio, con la dolcezza tattile del grasso di maiale che s’associa per similitudine con la morbidezza fruttata del vino, con la salagione che si fone con la lieve speziatura liquida, col pizzicore della vivacità minuta che pulisce il palato e prepara al nuovo boccone e al nuovo sorso, e la bocca è un’ondata di saliva. L’acquolina in bocca, s’usa dire.
Che dite: vaneggio? Credo la pensassero così anche alcuni di coloro che son venuti alla deustazione di Moscato d’Asti che ho organizzato qualche tempo fa alla Taverna Kus, a San Zeno di Montagna, il covo dei miei wine tastings. Invece tutti sorpresi. Perfetto col prosciutto, sì, del Veneto. Ma anche col prosciutto d’anatra - artigianale - che ha portato Mario Bruno Guerra (I Rasoli è il suo agriturismo, sul Baldo), e con la sua pancetta steccata e fumé. Ammaliante con la crescenza. Perfino col Gorgonzola dolce. E s’è visto, dunque, ch’è vino vino per davvero. Vino da bere, intendo, anche a tavola. Ohibò.
E adesso ecco qui che di seguito illustro qualcheduno dei Moscati che abbiamo tastato: riporto i migliori, e sono otto sui sedici messi nel bicchiere. Con un’avvertenza, e cioè che, ahinoi, parecchie ossidazioni abbiam trovato. Per colpa, ritengo, di cattive conservazioni nei magazzini dei distributori e dei rivenditori (ché da loro li abbiamo presi i più tanti). E per questo son finite fuori gioco, per esempio, le bocce della Caudrina di Romano Dogliotti, che in passato ricordo da sogno, e invece stavolta... Peccato. E il Moscato ha in fondo anche questo d’anomalo: richiede cura nel conservarlo, nel tenerlo. Ché non ti perdona niente, e uno sbalzo di temperatura gli può esser fatale. Ma possibile che chi lo vende non sappia queste cose? Possibile non gli si voglia bene, a un gioiellino del genere, e lo si tratti male assai, lo si deturpi?
Oh, mi viene alla mente un’altra avvertenza: vedrete ben tre etichette di Paolo Saracco. Non stupitevi: è un genio, in fatto di Moscato. Almeno, io la penso così.
Ecco i vini, col doppio punteggio: centesimi e faccini.
Piemonte Moscato d'Autunno 2006 Paolo Saracco Il commento generale dei partecipanti alla degustazione? Che sembra un bianco della Loira, floreale e fruttato di frutto bianco ed erbaceo di salvia e d’ortica, d’erba limoncella perfino. Come un bellissimo Sauvignon francese, ma con l’effervescenza in aggiunta, su un corpo minuto ma fascinoso. Un cameo. Seducente, intrigante, sensuale. Gioioso. Lo bevi, lo ribevi, non te ne stanchi mai. Elegantissimo. Lo reputo uno dei più grandi bianchi d’Italia, e non vi sembri un azzardo.
91/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Moscato d'Asti 2007 Paolo Saracco La nuova annata. Qualcheduno l’ha preferito al 2006 (che leggete qui sotto) per la vena verde rinfrescante, dissetante. Giovanissimo, ancora non del tutto espresso. Eppure è lì che avanza, col suo classico stile, la sua tensione. Grintosissimo.
85/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti 2006 Paolo Saracco Oplà, altra bella bottiglia! Bellissimo naso, fruttato, floreale, speziato. Leggero tono di noce. E bella bocca, soda. Frutto ben espresso. Distensione, armonia. Piacevolissimo, per nulla stucchevole.
84/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti 2006 Cascina Fonda Naso dapprima un po' ritroso a concedersi. Poi s’apre con gradualità su toni floreali e di pesca bianca e di pera Kaiser. Varietale. Bocca delicata, direi di bell’eleganza. Dolcezza non invasiva. E c’è anche una bella lunghezza. Piacevole parecchio.
84/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti Biancospino 2006 La Spinetta Fragranze finissime, floreali. Fiori bianchi. Pera kaiser un po' acerba. Bocca piacevole, ancora su toni di fiore bianco, con leggero fondo di nocciola e di mandorla. Parecchio dolce, però.
83/100 - due lieti faccini :-) :-)
Moscato d'Asti 2006 G.D. Vajra Che strano vino! All’olfatto è quasi minerale. Molto personale. Fatica a concedersi. Non ha quelle note varietali che t’aspetti. C'è qualche cenno di lavanda secca, vene resinose, coccola di cipresso. Leggera speziatura, memorie balsamiche. In bocca è tesissimo, nervoso, scattante. Piuttosto lungo. Ripeto: strano, stranissimo vino.
80/100 - un lieto faccino e quasi due :-) :-)
Asti 2006 Cascina Fonda Abbiamo stappato anche qualche Asti. Spumante, intendo. Questo è quello che c’è piaciuto di più, nella serata. Bel naso, floreale, fine, pulito. Bocca sullo stesso piano. Freschezza, slancio. Leggera nota di nocciola.
80/100 - un lieto faccino :-)
Moscato d'Asti 2006 Cà Bianca Tecnicamente è fatto gran bene. Un pelo di personalità in più, un po’ di slancio, e affascinerebbe. Ha vena pulita di fiore e una leggera nota aromatica varietale. Pesca bianca quasi acerba. Bocca non particolarmente zuccherosa. Spezia sottile, di noce moscata.
78/100 - un lieto faccino :-)
martedì 6 novembre 2007
Quelle duecentomila bollicine di montagna
Angelo Peretti
Oh, sì sì: non fanno mica solo bianchi aromatici e rossi nerboruti e schiave scattanti, dalle parti del Südtirol. Fanno anche le bollicine. D’alta quota: le vigne sopra i seicento metri d’altitudine, sennò niente spumantizzazione. Poche bottiglie: duecentomila l’anno, appena, quando va bene. E vi dirò di più: son buone. Certo, mica tutte della stessa bontà, ed è naturale che ci sia scala di valori, sennò sarebbe preoccupante standardizzazione. Ma ce n’è qualcuna che merita alla grande, e comunque nessuna è indegna del primo e del secondo calice magari. E quasi tutte han prezzi abbordabili.
Fors’è proprio per questa faccenda dell’altura che mi son piaciute: intendo che così, in quota, l’uva può maturare a lungo, rispetto all’altre zone spumantiste, senza però perdere di freschezza. E insomma si raccoglie mica verde. Quanto alle varietà, son le solite: chardonnay, pinot nero, pinot bianco.
Ho avuto modo d’avvicinarle, le bolle di montagna, fuori sede (loro), a Verona, dove l’associazione dei sei spumantisti (sei in tutto) altoatesini si sono presentati, «perché – ha detto Josef Reiterer, leggi Arunda Vivaldi, che fa metodo classico a 1200 metri d’altitudine, opperbacco, e ha look da professore pazzerello di Ritorno al futuro – vogliamo far promozione dei nostri vini, ma anche fare gli ambasciatori della nostra zona». E dei sei che fan bollicine, erano presenti in cinque, ché il sesto, Von Braunbach, non ne ha neanche abbastanza per sé, figurarsi portarle in giro. E dunque c’erano, oltre al Reiterer - che da solo fa grosso modo il cinquanta per cento delle bottiglie champenois style complessive - anche Haderburg, Lorenz Martini, la Cantina Produttori San Paolo, che ha acquisito la Kössler, e Kettmeir.
Ora, ecco produttori e vini, quelli che ho assaggiato. E se per caso avete in mente di fare una gita in Alto Adige, be’, magari prendetevene nota.
Alto Adige Extra Brut Arunda Vivaldi Ha bel naso elegante tra il fiore e il frutto bianco. E in bocca è bello secco. Eppure anche cremoso. E denso. Ed ha insomma struttura. E lunghezza sulle note di fruttino. E vena sottile, sotto, di fieno secco. Gran bella mano, credete: vino intrigante.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Alto Adige Cuvèe Marianna Arunda Vivaldi Il vino Josef Reiterer l’ha dedicato alla moglie Marianna. Ed è un bell’omaggio. Ché quest’è bolla elegantissima e aristocratica, direi. Che s’avvia classicamente con la crosta di pane e poi vira sul piccolo frutto, su finissime venature tropicali. E in bocca fonde tensione e snellezza, profondità e caratterino nervoso. E c’è frutto, tanto, nel lungo finale. Ed è da bere e ribere. Chardonnay in legno, pinot nero in acciaio.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Brut Haderburg Nata nel ‘77 ai Pochi di Salorno, l'azienda diretta da Alois Ochsenreiter s’è votata da qualche anno all’assoluto credo della biodinamica. E fa bolle d’un cert’impegno. Come questo brut che è potentissimo e fruttato assai e denso e ha finale perfino balsamico-officinale. Ha bella persistenza. E insomma lo riberrei, anche questo qui, proprio volentieri. Chardonnay per l’85%, il resto pinot nero.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Pas Dosé 2002 Haderburg Ecco, quando dicevo che Haderburg ha vini d’impegno, mi riferivo soprattutto a questo qui, il millesimato. Che certo non è mica di facile approccio, ma pretende quasi impegno, e devi aspettare un po’ che s’apra, e allora ecco che gusti i frutti antichi del bosco, la nespola magari, stramatura. E c’è nocciola. Ed è teso, affilato come una lama. E ha tanta personalità; da mettere su piatti impegnativi.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Alto Adige Comitissa Brut Riserva 2002 Lorenz Martini Altro bel vino. Altra prima scelta, se così posso dire. Metà chardonnay, metà pinot nero, quaranta mesi sui lieviti. Secco. D’una florealità estiva, di montagna, appunto. Bocca perfino balsamica, resinosa. Carbonica minuta. Cremosità. E alla lunga il frutto bianco si fa considerevole. Buonissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Praeclarus Noblesse Riserva 2000 Kössler Se non ho mal capito, la Cantina Produttori San Paolo ha acquisito due anni fa l’azienda vitivinicola Kössler (1878 la nascita), lasciando però integri il marchio e l’esperienza spumantistica, che verrà magari riorientata. Si sappia che ora ha bolle easy to drink, che giocano sulla morbidezza, e quest’è infatti morbido parecchio e floreale.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Alto Adige Brut Kettmeir Sulle colline di Caldaro. Da lì vengono il pinot bianco (metà della cuvée) e chardonnay e pinot nero, tutti in acciaio. Ha frutto giallo in bell’evidenza. E quasi rusticheggia. E in bocca - ha consistenza - ecco emergere qualche vena verde, che t’invita magari a stappare altre bottiglie dopo ulteriore affinamento. Epperò è un buon aperitivo.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Oh, sì sì: non fanno mica solo bianchi aromatici e rossi nerboruti e schiave scattanti, dalle parti del Südtirol. Fanno anche le bollicine. D’alta quota: le vigne sopra i seicento metri d’altitudine, sennò niente spumantizzazione. Poche bottiglie: duecentomila l’anno, appena, quando va bene. E vi dirò di più: son buone. Certo, mica tutte della stessa bontà, ed è naturale che ci sia scala di valori, sennò sarebbe preoccupante standardizzazione. Ma ce n’è qualcuna che merita alla grande, e comunque nessuna è indegna del primo e del secondo calice magari. E quasi tutte han prezzi abbordabili.
Fors’è proprio per questa faccenda dell’altura che mi son piaciute: intendo che così, in quota, l’uva può maturare a lungo, rispetto all’altre zone spumantiste, senza però perdere di freschezza. E insomma si raccoglie mica verde. Quanto alle varietà, son le solite: chardonnay, pinot nero, pinot bianco.
Ho avuto modo d’avvicinarle, le bolle di montagna, fuori sede (loro), a Verona, dove l’associazione dei sei spumantisti (sei in tutto) altoatesini si sono presentati, «perché – ha detto Josef Reiterer, leggi Arunda Vivaldi, che fa metodo classico a 1200 metri d’altitudine, opperbacco, e ha look da professore pazzerello di Ritorno al futuro – vogliamo far promozione dei nostri vini, ma anche fare gli ambasciatori della nostra zona». E dei sei che fan bollicine, erano presenti in cinque, ché il sesto, Von Braunbach, non ne ha neanche abbastanza per sé, figurarsi portarle in giro. E dunque c’erano, oltre al Reiterer - che da solo fa grosso modo il cinquanta per cento delle bottiglie champenois style complessive - anche Haderburg, Lorenz Martini, la Cantina Produttori San Paolo, che ha acquisito la Kössler, e Kettmeir.
Ora, ecco produttori e vini, quelli che ho assaggiato. E se per caso avete in mente di fare una gita in Alto Adige, be’, magari prendetevene nota.
Alto Adige Extra Brut Arunda Vivaldi Ha bel naso elegante tra il fiore e il frutto bianco. E in bocca è bello secco. Eppure anche cremoso. E denso. Ed ha insomma struttura. E lunghezza sulle note di fruttino. E vena sottile, sotto, di fieno secco. Gran bella mano, credete: vino intrigante.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Alto Adige Cuvèe Marianna Arunda Vivaldi Il vino Josef Reiterer l’ha dedicato alla moglie Marianna. Ed è un bell’omaggio. Ché quest’è bolla elegantissima e aristocratica, direi. Che s’avvia classicamente con la crosta di pane e poi vira sul piccolo frutto, su finissime venature tropicali. E in bocca fonde tensione e snellezza, profondità e caratterino nervoso. E c’è frutto, tanto, nel lungo finale. Ed è da bere e ribere. Chardonnay in legno, pinot nero in acciaio.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Brut Haderburg Nata nel ‘77 ai Pochi di Salorno, l'azienda diretta da Alois Ochsenreiter s’è votata da qualche anno all’assoluto credo della biodinamica. E fa bolle d’un cert’impegno. Come questo brut che è potentissimo e fruttato assai e denso e ha finale perfino balsamico-officinale. Ha bella persistenza. E insomma lo riberrei, anche questo qui, proprio volentieri. Chardonnay per l’85%, il resto pinot nero.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Pas Dosé 2002 Haderburg Ecco, quando dicevo che Haderburg ha vini d’impegno, mi riferivo soprattutto a questo qui, il millesimato. Che certo non è mica di facile approccio, ma pretende quasi impegno, e devi aspettare un po’ che s’apra, e allora ecco che gusti i frutti antichi del bosco, la nespola magari, stramatura. E c’è nocciola. Ed è teso, affilato come una lama. E ha tanta personalità; da mettere su piatti impegnativi.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Alto Adige Comitissa Brut Riserva 2002 Lorenz Martini Altro bel vino. Altra prima scelta, se così posso dire. Metà chardonnay, metà pinot nero, quaranta mesi sui lieviti. Secco. D’una florealità estiva, di montagna, appunto. Bocca perfino balsamica, resinosa. Carbonica minuta. Cremosità. E alla lunga il frutto bianco si fa considerevole. Buonissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Alto Adige Praeclarus Noblesse Riserva 2000 Kössler Se non ho mal capito, la Cantina Produttori San Paolo ha acquisito due anni fa l’azienda vitivinicola Kössler (1878 la nascita), lasciando però integri il marchio e l’esperienza spumantistica, che verrà magari riorientata. Si sappia che ora ha bolle easy to drink, che giocano sulla morbidezza, e quest’è infatti morbido parecchio e floreale.
Un lieto faccino e quasi due :-)
Alto Adige Brut Kettmeir Sulle colline di Caldaro. Da lì vengono il pinot bianco (metà della cuvée) e chardonnay e pinot nero, tutti in acciaio. Ha frutto giallo in bell’evidenza. E quasi rusticheggia. E in bocca - ha consistenza - ecco emergere qualche vena verde, che t’invita magari a stappare altre bottiglie dopo ulteriore affinamento. Epperò è un buon aperitivo.
Un lieto faccino e quasi due :-)
domenica 28 ottobre 2007
Dieci Groppelli per me, ma non posson bastare
Angelo Peretti
Sì, lo capisco, il titolo è proprio una ciofèca, stavolta. Ma, vedete, mi sono appena comprato tutta la discografia del Battisti Lucio, e me l’ascolto in macchina (sarà che mi son fatto nostalgico, che volete). E insomma, questa m’è venuta in mente, di canzoni: «Dieci ragazze per me, posson bastare». E siccome qui di seguito recensisco una diecina di Groppello di Valtènesi, come avevo promesso (promesso?) la settimana passata, ecco che il dieci ha fatto da catalizzatore. E poi c’è che questi che andrò a illustrare sono sì vini che per me - ora - vanno bene, e che ho bevuto volentieri dalla prima estate a qui, ma che non posson bastare. Nel senso che anche questi hanno ancora spazio per migliorare e puntare con decisione più in alto. E che comunque m’attendo un’ulteriore crescita di tutta la zona, ché altre aziende hanno blasone e storia e vigna. E insomma, coraggio: l’ora è quella giusta: l’ho detto e lo ripeto che mi pare si stia per spiccare il volo, sulla riva lombarda del Garda.
A proposito del Battisti. Quella lì delle dieci ragazze, non è certo una delle sue più belle. Quella che ho proprio ficcata in testa, di suo (un tormentone, per me, che va avanti da un paio d’anni, e ne ho comprato anche le versione incise da altri: molto bella quella dei La Crus) è «E penso a te». E ce n’è molte altre che mi danno i brividi. Per esempio «Io vorrei... Non vorrei... Ma se vuoi» (avete sentito come la canta anche l’Antonella Ruggiero?). E «Il nostro caro Angelo?». Mi ci riconosco in quel «ma schiavo non sarà mai». Vabbé: divagazioni.
Torno al Groppello. Qui sotto racconto dunque dei dieci che ho scelto, che però non esauriscono il panorama rossista della Valtènesi. Ché lì il groppello (uva) va anche a finire in uvaggio (ahimé: tecnica obsoleta) o cuvée (evviva: qui sì che ci siamo) con altre varietà (barbera, marzemino, sangiovese) per il Garda Classico Rosso (o Riviera del Garda Bresciano o Garda Bresciano, ché di denominazioni se ne sono stratificate troppe). Eppoi finisce anche in vinificazioni che direi sperimentali, col rebo, per esempio, ed altro, in table wines o in igt del Benaco Bresciano. Ma ho scelto di raccontare stavolta solo di bottiglie che in etichetta riportano la dizione monocultivar: Groppello. D’altri rossi, magari, parlerò più in là (a proposito: col groppello si fa anche il Chiaretto, rosato)
Ora, i vini, finalmente. Metto il doppio punteggio, centesimale e in faccini. Centesimale per dire del vino in quanto a materia, contenuto. Faccini per dire della piacevolezza mia personale di bevuta.
L’ordine è alfabetico, per produttore.
Garda Classico Groppello Colombaio 2006 Cascina La Pertica Groppello beverino, sì, epperò con un bel po’ di personalità. Ed è bell’azienda, questa Cascina La Pertica: la portaerei di casa è il rosso Le Zalte, ripetutamente tribicchierato. Ha, questo Colombaio, naso intrigantissimo: frutta matura, noce moscata, canfora. Bocca su toni fruttati evoluti, maturi, morbidi. Con la spezia in grande rilievo. E il tannino marcato ma non aggressivo. E sotto, costante e invitante, il frutto macerato.
86/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Riviera del Garda Bresciano Gropèl 2004 Comincioli Il Gropèl di Gianfranco Comincoli è una sorta di work in progess, di vino in continua evoluzione di stile, contrassegnando come nessun altro la ricerca continua del sindaco-vignaiolo di Puegnago. Ha naso un po’ chiuso, ma sotto c'è frutto macerato. Bocca calda, tannica, ampia, possente. E ancora molto frutto (ed anche ciliegia sotto spirito). C'è speziatura. E buona lunghezza.
85/100 - due lieti faccini :-) :-)
Riviera del Garda Bresciano Sulèr 2003 Comincioli Comincioli quando fa vino ed olio non sta lì a guardar le mezze misure. Dire che è estremo è poco, e quest’è il suo pregio, ma anche - me lo si perdoni - il limite. Ché a volte è la finezza ad andarci di mezzo, e dunque occorrerà meglio focalizzare, ma so che Gianfranco ci sta molto lavorando. Detto questo, ecco il Sulèr, Groppello d’appassimento lungo, da sempre. Il naso è un po’ compresso, ma sotto c’è tanto, tanto frutto maturissimo. La bocca è grassa, concentrata, potente, fruttatissima, tannicissima.
86/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Classico Groppello Castelline 2006 Costaripa Il Groppello più piccolo, se così si può dire, di Costaripa. E m’ha lasciato in pensiero, ché non sembrava quasi neppure Groppello dell’ultima annata, con quella sua pacatezza di già quasi aristocratica. Naso da fragolona matura e prugna. Leggera speziatura. In bocca, bel tessuto tannico, vellulato. Ed è ancora sul frutto, maturo assai. Ed ha spezia e lunghezza.
84/100 - due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Garda Classico Groppello Maim 2004 Costaripa Così elegante un Groppello non l’avevo mai trovato prima. Màim è acronimo: sta per Mattia e Imer. Di cognome fanno Vezzola. Il primo è il general manager di Bellavista, in Franciacorta. Enologo dell’anno per la mia guida, Gambero & Slow. Costaripa è la vigna gardesana, di famiglia. Il vino ha naso da frutto rosso appassito e surmaturo. C’è fragolona e confettura di mirtillo. Spezia. La bocca conferma il frutto macerato, ma ha slancio e beva e succosità. E c’è tannino bene esposto, ma senz’aggressività. Austero e vibrante insieme.
88/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Garda Bresciano Groppello Mogrì 2006 Sergio Delai Quando Sergio avrà vinto le ultime sue titubanze e si sarà reso conto davvero di quel che vale, be’, aspettatevi cose notevoli. Il suo Fronsàga è di già bel rosso. Questo Groppello gli sta a ruota. Naso di canfora e frutto macerato e vena speziata. Bocca ampia sul frutto, magari per ora un po' chiuso dalla nota tannica. Ha, di più, buona e speziatura. Anche qui, valurazione fiduciosa.
80/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Bresciano Groppello 2005 Leali di Monteacuto L’Antonio è una gigante buono. A vedergli le mani ti fa paura, grandi come una vanga. Ma è uomo mite, quasi timido. E fa vino in garage, ché ha casa piccola e ormai non ci sta più (ma la cantina nuova è nell’aria). Fa vini che hanno carattere. E questo Groppello lo conferma. Naso fruttato di frutta rosso molto matura. Bocca tannica, potente, calda, speziata, pepata. Buona lunghezza. Potenza ma anche freschezza. Da provare, da bere. Se poi in futuro aumenterà l’eleganza...
85/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Classico Groppello 2005 Le Chiusure Oh, che Alessandro Luzzago faccia dei bei rossi a Portìs (leggi Portese, comune di San felice del Benaco) l’ho già detto parlando qualche tempo fa del suo Malborghetto (rebo, merlot e poca barbera). Ma ci ha anche un piacevole Groppello. Naso sul frutto. Bocca idem, con note di pepe e tannino magari ancora abbastanza verde, il che mi fa dire che durerà, questo rosso. Vino un po' rustico, dunque, ma fresco e bevibile. Lo promuovo sulla fiducia.
80/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Classico Groppello Riserva Arzane 2003 Pasini San Giovanni In attesa di (ri)provare il 2004, bevuto in versione provvisora, ho ritastato il 2003 dell’Arzane. E confermo quanto scrissi tempo fa, recensendolo. Una sorta di prototipo del Groppello che mira all’opulenza di frutto. Figlio del 2003, ha fruttone surmaturo, ma non cotto: ciliegia, marasca, fragolona. E sotto una sottile vena erbacea alpestre.
84/100 - due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Garda Classico Groppello Balosse 2003 Zuliani Balòsse in bresciano vuol dir fuori di testa, pazzerello. Se non peggio. Ma le terre Balòsse sono anche un lembo di Valtènesi. Una scie di torbiera dove c’è canneto ed orchidea ed olivo e vigna insieme. Stranissima zona. Ci cavano, gli Zuliani, un crû di Groppello. Che ha naso intrigante, su toni decadenti di frutto e sottobosco (fungo secco, muschio perfino). La bocca ha frutto piacevole e rotondo. Buona beva, eppure anche tannino ben definito. Continua questa nota di frutta evoluta, accompagnata da sentori boschivi. Bella lunghezza e tannicità.
84/100 - due lieti faccini :-) :-)
Sì, lo capisco, il titolo è proprio una ciofèca, stavolta. Ma, vedete, mi sono appena comprato tutta la discografia del Battisti Lucio, e me l’ascolto in macchina (sarà che mi son fatto nostalgico, che volete). E insomma, questa m’è venuta in mente, di canzoni: «Dieci ragazze per me, posson bastare». E siccome qui di seguito recensisco una diecina di Groppello di Valtènesi, come avevo promesso (promesso?) la settimana passata, ecco che il dieci ha fatto da catalizzatore. E poi c’è che questi che andrò a illustrare sono sì vini che per me - ora - vanno bene, e che ho bevuto volentieri dalla prima estate a qui, ma che non posson bastare. Nel senso che anche questi hanno ancora spazio per migliorare e puntare con decisione più in alto. E che comunque m’attendo un’ulteriore crescita di tutta la zona, ché altre aziende hanno blasone e storia e vigna. E insomma, coraggio: l’ora è quella giusta: l’ho detto e lo ripeto che mi pare si stia per spiccare il volo, sulla riva lombarda del Garda.
A proposito del Battisti. Quella lì delle dieci ragazze, non è certo una delle sue più belle. Quella che ho proprio ficcata in testa, di suo (un tormentone, per me, che va avanti da un paio d’anni, e ne ho comprato anche le versione incise da altri: molto bella quella dei La Crus) è «E penso a te». E ce n’è molte altre che mi danno i brividi. Per esempio «Io vorrei... Non vorrei... Ma se vuoi» (avete sentito come la canta anche l’Antonella Ruggiero?). E «Il nostro caro Angelo?». Mi ci riconosco in quel «ma schiavo non sarà mai». Vabbé: divagazioni.
Torno al Groppello. Qui sotto racconto dunque dei dieci che ho scelto, che però non esauriscono il panorama rossista della Valtènesi. Ché lì il groppello (uva) va anche a finire in uvaggio (ahimé: tecnica obsoleta) o cuvée (evviva: qui sì che ci siamo) con altre varietà (barbera, marzemino, sangiovese) per il Garda Classico Rosso (o Riviera del Garda Bresciano o Garda Bresciano, ché di denominazioni se ne sono stratificate troppe). Eppoi finisce anche in vinificazioni che direi sperimentali, col rebo, per esempio, ed altro, in table wines o in igt del Benaco Bresciano. Ma ho scelto di raccontare stavolta solo di bottiglie che in etichetta riportano la dizione monocultivar: Groppello. D’altri rossi, magari, parlerò più in là (a proposito: col groppello si fa anche il Chiaretto, rosato)
Ora, i vini, finalmente. Metto il doppio punteggio, centesimale e in faccini. Centesimale per dire del vino in quanto a materia, contenuto. Faccini per dire della piacevolezza mia personale di bevuta.
L’ordine è alfabetico, per produttore.
Garda Classico Groppello Colombaio 2006 Cascina La Pertica Groppello beverino, sì, epperò con un bel po’ di personalità. Ed è bell’azienda, questa Cascina La Pertica: la portaerei di casa è il rosso Le Zalte, ripetutamente tribicchierato. Ha, questo Colombaio, naso intrigantissimo: frutta matura, noce moscata, canfora. Bocca su toni fruttati evoluti, maturi, morbidi. Con la spezia in grande rilievo. E il tannino marcato ma non aggressivo. E sotto, costante e invitante, il frutto macerato.
86/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Riviera del Garda Bresciano Gropèl 2004 Comincioli Il Gropèl di Gianfranco Comincoli è una sorta di work in progess, di vino in continua evoluzione di stile, contrassegnando come nessun altro la ricerca continua del sindaco-vignaiolo di Puegnago. Ha naso un po’ chiuso, ma sotto c'è frutto macerato. Bocca calda, tannica, ampia, possente. E ancora molto frutto (ed anche ciliegia sotto spirito). C'è speziatura. E buona lunghezza.
85/100 - due lieti faccini :-) :-)
Riviera del Garda Bresciano Sulèr 2003 Comincioli Comincioli quando fa vino ed olio non sta lì a guardar le mezze misure. Dire che è estremo è poco, e quest’è il suo pregio, ma anche - me lo si perdoni - il limite. Ché a volte è la finezza ad andarci di mezzo, e dunque occorrerà meglio focalizzare, ma so che Gianfranco ci sta molto lavorando. Detto questo, ecco il Sulèr, Groppello d’appassimento lungo, da sempre. Il naso è un po’ compresso, ma sotto c’è tanto, tanto frutto maturissimo. La bocca è grassa, concentrata, potente, fruttatissima, tannicissima.
86/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Classico Groppello Castelline 2006 Costaripa Il Groppello più piccolo, se così si può dire, di Costaripa. E m’ha lasciato in pensiero, ché non sembrava quasi neppure Groppello dell’ultima annata, con quella sua pacatezza di già quasi aristocratica. Naso da fragolona matura e prugna. Leggera speziatura. In bocca, bel tessuto tannico, vellulato. Ed è ancora sul frutto, maturo assai. Ed ha spezia e lunghezza.
84/100 - due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Garda Classico Groppello Maim 2004 Costaripa Così elegante un Groppello non l’avevo mai trovato prima. Màim è acronimo: sta per Mattia e Imer. Di cognome fanno Vezzola. Il primo è il general manager di Bellavista, in Franciacorta. Enologo dell’anno per la mia guida, Gambero & Slow. Costaripa è la vigna gardesana, di famiglia. Il vino ha naso da frutto rosso appassito e surmaturo. C’è fragolona e confettura di mirtillo. Spezia. La bocca conferma il frutto macerato, ma ha slancio e beva e succosità. E c’è tannino bene esposto, ma senz’aggressività. Austero e vibrante insieme.
88/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)
Garda Bresciano Groppello Mogrì 2006 Sergio Delai Quando Sergio avrà vinto le ultime sue titubanze e si sarà reso conto davvero di quel che vale, be’, aspettatevi cose notevoli. Il suo Fronsàga è di già bel rosso. Questo Groppello gli sta a ruota. Naso di canfora e frutto macerato e vena speziata. Bocca ampia sul frutto, magari per ora un po' chiuso dalla nota tannica. Ha, di più, buona e speziatura. Anche qui, valurazione fiduciosa.
80/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Bresciano Groppello 2005 Leali di Monteacuto L’Antonio è una gigante buono. A vedergli le mani ti fa paura, grandi come una vanga. Ma è uomo mite, quasi timido. E fa vino in garage, ché ha casa piccola e ormai non ci sta più (ma la cantina nuova è nell’aria). Fa vini che hanno carattere. E questo Groppello lo conferma. Naso fruttato di frutta rosso molto matura. Bocca tannica, potente, calda, speziata, pepata. Buona lunghezza. Potenza ma anche freschezza. Da provare, da bere. Se poi in futuro aumenterà l’eleganza...
85/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Classico Groppello 2005 Le Chiusure Oh, che Alessandro Luzzago faccia dei bei rossi a Portìs (leggi Portese, comune di San felice del Benaco) l’ho già detto parlando qualche tempo fa del suo Malborghetto (rebo, merlot e poca barbera). Ma ci ha anche un piacevole Groppello. Naso sul frutto. Bocca idem, con note di pepe e tannino magari ancora abbastanza verde, il che mi fa dire che durerà, questo rosso. Vino un po' rustico, dunque, ma fresco e bevibile. Lo promuovo sulla fiducia.
80/100 - due lieti faccini :-) :-)
Garda Classico Groppello Riserva Arzane 2003 Pasini San Giovanni In attesa di (ri)provare il 2004, bevuto in versione provvisora, ho ritastato il 2003 dell’Arzane. E confermo quanto scrissi tempo fa, recensendolo. Una sorta di prototipo del Groppello che mira all’opulenza di frutto. Figlio del 2003, ha fruttone surmaturo, ma non cotto: ciliegia, marasca, fragolona. E sotto una sottile vena erbacea alpestre.
84/100 - due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Garda Classico Groppello Balosse 2003 Zuliani Balòsse in bresciano vuol dir fuori di testa, pazzerello. Se non peggio. Ma le terre Balòsse sono anche un lembo di Valtènesi. Una scie di torbiera dove c’è canneto ed orchidea ed olivo e vigna insieme. Stranissima zona. Ci cavano, gli Zuliani, un crû di Groppello. Che ha naso intrigante, su toni decadenti di frutto e sottobosco (fungo secco, muschio perfino). La bocca ha frutto piacevole e rotondo. Buona beva, eppure anche tannino ben definito. Continua questa nota di frutta evoluta, accompagnata da sentori boschivi. Bella lunghezza e tannicità.
84/100 - due lieti faccini :-) :-)
martedì 23 ottobre 2007
Ma la Valtènesi è lì che spicca il volo
Angelo Peretti
Scrivevo nell’agosto di due anni fa: "Fate largo al nuovo Groppello".
Ora, il Groppello in questione è vino di Valtènesi, riva lombarda del Garda. Valtènesi la scrivo con l’accento, dato che non pretendo che tutti conoscano questa plaga gardesana e che sappiano dove ne cada l’accentazione, come si pronunzi il nome, insomma. E a distanza di tempo, son proprio contento di vedere che sono stato buon profeta. Il nuovo Groppello non dico ch’è cresciuto e che s’è fatto adulto, ma certamente è nato. Credetemi: c’è bella vitalità in terra di Valtènesi, e ribadisco l’accento.
Di Groppelli bevuti con gran piacere n’avrei da raccontare. E lo farò la settimana che viene: un poco di pazienza. Stavolta voglio dire qualcosa sull’uva e sulla sua gestione attuale e futura.
L’uva, dunque: groppello sta per autoctono, ed è un bene. Ed è anzi un valore. Ma francamente che nell’italica concezione del vino stia montando la moda dell’autoctonia ampelografica mi fa accapponare un po’ la pelle, ché non sopporto le tendenze modaiole che periodicamente affiorano nel mondo delle bottiglie. Non me ne frega proprio niente che il vitigno possieda pedigrée indigeno, se poi con quell’uva si fanno vini d’ignobil beva. E forse ancor meno m’intriga che se ne traggan vini correttamente fatti - enologicamente composti, compitini d’enologo, pur bravo - se poi non mi sanno descrivere la terra e l’uomo, se non mi sanno raccontare del loro terroir, insomma. Se poi quel tal vino descrive invece bene il suo terroir, e per di più è figlio d’uva autoctona, allora sono oltremodo lieto, gongolo. Ma non è il vitigno, ricordiamolo bene, l’unica componente da considerare importante, ché altrimenti si giustificano come tipici gli errori di vigna e di cantina.
Ora, il groppello è vitigno certamente degno d’interesse. Ma non è un fuoriclasse. Nel senso che per farci vino di costrutto ci si deve molto impegnare. Non ha colore, quest’uva. Dà sovente tannino rustichello. Non è spargola (il nome, groppello, viene del resto da groppo, da uve con gli acini serrati l’uno all’altro) e quindi è facile che l’attacchino i funghi, le muffe. E forse poi (ma direi senza forse) ha bisogno di spalla, forse vuol compagnia: e dunque metterci insieme un po’ d’altre uve non guasta, anzi. Di contro, mi piace assai quel suo tono di fragolona, che assieme alla faccenda del colore chiaro m’ha fatto dire altre volte – e non lo si prenda per affronto – che mi ricorda il pinot nero borgognone, e che quello potrebb’essere dunque il riferimento per chi voglia far vino in Valtènesi.
Badate: ne stanno prendendo consapevolezza, i vignaiuoli del luogo. E stanno tirando fuori bottiglie sempre più buone. Affrettatevi in zona, se ancora non la frequentate.
Il salto di qualità definitivo mi par lì che arriva. Debbo pur dire che quattro passaggi l’aiuterebbero molto. E cerco di parlarne qui sotto.
Il primo: meglio conoscer l’uva principale. So bene che s’è attivato un progetto groppello da parte del Consorzio del Garda Classico. E dunque l’auspicio è che il progetto vada avanti spedito, magari affiancando qualche ricercatore d’università ai pur volenterosi tecnici del luogo.
Il secondo: meglio conoscere la terra, il territorio. Serve un progetto di zonazione, e mica in senso classico solo: non basta, cioè, che mi si dica se quell’ettaro è adatto o no a piantarci quella tal uva, ma voglio anche sapere quali caratteri aromatici l’uva ne ricaverà da quel suolo, quel clima, quell’esposizione. Informazione essenziale, se voglio progettare vini d’equilibrio ed eleganza e finezza ed armonia.
Il terzo: abbandonare l’uvaggio. Ahimé, i vigneron di Valtenesi - troppi, anche se certo non tutti - amano ancora pigiare assieme le varie uve dei loro rossi, e dunque groppello e barbera e marzemino e sangiovese, ma anche da qualche tempo sempre più rebo. Lo ritengo un errore, fare uvaggio ancora, invece che far cuvée. Impossibile, assolutamente impossibile, che tutte l’uva maturino in contemporanea. Servono vinificazioni distinte, affinamenti separati, e poi far taglio. Che varierà d’anno in anno, ché ogni annata è diversa, grazie al cielo.
Il quarto: imparare l’appassimento breve. Non nascondiamocelo: col groppello - che è uva poco adatta, essendo compatta anziché spargola - si fa sovente un po’ d’appassimento, e la ritengo cosa che può aiutare. Ma è quasi sempre appassimento empiricamente condotto: trenta giorni perché così s’è sempre fatto, per tradizione. Senza interrogarsi, invece, di come quell’uva cambi, modifichi, plasmi il proprio profilo aromatico al variare dei giorni (giorni!) d’asciugatura. Mancano riscontri scientifici, analitici, ch’aiutino il vignaiolo. Il gap va colmato da subito. Eppoi ho visto troppi locali d’appassimento del tutto impropri: esposti all’umidore, all’arie malandrine, senza regolazione alcuna.
Detto questo, comunque si son fatti passi avanti importanti, convincenti, avvincenti sul fronte de’ rossi di Valtènesi. E son sicuri - ripeto, ribadisco, confermo, sottolineo, rimarco, evidenzio - che si è pronti per spiccare il volo. Spiccare il volo, già: far grandi rossi. Sicuro. Rossi di Valtènesi. Appunto: terroir. Col plusvalore dell’autoctono.
Quali sono ‘sti vini? Pazientate - ripeto - fino alla prossima puntata.
Scrivevo nell’agosto di due anni fa: "Fate largo al nuovo Groppello".
Ora, il Groppello in questione è vino di Valtènesi, riva lombarda del Garda. Valtènesi la scrivo con l’accento, dato che non pretendo che tutti conoscano questa plaga gardesana e che sappiano dove ne cada l’accentazione, come si pronunzi il nome, insomma. E a distanza di tempo, son proprio contento di vedere che sono stato buon profeta. Il nuovo Groppello non dico ch’è cresciuto e che s’è fatto adulto, ma certamente è nato. Credetemi: c’è bella vitalità in terra di Valtènesi, e ribadisco l’accento.
Di Groppelli bevuti con gran piacere n’avrei da raccontare. E lo farò la settimana che viene: un poco di pazienza. Stavolta voglio dire qualcosa sull’uva e sulla sua gestione attuale e futura.
L’uva, dunque: groppello sta per autoctono, ed è un bene. Ed è anzi un valore. Ma francamente che nell’italica concezione del vino stia montando la moda dell’autoctonia ampelografica mi fa accapponare un po’ la pelle, ché non sopporto le tendenze modaiole che periodicamente affiorano nel mondo delle bottiglie. Non me ne frega proprio niente che il vitigno possieda pedigrée indigeno, se poi con quell’uva si fanno vini d’ignobil beva. E forse ancor meno m’intriga che se ne traggan vini correttamente fatti - enologicamente composti, compitini d’enologo, pur bravo - se poi non mi sanno descrivere la terra e l’uomo, se non mi sanno raccontare del loro terroir, insomma. Se poi quel tal vino descrive invece bene il suo terroir, e per di più è figlio d’uva autoctona, allora sono oltremodo lieto, gongolo. Ma non è il vitigno, ricordiamolo bene, l’unica componente da considerare importante, ché altrimenti si giustificano come tipici gli errori di vigna e di cantina.
Ora, il groppello è vitigno certamente degno d’interesse. Ma non è un fuoriclasse. Nel senso che per farci vino di costrutto ci si deve molto impegnare. Non ha colore, quest’uva. Dà sovente tannino rustichello. Non è spargola (il nome, groppello, viene del resto da groppo, da uve con gli acini serrati l’uno all’altro) e quindi è facile che l’attacchino i funghi, le muffe. E forse poi (ma direi senza forse) ha bisogno di spalla, forse vuol compagnia: e dunque metterci insieme un po’ d’altre uve non guasta, anzi. Di contro, mi piace assai quel suo tono di fragolona, che assieme alla faccenda del colore chiaro m’ha fatto dire altre volte – e non lo si prenda per affronto – che mi ricorda il pinot nero borgognone, e che quello potrebb’essere dunque il riferimento per chi voglia far vino in Valtènesi.
Badate: ne stanno prendendo consapevolezza, i vignaiuoli del luogo. E stanno tirando fuori bottiglie sempre più buone. Affrettatevi in zona, se ancora non la frequentate.
Il salto di qualità definitivo mi par lì che arriva. Debbo pur dire che quattro passaggi l’aiuterebbero molto. E cerco di parlarne qui sotto.
Il primo: meglio conoscer l’uva principale. So bene che s’è attivato un progetto groppello da parte del Consorzio del Garda Classico. E dunque l’auspicio è che il progetto vada avanti spedito, magari affiancando qualche ricercatore d’università ai pur volenterosi tecnici del luogo.
Il secondo: meglio conoscere la terra, il territorio. Serve un progetto di zonazione, e mica in senso classico solo: non basta, cioè, che mi si dica se quell’ettaro è adatto o no a piantarci quella tal uva, ma voglio anche sapere quali caratteri aromatici l’uva ne ricaverà da quel suolo, quel clima, quell’esposizione. Informazione essenziale, se voglio progettare vini d’equilibrio ed eleganza e finezza ed armonia.
Il terzo: abbandonare l’uvaggio. Ahimé, i vigneron di Valtenesi - troppi, anche se certo non tutti - amano ancora pigiare assieme le varie uve dei loro rossi, e dunque groppello e barbera e marzemino e sangiovese, ma anche da qualche tempo sempre più rebo. Lo ritengo un errore, fare uvaggio ancora, invece che far cuvée. Impossibile, assolutamente impossibile, che tutte l’uva maturino in contemporanea. Servono vinificazioni distinte, affinamenti separati, e poi far taglio. Che varierà d’anno in anno, ché ogni annata è diversa, grazie al cielo.
Il quarto: imparare l’appassimento breve. Non nascondiamocelo: col groppello - che è uva poco adatta, essendo compatta anziché spargola - si fa sovente un po’ d’appassimento, e la ritengo cosa che può aiutare. Ma è quasi sempre appassimento empiricamente condotto: trenta giorni perché così s’è sempre fatto, per tradizione. Senza interrogarsi, invece, di come quell’uva cambi, modifichi, plasmi il proprio profilo aromatico al variare dei giorni (giorni!) d’asciugatura. Mancano riscontri scientifici, analitici, ch’aiutino il vignaiolo. Il gap va colmato da subito. Eppoi ho visto troppi locali d’appassimento del tutto impropri: esposti all’umidore, all’arie malandrine, senza regolazione alcuna.
Detto questo, comunque si son fatti passi avanti importanti, convincenti, avvincenti sul fronte de’ rossi di Valtènesi. E son sicuri - ripeto, ribadisco, confermo, sottolineo, rimarco, evidenzio - che si è pronti per spiccare il volo. Spiccare il volo, già: far grandi rossi. Sicuro. Rossi di Valtènesi. Appunto: terroir. Col plusvalore dell’autoctono.
Quali sono ‘sti vini? Pazientate - ripeto - fino alla prossima puntata.
sabato 13 ottobre 2007
E se l’appassimento cattivo scacciasse quello buono?
Angelo Peretti
In economia, e più spesso da qualche tempo nel politichese, si cita spesso la cosiddetta legge di Gresham. Quella che afferma che la moneta cattiva scaccia quella buona. A dire il vero, sulla paternità di quest’asserzione s’è fatto un gran discorrere: pare addirittura che non sia stato nemmeno sir Thomas Gresham, agente di commercio britannico del Cinquecento, a definirla per primo. Chissà. Così pure ci si è spesso accapigliati sulla sua interpretazione autentica. E siccome questo non è un web magazine che s’occupi rigorosamente di temi economici, ecco che della legge di Gresham ripropongo una delle letture più elementari (e correnti), osservando che nel tempo si è sempre stati portati a spendere, a parità di valore nominale, le monete con peggiore contenuto metallico e a conservare invece - ed anzi accumulare - quelle con un pelo più, che so, d’oro o d’argento. In fondo, facciamo così anche adesso che c’è la moneta di carta: prima diamo via quella sgualcita, preferendo tenere nel portafoglio quella messa meglio, quella fior di stampa, come direbbero i collezionisti.
Perché quest’incipit para-economico su questo giornale che parla di vino e (più raramente, l’ammetto, e dovrò rimediare) di cose mangerecce? Perché temo che la legge di Gresham, un po’ riadattata, possa finire per applicarsi al vino. E in particolare al vino di Valpolicella. A quello più quotato: l’Amarone. Figlio dell’appassimento.
Non vorrei che in futuro si dovesse dire che l’appassimento cattivo ha scacciato quello buono. E cerco di spiegarmi.
Sono un po’ preoccupato per come vedo mettersi le cose in terra valpolicellese, sissignori. E mi dispiace, perché da quelle parti ho parecchi amici. Ma una riflessione credo vada tentata. Sperando che quanto andrò dicendo si riveli sbagliato, sbagliatissimo. Che si tratti solo d’allucinazioni.
L’Amarone, si sa, va forte. L’uva da appassimento (perché - chiederanno i maligni - ce n’è anche dell’altra che non va nei fruttai, in Valpolicella?) costa un occhio della testa. La terra ha assunto quotazioni fuori da ogni previsione. Bene: i vigneron della Valpolicella han potuto mettere fieno in cascina.
Solo che il successo dell’Amarone ha scatenato la fantasia. E la bramosia. Ed ecco che l’appassimento non è più peculiarità solo del rosso amaronista (e del di lui storico padre, oggi reietto, il Recioto, che adoro), ma s’utilizza, direttamente o meno, per figliocci e figliastri. Figlioccio è il Ripasso, e anch’esso ha gran presa sul mercato. Figliastro è ogni rosso igt che s’avvalga, appunto, d’uva fatte seccar nei fruttai, e ne vien fuori di tutto e di più.
Il Ripasso consiste nel far rifermentare il Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone. In questa maniera il vino assume afrori tipici dell’appassimento. E cresce in struttura e complessità. Il problema che ci si è fin da subito - giustamente - posti in terra valpolicellese era quanto Ripasso fosse lecito produrre a fronte dell’Amarone tirato fuori dall’uva d’origine. Si è giunti a stabilire che le vinacce che hanno prodotto un quintale d’Amarone possono essere adoperate per far rifermentare due quintali di Valpolicella. A me, onestamente, sembra un po’ troppo, ma capisco: business is business. E sia. Solo che non s’è pensato che, fatta la pentola, occorreva fare anche il coperchio. E così in Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone è nato, appunto un business.
La faccenda è questa. Mettiamo che io sia un produttore di quelli che non vogliono fare troppo Ripasso. Diciamo che ho prodotto un quintale d’Amarone e sulle sue vinacce ho ripassato un solo quintale di Valpolicella. Mi trovo virtualmente in mano diritti di Ripasso pari a un quintale, su quelle mie vinacce. Che faccio, li spreco quei diritti ripassevoli? Macché: li vendo! E piglio soldi anche lì. Così un altro può acquistare quelle mie carte e far ripassare il suo bel quintale di Valpolicella sulle mie vinacce. E dunque il Ripasso assume numero impressionanti. Senza però badare alla qualità del Valpolicella di partenza. Ed è un guaio, ché ormai il Ripasso è visto come una sorta di piccolo Amarone: non s’usa forse diffusamente questa definizione? Col prezzo che al massimo è la metà di quello dell’Amarone, ma quasi sempre scende molto, molto più in basso, a un quarto, un quinto.
Ma non basta. Gli è che in Valpolicella a far l’appassimento delle uve son maestri. E i fruttai sono perfettamente funzionali, addirittura computerizzati. E allora perché usarli solo per appassire le uve da Amarone? Si mette ad appassire anche altra roba: che so, uve che non sono adatte, corvine che non finiranno mai nei rossi importanti, cabernet piantati in modo un po’ avventato un decennio fa sull’onda delle mode americaneggianti. E alla fine ci si ricavano rossi d’una certa struttura che riecheggiano nei toni l’originale amaronista. Magari, ci si taglia insieme anche qualche barrique del potenziale Amarone meno riuscito, che non pare idoneo per la doc del vino principe, e il gioco è fatto: è nato il super-red appassimento style. Ed escono decine e decine d’igt di fantasia (ma sono in verità centinaia, credetemi). Vagamente amaroneggianti, appunto, ancorché di qualità sovente incerta. A prezzo però quasi sempre ancora più basso del Ripasso.
Così, può succedere che la stessa azienda, dal fruttaio tragga un Amarone - butto lì prezzi a casaccio - a 25-30 euro, un Ripasso a 9-10 e un rosso igt a 6-7. E il tutto va, ovviamente, venduto. Magari spedendo l’igt ai mercati emergenti, quelli che ancora non sono capaci d’assorbire bancali d’Amarone.
Già, ma se su quei mercati imparano che un rosso valpolicellese d’appassimento costa 7 euro, come farete poi, cari vignaiuoli di Valpolicella, a spiegare che un altro rosso pur’esso d’appassimento della vostra terra costa quattro volte tanto, ancorché si chiami Amarone? E con tutto quel Ripasso che gira, poi, e che ha botte d’alcol sopra i 14 gradi, e che quindi amaroneggia vieppiù, non ci sarà il rischio d’un effetto sostituzione, per via del prezzo, su tutta quella fascia di wine drinkers che di spendere certe cifre non se lo possono (più) permettere? E non c’è forse il pericolo che l’appassimento peggiore scacci quello migliore, e che dunque il Ripasso scacci l’Amarone e l’igt scacci il Ripasso?
L’ho detto di recente a qualche valpolicellista. Uno, sull’uscio della sua ultramoderna cantina, ha allargato le braccia e, sorriso stampato in faccia, m’ha ribattuto: «Finché li vendo io li faccio, vorrai mica che butti via tutta quella roba...» Già, finché li vendi, quei rossi, prendi e porta a casa. Ché il conto in banca cresce. Poi si vedrà.
Oh, sì, forse queste cose le scrivo perché ho mangiato male, e faccio un po’ fatica a digerire. E dunque son d’umore cupo. Eppoi per me ottobre (il primo autunno) è tempo gramo, da sempre, e mi deprime. Forse, sì, le scrivo per questo, certe cose. O forse no.
In economia, e più spesso da qualche tempo nel politichese, si cita spesso la cosiddetta legge di Gresham. Quella che afferma che la moneta cattiva scaccia quella buona. A dire il vero, sulla paternità di quest’asserzione s’è fatto un gran discorrere: pare addirittura che non sia stato nemmeno sir Thomas Gresham, agente di commercio britannico del Cinquecento, a definirla per primo. Chissà. Così pure ci si è spesso accapigliati sulla sua interpretazione autentica. E siccome questo non è un web magazine che s’occupi rigorosamente di temi economici, ecco che della legge di Gresham ripropongo una delle letture più elementari (e correnti), osservando che nel tempo si è sempre stati portati a spendere, a parità di valore nominale, le monete con peggiore contenuto metallico e a conservare invece - ed anzi accumulare - quelle con un pelo più, che so, d’oro o d’argento. In fondo, facciamo così anche adesso che c’è la moneta di carta: prima diamo via quella sgualcita, preferendo tenere nel portafoglio quella messa meglio, quella fior di stampa, come direbbero i collezionisti.
Perché quest’incipit para-economico su questo giornale che parla di vino e (più raramente, l’ammetto, e dovrò rimediare) di cose mangerecce? Perché temo che la legge di Gresham, un po’ riadattata, possa finire per applicarsi al vino. E in particolare al vino di Valpolicella. A quello più quotato: l’Amarone. Figlio dell’appassimento.
Non vorrei che in futuro si dovesse dire che l’appassimento cattivo ha scacciato quello buono. E cerco di spiegarmi.
Sono un po’ preoccupato per come vedo mettersi le cose in terra valpolicellese, sissignori. E mi dispiace, perché da quelle parti ho parecchi amici. Ma una riflessione credo vada tentata. Sperando che quanto andrò dicendo si riveli sbagliato, sbagliatissimo. Che si tratti solo d’allucinazioni.
L’Amarone, si sa, va forte. L’uva da appassimento (perché - chiederanno i maligni - ce n’è anche dell’altra che non va nei fruttai, in Valpolicella?) costa un occhio della testa. La terra ha assunto quotazioni fuori da ogni previsione. Bene: i vigneron della Valpolicella han potuto mettere fieno in cascina.
Solo che il successo dell’Amarone ha scatenato la fantasia. E la bramosia. Ed ecco che l’appassimento non è più peculiarità solo del rosso amaronista (e del di lui storico padre, oggi reietto, il Recioto, che adoro), ma s’utilizza, direttamente o meno, per figliocci e figliastri. Figlioccio è il Ripasso, e anch’esso ha gran presa sul mercato. Figliastro è ogni rosso igt che s’avvalga, appunto, d’uva fatte seccar nei fruttai, e ne vien fuori di tutto e di più.
Il Ripasso consiste nel far rifermentare il Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone. In questa maniera il vino assume afrori tipici dell’appassimento. E cresce in struttura e complessità. Il problema che ci si è fin da subito - giustamente - posti in terra valpolicellese era quanto Ripasso fosse lecito produrre a fronte dell’Amarone tirato fuori dall’uva d’origine. Si è giunti a stabilire che le vinacce che hanno prodotto un quintale d’Amarone possono essere adoperate per far rifermentare due quintali di Valpolicella. A me, onestamente, sembra un po’ troppo, ma capisco: business is business. E sia. Solo che non s’è pensato che, fatta la pentola, occorreva fare anche il coperchio. E così in Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone è nato, appunto un business.
La faccenda è questa. Mettiamo che io sia un produttore di quelli che non vogliono fare troppo Ripasso. Diciamo che ho prodotto un quintale d’Amarone e sulle sue vinacce ho ripassato un solo quintale di Valpolicella. Mi trovo virtualmente in mano diritti di Ripasso pari a un quintale, su quelle mie vinacce. Che faccio, li spreco quei diritti ripassevoli? Macché: li vendo! E piglio soldi anche lì. Così un altro può acquistare quelle mie carte e far ripassare il suo bel quintale di Valpolicella sulle mie vinacce. E dunque il Ripasso assume numero impressionanti. Senza però badare alla qualità del Valpolicella di partenza. Ed è un guaio, ché ormai il Ripasso è visto come una sorta di piccolo Amarone: non s’usa forse diffusamente questa definizione? Col prezzo che al massimo è la metà di quello dell’Amarone, ma quasi sempre scende molto, molto più in basso, a un quarto, un quinto.
Ma non basta. Gli è che in Valpolicella a far l’appassimento delle uve son maestri. E i fruttai sono perfettamente funzionali, addirittura computerizzati. E allora perché usarli solo per appassire le uve da Amarone? Si mette ad appassire anche altra roba: che so, uve che non sono adatte, corvine che non finiranno mai nei rossi importanti, cabernet piantati in modo un po’ avventato un decennio fa sull’onda delle mode americaneggianti. E alla fine ci si ricavano rossi d’una certa struttura che riecheggiano nei toni l’originale amaronista. Magari, ci si taglia insieme anche qualche barrique del potenziale Amarone meno riuscito, che non pare idoneo per la doc del vino principe, e il gioco è fatto: è nato il super-red appassimento style. Ed escono decine e decine d’igt di fantasia (ma sono in verità centinaia, credetemi). Vagamente amaroneggianti, appunto, ancorché di qualità sovente incerta. A prezzo però quasi sempre ancora più basso del Ripasso.
Così, può succedere che la stessa azienda, dal fruttaio tragga un Amarone - butto lì prezzi a casaccio - a 25-30 euro, un Ripasso a 9-10 e un rosso igt a 6-7. E il tutto va, ovviamente, venduto. Magari spedendo l’igt ai mercati emergenti, quelli che ancora non sono capaci d’assorbire bancali d’Amarone.
Già, ma se su quei mercati imparano che un rosso valpolicellese d’appassimento costa 7 euro, come farete poi, cari vignaiuoli di Valpolicella, a spiegare che un altro rosso pur’esso d’appassimento della vostra terra costa quattro volte tanto, ancorché si chiami Amarone? E con tutto quel Ripasso che gira, poi, e che ha botte d’alcol sopra i 14 gradi, e che quindi amaroneggia vieppiù, non ci sarà il rischio d’un effetto sostituzione, per via del prezzo, su tutta quella fascia di wine drinkers che di spendere certe cifre non se lo possono (più) permettere? E non c’è forse il pericolo che l’appassimento peggiore scacci quello migliore, e che dunque il Ripasso scacci l’Amarone e l’igt scacci il Ripasso?
L’ho detto di recente a qualche valpolicellista. Uno, sull’uscio della sua ultramoderna cantina, ha allargato le braccia e, sorriso stampato in faccia, m’ha ribattuto: «Finché li vendo io li faccio, vorrai mica che butti via tutta quella roba...» Già, finché li vendi, quei rossi, prendi e porta a casa. Ché il conto in banca cresce. Poi si vedrà.
Oh, sì, forse queste cose le scrivo perché ho mangiato male, e faccio un po’ fatica a digerire. E dunque son d’umore cupo. Eppoi per me ottobre (il primo autunno) è tempo gramo, da sempre, e mi deprime. Forse, sì, le scrivo per questo, certe cose. O forse no.
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