lunedì 19 febbraio 2007

Do you know Capriano del Colle? Quella vocazione rossista che fa un bel bianco

Angelo Peretti
Ora, non me ne vogliano i caprianesi, ma quando a una certa persona, che se n’intende di vino, ho detto ch’ero stato a veder le vigne di Capriano del Colle, quell’è caduta dalle nuvole: Capriano? Allora, meglio andar per gradi, ché - capisco - non siam mica nel gotha dell’enologia d’Italia.
Capriano del Colle è comune bresciano che ha dato il nome a una doc vinicola. L’area di produzione tocca anche gli ambiti confinanti di Poncarale e Flero. Il che vuol dire, nella sostanza, che si è a un tiro di schioppo da Brescia città, e infatti sembra quasi di toccarla dalla collina, il Montenetto, una sorpresa verde che quasi non t’aspetti.
Arrivarci è un po’ deprimente. Da Brescia Ovest è tutta una fila di brutti capannoni - quelli che Raspelli chiama falansteri, spregiativamente, la sagra padana del brutto nel nome dell’operosità - fino al cartello di Capriano, che non passi però, e invece giri netto a sinistra seguendo l’indicazione per Montenetto. E d’improvviso lo scenario cambia, e si fa campagna, inaspettata, inattesa, e vorrei dir quasi insperata. Ed è campagna bella e ben tenuta, e la strada si stringe e sale appena. Qui e là compare, tra un campo di frumento e uno d’orzo, la vigna, a volte incolta e vecchia e contorta, a volte d’innovato e ben impostato impianto. Capisci dal colpo d’occhio ch’è zona di viticoltura piccolina, ma che ha tradizione vecchia e che vive una trasformazione voluta.
Magari, non andateci di domenica, al Montenetto, ché è preso d’assalto dai cittadini in vena di far biciclettata e jogging, e li comprendo: avere un paradiso a due passi dal caos urbano è un’attrattiva invidiabile. Vogliono farci un parco rurale. Chissà.
Ora, il vino. La doc è dell’81, l’ultima modifica del disciplinare dell’88, ma presto questa sarà probabilmente la penultima, ché i produttori stan lavorando a una variazione ulteriore. Work in progress. Il fatto è che si prescrive un uso abbondante del sangiovese, che ai vigneron del posto non piace, ché non dà risultato apprezzabile in qualità. Il resto è merlot, soprattutto, e marzemino e poca barbera. Per il rosso, intendo. E poi c’è il bianco, e qui è altra sorpresa. Dice il disciplinare: trebbiano. Già, ma se un tempo era - infelicemente - trebbiano toscano, oggi piantano trebbiano di Lugana. Sissignori, l’autoctono delle plaghe argillose del basso Garda. E viene bene.
Argilla sul Montenetto ce n’è in abbondanza. Argilla rossa, però, di quella da mattoni. Dice qualcuno che quando fu creato il mondo, qui si depositò una sorta di accumulo di ghiaioni discesi dalle Alpi: graniti, porfidi spezzati. Di sopra i venti avrebbero depositato sabbia e limo. Oggi hai così sei-sette metri d’argille rosse e sotto ghiaia grossa. Il tutto a fare una sorta di duna, di grosso baule che s’alza d’una cinquantina di metri appena dalla piana, e tanto basta a farne un monte. E fa anche, quella larga terrazza argillosa, da frangivento, ché il temporale gira attorno e piove poco, pochissimo, in estate. Per contro, gira intorno e passa via anche la nube rognosa, quella gravida di tempesta e grandine.
Torno indietro. Dai vitigni capisci che quest’è zona che vuol avere, soprattutto, vocazione rossista, e infatti i bresciani dei dintorni bevono il rosso di Capriano, che ha consumo locale e cittadino. Ma a condurmi al Montenetto è stato un bianco. Quella dell’aziend’agricola intestata oggi ad Anna Botti. Ha un nome emblematico: La Vigna.
Papà Botti, il signor Ugo, faceva il grappaiolo e acquistava vinaccia al Montenetto. Poi comprò anche terra e piantò vigneto. Oggi la figlia e il genero han pres’in mano l’azienda e il signor Ugo comunque bazzica in cantina (e al campo di tamburello, da sempre la sua passione), ma è il marito di Anna, Marco Zizioli, che segue le cose di vigna e di cantina. È, Marco, enologo giovane e di valore, talché alcuni dei vini su cui mette le mani, a Capriano, in Lugana e in Franciacorta, son stati fra le cose nuove che ho trovato più interesanti nelle degustazioni dell’anno passato.
Nell’azienda di casa Botti si fanno un bianco, uno spumante, tre rossi. Che son già a buon livello e che m’aspetto incrementino, come ho aspettativa che un po’ la doc intiera s’elevi. Son solo sei-sette che producono e mettono in bottiglia, per un totale che di bottiglie ne fa appena 200mila, una bazzecola. C’è spazio, dunque, e c’è terra buona, c’è voglia e progettualità. Ho assaggiato in questi anni cose interessanti anche della Cascina Nuova, dei Lazzari, di San Michele, altri produttori caprianesi. Insomma: doc piccolina, ma c’è e cresce, come cresce e crescerà la Vigna dei Botti. Grazie alle idee e ai nuovi impianti che solo adesso cominciano a entrare in produzione.
Intanto, qui sotto, ecco quel che ho trovato, alla Vigna, che di bottiglie in tutto ne fa 30mila, sole.
Capriano del Colle Bianco 2005 Confermo quant’ho già scritto ai primi di luglio: un bianco del genere può convincere anche i più scettici sulla doc caprianese. Frutta (susine goccia d’oro) e nervosa freschezza e fiore bianco e succosità. Tutto trebbiano di Lugana coltivato a Capriano del Colle. E solo acciaio.
Tre faccini contenti :-) :-) :-)
Ha costo contenuto: 3,70 euro in cantina (a privati).
Capriano del Colle Bianco 2003 Non ne risente più di tanto della calura di quell’anno, ché ha frutto integro e beva scattante e ancora giovanissima e anche bella vena salina. Di più, è da encomiare l’azienda che lo tiene in serbo per commerciarne parte insieme alle nuove annate. Convinti, in casa Botti, che il loro bianco abbia doti di longevità. Ed han ragione.
Due lieti faccini :-) :-)
Prezzo come sopra.
Capriano del Colle Bianco 2001 Quelle vendemmiate nel 2001 erano ancora le vecchie vigne. Il vino ha tuttora naso fine ed elegante nelle note floreali e nelle memorie di fieno fresco, ma la bocca palesa le prime note ossidative ed è ahinoi cortina, pur su una beva soda e tesa. Dimostra però le potenzialità che già aveva il terroir, ed è così facile capire le potenzialità d’oggi con le nuove vigne e la tecnologia rinnovata.
Non esprimo faccini. E non è più in vendita.
Capriano del Colle Rosso 2004 Ecco, magari m’aspetterei più pulizia olfattiva, ma c’è carattere e beva schietta e frutto fresco e addirittura quasi acerbo nonostante i due anni ormai passati. Vino tradizionalista. Aggiungo che ho assaggiato le vasche (acciaio) del 2005 e del 2006 e le premesse son buone.
Un faccino :-)
Ahimè, non ho segnato il prezzo.
Capriano del Colle Rosso Riserva Monte Bruciato 2003 Ha bocca piena, pastosa e fruttata questo rosso figlio dell’annata calda, con quell’impostazione sul frutto stramaturo. C’è lunghezza e spessore. Le vigne son quelle vecchie: vale il discorso di sopra, e cioè che quand’arriveranno a regime i nuovi vigneti - e quelli dei rossi maturano più tardi dei bianchisti - m’aspetto belle cose.
Un faccino ridente e quasi due :-)
Ut supra: non so il prezzo.
Montenetto di Brescia Marzemino 2005 Questo è l’igt, tratto dalle uve di marzemino e giocato in stile moderno, molto sul frutto, basso d’alcol, di pronta e franca beva, immediato. Giovanile e pulito.
Un lieto faccino :-)
Qui il prezzo l’ho preso: 5,20 euro a privati in cantina.

Do you know Capriano del Colle? Quella vocazione rossista che fa un bel bianco

Angelo Peretti
Ora, non me ne vogliano i caprianesi, ma quando a una certa persona, che se n’intende di vino, ho detto ch’ero stato a veder le vigne di Capriano del Colle, quell’è caduta dalle nuvole: Capriano? Allora, meglio andar per gradi, ché - capisco - non siam mica nel gotha dell’enologia d’Italia.

Capriano del Colle è comune bresciano che ha dato il nome a una doc vinicola. L’area di produzione tocca anche gli ambiti confinanti di Poncarale e Flero. Il che vuol dire, nella sostanza, che si è a un tiro di schioppo da Brescia città, e infatti sembra quasi di toccarla dalla collina, il Montenetto, una sorpresa verde che quasi non t’aspetti.

Arrivarci è un po’ deprimente. Da Brescia Ovest è tutta una fila di brutti capannoni - quelli che Raspelli chiama falansteri, spregiativamente, la sagra padana del brutto nel nome dell’operosità - fino al cartello di Capriano, che non passi però, e invece giri netto a sinistra seguendo l’indicazione per Montenetto. E d’improvviso lo scenario cambia, e si fa campagna, inaspettata, inattesa, e vorrei dir quasi insperata. Ed è campagna bella e ben tenuta, e la strada si stringe e sale appena. Qui e là compare, tra un campo di frumento e uno d’orzo, la vigna, a volte incolta e vecchia e contorta, a volte d’innovato e ben impostato impianto. Capisci dal colpo d’occhio ch’è zona di viticoltura piccolina, ma che ha tradizione vecchia e che vive una trasformazione voluta.

Magari, non andateci di domenica, al Montenetto, ché è preso d’assalto dai cittadini in vena di far biciclettata e jogging, e li comprendo: avere un paradiso a due passi dal caos urbano è un’attrattiva invidiabile. Vogliono farci un parco rurale. Chissà.

Ora, il vino. La doc è dell’81, l’ultima modifica del disciplinare dell’88, ma presto questa sarà probabilmente la penultima, ché i produttori stan lavorando a una variazione ulteriore. Work in progress. Il fatto è che si prescrive un uso abbondante del sangiovese, che ai vigneron del posto non piace, ché non dà risultato apprezzabile in qualità. Il resto è merlot, soprattutto, e marzemino e poca barbera. Per il rosso, intendo. E poi c’è il bianco, e qui è altra sorpresa. Dice il disciplinare: trebbiano. Già, ma se un tempo era - infelicemente - trebbiano toscano, oggi piantano trebbiano di Lugana. Sissignori, l’autoctono delle plaghe argillose del basso Garda. E viene bene.

Argilla sul Montenetto ce n’è in abbondanza. Argilla rossa, però, di quella da mattoni. Dice qualcuno che quando fu creato il mondo, qui si depositò una sorta di accumulo di ghiaioni discesi dalle Alpi: graniti, porfidi spezzati. Di sopra i venti avrebbero depositato sabbia e limo. Oggi hai così sei-sette metri d’argille rosse e sotto ghiaia grossa. Il tutto a fare una sorta di duna, di grosso baule che s’alza d’una cinquantina di metri appena dalla piana, e tanto basta a farne un monte. E fa anche, quella larga terrazza argillosa, da frangivento, ché il temporale gira attorno e piove poco, pochissimo, in estate. Per contro, gira intorno e passa via anche la nube rognosa, quella gravida di tempesta e grandine.

Torno indietro. Dai vitigni capisci che quest’è zona che vuol avere, soprattutto, vocazione rossista, e infatti i bresciani dei dintorni bevono il rosso di Capriano, che ha consumo locale e cittadino. Ma a condurmi al Montenetto è stato un bianco. Quella dell’aziend’agricola intestata oggi ad Anna Botti. Ha un nome emblematico: La Vigna.

Papà Botti, il signor Ugo, faceva il grappaiolo e acquistava vinaccia al Montenetto. Poi comprò anche terra e piantò vigneto. Oggi la figlia e il genero han pres’in mano l’azienda e il signor Ugo comunque bazzica in cantina (e al campo di tamburello, da sempre la sua passione), ma è il marito di Anna, Marco Zizioli, che segue le cose di vigna e di cantina. È, Marco, enologo giovane e di valore, talché alcuni dei vini su cui mette le mani, a Capriano, in Lugana e in Franciacorta, son stati fra le cose nuove che ho trovato più interesanti nelle degustazioni dell’anno passato.

Nell’azienda di casa Botti si fanno un bianco, uno spumante, tre rossi. Che son già a buon livello e che m’aspetto incrementino, come ho aspettativa che un po’ la doc intiera s’elevi. Son solo sei-sette che producono e mettono in bottiglia, per un totale che di bottiglie ne fa appena 200mila, una bazzecola. C’è spazio, dunque, e c’è terra buona, c’è voglia e progettualità. Ho assaggiato in questi anni cose interessanti anche della Cascina Nuova, dei Lazzari, di San Michele, altri produttori caprianesi. Insomma: doc piccolina, ma c’è e cresce, come cresce e crescerà la Vigna dei Botti. Grazie alle idee e ai nuovi impianti che solo adesso cominciano a entrare in produzione.

Intanto, qui sotto, ecco quel che ho trovato, alla Vigna, che di bottiglie in tutto ne fa 30mila, sole.

Capriano del Colle Bianco 2005 Confermo quant’ho già scritto ai primi di luglio: un bianco del genere può convincere anche i più scettici sulla doc caprianese. Frutta (susine goccia d’oro) e nervosa freschezza e fiore bianco e succosità. Tutto trebbiano di Lugana coltivato a Capriano del Colle. E solo acciaio.

Tre faccini contenti :-) :-) :-)

Ha costo contenuto: 3,70 euro in cantina (a privati).

Capriano del Colle Bianco 2003 Non ne risente più di tanto della calura di quell’anno, ché ha frutto integro e beva scattante e ancora giovanissima e anche bella vena salina. Di più, è da encomiare l’azienda che lo tiene in serbo per commerciarne parte insieme alle nuove annate. Convinti, in casa Botti, che il loro bianco abbia doti di longevità. Ed han ragione.

Due lieti faccini :-) :-)

Prezzo come sopra.

Capriano del Colle Bianco 2001 Quelle vendemmiate nel 2001 erano ancora le vecchie vigne. Il vino ha tuttora naso fine ed elegante nelle note floreali e nelle memorie di fieno fresco, ma la bocca palesa le prime note ossidative ed è ahinoi cortina, pur su una beva soda e tesa. Dimostra però le potenzialità che già aveva il terroir, ed è così facile capire le potenzialità d’oggi con le nuove vigne e la tecnologia rinnovata.

Non esprimo faccini. E non è più in vendita.

Capriano del Colle Rosso 2004 Ecco, magari m’aspetterei più pulizia olfattiva, ma c’è carattere e beva schietta e frutto fresco e addirittura quasi acerbo nonostante i due anni ormai passati. Vino tradizionalista. Aggiungo che ho assaggiato le vasche (acciaio) del 2005 e del 2006 e le premesse son buone.

Un faccino :-)

Ahimè, non ho segnato il prezzo.

Capriano del Colle Rosso Riserva Monte Bruciato 2003 Ha bocca piena, pastosa e fruttata questo rosso figlio dell’annata calda, con quell’impostazione sul frutto stramaturo. C’è lunghezza e spessore. Le vigne son quelle vecchie: vale il discorso di sopra, e cioè che quand’arriveranno a regime i nuovi vigneti - e quelli dei rossi maturano più tardi dei bianchisti - m’aspetto belle cose.

Un faccino ridente e quasi due :-)

Ut supra: non so il prezzo.

Montenetto di Brescia Marzemino 2005 Questo è l’igt, tratto dalle uve di marzemino e giocato in stile moderno, molto sul frutto, basso d’alcol, di pronta e franca beva, immediato. Giovanile e pulito.

Un lieto faccino :-)

Qui il prezzo l’ho preso: 5,20 euro a privati in cantina.

sabato 10 febbraio 2007

Ma la calura i valpolicellesi l’han domata: l’Amarone 2003 è servito

Angelo Peretti
Uva sana e matura. È lo slogan. Quello d’Emilio Pedron, presidente del consorzio della Valpolicella. Per presentare l’annata 2003 dell’Amarone.
Grand’annata, secondo der Präsident. Ma devo dire che qualche dubbio l’avevo - sulla grandezza, intendo - accostandomi alla presentazione en primeur del nuovo millesimo amaronista, nella kermesse consortile di palazzo Verità Poeta, cuor di Verona, il 10 di febbraio. E invece questi qui - i valpolicellesi - il vino hanno imparato a farlo tanto bene, anche negli anni strambi. Ché strambo, lo si ammetta, lo è stato quel 2003 della calura lunga. Eppure il calore l’han domato, a sentire i vini ora usciti e quelli che sono ancora in vasca ad aspettare ancora un poco e gli altri che usciranno ancor più tardi, pur scalpitanti nella botte.
Merito della vigna, ch’è soprattutto in collina, dicono, e che dunque ha risentito meno della calura. Merito della saggezza di produttori che sanno il fatto loro, aggiungo. Merito del terroir, dunque?
Spiega Paolo Fiorini, agronomo, che in vigna del lavoro se n’è dovuto far tanto. Ché è vero che la siccità aveva già fatto scrematura sul fiore, provocando aborto e quindi meno uve, ma poi s’è diradato ancora, perché la vigna non cadesse in stress – acqua non ne cadeva mica da quel cielo africano -, e si sono avuti grappoli spargoli e sanissimi e di già quasi appassiti in campo. Siccità e sanità è lo slogan suo.
E poi in cantina s’è fatto il resto. Riducendo i tempi d’appassimento, talché il Consorzio ha chiesto l’anticipo della pigiatura. Così, se il disciplinare prevede che si possa pigiar dalla metà di gennaio, l’uva del millesimo caldo la si è mostata già dal primo dell’anno. L’ha ricordato, questo, Daniele Accordini, enologo. Che ha definito l’annata sahariana, ed è lo slogan tre. E ha menzionato, anche, i caratteri a suo dire degli Amaroni dell’anno: alcolicità elevata, potenziale aromatico, bei tannini, residuo zuccherino integrato peraltro nel corredo polifenolico del vino, sentori mediterranei, vino da conservare (anche vent’anni, dice). E devo dire che l’elenco è quasi tutto corretto, per i migliori, avendoli provati nel bicchiere. Davvero: i vigneron valpolicellesi han fatto cosa egregia. Ho dubbi solo dell’ultimo carattere, quello della serbevolezza, della longevità, della durata, ché non scommetterei, tanto anomalo è l’anno.
Che poi, capiamoci, fosse vera ‘sta storia del mutamento di clima, è stato anche un eccellente banco di prova quello valpolicellese. E dunque m’aspetto vini anche più interessanti nel 2006, che ha avuto di certo meno botta di caldo concentrata, ma certo lunghezza di siccità e vendemmia con temperatura ancora quasi estive. Ma questo lo vedremo, fra qualch’anno. Intanto, c’è un 2003 consolatorio.
Ora, vorrei dire dei vini assaggiati. E ne cito dieci, tutti quanti - capperi! – coi tre lieti faccini della mia piacevolezza. Ora, lo ripeto, si sappia che son vini mica ancora pronti. Qualcheduno di già in bottiglia, ma non ancora in commercio. Qualch’altro ancora ad affinare nella massa vinosa in cisterna e nel legno. È la decina che più m’ha impressionato. E un altro paio almeno avrei da aggiungere, ma fors’è meglio sospendere per questi il giudizio ed aspettare più meditata evoluzione.
Eccoli qui: son buoni tutti assai, per motivi diversi. Anche se un preferito ce l’ho, ed è un sorprendente, godibilmente bevibile Amarone base di Guerrieri Rizzardi. E appena a un passo c’è il Bertani della Valpantena. E poi un atipicissimo Tedeschi, quello della Fabbriseria. E poi… E poi, se volete, leggete qui sotto.
Amarone Classico della Valpolicella 2003 Guerrieri Rizzardi Che vino! Pensare ch’è ancora in botte (grande). Il naso porge frutto e petalo e scorza di cedro e corteccia di china. La bocca ha freschezza ed eleganza di già, e lunghezza, e beva strepitosa, e nessun’arroganza, niente aggressione del palato. Si facessero in Italia vendite en primeur, sarebbe da comprar subito. Il mio preferito.
Ovvio: tre lieti faccini :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella Valpantena Villa Arvedi 2003 Bertani Et voilà, un altro gioiellino in casa Bertani. Certo, il naso, appena che ti versi il vino nel bicchiere, è tanto, tanto giovinetto. Ma poi s’apre, e ti dischiude le fragranze di frutto e di fiore macerato e di spezia fine. E la bocca è carnosa, e soda, e tesa, e ampiamente, grassamente fruttata. Ed ha tannino slendido, ed avvolgenza.
Tre faccini ridenti :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella La Fabbriseria 2003 Tedeschi Che volete che vi dica : in genere, non amo i rossi ch’eccedono in morbidezza, ma questo qui è vino sì dolcino, eppur mi piace tanto e tanto, ché ha grand’equilibrio, e aristocratica fragranza, e tannino ben modulato. Sembra un grande, antico, decadente Recioto, e non è mica cosa da poco. Anzi. Da stappare e godere.
Tre lietissimi faccini :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella 2003 Zenato Ormai mi stupisco di stupirmi quando bevo l’Amarone basic di Zenato, ma ogni volta è una felice sorpresa. Il naso è ancora chiuso, ma che palato che ha questo rosso! Morbido, suadente, rotondo nella fruttuosità e croccante. Vellutato. Per nient’aggressivo. Piacevolissimo, è il caso di dirlo. E lunghissimo, che ti sembra quasi impossibile.
Tre gaudenti faccini :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella 2003 Cà Rugate L’avevo provato quasi un anno fa al Vinitaly, preso dalla botte, e avevo scritto ch’era «già buono e buonissimo». Confermo adesso: bell’Amarone. Ancora giovane, certo. Ma ha polpa e potenza. Con quel suo frutto esuberante - tanto, tanto, tanto ce n’è di frutta surmatura e dolce - e il suo tannino ben esposto e fors’ancora quasi aggressivo. Vinone.
Tre felici faccini :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella 2003 Trabucchi E bravi l’avvocato e la sua lady, che han tirato fuori quest’Amarone ancora giovinetto ma che promette bene assai. Ha naso bellissimo: frutto rosso e geranio secco e cedro in scorza candita e fior di prato. E bocca che corrisponde. Con avvolgenza, e fascino. Vabbé, il tannino è ancora un pochetto aggressivo, ma aspettiamolo un po’.
Tre contenti faccini :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Acinatico 2003 Stefano Accordini Oh, se ce n’è del frutto in quest’Amarone. E poi c’è anche, al naso, memoria di spezia, delicata e fine e aristocratica. La bocca è prorompente, potente. E ha pure – ovvio - frutto surmaturo (e la ciliegia cotta) e spezia ancora tanta e tono anche un po’ selvatico e rude. Ma ha pure freschezza ed eleganza.
Tre faccini lieti :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Crosara de le Strie 2003 Corte Rugolin Passo dopo passo, è cresciuta in qualità la produzione di Corte Rugolin. E adesso ecco quest’Amarone giovinetto che convince e avvince. Entra in bocca deciso, quasi aggressivo, certo, ma poi convince con l’ampiezza e la potenza e la grassezza e la lunghezza del frutto, che trova equilibrio nel bel tannino.
Tre faccini sorridono :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Punta di Villa 2003 Mazzi Certo, il naso è giovincello assai, ma la bocca è bellissima e vorrei dir leggiadra, ché ha fiore profumato, se non fosse termine out per un vino di simile possanza. In bocca, ancora il petalo macerato, e poi la spezia. Il tannino s’ha da fondere, ma la definizione d’assieme è di valore. E d’eleganza. E il finale ha terrosità fascinosa.
I faccini son tre :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella Campo dei Gigli 2003 Tenuta Sant’Antonio Che sorpresa! I Castagnedi brothers fanno un cambio di stile, e l’applaudo. Certo, il Campo dei Gigli 2003 è vino possente ancora una volta, ma ci trovo un’eleganza nuova, una florealità inattesa. E pur nella grassezza, c’è grande beva: quasi che il cerchio quadri. Poi ho saputo che hanno cambiato modo di vinificare: bravi.
Tre faccini contenti :-) :-) :-)

sabato 3 febbraio 2007

Ed Harpers Wine disse: che il Bardolino ritorni alle origini

Angelo Peretti
Non conosco personalmente Geoff Adams, e comprendo che la notizia non sia di quelle sconvolgenti per il lettore. Aggiungo che è un collega britannico, un giornalista, e che - come s’usa dire dalle mie parti - «ci siamo sbagliati» la scorsa estate, nel senso che siamo passati dalla stessa cantina, quella dei Guerrieri Rizzardi, a Bardolino, nella medesima giornata, senza però incontrarci, per diverso orario. Per quel che mi riguarda, ero là per sentire la contessa Maria Cristina e il figlio Giuseppe, dovendo scrivere la scheda della loro azienda per Vini d’Italia (e fu in qualche modo passaggio benaugurante, visto che poi sarebbero arrivati i tre bicchieri per l’Amarone). Lui invece passava per farsi un’idea d’una serie di vini dell’area bardolinista, e scriverci sopra un pezzo. Bene: quell’articolo è da poco uscito - il 25 di gennaio - per Harpers Wine. E ne sono contento. Perché all’estero finalmente s’è scritto di Bardolino, ch’é per me, figlio di bardolinesi, vino d’affezione, e anche perché innesca qualche importante riflessione sul comparto bardolinista, ma soprattutto perché delinea un’ipotesi di riscossa.
S’intitola, il servizio, «Going back to their roots», che potrei tradurre, grosso modo, «Ritorno alle origini». La tesi esposta cerco di riassumerla. Per tanto tempo - argomenta Harpers Wine -, l’area del Bardolino ha pagato lo scotto del turismo di massa, per cui più che alla qualità s’è puntato a far quantità e quattrini. Adesso però il giocattolo s’è rotto, qui come in altre zone dove si sono adottate in passato le stesse strategie, perché il mercato è cambiato. Ma quei produttori che abbiano voglia di far qualità e d’investire in azienda, hanno a disposizione un territorio di valore, delle condizioni ottimali per la viticoltura e una storia di tutto rispetto. La via è proprio questa: tornare alle origini. Mica male, scritto da un giornale inglese.
«Fortunatamente - dice, forse un po’ impietosamente (o forse no), Geoff Adams - durante gli anni della mediocrità, è resistita una piccola oasi di qualità e di progettualità che ha tenuta viva la fiammella della tradizione vinicola». E, aggiunge, ci sono ancora dei vini semplici, ovviamente, in zona, ma ci si trova chi fa investimenti, e riduce drasticamente le rese nel vigneto, nel nome, appunto, della qualità. «Questi produttori - si legge - stanno tuttora facendo i tradizionali doc di corpo leggero con la corvina, la rondinella e la molinara. La differenza è però che li stanno producendo con una resa dimezzata nel vigneto, e in cantina li realizzano con una pulizia e un’intensità di frutto che non mi era mai capitato di sentire prima in quest’area. E questi vini, secondo me - seguita Adams -, mostrano esattamente come possa essere un Bardolino d’alta qualità se solo gli si dà la possibilità d’esserlo, e ci trasmettono bene le sensazioni del terroir e delle varietà locali. Ma la cosa più importante è che questi vini offrono anche al consumatore un’alternativa rivitalizzante all’attuale stile dei rossi tutti-uguali-legnosi-fruttatoni». Bingo!
Ma come devono essere questi Bardolino di vigna e terroir e di bella beva? Lui, Adams, li descrive così: «I rossi tradizionali di Bardolino sono essenzialmente di corpo leggero in quanto a carattere, abbastanza alti d’acidità e, quando sono ben fatti, appaiono rigorosi, hanno abbondanza di note fruttate di ciliegia, e sono ricchi di complessità. In più, la maggior parte delle vigne della zona sono coltivate su suoli ricchi di magnesio, e questo permette ai vini migliori di possedere un’affascinante mineralità, che esalta il frutto invece che sovrastarlo, che elargisce una sensazione di vera eleganza, di stile, e che di rende molto versatili. Questa loro flessibilità costituisce un notevole plusvalore quando vengono inseriti in una lista dei vini, anche perché si tratta di rossi che hanno il vantaggio di poter rinfrescare bene, divenendo così una vera alternativa ai bianchi o ai rosè nella stagione calda». Di nuovo, bingo!
Nei giorni in cui ci si sta un po’ stufando (un po’, ché la tendenza è ancora ben radicata nel mercato) di vini tutto frutto e tutto tannino e tutto concentrazione e tutto alcol (e a volte tutto legno), il Bardolino ha le sue chance da giocare. Insomma: se si torna a cercare il vino che si beve senza dover far la lotta greco-romana col bicchiere, allora la denominazione gardesana ha dei numeri. Ma non sono ammesse sbavature. Niente errori stilistici. La gente che beve non li accetterebbe. Ché è vero che l’innamoramento per il vino palestrato sta scemando, ma è altrettanto vero che un decennio di flirt quasi totalizzante con le bottiglie più muscolose ha abituato il palato del bevitore. E quindi beva sì, ma anche frutto e personalità e complessità. Ce la può fare il Bardolino? Certo che ce la può fare, ché vini di questo genere già ce n’è più d’uno e ancora ci sono margini di miglioramento. Io ci credo.
Eppoi c’è la questione del terroir. Che è una specie di leit-motiv dei depliant aziendali e dei comunicati stampa e dei convegni, ma che poi non è mica così chiaro che cosa sia e come debba comparire e se si voglia davvero crederci e valorizzarlo. E invece è un’altra chance, che in terra bardolinista è tutta da scoprire. O meglio, come dice il collega british, da riscoprire. C’è insomma in qualche modo davvero da tornare alle origini. E se si vuol parlar d’origini, allora bisogna ricordare che un secolo fasi distinguevano aree diverse nel territorio del Bardolino, e alle differenti zone corrispondevano vini di chiara personalità, identificativi delle loro terre natie in fatto di caratteri organolettici e di stile e personalità. Insomma: i Bardolino di terroir c’erano prima che arrivasse il boom del dopoguerra, e dunque l’impresa cui ci si può - deve? - accingere non è disperata. Affatto.
Eppoi il Bardolino più buono è beverino sì, ma non per forza giovincello. Mi spiego. Succede che alcune aree della terra bardolinista - alcuni specifici terroir, per seguitare a dirla alla francese - esprimano dei vini che donano il meglio di sé a estate passata. Da settembre in poi, a volte il second’anno. E mica solo oggi. Nel 1931 i tecnici della regia stazione sperimentale di Conegliano scrivevano che «nelle migliori annate, se ben lavorato, il Bardolino può anche subire un breve invecchiamento: risulta allora un buon vino superiore, dal colore rosso granato tendente all’aranciato, dotato di un intenso profumo gradevole e dal sapore che ricorda molto il tipo fino, ma con caratteristiche di vino vecchio». Già all’inizio del secolo, il Perez aveva osservato che, pur essendo pronti già nell’inverno dopo la vendemmia, i vini bardolinesi si potevano tranquillamente conservare sino all’estate grazie al «tannino che contengono». A Milano anzi, aggiungeva, li toglievano di damigiana il secondo anno, trovandoli «davvero gustosi».
Ora, capisco che forse mi son fatto prendere la mano, ché avevo solo intenzione di commentare un articolo uscito in Inghilterra. Ma che volete farci: passion is passion. E se mi rimetto di nuovo in carreggiata con quel che ha scritto Geoff Adams, mi tocca ritornar di nuovo al terroir. Ché lui mica s’è accontentato di tastare i Bardolino, ma ha voluto anche provare gli altri rossi fatti sulle medesime terre. A volte sperimentali con l’uve tipiche del luogo, altre volte co’ vitigni bordolesi. Ed è venuto fuori che anche a questi - a suo parere (e m’associo) - le terre conferiscono personalità. Dunque, ecco i fuori-denominazione, i vini sperimentali. Che al collega britannico sono piaciuti e secondo lui - e non so come dargli torto - indicano una tendenza da guardare con attenzione. «Vale la pena di osservare - dice - che alcuni produttori hanno gettato via gli indugi e si sono fatti più avventurosi, mettendosi a realizzare vini molto buoni utilizzando sia le varietà italiane che quelle internazionali, e talvolta facendoli invecchiare per periodi più lunghi in botte. Questo comporta che automaticamente questi vini ricadano in categorie inferiori alla doc - l’igt oppure il vino da tavola -, ma alcuni sono assolutamente impressionanti, e rappresentano una firma distintiva per quei vignaioli che hanno avuto il coraggio d’intraprendere questa strada».
Ora, visto che l’ho citato e chiosato, è anche giusto che citi quelli che potrei definire i consigli per gli acquisti, i vini preferiti da Geoff Adams. Preferiti, chiaro, fra quelli che ha assaggiato. Per tipologie li riporto qui sotto.
Bardolino 2005: Guerrieri Rizzardi (base e Tacchetto), Poggi, Le Fraghe, Buglioni.
Bardolino 2004: Giovanna Tantini.
Bardolino Chiaretto 2005: Ròdon Le Fraghe, Guerrieri Rizzardi, Poggi, Cavalchina, Bardolino Chiaretto Spumante Costadoro.
Bardolino Superiore 2004: Valetti, Munus Guerrieri Rizzardi, Le Tende, Le Olle Lenotti.
Vini sperimentali: Castello Guerrieri 2001 Guerrieri Rizzardi, Ribaldo 2004 e Garda Merlot Naker 2002 Poggi, Massimo 2003 Lenotti, Rosso di Corte 1999 Corte Gardoni, Quaiare 2001 Le Fraghe.
Sic dixit Geoff Adams.
Chi volesse leggere l’originale, può andare all’indirizzo internet www.harpers-wine.com: il testo completo è disponibile solo per gli abbonati, ma l’abbonamento di prova è gratuito.

giovedì 25 gennaio 2007

Sacripante! Questo Soave vale la pena di berselo

Angelo Peretti
L’interrogativo era rimasto in sospeso mesi fa. Ed era questo: perché si decida di chiamar Sacripante un vino bianco. Ché Sacripante mi ricorda le esclamazioni dei fumetti di Tew Willer. Se poi vogliamo far la figura dei colti, allora posso anche dire ch’è il nome del re dei Circassi nell’Orlando Furioso dell’Ariosto. È, in più, termine desueto, che, come leggo sul mio Devoto-Oli, indicava un uomo grand’e grosso, «dal cipiglio fiero e temibile». Oppure, scherzosamente, una «persona vivace e astuta»: quel sacripante di mio figlio, avrebb’esclamato un genitore dei tempi andati, riecheggiando studi classici.
Dicevo: quest’etichettatura resterà un mistero. Invece non me n’è più oscura la motivazione, ché sono andato a metterci il naso.
Intanto: il Sacripante è un Soave, e lo fa un’aziendina piccola piccola e appena nata, che si chiama Le Battistelle. A Brognoligo, contrada collinare in terra di Monteforte d’Alpone, area soavista classica.
Dicevo: piccola, ed è definizione corretta.
Sei ettari in tutto, suddivisi in pezzettini minuscoli e a volte attaccati via sui fianchi dei colli che non so neanche se ce la fanno ad arrivarci con un trattore, e certe volte proprio non credo. Di quelle pezze di vigna, 24mila metri sono il crû delle Battistelle, in piedi sulla collina, che sembrano un lembo d’Alsazia portato nell’est del Veronese, e andare a vendemmiarci è una maledizione. Poi, piccola cosa al Tremenalto, 9mila metri sul Monte Castellaro, meno alle Carbonare e Rugate, 10mila sul Monte Grande, il resto attorno a casa. Le vigne più giovani piantate nel ’90, le più vecchie anche di cent’anni, alle Battistelle.
La cantina è meglio chiamarla cantinetta: una stanza e tutto acciaio (più giusto due barrique prese per provare, ma con rimpianto per i quattrini vanamente spesi).
A condurre vigna & cantina son moglie e marito: lui, Gelmino Dal Bosco, classe ’62, lei, Maria Cristina, quattro di meno. Prima conferivano tutto. Ma cinque anni fa, nel 2002, hanno preso coraggio, e si son messi a vinificare in proprio. Con la vendemmia del 2004 hanno pure deciso d’imbottigliare. Ma di quell’annata e poi di quella del 2005 sono usciti con sole 3mila bottiglie per anno del Sacripante. E basta. A prezzi così a buon mercato che val la pena comprarlo anche solo per lo sfizio di provare.
Fin qui il contorno. E il nome, dunque?
Il nome, Sacripante, è quello d’un avo. Già, Sacripante Dal Bosco quondam Andrea, si legge in una vecchia carta di famiglia. Fu lui, forse, a prender le terre di famiglia. È scritto che il 25 di maggio del 1721 sborsò 5 troni e 4 marchetti «sopra una pezza di terra montiva con poche vigne, e fruttari, arativa in parte ed in parte vegra». Ecco perché han pensato d’usar quel nome: per ricordare l’antenato ch’acquistò la vigna. Et voilà: mistero spiegato.
Quanto all’intitolazione aziendale, la scelta di chiamarla Le Battistelle viene dalla vigna più difficile e più amata, ma anche da un'altra carta dell’archivio notarile, che ricorda d’una transazione fatt’appunto a Brognoligo «in contrà della Battistella». E anche questo è arcabo svelato.
Ora, il vino. E qui mi tocca ammettere d’essermi sbagliato. In parte soltanto, per fortuna. Sì, insomma, ero stato un po’ striminzito nel giudizio, bevendolo la prima volta, ed era stato nei primissimi giorni di luglio dell’anno passato. «Il vino - scrivevo a proposito del 2005 - lo segnalo sulla fiducia, anche se non ha perfetta definizione: potrebb’essere una lieta sorpresa futura». E gli assegnavo un faccino - uno solo - ridente. Be’, l’errore è l’esser stato stretto di manica. Ma il vaticinio era giusto: lasciandolo affinare in bottiglia è proprio diventato lieta sorpresa. Ma adesso racconto del nuovo test.
Soave Classico Sacripante 2005 Ribevuto a metà settembre e poi a metà ottobre e a metà novembre, e insomma, riprovato e rimeditato a lungo, e sempre con soddisfazione crescente. Ora dico: è sì vin bianco ruvido e quasi rustico, ma è Soave di razza. Ha frutto tanto, giall’e bianco, e ben delineato già al naso, e petalo fiorito e vena appena appena erbacea. Ed ha in bocca bell’ingresso fruttato ancora e poi freschezza gratificante e finale asciutt’e lungo. Ha nervo saldo. Si beve un gòto dietro l’altro e si finisce la bottiglia in fretta.
Rivedo il giudizio innalzandolo. Convinto, proprio convinto.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Soave Classico Sacripante 2004 Oilà, che curioso questo bianco più vecchio d’un anno dell’altro! Pensate: non pare ancora del tutto pronto. O meglio, non lo sembrava nella prova di metà settembre, ché poi non m’è purtroppo più tpccata sorte di berlo. Mi si mostrava, allora, verde e floreale anche, ché aveva tanto fiore bianco. E in bocca bella tensione e poi giusti contorni di vena minerale com’è e dev’essere dei Soave della zona classica sulle terre vulcaniche della collina. Bianco insieme complesso e da beva. Mancava solo un po’ nella lunghezza, nella persistenza, ecco. Ma, garantisco, buonissimo e freschissimo e vegetale e nervoso e tannico quasi nel finale.
Anche qui, due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Ora, poiché m’è stato chiesto d’aggiungere alle descrizioni dei vini anche il loro prezzo, d’ora in avanti cercherò d’accontentare i lettori anche con quest’informazione, e dico che il Sacripante costa in cantina 7 euro quando se ne compra una bottiglia sola o due, con sconto se si compra invece il cartone intiero, senza sbregare la scatola.
Che dire, di più: che aspetto il 2006. Ed ho davvero aspettativa, ché col terz’anno d’imbottigliamento e un’annata di quelle che prometton bene, spero tanta promessa sia mantenuta. Intanto, il nuovo nato è lì ancora sulle fecce fini, in vasca, che succhia e succhia l’essenza di mamma uva.
Chiudo: v’invito a fare un salto a Brognoligo e a trovare Gelmino e Maria Cristina, ché son bella gente, appassionata e schietta, e prendono perfino la macchinetta fotografica per farsi la foto insieme a chi li va a incontrare. E mi dispiace averne scritto solo adesso.

giovedì 18 gennaio 2007

Valpolicella da appassimento breve parte due: il Pojega

Angelo Peretti
Dicesi archètipo il «primo esemplare assoluto ed autonomo» (così spiega il mio vecchio Devoto-Oli). La definizione prendetela per ora così com’è, perché qualche riga più sotto verrà buona.
Ho visto (internet ha di bello che puoi vedere cosa leggono i visitatori del sito, cosa che invece non puoi fare con un giornale cartaceo), ho visto, dicevo, che ha ricevuto parecchia attenzione su InternetGourmet la notizia dell’uscita del «nuovo» Verjago della Cantina sociale della Valpolicella. Progetto ambizioso: si recuperano vecchi vigneti d’alta collina per dedicarli alla produzione non già d’Amarone, ma di Valpolicella, destinando per questo le uve ad un appassimento breve, che non supera i quaranta giorni; il tutto in sintonia coll’Università veronese. Una scelta che può cambiare le cose, in terra valpolicellese, visto il peso della Cantina di Negrar.
Ora, tra le osservazioni de’ lettori, c’è stata questa: il Verjago non è mica l’unico Valpolicella da uve appassite. Vero. E quest’altra: non è il solo Valpolicella da vigneti «dedicati». Vero anche questo. Il problema però è che trovare insieme un Valpolicella da uve appassite e da vigneti destinati in primis al Valpolicella (e dunque non all’Amarone) è impresa difficoltosa assai.
Comunque sia, stimolato dal pungolo di chi mi legge, eccomi alla ricerca dell’archétipo, che come tale so bene non si troverà peraltro mai. L’archètipo, intendo, del crû di Valpolicella fatto coll’appassimento breve. Ma una risposta d’interesse la trovo proprio a Negrar. Anzi, nel borgo di San Peretto.
C’è, a San Peretto di Negrar, una piccola corte, che ha in fondo un vecchio mulino ch’è stato attivo fino agli anni Sessanta, e pare abbia origine settecentesca o forse anche più antica. Accanto, c’è la cantinetta dei Mazzi. In etichetta, sulle bottiglie, è scritto Roberto Mazzi, ma sono ora i figli, Stefano e Antonio, a condur vigna e far vinificazione e commercio. In tutto sulle quarantacinquemila bottiglie, e solo rossi. Niente Valpolicella base, e niente, soprattutto, Ripasso. Si parte direttamente dal Superiore, e poi un crû di Superiore, il Pojega, un crû d’Amarone, il Punta di Villa, e un terzo crû per il Recoto, Le Calcarole. Son stato là a cercar di capire il secondo dell’elenco, il Pojega. Ch’è fatto in vigna «dedicata» e viene dall’appassimento breve.
È, il Pojega, discendente diretto del Valpolicella Vecchio da Arrosto che papà Roberto imbottigliava già una quarantina d’anni fa sotto il nome d’azienda agricola Sanperetto e che Gino Veronelli trovò di gusto suo e inserì - se non ricordo male - in uno dei cataloghi che redigeva per Bolaffi. Già allora, l’uva era quella della vigna di Pojega, tre ettari, e la si metteva in cassa e la si faceva appassire (asciugare, forse, più che appassire) per qualche settimana: Roberto Mazzi aveva fatto scuola d’agraria a Perugia e aveva portato a casa tecnica e coraggio.
Anni Ottanta: in azienda entrano i figli. L’etichetta cambia intestazione: adesso si chiama Roberto Mazzi. E il Vecchio d’Arrosto comincia a nomarsi Valpolicella Superiore Pojega, con la vigna scritta in alto, in evidenza, a carattere ben più grande del nome di famiglia, ch’è a sua volta prevalente sulla doc. Ordine che è poi cambiato, ché oggi Mazzi è in alto, grande, e sotto c’è la denominazione e al terzo posto la vigna, a font che resta peraltro evidente. Ma il vino resta sostanzialmente fedele a sé stesso, e l’uva rimane quella sola dei tre ettari a Pojega. Con due varianti: l’appassimento si fa in plateau, a un solo strato d’uve, e la botte s’è fatta più piccola. Il tempo d’asciugatura resta però brevissimo: tre settimane, in genere, e due appena nella torrida stagione del 2003, ché non c’era bisogno di forzar la mano, avendo già fatto gran parte del lavoro il sole.
L’uva, appassita, dà il vino, e questo va in legno per diciotto mesi. E non si fa - l’ho detto sopra - il ripasso, anche se la richiesta del mercato è forte ché c’è la moda, ormai, dei vini rifermentati sulle vinacce dell’Amarone. Testardi, i Mazzi seguitano sulla strada loro: appassimento breve. Tant’è che per spiegarsi han dovuto mettere la controetichetta sulle bottiglie: «Il vino così ottenuto ci porta a considerarlo come un ‘fratello giovane’ dell’Amarone perché fonde la sua struttura con la piacevolezza tipica del Valpolicella».
Direte: sì, vabbé, lo scrivono. Ma delusi come siete - lo so - dai tanti depliant che avete visto in giro (quelli che per gli alberghi Raspelli chiama bugiardini), volete sapere se quel che scrivono è vero. Per cui avete due chance: provar di persona (ch’è meglio) o seguitare a leggere, per vedere quel che ne penso io. E aggiungo il pensiero sugli altri tre vini dell’azienda: quattro in tutto e, anticipo, quattro bei rossi.
Valpolicella Classico Superiore Pojega 2003. Già, bel vino, il Pojega. Moderno e antico assieme. Moderno per quel frutto denso e amabile. Antico per la lentezza nell’aprirsi, la riottosità nell’elargire la fascinazione aromatica. Ci vuol pazienza, coi vini dei Mazzi. Vanno attesi nel bicchiere: lasciategli modo e tempo. Poi, ecco il frutto rosso, la ciliegia croccante, il fiore macerato, la foglia di geranio, la spezia fine. E in bocca ancora frutto carnoso. Ed è vibrante e teso ed integro. Ed ha persistenza considerevole.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Valpolicella Superiore 2004. L’unico dei quattro a non portare il nome d’una vigna, ché qui si raccolgono in effetti l’uve che, ne’ quattro vigneti (i tre crû e l’ettaro accanto a casa), non sono state giudicate da appassimento. Il «base» di famiglia, insomma. Comunque un Superiore: anno di legno. Graduale e progressiva l’apertura olfattiva e bocca piuttosto convincente, tra la spezia e il fiore appassito e la ciliegia cotta, di quelle che facevano un tempo le nonne in campagna. Vino austero.
Due lieti faccini :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Punta di Villa 2003. Chissà quando troveremo questo vino all’apogeo. Il 2003 è stata annata anomala, con quella calura, ma non è solo la potenza a impressionare in questo rosso: è anche lo slancio, la freschezza quasi inusitata per il millesimo suo. E dunque sarà bello aspettarlo ancora. Per intanto, è comunque Amarone che convince. Ed ha fragranza fascinosa già appena versato e poi s’apre piano - lento, lento - e si fa imponente. E gioca dapprima a nascondino, il frutto, fra le vene terrose e le sfumature vegetali, e poi esplode invece l’amarena.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Recioto della Valpolicella Classico Le Calcarole 2003. Vabbé, sarò anche un fan del Recioto, ma questo, lasciatemelo dire, è di quelli che non passano inosservati, nossignori. O meglio: ogni anno il Recioto della Calcarole ha qualcosa di suo da dire. Sarà che i Mazzi hanno uno stile loro, che mette il tannino davanti allo zucchero, tant’è che ti sembra quasi di bere un Grenache fortificato del sud della Francia, ma questo loro passito valpolicellista ha classe e personalità e aristocrazia e austerità (nonostante una dolcezza ch’è nascosta, ma vivida). Il naso, ah, il naso è amplissimo. I miei appunti scritti di getto: tabacco da pipa, rabarbaro, ciliegia surmatura, mora di rovo, prugna secca, fiore macerato, dattero, tamarindo, pepe macinato.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

giovedì 11 gennaio 2007

Crudo di lago

Angelo Peretti
Ho sfogliato la guida dei Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso. E sul mio lago (di Garda) ci ho trovato, per un piatto della trattoria Vecchia Malcesine, una valutazione di questo tenore: «Il crudo di lago, discutibile anche nella fantasiosa rivisitazione, convince poco per qualità e quantità nel piatto». Ora, che volete, essendo fra coloro che le guide le han fatte, le fanno e pensano di farle ancora, non mi permetto d’andare a mettere in discussione il giudizio altrui, ché ciascuno è libero di dire la sua. Otretutto, un eventuale incidente di percorso ci può stare in qualunque ristorante, ivi compresa la Vecchia Malcesine. Ma ripensando ai tanti pranzi&cene&assaggi che hanno contraddistinto il mio 2006, be’, devo dire che proprio quel piatto, il crudo di lago appunto, è invece la cosa migliore che mi sia capitato d’incontrare. Il che conferma, magari, quanto possano essere soggettivi i pareri.
Dunque, il crudo di lago del Vecchia Malcesine mi tocca raccontarlo.
Intanto, il locale, per chi non lo conoscesse ancora, è proprio a Malcesine, in paese. Poco lontano dalla parrocchiale. Un ristorantino da pochi coperti. Una saletta, una terrazza estiva. Il patron, Leandro Luppi, si muove fra sala e cucina. D’estate più sala che cucina, d’inverno il contrario. A vederlo, secco com’è, non lo direste un gourmet. Però ha un palato notevole (e non so come faccia, viste le sigarette che si fuma). In più, ci sa veder dentro nei vini: ha in cantina cose notevoli.
Quand’è arrivato sul lago, ormai una quindicina d’anni fa, Leandro ha portato una cucina «anomala» per stile e ingredienti. Poi ha cominciato a investigare le materie prime del territorio e le ha fatte proprie, mantenendo però fedeltà ad un approccio di stampo creativo, innovativo, personale. Unico sulla riva d’oriente del Garda, ha ottenuto nel 2004 la stella dalla guida Michelin: prima di lui non c’era mai riuscito nessuno, e resta tuttora il solo.
Ogni tanto al Vecchia Malcesine mi ci affaccio, e indubbiamente è luogo apprezzabile. Ci avevo già mangiato bene altre volte, ma il vertice l’ho toccato a fine settembre: sequenza memorabile, assicuro, nel menù di lago, stagionale. E in quella sequenza, il piatto migliore è stato questo crudo di lago, che resta per me - l’ho detto - la punta dei tanti assaggi dell’anno ch’è andato a finire.
Si trattava d’un trittico: tinca affumicata, luccio marinato, filetto di sarda di lago (leggi sardéna). Detto così, non rende. Ho dunque telefonato a Leandro Luppi per farmelo raccontar meglio da lui. Ecco la descrizione: «La tinca viene affumicata in casa con il legno di olivo e la serviamo tagliata a fettine sopra una concassè di pomodoro fresco, condito con un trito di cipollotti olio e sale marino. Il luccio è leggermente marinato con sale marino e timo. Dopo, viene tagliato a piccoli cubetti e servito con una gelatina di frutto della passione per dare dolcezza e acidità. La sarda di lago viene sfilettata e marinata nella passata di pomodoro per almeno due giorni: l’acidita del pomodoro consente la conservazione e nello stesso tempo mantiene la corposità della polpa della sarda. Poi viene servita con un blinis di farina di grano saraceno e la panna acida: il sapore della sarda ricorda un po’ il gusto del caviale e per questo è stato fatto un simile abbinamento. Si mangiano in sequenza prima il luccio, poi la tinca e per ultima la sarda, che ha il sapore più deciso».
Ecco, così, con questa descrizione, potete farvi un’idea migliore. Aggiungo che la serie dei tre crudi è considerevole come crescendo di sapori, che al Vecchia Malcesine sono peraltro sempre ben definiti, e spesso addirittura marcati. Leandro non gioca con le sfumature. Ci va giù dritto: niente mediazioni.
Dico, di più, che un piatto del genere m’è sembrato il modo giusto per valorizzare il pesce lacustre. Certo, solo vagamente rifacendosi alla tradizione (l’affumicato, l’agrodolce, la salagione), ma di sicuro mettendo il lago al centro.
Ma - lo si rammenti -, il crudo lacuale è altra cosa, diametralmente altra, rispetto a quello marinaro. Di là, sul mare, s’esaltano la dolcezza naturale, il tono vagamente iodato, la freschezza assoluta, talché lo chef deve intervenire più sulla ricerca al mercato che sul lavoro di cucina. Di qui, sul lago, c’è meno eleganza, meno saporosità delle carni, e dunque occorre l’intervento della mano del cuoco, che deve esaltare quel che c’è, senza però coprire, senza alterare, senza perdere quella rusticità ch’è insita nel pescato.
Ora, se v’è venuta voglia di provarlo, questo crudo, mettete conto che in carta non lo trovate: è roba estiva. Però qualche cosa di simile lo individuate anche nel menù invernale: una tartara di tinca affumicata in casa con legno di olivo, servita con il pomodoro e cipollotto, e la tartara di trota marinata con sale e zucchero e erbe aromatiche, servita con un purè di finocchi agli agrumi.
Non le ho ancora provate, queste novità. Rimedierò presto, spero. E sono curioso di vedere che vini Leandro proverà a metterci assieme, ché l’abbinamento è di quelli che sembrano quasi impossibili. Lì per lì, mi viene in mente solo un Muscadet della Loira.