venerdì 25 agosto 2006

Merum dixit: Bardolino doc batte docg otto a due

Angelo Peretti
Caspita, se ha picchiato duro sul Superiore. È vero che è uno dei giornalisti del vino «più simpatici, irriverenti e indipendenti che io conosca», per citare la presentazione che ne ha fatto Elisabetta Tosi di recente sul suo blog Vino Pigro, ma col Bardolino docg Andreas März è stato severo. Severissimo. Tanto da metterlo in subordine al Bardolino doc, il fratellino. Che ha vino otto a due nella graduatoria dei migliori. Roba da professore con matita rossa e blu (il mio profe di lettere, al liceo, le usava entrambe: la rossa per gli errori veniali, l’altra per quelli capitali). Che poi, capiamoci, ha fatto il suo lavoro di critico: il professore, intendo, e anche Andreas. E forse – anzi, di sicuro, se l’ascolteranno – März ha anche insegnato qualcosa d’interessante ai produttori bardolinisti. Ha indicato una strada, una forma interpretativa.
Andreas März è un collega svizzero innamorato dell’Italia, al punto d’averci messo dimora: vive in Toscana, e ci fa vino e olio. Da lì guida – caporedattore - lo staff d’un periodico in lingua germanica: si chiama Merum. Testata autorevole, anche se un po’ spartana. E sul numero d’agosto-settembre s’è occupato, appunto, anche di Bardolino. Se volete leggere il commento, potete andare a fare una visita al sito Merum.info.
Insomma, che dice ‘sto März dei rossi bardolinisti? Comincia col porsi una domanda: «Di cosa deve sapere un buon Bardolino?» Scrive – e tento di tradurre dal tedesco, che non è cosa facile per la mia scarsa attitudine con la lingua teutone - che il Bardolino della zona classica dev’avere colorito chiaro, profumo floreale, bocca succosa e fruttata, mentre quell’altro che viene dalle parti di Custoza, Castelnuovo e Valeggio ha profumi più ampi e frutto più denso e note vegetali sempre abbastanza pronunciate e corpo più deciso e tannini piacevoli e un po’ di nota amarognola. E son d’accordo.
Aggiunge poi che quand’è giovane il Bardolino esibisce a volte vene d’idrocarburi, che possono essere piacevolissime se non vanno a coprire il frutto, e mi trovo d’accordo anche qui.
Ammette pure che non si può ritenere un errore quella sensazione di ridotto che talvolta emerge dal Bardolino giovane, perché – se n’è accorto per prova diretta – nei suoi primi momenti di vita questo rosso di riviera può avere un naso abbastanza strano, ostico, salvo poi aprirsi su un bouquet di fragranze di lì a qualche mese. Ed è annotazione – dico – giusta, giustissima, ché troppe volte ho sentito sparare giudizi a mio vedere assurdi su certe bottiglie di Bardolino, che avevano semplicemente bisogno d’attendere che il vino s’assestasse. La corvina bardolinista ha questo, fra i suoi caratteri: fa vini che, soprattutto quando hanno personalità, tendono ad andare in riduzione subito dopo essere passati in bottiglia. Occorre pazienza, ed esploderà il frutto e il fiore e il vegetale, se il vino è ben fatto. Bene, dunque, questa sottolineatura ch’ha fatto Andrea März. Il quale aggiunge che fra i due Bardolino, quello dell’area classica e quello della zona per così dire allargata, dà la preferenza al primo.
Ma. C’è un ma. E il ma è il Bardolino Superiore, assurto alla docg da pochi anni. Ed è vino che ad Andreas non va giù. «Riguardo alla versione docg del Bardolino – dice – i produttori non hanno ancora, ovviamente, le idee chiare. Non pare che l’eleganza sia sempre centrata nel Superiore». Tant’è che sono molte le bottiglie a non averlo impressionato. E per di più qualcuna gli sembrava avesse problemi. Dunque, solo due i Superiori raccomandati ai lettori.
Il drastico giudizio va interpretato - credo - anche alla luce della filosofia di Merum. Che ha ideato il parametro JLF nella valutazione d’un vino. E JLF sta per «Je leerer die Flasche, desto besser der Wein», ossia, in lingua italica, «Più è vuota la bottiglia, più è buono il vino». «In realtà – scrive Merum sul suo sito - è una provocazione ironica e divertente rispetto alla noiosa serietà con la quale alcuni pensano di doversi avvicinare all'argomento vino. A differenza di tanti colleghi, noi di Merum siamo convinti che un vino in primo luogo non debba essere per forza "importante", bensì prima di tutto "buono". Continuiamo ad essere dell'idea che il vino abbia a che fare con il bere, con il divertimento, con il piacere». Si deve bere, vivaddìo, questo vino. E per il Bardolino la regola è più vera che mai. Se lo ricordino, i Bardolino makers.
Che poi, capiamoci, sul Superiore mi tocca essere per un’altra volta ancora d’accordo. Ché sono troppi i Superiori del Bardolino a voler scopiazzare il Valpolicella. Ed hanno dunque fruttone concentrato e tanto tannino e qualche memoria d’appassimento (con relative puzzette), e vegetalità astringente. Mancano, soprattutto, di freschezza, di bevibilità. Difettano insomma d’eleganza, proprio come dice März. Un vino da mettere a punto: la strada è ancora tutta da inventare. Anche se nei giudizi sono un po’ meno drastico dello svizzero baffuto di Merum, ché secondo me almeno qualcun altro - altri due o tre - merita attenzione fra i Bardolino docg.
E comunque devo annotare che il Superiore va: non c’è azienda che abbia invenduto, pur trattandosi di una parte marginale della produzione totale. Insomma: la gente lo compra, e dunque la via può essere percorsa. Semmai, non vorrei che questo successo di vendita impedisse il miglioramento qualitativo: se il vino lo vendo bene, che motivo ho di farlo meglio? Confido, dunque, nell’intelligenza dei vignaioli bardolinisti. E magari in qualche sculacciata bruciante, come quelle d’Andreas.
Ma torno adesso a Merum e alle sue recensioni. Quali sono – vi chiederete – i vini che han superato il test? Be’, a questo punto dovrei rinviarvi alla rivista, che però in edicola non trovate. E le schede non ci sono neppure sul sito. Dunque, provvedo a una rapida sintesi.
I Bardolino – basic e Superiore – assaggiati sono stati 52, quelli valutati 45, quelli scartati perché palesemente difettosi 7 (la differenza, ovvio).
Tra i vini valutati – i 45 quindi, in questo caso – Merum distingue varie categorie di parere. Un vino semplicemente citato, senza alcuna stellina, non è piaciuta. Quello fra due e tre stelle è di qualità, ma non eccellente al momento della degustazione. A tre stelle il vino è molto buono ed è un ottimo rappresentante della sua denominazione. Quattro stelle: «vino entusiasmante, tra i migliori della sua appellazione». Cinque stelle è roba da sballo. C’è poi il simboletto JLF, che indica i vini che bevi fino a vuotarne la bottiglia: se n’è parlato sopra.
Citerò solo quelli dalle tre stelle in su. In testa al gruppetto, ex aequo, il Bardolino di Matilde Poggi, azienda agricola Le Fraghe, e quello dei Guerrieri Rizzardi, e qui devo dire che Giuseppe sta davvero facendo un bel lavoro in vigna e in cantina. Poi, il 2005 de Le Tende di Colà. A seguire altri sette, con due soli docg, quelli di Cavalchina e Corte Gardoni. Insomma: Bardolino doc batte Superiore docg otto a due. E i primi tre gradini del podio son tutti per i doc. Mica scherzi.
A proposito: sono quattro i vini col marchietto JLF, quelli che vanno giù che è un piacere. Sono: Guerrieri Rizzardi, Le Fraghe, Marchesini, Raval.
Ecco qui – dunque - i Bardolino top secondo Andrea März e Merum:
Bardolino Classico doc 2005 Guerrieri Rizzardi ***-**** JLF
Bardolino doc 2005 Le Fraghe ***-**** JLF
Bardolino Classico doc 205 Le Tende ***-****
Bardolino doc 2005 Cavalchina ***
Bardolino Superiore docg Santa Lucia 2004 Cavalchina ***
Bardolino doc Le Fontane 2005 Corte Gardoni ***
Bardolino Superiore docg 2004 Corte Gardoni ***
Bardolino Classico doc Cà Vegar 2005 Cantina Sociale Veronese del Garda ***
Bardolino Classico doc 2005 Marcello Marchesini *** JLF
Bardolino Classico doc 2005 Raval *** JLF.
Il resto, lo leggete sulla rivista, se la trovate. Ammesso che sappiate il tedesco. Ed è comunque probabile che lo conosciate meglio di me.

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