mercoledì 20 settembre 2006

Giornalisti, scriviamo di vini da bere: lo dice la federazione

Angelo Peretti
Come altri colleghi che si occupano di vino, mi sono iscritto anch’io alla Fédération Internationale des Journalistes & Ecrivains du Vin, o meglio, alla sua sezione italiana, diretta da Luigi Odello. Ed è, questa, un’associazione che riunisce, come dice il nome francesista, i giornalisti e gli scrittori del vino. «E a noi che c’interessa?», potreste ben obiettare, e l’obiezione è lecita. Però consentitemi (sbaglio o il verbo lo usa anche qualcun altro?) di mettere a fattor comune quant’ha scritto nella sua ultima circolare Hervé Lalau, che della Fijev è il segretario generale.
Riporto qui di seguito, traducendo, come meglio mi viene, dal francese:
«Nel suo editoriale sulla «Revue des Vins de France» di ottobre, il nostro socio Denis Saverot ha osato porre una questione in controtendenza: i vini d'oggi non sono troppo alcolici? E la sua risposta è: sì. Per Saverot, dopo i vini esili delle annate “produttiviste”, si è voluto strafare, e l’equilibrio è sfuggito di mano.
Se pensiamo a certi mostri che dobbiamo assaggiare oggi (del genere "bodybuildés", "palestrato"), non ha certo torto. Così ci si sorprende, come lui, a sognare un Asti, un Clairette, o anche un Rheingau, quello dallo stile più secco.
Amici giornalisti, dobbiamo saper rifiutare la sovrabbondanza (di aromi, d'alcool, di materia) nelle nostre degustazioni, per privilegiare i vini "bevibili", quelli coi quali il consumatore si fa piacere tutto un pasto. È un ben cattivo servizio quello che si rende a un produttore "facendo uscire" il suo vino in una selezione, quando invece la gente che il vino lo consuma davvero non finisce poi la bottiglia... e non la riacquisterà mai più.
Hervé Lalau
Segretario Generale
Fédération Internationale des Journalistes & Ecrivains du Vin»
Credo non vi sfugga il valore di quest’esortazione. Qualcosa sta cambiando, per davvero, nel mondo della critica vinicola. Che comincia, alla buon’ora, a stufarsi di masticare tannini e iperconcentrazioni. E vuol tornare a bere, sissignori, a bere. E ad indicare vini da bere per davvero. Basta coi vini da buttarne giù un dito appena: la boccia dev’esser finita, sulla tavola, per cena. Ed è quel che, modestamente, cerco di fare su InternetGourmet coi miei giudizi in faccini, per cui può esserci - che so - un Bardolino che ne piglia tre al pari d’un Amarone.
Chiaro: è solo l’inizio. Ma la presa di posizione della federazione degli “scrivani” del vino è un bel segnale. Credo ne vedremo delle belle. Ripenseremo all’idea di vino, insomma. E un Bardolino - giusto per tornare all’esempio che m’è caro - non sarà più giudicato il nipote scipito dell’Amarone se quel Bardolino saprà trasmettere beva e terroir e sentimento e progetto e passione. Se invece sarà fatto male, be’, c’è poco da dire: verrà valutato per quel che vale, al pari della risciacquatura dei piatti.
Così pure, perché non esaltare un rosato, un Chiaretto magari, se quest’è fatto bene, bene assai? Chi l’ha detto che dia meno gioia d’un Barolo? Viva il Chiaretto buono, viva il Barolo buono, viva il vino buono, ma attenti, ché buono non vuol solo dire fatto bene, senza difetti, ché altrimenti il Tavernello è re.
Capiamoci: c’è il rischio di prendere l’ubriacatura contraria, e il termine credo sia proprio quello giusto: ubriacatura. Per esempio, seguire il mito biodinamico per questione di moda. Guai, oggi, a non dirsi fedeli al dogma della biodinamica: rischi per passar da reazionario. Sia chiaro: esiste una serie notevole di vini biodinamici che adoro. In Loira, in Alsazia, per esempio. E potrei citarne una ventina che ho in casa e che amo e che bevo con piacere assoluto. Ma - appunto - non li esalto perché son biodinamici, bensì perché li trovo buoni, punto e basta. Il fatto della biodinamica semmai è un plus, da mettere nel lato del sentimento. Ma è il vino ad esser buono.
In fin dei conti - l’ho già detto più volte - come venga fatto il vino m’interessa sì, ma relativamente. Ché la cosa che giudico importante è invece quel che il vino racconta: se parla, se dice, se fa vibrar le corde del cuore e della mente. E non posso accettare di sorvolare su un difetto nel nome del falso mito della «naturalità».
Voglio che il gotto si riempia e si svuoti. Voglio la gioia del vino.
L’ho ricordato qualche settimana fa del codice di Andreas Märs, baffuto capo redattore di «Merum»: lui ha ideato il parametro JLF nella valutazione d’un vino, che sta per «Je leerer die Flasche, desto besser der Wein», ossia, in lingua italica, «più è vuota la bottiglia, più è buono il vino». Si deve bere, vivaddìo, questo vino. Se lo ricordino, i produttori.
E prosit, dunque. Al vino.

venerdì 15 settembre 2006

Quando nacque il nome dell'Amarone

Angelo Peretti
A proposito delle origini dell’Amarone, m’ha scritto Francesco Quintarelli, uomo di bell’acume, esperto in materie valpolicellesi. Portando un contributo, che molto volentieri di seguito rendo pubblico.
L’intervento nasce a commento del pezzo che comparve in marzo su InternetGourmet. Riprendeva una vecchia intervista a Nino Franceschetti dopo che Alessandro Masnaghetti l’aveva riattualizzata sulla sua bella rivista Enogea. Il pezzo s’intitolava «Quando il Nino raccontò la vera storia dell’Amarone».
Quintarelli dice la sua sulla storia vera dell’Amarone. E per quanto attiene al nome (lui dice, con bella e arcaica parola, epiteto), ne riconduce l’origine ad Adelino Lucchese (era il 1936), cantiniere e mezzadro. Ed alla valorizzazione che di quel nome fece poi il direttore della Cantina sociale della Valpolicella, Gaetano Dall’Ora.
La testimonianza è piuttosto interessante, non c’è dubbio. Anche perché è diretta, e va a colmare le lacune – molte – delle fonti scritte. Ringrazio dunque di cuore Quintarelli per avermela - ed avercela - voluta condividere. Così come mi fa piacere - molto, e m’inorgoglisce - che legga InternetGourmet.
Così come trovo di grand’interesse il passaggio in cui narra dell’esperienza fatta di persona al mercato veronese, e alle tipologie vinicole che allora si commercializzavano. Quell’allora è mezzo secolo fa, subito dopo la guerra. E mezzo secolo nella storia enologica italiana è un tempo infinito, ché allora eravamo ancora alle origini, lontani perfino dal pensare per davvero ai disciplinari e alle doc, che sarebbero venute di lì a vent’anni. Anche questa è testimonianza personale che diventa fonte, dunque.
C’è poi poesia quando racconta, Quintarelli, degli antenati che imbottigliavano in «luna vècia de agosto». Quel guardare agli astri che oggi viene enfaticamente riappropriato anche da produttori di grido. E che appartiene alla storia vinicola. E quel vino imbottigliato con la luna giusta, se poi non era molto dolce, era quello «da la mandola amara» o «da ‘na veneta sconta», o «tondo», il «vin da òmeni». Bellissimo.
Non mi sento invece di concordare appieno sull’interpretazione delle citazioni antiche, a partire da quella catulliana. Francamente, ho sempre nutrito serie perplessità – e mi perdoni Quintarelli così come chi altri la pensi come lui – sull’effettiva riconducibilità dell’attuale Amarone o del Recioto valpolicellese all’Acinatico delle testimonianze letterarie d’età latina. Pressoché nulla sappiamo di quel vin retico. Non ve n’è, ovviamente, descrizione analitica, se non con vago cenno alla sua potenza e dolcezza. Non v’è notizia, se non precaria pur’essa – la Rezia, regione amplissima – dell’origine, del luogo. Né tantomeno – chiaramente – alla tecnica produttiva. So solo che difficilmente, molto difficilmente, un vino d’elevato residuo zuccherino avrebbe potuto in quell’epoca essere trasportato fino a Roma (o ben più a sud) senz’incontrare seri, serissimi problemi di rifermentazione, di deterioramento. D’esplosione, direi, dell’anfora o dell’eventuale botte. Che è poi, almeno in parte, problema attuale, per il Recioto, nonostante le moderne microfiltrazioni, che sono innovazione tecnologica recentissima. Figurarsi millanta anni addietro.
Si possono dunque semplicemente far congetture, e ognuno è libero di tracciare le sue. Tutte sono degne – ritengo – della medesima attenzione. Personalmente, ci vado coi piedi di piombo. Tendo a far prevalere i dubbi sulle certezze, come sempre m’accade in materia storica. La storia si fa sulle fonti. E quando queste latitano, si può fare anche sui monumenti della cultura materiale, con metodo multidisciplinare: è una scienza che si chiama gastronomia, questa qui. E comunque si fa – secondo me – sempre con lo scetticismo che superi l’entusiasmo. Ma questa è solo la mia personalissima opinione, e reputo altrettanto valide le idee altrui.
Ma ora, basta con le mie parole. Vi lascio alla lettura di Quintarelli. Ed è una bella lettura, l’assicuro.

La storia vera dell'epiteto Amarone
di Francesco Quintarelli
«Il nuovo epiteto Amarone per indicare il Recioto Amaro nasce nella primavera del 1936 nella Cantina Sociale Valpolicella, istituita nel 1933 in Villa di Novare Mosconi-Simonini, attualmente Bertani. Il direttore Dall’Ora dr. Gaetano, i cui meriti in argomento sono poco conosciuti anche in Valpolicella, trasferì nel 1948 la Cantina Sociale a San Vito, nella vecchia cantina Quintarelli Cav. Antonio. Ci lavorai dall’autunno 1948 all’ottobre 1949. G. Dall’Ora usava abitualmente l’epiteto Amarone in etichetta e mi dichiarò che nella primavera del 1936 spillando il Recioto Amaro dal fusto di fermentazione il mezzadro capocantina Adelino Lucchese, palato e fiuto eccezionali, uscì in una esclamazione entusiastica: “Questo non è un Amaro, è un Amarone”. Quel contadino aveva regalato alla Valpolicella la parola magica e il dr. Dall’Ora la usò subito in etichetta. La Cantina Sociale di Negrar nell’ingresso attuale ostenta giustamente una lettera di spedizione del 1942 con descrizione di “Fiaschetti di Amarone 1938”. Fare del nome e della sua commercializzazione una storia inesatta non contribuisce certo alla nobiltà del “campionissimo della scuderia enologica veneta”.
E non solo veneta. (…)
Perché l’Amarone esisteva anche prima, da qualche tempo se Catullo nel Carme n. 27 (49 circa a.C.) reclama “calices amariores” (bicchieri più amari). Ma ben altri documenti ne danno testimonianza.
Cassiodoro nei primi anni del 500 ricerca l’Acinatico della Valpolicella, rosso e bianco: si ritiene che fosse un “recchiotto amaro”, scrive G. B. Peres nel 1900, opinione coincidente con quella del Panvinio, che nell’Acinàtico di Cassiodoro riconosce il Rètico di Augusto e del Sarayna (1543) che parla dei vini della Valpolicella “neri, dolci, racenti e maturi”. Per giungere a Scipione Maffei che esalta il vino amaro della Valpolicella. Ma forse più di ogni altro vale il giudizio emesso da assaggiatori francesi a Parigi nel 1845 su una partita di vino “Rosso Austero Costa Calda” di S. Vito di Negrar vecchio di 11 anni: “Supremo vino d’Italia … preferibile a diversi Bordeaux ed Hermitage”. Diffuso il nome Reciòto, sulla fine del 1800 Antonio Quintarelli mescola foglie di pesco al passito in fermentazione, per “darghe l’amaro al vin” e nel 1903 alla Esposizione Enologica e gastronomica di Milano ottiene il Premio Medaglia d’Oro per il “Recciotto Amaro di Negrar”. Il premio più antico che si conosca per l’Amarone, che nel corso di 2000 anni ha solo cambiato i nomi, ma è rimasto sempre quello, perché il passito d’insufficiente titolo zuccherino sempre continuò a fermentare in damigiana, diventando più volte amarotico se non amaro.
Non per nulla gli antenati lo imbottigliavano in “luna vècia de agosto”, a fermentazione completata. E se non era molto dolce, era quello “da la mandola amara” o “da ‘na veneta sconta”, o “tondo”, il “vin da òmeni”.
E il “Recioto scapà”? Nato nel 1922, cresciuto sulla collina di Negrar e introdotto nei “misteri” dell’avita cantina fin da bambino, non ho mai sentito quella definizione prima del 1997.
Uno non può conoscere tutto, anche se ha passato 70 anni della sua vita tra uve e vini.
Il ripasso poi è pratica multisecolare. Sulle vinacce del passito (dolce o amaro) si sono sempre fatti “rebojir” i vini spillati in autunno con due o tre passate diverse, ottenendo il “mèso Recioto” e altro. L’ultimo ripasso era di acqua per avere la “graspìa”, l’acidulo e cenerognolo beveraggio di tutto l’inverno. Perché una prima pigiatura de l’ua da granar”, non “da taolon”, si faceva anche a San Martino, per “rebjoir” i “torcolè”.
Quanto alle categorie merceologiche di 50 anni fa, forse un approfondimento non guasterebbe.
Nel 1945-48 frequentavo il mercato del vino “sotto la Costa” e la Fiera di Verona.
Sentii parlare di Recioto, di “Mèso Recioto”, di vino buono o meno buono.
Non so bene cosa sia il “ripasso moderno”; so che da secoli si “rebojiva” altro vino sulle vinacce del passito.
Quanto all’epiteto “Amarone” anche personaggi di competenza vitivinicola elevata, non credono più a storie diverse da quella del contadino Adelino Lucchese.
Nel 1963 al Palio del Recioto di Negrar fu istituito il “Premio Speciale per l’Amarone”.
E i divergenti scritti di firme illustri su periodici assai diffusi ? Nessun stupore; nulla di nuovo sotto il sole: “quandoque bonus dormitat Homerus”.
PS. La mia stirpe coltiva vigne e produce vino in Valpolicella almeno dal 1510. Divisa in più rami ha sempre mantenuto e seguito tradizioni vitivinicole. Il rappresentante più famoso attualmente è Giuseppe Quintarelli, giustamente conosciuto in tutto l’orbe terracqueo. Merito di capacità e fedeltà alla tradizione. Peccato che la divisione tra i nostri due rami familiari risalga alla seconda metà del 1500! (Archivio Parrocchiale - Negrar)».

sabato 9 settembre 2006

Il Soave, punto e basta

Angelo Peretti
Non faccio mistero di considerare il Soave il più gran bianco d’Italia. Il Soave come denominazione di terroir, mica solo qualcheduna fra le bottiglie in commercio. Ché roba come il Calvarino di Pieropan, giusto per fare un esempio (e che esempio!) lo sanno tutti ch’è un capolavoro. E non è neppure, la mia, questione di campanile. Non è, intendo, spirito di patria veronesità. Nossignori.
Certo, altri bianchi m’intrigano nella penisola, dall’alto in basso, dall’Alpi alle Sicilie. Uno su tutti, il Fiano dei Colli di Lapio, ch’è vino che mi dà la scarica lungo la spina dorsale solo a ricordarmelo. Oppure certo Kerner della Val d’Isarco, di volta in volta da Nössing, da Pacherhof, da Köfererhof. O ancora, uscendo dall’autoctonia, lo Chardonnay che Costantino Charrére fa per Les Crêtes, in Val d’Aosta. Ed altri (in verità, non tantissimi, ma è parer mio) se ne possono citare, come un certo Pigato di Bruna, U Baccan, in Liguria, Riviera di Ponente. E mi fermo, ché sennò vien fuori solo un elenco. Ma sono quasi casi isolati.
Intendo: non è difficile trovar grande bianco in Südtirol o in Friuli o nelle Marche o in Liguria o un po’ dovunque vogliate. Ma non vedo qui da noi un filo conduttore che attraversi un’intiera area, che faccia parlare d’una denominazione d’assieme, come accade, che so, per la Borgogna e i suoi chardonnay, la Loira e il sauvignon, il Reno e il riesling. L’Alto Adige? Sì, ha bianchi spettacolari, ma sono tre Kerner e due Veltliner e tre Sylvaner e un paio di Sauvignon e... E insomma, a macchia di leopardo. E lo stesso, in fondo, per il Friuli e la sorella Venezia Giulia. Invece a Soave si fa Soave.
Ecco, Soave mi pare ci stia riuscendo nell’impresa dell’identificazione di territorio. Ed ha nella garganega la madre riconoscibile e trova magari anche supporto nel trebbiano locale, per chi l’usa ancora.
Ha, la zona, una traccia descrittiva comune nelle sue migliori espressioni, che son poi quelle che vengono dalla collina. Da Monteforte e Soave, zona classica, soprattutto: vini che hanno il frutto succoso che avvolge istantaneo, e poi la centrale, nervosa freschezza, e la florealità appagante e la mineralità accattivante e il finale quasi tannico. Insomma: ormai si può parlare apertamente d’un vino di territorio, cosa impossibile solo una quindicina d’anni fa, ché in terra soavista si facevano cisterne di vinelli scipiti dal color bianco carta e pochi, pochissimi offrivano invece cose di valore (ed era però già gran valore, ma casi isolati).
In più, colpisce il fatto che, nonostante una presenza enorme della cooperazione, con la Cantina di Soave divenuta un colosso e poi altre cantine sociali che raccolgono soci e uve in volume notevole (e che comunque san fare cose apprezzabili), be’, nonostante questo ogni anno ecco che emergono nuovi piccoli produttori, gente che passa all’imbottigliamento e lo fa bene e tira fuori roba da bere con soddisfazione.
Certo, di Soave ordinario e anche grossolano e da quattro soldi ce n’è ancora tanto in giro per il mondo, ma il numero delle cantinette che fanno cose buone e buone assai cresce d’un anno all’altro.
Tutto bene, dunque? Sì e no. No, ho detto, per la massa anonima ancora in giro. E no se ci s’illude d’essere arrivati. Siamo, probabilmente, alla svolta. Il Soave ha acquisito sicurezza e comunanza e leggibilità. La lettura grammaticale del vino, intendo, è appropriata: esprime la garganega e la sua acclimatazione in un territorio circoscritto. Adesso ci vuole il nuovo passo, ch’è quello della lettura in profondità, della valorizzazione dei singoli terroir. Occorre transitare dal Soave buono al Soave che descrive una pezza di terra e una storia d’umanità. Occorre arrivare ai crû, come direbbero i francesi. Ed è il passaggio più difficile. Ma mi sa che da quelle parti hanno i numeri per farlo.
Uno spaccato della produzione soavista l’ha dato di recente, nella terra d’origine, Soave Versus. Dove esponevano una quarantina d’aziende, alcune note, altre emergenti, talune pressoché sconosciute. Mancava qualche big (niente Pieropan, niente Suavia, giusto per dire d’un paio d’illustri assenti), e qualcun altro non portava tutta la batteria (Prà, per esempio, aveva solo il nuovo Staforte, e dunque niente Monte Grande e Sant’Antonio). Ma il parterre era buono. E l’afflusso di pubblico notevole. Peccato che io ho potuto poco assaggiare, impegnato a parlar d’olio (e formaggio & chocolate) in un laboratorio che m’han chiesto di condurre. Ma qualcosa qui e là ho riprovato, e comunque pressoché tutti li avevo già tastati in luglio e qualcheduno (ben più d’uno) anche dopo.
Ora, cerco di dar conto di qualche bottiglia presente al Soave Versus. Attingendo però - lo dico - agli appunti di più tastings, e dunque non solo della manifestazione, ché tutto non ho potuto lì ribere. Ma i vini che cito sono comunque scelti esclusivamente fra quelli che alla kermesse soavese erano esposti. Insomma, un mio taccuino dell’evento un po’ esteso.
Ne elenco venti, di bottiglie. In ordine alfabetico all’interno della categoria di giudizio, ch’esprimo, come sa chi ha la bontà di leggermi, in faccini tipo smarticons del cellulare. Da tre faccini ad uno.
Qui sotto i vini.

Soave Classico Monte Fiorentine 2005 Cà Rugate
Et voilà: altra annata, altro gioiello. Il Monte Fiorentine mi piace, mi piace assai. L’ho già detto altre volte e più lo riassaggio più me ne convinco. Appagante, succoso, eppure anche vibrante e snello. Una certezza.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Soave Classico Monte Alto 2004 Cà Rugate

Altro bianco di Cà Rugate, e neanche l’ultimo, ché più avanti ce n’è un terzo. Anche questo buono tanto. S’avverte la mela asprigna e l’erba sfalciata e la spezia e la pesca matura e la mandorla. Ha lungo, tannico finale.
Ridono tre faccini :-) :-) :-)

Soave Classico Cà Visco 2005 Coffele
Altro Soave che amo, e che non tradisce l’amore ormai da più anni. Altr’esempio di vibrante tensione gustativa. Fiore e frutto bianco e vene minerali s’intersecano nel palato, e ti prendono il cuore. E c’è freschezza avvincente.
Tre faccini gaudenti :-) :-) :-)

Soave Classico Superiore Foscarin Slavinus 2003 Monte Tondo
Soave da legno grande. Ed è bel bianco, per chi ama il genere. Il naso ha frutto denso, giallo, e fiore macerato. La bocca è polposa, eppure sorretta da una guizzante vena di freschezza. Gran tensione e lunghezza.
Tre sorridenti faccini :-) :-) :-)

Soave Classico Staforte 2004 Prà
Coraggioso. Butta il cuore di là dall’ostacolo. In acciaio e con cocciuto batonnage per cavar da mamma uva anche l’ultimo cenno d’amorevole frutto. Grande oggi, grandissimo coll’affinamento ulteriore. Possibile parlar di capolavoro?
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Soave Classico Alzari 2004 Coffele
Lo so: c’è chi ritiene che l’Alzari sia, stavolta, il capolavoro di casa Coffele, che superi il Cà Visco. Ammetto ch’è gran vino, ma m’intriga più l’altro. Ché questo gioca sull’opulenza e l’altro sulla tensione. In ogni caso, chapeau.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Soave Borgoletto 2005 Fasoli Gino
Bella sorpresa, il Borgoletto. I Fasoli credono all’agricoltura biologica e quest’è, se non sbaglio, il loro vino che fa i numeri maggiori. Be’, è un bel bere. Non è un gigante, ma va giù che è un piacere. E ha frutto e nuance minerale.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Soave Classico Vigna dello Stefano 2005 Le Albare
Una sorpresa. Bella. Un bianco mica appariscente, eppur godibilissimo. Ché ha naso di fiore e di frutto bianco ed ha ricordi minerali di grafite. Bocca tutta sul frutto. Ed ha lunghezza considerevole e succosa. Buono.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Soave Classico Le Bine 2004 Tamellini
Detto che ho bevuto e ribevuto il Recioto dei Tamellini e che ne riparlerò perché per me è una perla di fascinosa grazia, eccomi qui a citar le loro Bine (e del Soave basic dico più sotto).Ch’è vino di bella personalità e densa beva.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Soave Classico 2005 Balestri Valda
Oh, che bel vinino! Mica che aspiri a essere un super-white, questo no, ma lo berresti a secchi. Ché ha freschezza e dinamicità e tensione e vivida mineralità e memorie vegetali che intrigano e buona e quasi burrosa lunghezza.
Due lieti faccini :-) :-)

Soave Classico San Michele 2005 Cà Rugate
Terzo Soave di Cà Rugate nella mia personale lista. Che dire: son bravi, davvero. Pensare che questo qui è il piccolo di famiglia, il vino base, il fratellino minore. Be’: averne. Susina, pesca, fiore bianco, sapidità, leggerezza. Bel mix.
Due faccini felici :-) :-)

Soave Colli Scaligeri Castel Cerino 2005 Filippi
Fiori. Al naso e in bocca è florealità pura quella ch’emerge. Sul finale, ecco che si fa avanti la traccia della mandorla. Certo, è vino che non ha ambizione. Ma si beve ch’è un piacere. Con disimpegnato piacere, direi.
Due faccini sorridono :-) :-)

Soave Il Selese 2005 I Stefanini
Se mi chiedete chi siano I Stefanini, be’, non ve lo so dire. Vabbé, etichette e web site avrebbero bisogno di restyling, ma il vino, questo Selese, è buono e se il buon giorno si vede dal mattino... C’è tensione e mineralità e fiore.
Due faccini contenti :-) :-)

Soave Fontego 2005 La Cappuccina
Buono il Fontego, e potrà dare piacere maggiore, credo, lasciandolo ancora un po’ affinare nella bottiglia, ché già oggi intriga con la sua mineralità, destinata, ritengo, a irrobustirsi. Ed ha sapidità al palato e finale quasi tannico.
Due gaudenti faccini :-) :-)

Soave Classico San Brizio 2004 La Cappuccina
Bel derby in famiglia, quello che vede opporsi il Fontego e il San Brizio. Questo, il San Brizio, è più orientato - mi pare - all’opulenza del frutto, allo spessore. Ed ha morbidezza succosa. E vena anche qui minerale. E tensione.
Due lieti faccini :-) :-)

Soave Classico Montetondo 2005 Monte Tondo
Di sopra ho detto del vinone, adesso ecco qui il piccolino, il base. Ch’è comunque vino apprezzabile ed ha nella tensione di beva il suo lato migliore. E porge il fiore bianco insieme con un’inaspettata tannicità.
Due faccini sorridono :-) :-)

Soave 2005 Tamellini
Eccolo il basic dei Tamellini. Ed è un bel bere anche quello che offre il piccolo di famiglia. Ché ha frutto, e nel fruttato è l’albicocca a porgersi succosa. Sul fondo, ecco la vena mandorlata. Senza pretese eccessive, ma di bella beva.
Due lieti faccini :-) :-)

Soave Superiore Monte Ceriani 2004 Tenuta Sant'Antonio
Oh, ecco qua un bianco fatto da gente che spopola coi rossi. Ché i Castagnedi brothers sono celebri e celebrati per l’Amarone e il Valpolicella. Ma hanno in serbo anche un Soave che ha carattere e personalità e tensione.
Due lieti faccini :-) :-)

Soave Classico Sacripante 2005 Le Battistelle
Perché si decida di chiamar coll’ariostesco Sacripante un bianco resterà un mistero, così come oscura m’è l’azienda. Il vino lo segnalo sulla fiducia, anche se non ha perfetta definizione: potrebb’essere una lieta sorpresa futura.
Il faccino è ridente :-)

Soave Classico Monte Zoppega 2004 Nardello
Su casa Nardello c’è chi scommette, e anch’io attendo al varco l’esprimersi intiero della potenzialità. Mica male ‘sto Monte Zoppega, che ha fiore e frutto bianco e beva distesa e pacata. Un pelo di personalità in più, e farebbe faville.
Lieto il faccino :-)

Amarone in kit: la palla passa al ministero

Angelo Peretti
Oh, oh: la palla è al ministero. Lo apprendo da Vino Pigro, il wine blog della collega Elisabetta Tosi. Il caso è quello dell’Amarone fai da te, di cui ho parlato in due successivi interventi su InternetGourmet: sul web potete trovare dei kit messi in commercio da ditte canadesi e americane che promettono che sarete in grado di realizzare a casa vostra, in poche settimane, e con una spesa tutto sommato non enorme, una quindicina di litri d’Amarone, celebre rosso che dovrebb’esser fatto solo in Valpolicella.
Ebbene, Elisabetta ha saputo dal Consorzio di tutela del Valpolicella che della faccenda è stato investito, appunto, il ministero delle politiche agricole (si chiama ancora così, spero: è uno dei dicasteri che cambiano nome più spesso...).
È andata, mi pare d’aver capito, così: il Consorzio valpolicellese ha scritto alla Federdoc, e questa ha svolto le sue indagini. Ritengo che l’organismo che fa sintesi delle denominazioni italiche abbia capito che con gli strumenti disponibili non se ne esce, e dunque ha coinvolto l’unica entità in grado di intervenire, quella ministeriale, appunto.
Lo dice la stessa Federdoc in una missiva inviata al Consorzio di San Pietro in Cariano (riporto il testo così come l’ha pubblicato Elisabetta, ché io la lettera non l’ho vista): «Prendiamo atto della Vs. segnalazione di cui all'oggetto. Vi assicuriamo che la questione, a nostra conoscenza, è stata già opportunamente sottoposta all'attenzione degli organi istituzionali preposti. Riteniamo, a questo punto, di dover interessare direttamente il Ministro De Castro, tenuto conto che la faccenda si allarga e va a toccare sempre più il buon nome delle nostre Denominazioni».
Il commento? Lo lascio alle parole di Elisabetta Tosi e del suo Vino Pigro: «La buona notizia è che ora sarà l'autorità massima - in materia di agricoltura - a dover darsi una mossa (speriamo). Quella cattiva è che "i nostri" erano a conoscenza dell'esistenza di questi kit da tempo, e che la loro azione - qualsiasi essa sia stata - finora non ha sortito nessun effetto visibile. I kit sono sempre là, in vendita». Cosa dire di più?

giovedì 31 agosto 2006

Quei piccoli e liberi vignaioli del Südtirol

Angelo Peretti
L’impressione di fondo è che questi il vino lo san fare, sissignori. Dico dei Freie Weinbauern Südtiroler, ossia i Vignaioli dell’Alto Adige. È, questa, un’associazione che riunisce gente che ha piccola vigna in terra altoatesina. E che sa fare vino bene, ché la gran parte di quant’ho provato valeva la pena di bersela.
Sono stato a Bolzano a provare i loro vini, che hanno mess’in mostra al Parkhotel Laurin. E n’ho ricavato bella impressione. Certo, qualcosa che non andava c’era anche lì. Ma era l’eccezione, anche pescando a caso fra i nomi sconosciuti. La media è dunque alta. E qualche gotto da incorniciare l’ho trovato pure sui tavoli di chi mai avevo (colpa mia) prima sentito nominare. D’altra parte, se tutti fossero noti e stranoti, a cosa servirebbero manifestazioni come questa?
Parlano quasi tutti, quei vini, la lingua del vitigno e del terroir. Insomma, c’è personalità, e poca sudditanza al gusto sedicente internazionale, alla concentrazione pacchiana, al frutto dolcissimo, al tannino palestrato. Vini che narrano invece di montagna e d’aria buona e di roccia. Bene. Bene davvero.
Confesso che non tutto ho assaggiato, ché gli espositori erano una sessantina e tutti avevano almeno quattro bottiglie e qualcheduno anche di più. Il che voleva dire metter’in bocca qualcosa come duecentocinquanta vini suppergiù. Il che sarebbe impresa farlo già in due giorni di lavoro. Figurasi solo nel pomeriggio e nella sera d’un sabato. Per di più in piedi, col taccuino in mano e la penna e il bicchiere e la cartella stampa.
Il Laurin, centro di Bolzano, è bella struttura, magari un po’ piccolina, ché a una cert’ora si cominciava a muoversi a fatica fra i tavolini. Ma il contesto era piacevole e cortesi i produttori all’inpiedi dietro il tavolo. Forse qualcheduno un po’ spaurito, fors’anche poco avvezzo a simili assalti di folla, ché c’era gente che ha campagna dal mezz’ettaro ai tre, roba che trovi uguale solo in Borgogna o in Alsazia o sul Reno tedesco. Piccolo è bello, in Südtirol. Tant’è che la parte di quello grand’e grosso finiva per farla Manincor, forte dei suoi quarantacinque ettari vitati in Oltradige.
Ma torno indietro un passo. E dico ancora qualche cosa sull’associazione, profittando delle note che m’ha fornito la cortesissima pr Beatrix Unterhofer.
Ordunque, fondata l’11 maggio del ’99 a Bolzano da dodici vignaioli, la squadra dei Freie Weinbauern Südtiroler raccoglie oggi settantott’aziende agricole che vinificano e imbottigliano in proprio: dalle loro parti li chiamano masi vitivinicoli. Sono distribuite, queste aziendine, in tutte le zone viticole altoatesine: a Bolzano ce ne sono diciannove, nel Burgraviato-Meranese cinque, in Val d’Isarco dodici, in Valdadige un paio, nell’Oltradige diciotto, nella Bassa Atesina diciassette, in Val Venosta cinque. In tutto, dispongono d’una superficie vitata di 290 ettari, che rappresenta grosso modo il 6 % del vigneto totale dell’Alto Adige. E le dimensioni sono talvolta lillipuziane: si parte, come ho detto sopra, da mezz’ettaro appena. E da cantine piccine picciò. Per un totale complessivo - m’informa Beatrix, con teutonica precisione - di circa 1.720.000 bottiglie per anno. Quanto alla filosofia sottostante, ecco cosa dichiarano: «Curare la cultura del vino locale e promuovere l’immagine dello stesso». E poi anche: «Vinificare in autonomia le proprie uve e presentarsi al mercato in modo indipendente vuol dire distinguersi e sottolineare la tipicità dei vini sudtirolesi». Che son dichiarazioni semplici e complesse insieme. E c’è tanto valore in questa semplicità.
Chiudo le citazioni dicendo che presidente è Josephus Mayr, che è vignaiolo d’indiscusso valore. Aggiungo solo: se avete voglia di navigare un po’, il sito dell’associazione è questo: www.fws.it.
Ora, eccomi finalmente a raccontar de’ vini bevuti. Mi fermo a quindici, ma altri meriterebbero citazione. Eppoi, l’ho detto sopra, mica tutto ho testato (tastato, direi: da tastàr, veneto assaggiare). Una quindicina, dunque. Dieci bianchi e cinque rossi. Da bere con gioia, tutti quanti.

Bianchi

Alto Adige Eisacktaler Sylvaner Alte Reben 2005 Pacherhof
Che bel posto. Una delizia soggiornarci da Pacherhof. Ancora più deliziosi i bianchi che qui si producono. Il primo di cui m’innamorai fu il loro Kerner, e della nuova annata parlo più sotto. Ma soprattutto il Sylvaner 2005 l’ho trovato splendido, appagante. Naso elegante d’erbe fini e fieno. Bocca ampia, distesa e vibrante. Floreale. Lunghissima E perfino tannica nel finale. Grande.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Alto Adige Eisacktaler Kerner 2005 Hoandlhof Manfred Nössing
Che gran vino che è sempre il Kerner di Manni Nössing. Anche l’annata 2005 non tradisce. In grande spolvero. Agrumi e fiori e pesca bianca ed erbe officinali emergono dal bicchiere a gratificare l’olfatto. La bocca corrisponde, netta. E c’è struttura, e alcol, eppure la freschezza n’attenua l’impatto e dona perfetto equilibrio. E il finale è lunghissimo e fascinoso. Un gioiello.
Tre faccini ridenti :-) :-) :-)

Alto Adige Weissburgunder Helios 2005 Ansitz Kränzel
In bottiglia solo da un mese e mezzo, ecco un Pinot Bianco della Val Venosta da tenere a mente. Di più, un vino di quelli che vale davvero la pena avere in cantina, a mio avviso. Fragranze floreali, ricordi di frutta esotica magari un pelettino acidula (l’alchechengi, direi) e anche di pesca bianca matura. Scattante. Teso. Una complessiva idea d’eleganza. E un a lunghezza intrigante.
Tre faccini gaudenti :-) :-) :-)

Alto Adige Gewürztraminer Mazzon 2005 Gottardi
Che Gottardi sia il sovrano del Pinot Nero altoatesino è – per me – cosa scontata, e più sotto dico della nuova annata. Ma non conoscevo il suo Gewürztraminer, e se il Pinot è il più borgognone fra quegli italici, be’, questo bianco sa d’Alsazia. Tutta spezia e marzapane e cedro candito e agrume e fiore giallo. Ha grande struttura e tensione nella beva. Insomma: un gioiellino.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Alto Adige Eisacktaler Kerner 2005 Pacherhof
E già, l’ho detto di spora che avrei parlato anche del Kerner. Che non cito solo per affetto, essendo stato il primo amore. Ma perché invece è buono per davvero. Come nelle annate più felici. Offre le consuete fragranze di salvia e d’ortica e d’agrume, e d’erbe alpestri. La bocca è solida, tesa, piacevolissima. Agrumi da vendere. E ortica, ortica, ortica. Lunghissimo.
Due lieti faccini e quasi quasi tre :-) :-)

Alto Adige Eisacktaler Sylvaner 2005 Garlider
Il Veltliner 2004 di Garlider è uno dei bianchi che più ho amato fra quelli assaggiati (bevuti) nell’ultimo anno. Ma della nuova annata apprezzo soprattutto il Sylvaner, che ha personalità, eccome. La bocca è magnifica nelle sue intense memorie di frutto bianco e fieno e fiori. Ed ha una vena mandorlata piacevolissima, sottesa, e finale tannico e una strutturona che impressiona.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Alto Adige Gewürztraminer Praesulis 2005 Gumphof
Tenetelo da mente: Gumphof di Markus Prackwiesr, a Fié allo Sciliar. Quattro ettari appena e sei vini e tutti ben fatti. Col Gewürztraminer e il Blauburgunder di piacevolissima, appagante beva. Il Traminer ha fragranze di marzapane e spezia fine. La bocca è scattante, un po’ dolce, magari, ma sorretta da una bella freschezza. Può sembrar semplice, ma va giù che è un piacere.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)

Alto Adige Vinschgau Riesling Windbichel 2005 Unterortl
Due Riesling e tutt’e due di buon livello per Unterortl. Al buon Castel Juval 2005, di cui parlo più sotto, ho di poco preferito questo più complesso Windbichel 2004. Che è vino dalla memoria olfattiva di fieno e d’agrume ed ha eleganza e finezza di dettaglio. La bocca corrisponde, polposa e fresca insieme. Ed ha di già vena minerale sottesa al frutto.
Insomma, son due lieti faccini e quasi quasi anche tre :-) :-)

Blaterle 2005 Nusserhof
Vallo a sapere cos’è ‘sto Blaterale. Vitigno autoctono, mi dice Heinrich Mayr, patron di Nusserhof, due ettari e mezzo di vigna condotti con pratica biologica. Qualche ceppo su piede franco. Andate a cercarlo questo bianco, ché ha carattere antico e personalità. E vena minerale. Buono oggi, buonissimo, credo con anni d’affinamento.
Due lieti faccini che diventeranno tre, non dubito, coll’ulteriore sosta in vetro :-) :-)

Alto Adige Vinschgau Riesling Castel Juval 2005 Unterortl
Appena appena sotto il Windchibel 2004, questo fratellino più giovane è una altro Riesling di quelli da comprare a botta sicura. Elargisce ancora non del tutto espressa la sua vegetalità d’agrume verde e edi salvia e di fiore bianco. La bocca è scattante, citrina, freschissima. Piacevole e di bella lunghezza, da bere con appagamento e da attendere anche nell’evoluzione.
Due ridenti faccini:-) :-)

Rossi

Alto Adige Blauburgunder Mazzon 2005 Gottardi
Ho già detto qualche volta che per me Pinot Nero è Borgogna. Però l’eccezione - rara, sennò che eccezione sarebbe - ci può stare. Una delle poche, pochissime, è il Blauburgunder che Bruno Gottardi fa nella vigna di Mazzon. Fantastico anche nell’annata 2005. Succoso di piccolo frutto che pare ti esplodano in bocca. Appagante, bellissimo.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

Alto Adige Lagrein Riserva 2004 Erbhof Unterganzner
Ebbene sì, Josephus Mayr, leader dei Vignaioli dell’Alto Adige, doveva ben darlo il buon’esempio. E l’ha fatto con un Lagrein di cui terrei volentieri qualche boccia in cantinetta. Buono, dico, e pieno di personalità. Ed ha, questo rossa, bocca distesa e sul frutto, e sulla spezia e sul pepe. Ha bel tannino. E pensare che è ancora nella botte: figurarsi dopo il giusto riposo nel vetro!
Tre ridenti faccini :-) :-) :-)

Alto Adige Blauburgunder 2004 Gumphof
Che dire: se il buon giorno si vede dal mattino… Prima annata di Blauburgunder per Gumphof, e di già un vino piacevole assai. Fanno soprattutto bianchi, tutti buoni (di sopra ho detto del Gewürztraminer). Ma questo Pinot Nero è bello già dal colore, che è per davvero da Pinot Nero, scarico il giusto. Il naso ha fruttino e spezia. La bocca è agile, beverina, e c’è però bella lunghezza.
Due lieti faccini, quasi tre :-) :-)

Zweigelt Roan 2004 Bassererhof
Unico vino che ho assaggiato, da Basserhof, ch’ero ormai stanco. Mi son fermato soprattutto perché ero incuriosito dallo Zweigelt, ch’è vitigno considerato povero, da vinello easy, da bere con le caldarroste. E ho fatto bene a fermarmi, ché questo è invece vino di bella personalità. Tanta, tanta spezia pepata e buon tannino. Rustico e atipico e di carattere. Se vi capita, bevetelo.
Due faccini contenti :-) :-)

St. Magdalener Classico 2005 Fliederhof
Piccola azienda, piccolina davvero coi suo 2,6 ettari ad Untermagdalena, che si traduce in Santa Maddalena di Sotto. Famiglia contadina e vini schietti, senza fronzoli. Come questo St. Magdalener, che è franco e beverino, com’è giusto che sia, ma appaga con la succosità del fruttino di sottobosco (ah, il lampone!). Che persiste e rotola in bocca. Da bere a secchi, con soddisfazione.
Sorridono i due faccini :-) :-)

Ora, un post scriptum. Sulla birra. Già, birra, ché dopo il multidrinking del vino son stato amabilmente condotto a provar würstel bianco e speck e altri salumi tirolesi da Hopfen & Co. Ed è, quella che servon qui, la Bozner Bier, birra bianca di stampo, direi, belga (o francese), piacevole, piacevolissima. La fanno proprio lì, ché quest’è stube e birreria-birrificio insieme. Insomma: microfabbrica artigianale di birra nel pieno centro di Bolzano. Se capitate in città, non mancate la sosta. Magari n’avrete diversa emozione dalla mia, ché l’emozione, vivaddio, resta tra le poche cose che siano davvero personali e non replicabili. Ma provate, provate. Vale la pena. E se non andate, date un’occhiata al sito, che è questo qui: www.boznerbier.it. Prosit.

venerdì 25 agosto 2006

Merum dixit: Bardolino doc batte docg otto a due

Angelo Peretti
Caspita, se ha picchiato duro sul Superiore. È vero che è uno dei giornalisti del vino «più simpatici, irriverenti e indipendenti che io conosca», per citare la presentazione che ne ha fatto Elisabetta Tosi di recente sul suo blog Vino Pigro, ma col Bardolino docg Andreas März è stato severo. Severissimo. Tanto da metterlo in subordine al Bardolino doc, il fratellino. Che ha vino otto a due nella graduatoria dei migliori. Roba da professore con matita rossa e blu (il mio profe di lettere, al liceo, le usava entrambe: la rossa per gli errori veniali, l’altra per quelli capitali). Che poi, capiamoci, ha fatto il suo lavoro di critico: il professore, intendo, e anche Andreas. E forse – anzi, di sicuro, se l’ascolteranno – März ha anche insegnato qualcosa d’interessante ai produttori bardolinisti. Ha indicato una strada, una forma interpretativa.
Andreas März è un collega svizzero innamorato dell’Italia, al punto d’averci messo dimora: vive in Toscana, e ci fa vino e olio. Da lì guida – caporedattore - lo staff d’un periodico in lingua germanica: si chiama Merum. Testata autorevole, anche se un po’ spartana. E sul numero d’agosto-settembre s’è occupato, appunto, anche di Bardolino. Se volete leggere il commento, potete andare a fare una visita al sito Merum.info.
Insomma, che dice ‘sto März dei rossi bardolinisti? Comincia col porsi una domanda: «Di cosa deve sapere un buon Bardolino?» Scrive – e tento di tradurre dal tedesco, che non è cosa facile per la mia scarsa attitudine con la lingua teutone - che il Bardolino della zona classica dev’avere colorito chiaro, profumo floreale, bocca succosa e fruttata, mentre quell’altro che viene dalle parti di Custoza, Castelnuovo e Valeggio ha profumi più ampi e frutto più denso e note vegetali sempre abbastanza pronunciate e corpo più deciso e tannini piacevoli e un po’ di nota amarognola. E son d’accordo.
Aggiunge poi che quand’è giovane il Bardolino esibisce a volte vene d’idrocarburi, che possono essere piacevolissime se non vanno a coprire il frutto, e mi trovo d’accordo anche qui.
Ammette pure che non si può ritenere un errore quella sensazione di ridotto che talvolta emerge dal Bardolino giovane, perché – se n’è accorto per prova diretta – nei suoi primi momenti di vita questo rosso di riviera può avere un naso abbastanza strano, ostico, salvo poi aprirsi su un bouquet di fragranze di lì a qualche mese. Ed è annotazione – dico – giusta, giustissima, ché troppe volte ho sentito sparare giudizi a mio vedere assurdi su certe bottiglie di Bardolino, che avevano semplicemente bisogno d’attendere che il vino s’assestasse. La corvina bardolinista ha questo, fra i suoi caratteri: fa vini che, soprattutto quando hanno personalità, tendono ad andare in riduzione subito dopo essere passati in bottiglia. Occorre pazienza, ed esploderà il frutto e il fiore e il vegetale, se il vino è ben fatto. Bene, dunque, questa sottolineatura ch’ha fatto Andrea März. Il quale aggiunge che fra i due Bardolino, quello dell’area classica e quello della zona per così dire allargata, dà la preferenza al primo.
Ma. C’è un ma. E il ma è il Bardolino Superiore, assurto alla docg da pochi anni. Ed è vino che ad Andreas non va giù. «Riguardo alla versione docg del Bardolino – dice – i produttori non hanno ancora, ovviamente, le idee chiare. Non pare che l’eleganza sia sempre centrata nel Superiore». Tant’è che sono molte le bottiglie a non averlo impressionato. E per di più qualcuna gli sembrava avesse problemi. Dunque, solo due i Superiori raccomandati ai lettori.
Il drastico giudizio va interpretato - credo - anche alla luce della filosofia di Merum. Che ha ideato il parametro JLF nella valutazione d’un vino. E JLF sta per «Je leerer die Flasche, desto besser der Wein», ossia, in lingua italica, «Più è vuota la bottiglia, più è buono il vino». «In realtà – scrive Merum sul suo sito - è una provocazione ironica e divertente rispetto alla noiosa serietà con la quale alcuni pensano di doversi avvicinare all'argomento vino. A differenza di tanti colleghi, noi di Merum siamo convinti che un vino in primo luogo non debba essere per forza "importante", bensì prima di tutto "buono". Continuiamo ad essere dell'idea che il vino abbia a che fare con il bere, con il divertimento, con il piacere». Si deve bere, vivaddìo, questo vino. E per il Bardolino la regola è più vera che mai. Se lo ricordino, i Bardolino makers.
Che poi, capiamoci, sul Superiore mi tocca essere per un’altra volta ancora d’accordo. Ché sono troppi i Superiori del Bardolino a voler scopiazzare il Valpolicella. Ed hanno dunque fruttone concentrato e tanto tannino e qualche memoria d’appassimento (con relative puzzette), e vegetalità astringente. Mancano, soprattutto, di freschezza, di bevibilità. Difettano insomma d’eleganza, proprio come dice März. Un vino da mettere a punto: la strada è ancora tutta da inventare. Anche se nei giudizi sono un po’ meno drastico dello svizzero baffuto di Merum, ché secondo me almeno qualcun altro - altri due o tre - merita attenzione fra i Bardolino docg.
E comunque devo annotare che il Superiore va: non c’è azienda che abbia invenduto, pur trattandosi di una parte marginale della produzione totale. Insomma: la gente lo compra, e dunque la via può essere percorsa. Semmai, non vorrei che questo successo di vendita impedisse il miglioramento qualitativo: se il vino lo vendo bene, che motivo ho di farlo meglio? Confido, dunque, nell’intelligenza dei vignaioli bardolinisti. E magari in qualche sculacciata bruciante, come quelle d’Andreas.
Ma torno adesso a Merum e alle sue recensioni. Quali sono – vi chiederete – i vini che han superato il test? Be’, a questo punto dovrei rinviarvi alla rivista, che però in edicola non trovate. E le schede non ci sono neppure sul sito. Dunque, provvedo a una rapida sintesi.
I Bardolino – basic e Superiore – assaggiati sono stati 52, quelli valutati 45, quelli scartati perché palesemente difettosi 7 (la differenza, ovvio).
Tra i vini valutati – i 45 quindi, in questo caso – Merum distingue varie categorie di parere. Un vino semplicemente citato, senza alcuna stellina, non è piaciuta. Quello fra due e tre stelle è di qualità, ma non eccellente al momento della degustazione. A tre stelle il vino è molto buono ed è un ottimo rappresentante della sua denominazione. Quattro stelle: «vino entusiasmante, tra i migliori della sua appellazione». Cinque stelle è roba da sballo. C’è poi il simboletto JLF, che indica i vini che bevi fino a vuotarne la bottiglia: se n’è parlato sopra.
Citerò solo quelli dalle tre stelle in su. In testa al gruppetto, ex aequo, il Bardolino di Matilde Poggi, azienda agricola Le Fraghe, e quello dei Guerrieri Rizzardi, e qui devo dire che Giuseppe sta davvero facendo un bel lavoro in vigna e in cantina. Poi, il 2005 de Le Tende di Colà. A seguire altri sette, con due soli docg, quelli di Cavalchina e Corte Gardoni. Insomma: Bardolino doc batte Superiore docg otto a due. E i primi tre gradini del podio son tutti per i doc. Mica scherzi.
A proposito: sono quattro i vini col marchietto JLF, quelli che vanno giù che è un piacere. Sono: Guerrieri Rizzardi, Le Fraghe, Marchesini, Raval.
Ecco qui – dunque - i Bardolino top secondo Andrea März e Merum:
Bardolino Classico doc 2005 Guerrieri Rizzardi ***-**** JLF
Bardolino doc 2005 Le Fraghe ***-**** JLF
Bardolino Classico doc 205 Le Tende ***-****
Bardolino doc 2005 Cavalchina ***
Bardolino Superiore docg Santa Lucia 2004 Cavalchina ***
Bardolino doc Le Fontane 2005 Corte Gardoni ***
Bardolino Superiore docg 2004 Corte Gardoni ***
Bardolino Classico doc Cà Vegar 2005 Cantina Sociale Veronese del Garda ***
Bardolino Classico doc 2005 Marcello Marchesini *** JLF
Bardolino Classico doc 2005 Raval *** JLF.
Il resto, lo leggete sulla rivista, se la trovate. Ammesso che sappiate il tedesco. Ed è comunque probabile che lo conosciate meglio di me.

venerdì 18 agosto 2006

Le verità del Taso

Angelo Peretti
Taso, con la esse sonora, come nella parola rosa. È dialetto veronese. Indicativo presente, prima persona singolare del verbo tàser: leggasi tacere. «En bèl tàser no l’è mai scrit», un bel tacere non fu mai scritto, ammonisce il proverbio. Che non vale, of course, per i giornalisti, che sono chiacchieroni.
Quindi tàso uguale taccio. Ma anche uguale vino. Perché c’è un Valpolicella Superiore che porta questo nome. E che nella versione 2003 – tutt’altra cosa rispetto alla sua storia precedente – mi piace, mi piace, mi piace.
Ne ho già scritto ai primi dell’anno recensendolo en primeur, appena preso dalla vasca. Ribevendolo ora confermo tutto quanto. Confermo, cioè, d’avervi ritrovato quegl’intriganti profumi di fiori macerati e di spezia minuta e quasi di tabacco da pipa e di rabarbaro e china, eppure anche di frutto nettissimo, che trovai la prima volta. E poi la bocca, in continuità quasi perfetta coll’olfatto, «succosa di frutto e fresca e appagante e lunga», come scrissi allora, e meglio forse non posso dire, perché senti che è vino che ha potenza, certo, ma è anche bevibilissimo e va giù che è un piacere e gioca sull’eleganza e ti tiene sulla corda con la sua tensione, invidiabile. Insomma, bel vino. Certo mica ruffiano, mica fatto per piacere a tutt’i costi, ma anzi pregno di personalità e forse capace di dividere il pubblico. Che è poi la caratteristica dei vini davvero importanti, quelli che hanno qualcosa da raccontare, ma lo fanno col loro linguaggio, che non è per forza sulla lunghezza d’onda di tutt’i bevitori. E bisogna dunque mettersi nella condizione giusta per ascoltarne il racconto.
Lo fa, il Taso Valpolicella Classico Superiore, Cecilia Trucchi. Nasce quasi sul cocuzzolo della collinetta di Castelrotto, che pare dimenticata dagli sconvolgimenti geologici di chissà che epoca nella Valpolicella più bassa, nella parte a meridione - intendo - del comune di San Pietro in Cariano. Cocuzzolo di tufo con sopra la chiesa e poco prima della chiesa il brólo, il terreno cintato, che chiude il vigneto di Villa Bellini, la piccola tenuta di Cecilia, o meglio, di Villabellini tutt’attaccato, come scrive lei sull’etichette.
Cecilia è produttrice bio, anche se non lo sbandiera ai quattro venti. Fa agricoltura biologica perché ritiene che questa sia la scelta giusta, punto e basta. E ho già scritto, e lo ripeto, che i suoi vini li ho sì trovati interessanti in passato, ma ch’erano secondo me un po’ ostici e rustici e anzi ho usato un altro e più appropriato termine: scorbutici. Non mi facevano, insomma, impazzire e a volte, confesso, neppure avrei ristappato. Se non l’Amarone 2001, nel quale trovai qualcosa di nuovo, un’eleganza quasi decadente che mai prima avevo rintracciato, e che m’intrigava parecchio.
Ai primi dell’anno, Cecilia mi si presenta con un vino nuovo. O meglio, con un vino dal solito nome, ché Taso si chiamava già il suo Superiore, ma di concezione completamente nuova. E mi dice che quello è l’unico vino fatto nell’annata 2003: niente Valpolicella base, niente, soprattutto, Amarone. Al che, detto da un produttore valpolicellese in un periodo in cui l’Amarone tira commercialmente forse come non mai, ti sembra quasi un’eresia, se non, peggio, un segno di squilibrio. Epperò pensi poi che è il destino e la vocazione dell’artista d’essere estremo. E dunque proviamolo ‘sto Taso, mi dissi, e fu una folgorazione, che ora s’è rinnovata riprovandolo tre volte in un mese in diversi contesti – anche alla cieca – e sempre con mio convintissimo applauso.
Ho domandato a Cecilia di dirmi cosa fosse cambiato, e lei m’ha detto che la verità del Taso l’avrei trovata sul suo sito internet. Dunque, eccomi a cliccare www.villabellini.com. Ma v’avviso, qualora anche voi intediate farlo: se non avete l’adsl - come io non ho, purtroppo, avendo la fortuna e la maledizione d’abitare sul Garda, area per niente servita con adeguatezza da mamma Telecom – è un’impresa, ché il sito è bello, graficamente, assai, ma con quell’animazioni che ha dentro si carica in tempi biblici. E poi magari finite pure che v’incavolate, perché la verità del Taso narrata da Cecilia è quanto mai criptica, e ci vuole un decoder intellettualoide per disvelarla. E insomma, per farla breve, ed evitarvi magari la navigazione, ve la riporto qui di seguito.
Su villabellini.com si legge dunque così: «Cecilia e le verità del Taso. Cercando il vino ho trovato le mie verità. Saper guardare, ascoltare, sentire e soprattutto imparare i tempi, conoscere le piante, le stagioni, nel rispetto di un luogo dove la ‘tecnica del vino’ è anche ‘tecnica di vita’. Nell’etichetta, quella del Taso, non si può raccontare tutto questo. Posso solo colorare di emozioni questi tre ettari di mondo, esposti a sudest, terrazzati a marogne, di questo vigneto che affonda le sue radici nel tufo, in questo paesaggio. Solo il rispettoso silenzio del Taso può parlare di questo luogo, perché ci sono verità nelle radici, nel tempo, in noi, che non stanno nelle etichette. Però è bene saperle, o almeno io ci tengo a dirvele».
Ordunque, il testo è bello, intimo, poetico, ed esprime in fondo quello che i francesi chiamano terroir, ch’è un insieme di terra e di vigna e di suolo e d’umanità, inscindibile e unico e irripetibile. Però dice e non dice.
Non dice, soprattutto, perché questo sia l’unico vino, ora, dell’azienda e come lo si faccia. Al che ho richiamato Cecilia. E lei m’ha raccontato che non è detto che sia per sempre l’unico vino, e che sarà invece l’annata a decidere che cosa dovrà nascere dalla vigna. Il 2003 diceva che si doveva fare un vino solo e così è stato. Le uve sono state raccolte in più fasi. Alcune hanno fatto appassimento, altre no. E sono state lavorate tutte insieme, traendone complessità, ottenendone quel fitto chiacchiericcio d’aromi e fragranze e nuance che t’invade dal bicchiere versato. Di più è inutile dire: quel che accade dopo che l’uva è approdata alla cantina non m’ha mai interessato molto, la tecnica è tecnica e basta. Voglio solo cercar di capire se il vino racconta se stesso e la sua uva madre e la sua terra e la mente di chi l’ha generato, se narra insomma il proprio terroir. E il Taso lo fa.
Ecco, credo che questa sia la verità del Taso. Forse l’unica da capire. E v’invito, se vi capita, ad ascoltarla, appunto, dal bicchiere. Sapendo che costa un po’ di più d’un normale Valpolicella Superiore, ma non di più d’un Amarone standard. Ma che in fondo è insieme e Valpolicella e Amarone e Recioto: è rosso di Castelrotto, di quel dosso abbandonato in mezz’alla campagna valpolicellese. E che esprime una maniera tutta nuova e insieme antica di mettere in luce le corvine valpolicelliste e il tufo e le arie di quella terra. E che mi piace, mi piace davvero.