sabato 10 febbraio 2007

Ma la calura i valpolicellesi l’han domata: l’Amarone 2003 è servito

Angelo Peretti
Uva sana e matura. È lo slogan. Quello d’Emilio Pedron, presidente del consorzio della Valpolicella. Per presentare l’annata 2003 dell’Amarone.
Grand’annata, secondo der Präsident. Ma devo dire che qualche dubbio l’avevo - sulla grandezza, intendo - accostandomi alla presentazione en primeur del nuovo millesimo amaronista, nella kermesse consortile di palazzo Verità Poeta, cuor di Verona, il 10 di febbraio. E invece questi qui - i valpolicellesi - il vino hanno imparato a farlo tanto bene, anche negli anni strambi. Ché strambo, lo si ammetta, lo è stato quel 2003 della calura lunga. Eppure il calore l’han domato, a sentire i vini ora usciti e quelli che sono ancora in vasca ad aspettare ancora un poco e gli altri che usciranno ancor più tardi, pur scalpitanti nella botte.
Merito della vigna, ch’è soprattutto in collina, dicono, e che dunque ha risentito meno della calura. Merito della saggezza di produttori che sanno il fatto loro, aggiungo. Merito del terroir, dunque?
Spiega Paolo Fiorini, agronomo, che in vigna del lavoro se n’è dovuto far tanto. Ché è vero che la siccità aveva già fatto scrematura sul fiore, provocando aborto e quindi meno uve, ma poi s’è diradato ancora, perché la vigna non cadesse in stress – acqua non ne cadeva mica da quel cielo africano -, e si sono avuti grappoli spargoli e sanissimi e di già quasi appassiti in campo. Siccità e sanità è lo slogan suo.
E poi in cantina s’è fatto il resto. Riducendo i tempi d’appassimento, talché il Consorzio ha chiesto l’anticipo della pigiatura. Così, se il disciplinare prevede che si possa pigiar dalla metà di gennaio, l’uva del millesimo caldo la si è mostata già dal primo dell’anno. L’ha ricordato, questo, Daniele Accordini, enologo. Che ha definito l’annata sahariana, ed è lo slogan tre. E ha menzionato, anche, i caratteri a suo dire degli Amaroni dell’anno: alcolicità elevata, potenziale aromatico, bei tannini, residuo zuccherino integrato peraltro nel corredo polifenolico del vino, sentori mediterranei, vino da conservare (anche vent’anni, dice). E devo dire che l’elenco è quasi tutto corretto, per i migliori, avendoli provati nel bicchiere. Davvero: i vigneron valpolicellesi han fatto cosa egregia. Ho dubbi solo dell’ultimo carattere, quello della serbevolezza, della longevità, della durata, ché non scommetterei, tanto anomalo è l’anno.
Che poi, capiamoci, fosse vera ‘sta storia del mutamento di clima, è stato anche un eccellente banco di prova quello valpolicellese. E dunque m’aspetto vini anche più interessanti nel 2006, che ha avuto di certo meno botta di caldo concentrata, ma certo lunghezza di siccità e vendemmia con temperatura ancora quasi estive. Ma questo lo vedremo, fra qualch’anno. Intanto, c’è un 2003 consolatorio.
Ora, vorrei dire dei vini assaggiati. E ne cito dieci, tutti quanti - capperi! – coi tre lieti faccini della mia piacevolezza. Ora, lo ripeto, si sappia che son vini mica ancora pronti. Qualcheduno di già in bottiglia, ma non ancora in commercio. Qualch’altro ancora ad affinare nella massa vinosa in cisterna e nel legno. È la decina che più m’ha impressionato. E un altro paio almeno avrei da aggiungere, ma fors’è meglio sospendere per questi il giudizio ed aspettare più meditata evoluzione.
Eccoli qui: son buoni tutti assai, per motivi diversi. Anche se un preferito ce l’ho, ed è un sorprendente, godibilmente bevibile Amarone base di Guerrieri Rizzardi. E appena a un passo c’è il Bertani della Valpantena. E poi un atipicissimo Tedeschi, quello della Fabbriseria. E poi… E poi, se volete, leggete qui sotto.
Amarone Classico della Valpolicella 2003 Guerrieri Rizzardi Che vino! Pensare ch’è ancora in botte (grande). Il naso porge frutto e petalo e scorza di cedro e corteccia di china. La bocca ha freschezza ed eleganza di già, e lunghezza, e beva strepitosa, e nessun’arroganza, niente aggressione del palato. Si facessero in Italia vendite en primeur, sarebbe da comprar subito. Il mio preferito.
Ovvio: tre lieti faccini :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella Valpantena Villa Arvedi 2003 Bertani Et voilà, un altro gioiellino in casa Bertani. Certo, il naso, appena che ti versi il vino nel bicchiere, è tanto, tanto giovinetto. Ma poi s’apre, e ti dischiude le fragranze di frutto e di fiore macerato e di spezia fine. E la bocca è carnosa, e soda, e tesa, e ampiamente, grassamente fruttata. Ed ha tannino slendido, ed avvolgenza.
Tre faccini ridenti :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella La Fabbriseria 2003 Tedeschi Che volete che vi dica : in genere, non amo i rossi ch’eccedono in morbidezza, ma questo qui è vino sì dolcino, eppur mi piace tanto e tanto, ché ha grand’equilibrio, e aristocratica fragranza, e tannino ben modulato. Sembra un grande, antico, decadente Recioto, e non è mica cosa da poco. Anzi. Da stappare e godere.
Tre lietissimi faccini :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella 2003 Zenato Ormai mi stupisco di stupirmi quando bevo l’Amarone basic di Zenato, ma ogni volta è una felice sorpresa. Il naso è ancora chiuso, ma che palato che ha questo rosso! Morbido, suadente, rotondo nella fruttuosità e croccante. Vellutato. Per nient’aggressivo. Piacevolissimo, è il caso di dirlo. E lunghissimo, che ti sembra quasi impossibile.
Tre gaudenti faccini :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella 2003 Cà Rugate L’avevo provato quasi un anno fa al Vinitaly, preso dalla botte, e avevo scritto ch’era «già buono e buonissimo». Confermo adesso: bell’Amarone. Ancora giovane, certo. Ma ha polpa e potenza. Con quel suo frutto esuberante - tanto, tanto, tanto ce n’è di frutta surmatura e dolce - e il suo tannino ben esposto e fors’ancora quasi aggressivo. Vinone.
Tre felici faccini :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella 2003 Trabucchi E bravi l’avvocato e la sua lady, che han tirato fuori quest’Amarone ancora giovinetto ma che promette bene assai. Ha naso bellissimo: frutto rosso e geranio secco e cedro in scorza candita e fior di prato. E bocca che corrisponde. Con avvolgenza, e fascino. Vabbé, il tannino è ancora un pochetto aggressivo, ma aspettiamolo un po’.
Tre contenti faccini :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Acinatico 2003 Stefano Accordini Oh, se ce n’è del frutto in quest’Amarone. E poi c’è anche, al naso, memoria di spezia, delicata e fine e aristocratica. La bocca è prorompente, potente. E ha pure – ovvio - frutto surmaturo (e la ciliegia cotta) e spezia ancora tanta e tono anche un po’ selvatico e rude. Ma ha pure freschezza ed eleganza.
Tre faccini lieti :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Crosara de le Strie 2003 Corte Rugolin Passo dopo passo, è cresciuta in qualità la produzione di Corte Rugolin. E adesso ecco quest’Amarone giovinetto che convince e avvince. Entra in bocca deciso, quasi aggressivo, certo, ma poi convince con l’ampiezza e la potenza e la grassezza e la lunghezza del frutto, che trova equilibrio nel bel tannino.
Tre faccini sorridono :-) :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Punta di Villa 2003 Mazzi Certo, il naso è giovincello assai, ma la bocca è bellissima e vorrei dir leggiadra, ché ha fiore profumato, se non fosse termine out per un vino di simile possanza. In bocca, ancora il petalo macerato, e poi la spezia. Il tannino s’ha da fondere, ma la definizione d’assieme è di valore. E d’eleganza. E il finale ha terrosità fascinosa.
I faccini son tre :-) :-) :-)
Amarone della Valpolicella Campo dei Gigli 2003 Tenuta Sant’Antonio Che sorpresa! I Castagnedi brothers fanno un cambio di stile, e l’applaudo. Certo, il Campo dei Gigli 2003 è vino possente ancora una volta, ma ci trovo un’eleganza nuova, una florealità inattesa. E pur nella grassezza, c’è grande beva: quasi che il cerchio quadri. Poi ho saputo che hanno cambiato modo di vinificare: bravi.
Tre faccini contenti :-) :-) :-)

sabato 3 febbraio 2007

Ed Harpers Wine disse: che il Bardolino ritorni alle origini

Angelo Peretti
Non conosco personalmente Geoff Adams, e comprendo che la notizia non sia di quelle sconvolgenti per il lettore. Aggiungo che è un collega britannico, un giornalista, e che - come s’usa dire dalle mie parti - «ci siamo sbagliati» la scorsa estate, nel senso che siamo passati dalla stessa cantina, quella dei Guerrieri Rizzardi, a Bardolino, nella medesima giornata, senza però incontrarci, per diverso orario. Per quel che mi riguarda, ero là per sentire la contessa Maria Cristina e il figlio Giuseppe, dovendo scrivere la scheda della loro azienda per Vini d’Italia (e fu in qualche modo passaggio benaugurante, visto che poi sarebbero arrivati i tre bicchieri per l’Amarone). Lui invece passava per farsi un’idea d’una serie di vini dell’area bardolinista, e scriverci sopra un pezzo. Bene: quell’articolo è da poco uscito - il 25 di gennaio - per Harpers Wine. E ne sono contento. Perché all’estero finalmente s’è scritto di Bardolino, ch’é per me, figlio di bardolinesi, vino d’affezione, e anche perché innesca qualche importante riflessione sul comparto bardolinista, ma soprattutto perché delinea un’ipotesi di riscossa.
S’intitola, il servizio, «Going back to their roots», che potrei tradurre, grosso modo, «Ritorno alle origini». La tesi esposta cerco di riassumerla. Per tanto tempo - argomenta Harpers Wine -, l’area del Bardolino ha pagato lo scotto del turismo di massa, per cui più che alla qualità s’è puntato a far quantità e quattrini. Adesso però il giocattolo s’è rotto, qui come in altre zone dove si sono adottate in passato le stesse strategie, perché il mercato è cambiato. Ma quei produttori che abbiano voglia di far qualità e d’investire in azienda, hanno a disposizione un territorio di valore, delle condizioni ottimali per la viticoltura e una storia di tutto rispetto. La via è proprio questa: tornare alle origini. Mica male, scritto da un giornale inglese.
«Fortunatamente - dice, forse un po’ impietosamente (o forse no), Geoff Adams - durante gli anni della mediocrità, è resistita una piccola oasi di qualità e di progettualità che ha tenuta viva la fiammella della tradizione vinicola». E, aggiunge, ci sono ancora dei vini semplici, ovviamente, in zona, ma ci si trova chi fa investimenti, e riduce drasticamente le rese nel vigneto, nel nome, appunto, della qualità. «Questi produttori - si legge - stanno tuttora facendo i tradizionali doc di corpo leggero con la corvina, la rondinella e la molinara. La differenza è però che li stanno producendo con una resa dimezzata nel vigneto, e in cantina li realizzano con una pulizia e un’intensità di frutto che non mi era mai capitato di sentire prima in quest’area. E questi vini, secondo me - seguita Adams -, mostrano esattamente come possa essere un Bardolino d’alta qualità se solo gli si dà la possibilità d’esserlo, e ci trasmettono bene le sensazioni del terroir e delle varietà locali. Ma la cosa più importante è che questi vini offrono anche al consumatore un’alternativa rivitalizzante all’attuale stile dei rossi tutti-uguali-legnosi-fruttatoni». Bingo!
Ma come devono essere questi Bardolino di vigna e terroir e di bella beva? Lui, Adams, li descrive così: «I rossi tradizionali di Bardolino sono essenzialmente di corpo leggero in quanto a carattere, abbastanza alti d’acidità e, quando sono ben fatti, appaiono rigorosi, hanno abbondanza di note fruttate di ciliegia, e sono ricchi di complessità. In più, la maggior parte delle vigne della zona sono coltivate su suoli ricchi di magnesio, e questo permette ai vini migliori di possedere un’affascinante mineralità, che esalta il frutto invece che sovrastarlo, che elargisce una sensazione di vera eleganza, di stile, e che di rende molto versatili. Questa loro flessibilità costituisce un notevole plusvalore quando vengono inseriti in una lista dei vini, anche perché si tratta di rossi che hanno il vantaggio di poter rinfrescare bene, divenendo così una vera alternativa ai bianchi o ai rosè nella stagione calda». Di nuovo, bingo!
Nei giorni in cui ci si sta un po’ stufando (un po’, ché la tendenza è ancora ben radicata nel mercato) di vini tutto frutto e tutto tannino e tutto concentrazione e tutto alcol (e a volte tutto legno), il Bardolino ha le sue chance da giocare. Insomma: se si torna a cercare il vino che si beve senza dover far la lotta greco-romana col bicchiere, allora la denominazione gardesana ha dei numeri. Ma non sono ammesse sbavature. Niente errori stilistici. La gente che beve non li accetterebbe. Ché è vero che l’innamoramento per il vino palestrato sta scemando, ma è altrettanto vero che un decennio di flirt quasi totalizzante con le bottiglie più muscolose ha abituato il palato del bevitore. E quindi beva sì, ma anche frutto e personalità e complessità. Ce la può fare il Bardolino? Certo che ce la può fare, ché vini di questo genere già ce n’è più d’uno e ancora ci sono margini di miglioramento. Io ci credo.
Eppoi c’è la questione del terroir. Che è una specie di leit-motiv dei depliant aziendali e dei comunicati stampa e dei convegni, ma che poi non è mica così chiaro che cosa sia e come debba comparire e se si voglia davvero crederci e valorizzarlo. E invece è un’altra chance, che in terra bardolinista è tutta da scoprire. O meglio, come dice il collega british, da riscoprire. C’è insomma in qualche modo davvero da tornare alle origini. E se si vuol parlar d’origini, allora bisogna ricordare che un secolo fasi distinguevano aree diverse nel territorio del Bardolino, e alle differenti zone corrispondevano vini di chiara personalità, identificativi delle loro terre natie in fatto di caratteri organolettici e di stile e personalità. Insomma: i Bardolino di terroir c’erano prima che arrivasse il boom del dopoguerra, e dunque l’impresa cui ci si può - deve? - accingere non è disperata. Affatto.
Eppoi il Bardolino più buono è beverino sì, ma non per forza giovincello. Mi spiego. Succede che alcune aree della terra bardolinista - alcuni specifici terroir, per seguitare a dirla alla francese - esprimano dei vini che donano il meglio di sé a estate passata. Da settembre in poi, a volte il second’anno. E mica solo oggi. Nel 1931 i tecnici della regia stazione sperimentale di Conegliano scrivevano che «nelle migliori annate, se ben lavorato, il Bardolino può anche subire un breve invecchiamento: risulta allora un buon vino superiore, dal colore rosso granato tendente all’aranciato, dotato di un intenso profumo gradevole e dal sapore che ricorda molto il tipo fino, ma con caratteristiche di vino vecchio». Già all’inizio del secolo, il Perez aveva osservato che, pur essendo pronti già nell’inverno dopo la vendemmia, i vini bardolinesi si potevano tranquillamente conservare sino all’estate grazie al «tannino che contengono». A Milano anzi, aggiungeva, li toglievano di damigiana il secondo anno, trovandoli «davvero gustosi».
Ora, capisco che forse mi son fatto prendere la mano, ché avevo solo intenzione di commentare un articolo uscito in Inghilterra. Ma che volete farci: passion is passion. E se mi rimetto di nuovo in carreggiata con quel che ha scritto Geoff Adams, mi tocca ritornar di nuovo al terroir. Ché lui mica s’è accontentato di tastare i Bardolino, ma ha voluto anche provare gli altri rossi fatti sulle medesime terre. A volte sperimentali con l’uve tipiche del luogo, altre volte co’ vitigni bordolesi. Ed è venuto fuori che anche a questi - a suo parere (e m’associo) - le terre conferiscono personalità. Dunque, ecco i fuori-denominazione, i vini sperimentali. Che al collega britannico sono piaciuti e secondo lui - e non so come dargli torto - indicano una tendenza da guardare con attenzione. «Vale la pena di osservare - dice - che alcuni produttori hanno gettato via gli indugi e si sono fatti più avventurosi, mettendosi a realizzare vini molto buoni utilizzando sia le varietà italiane che quelle internazionali, e talvolta facendoli invecchiare per periodi più lunghi in botte. Questo comporta che automaticamente questi vini ricadano in categorie inferiori alla doc - l’igt oppure il vino da tavola -, ma alcuni sono assolutamente impressionanti, e rappresentano una firma distintiva per quei vignaioli che hanno avuto il coraggio d’intraprendere questa strada».
Ora, visto che l’ho citato e chiosato, è anche giusto che citi quelli che potrei definire i consigli per gli acquisti, i vini preferiti da Geoff Adams. Preferiti, chiaro, fra quelli che ha assaggiato. Per tipologie li riporto qui sotto.
Bardolino 2005: Guerrieri Rizzardi (base e Tacchetto), Poggi, Le Fraghe, Buglioni.
Bardolino 2004: Giovanna Tantini.
Bardolino Chiaretto 2005: Ròdon Le Fraghe, Guerrieri Rizzardi, Poggi, Cavalchina, Bardolino Chiaretto Spumante Costadoro.
Bardolino Superiore 2004: Valetti, Munus Guerrieri Rizzardi, Le Tende, Le Olle Lenotti.
Vini sperimentali: Castello Guerrieri 2001 Guerrieri Rizzardi, Ribaldo 2004 e Garda Merlot Naker 2002 Poggi, Massimo 2003 Lenotti, Rosso di Corte 1999 Corte Gardoni, Quaiare 2001 Le Fraghe.
Sic dixit Geoff Adams.
Chi volesse leggere l’originale, può andare all’indirizzo internet www.harpers-wine.com: il testo completo è disponibile solo per gli abbonati, ma l’abbonamento di prova è gratuito.

giovedì 25 gennaio 2007

Sacripante! Questo Soave vale la pena di berselo

Angelo Peretti
L’interrogativo era rimasto in sospeso mesi fa. Ed era questo: perché si decida di chiamar Sacripante un vino bianco. Ché Sacripante mi ricorda le esclamazioni dei fumetti di Tew Willer. Se poi vogliamo far la figura dei colti, allora posso anche dire ch’è il nome del re dei Circassi nell’Orlando Furioso dell’Ariosto. È, in più, termine desueto, che, come leggo sul mio Devoto-Oli, indicava un uomo grand’e grosso, «dal cipiglio fiero e temibile». Oppure, scherzosamente, una «persona vivace e astuta»: quel sacripante di mio figlio, avrebb’esclamato un genitore dei tempi andati, riecheggiando studi classici.
Dicevo: quest’etichettatura resterà un mistero. Invece non me n’è più oscura la motivazione, ché sono andato a metterci il naso.
Intanto: il Sacripante è un Soave, e lo fa un’aziendina piccola piccola e appena nata, che si chiama Le Battistelle. A Brognoligo, contrada collinare in terra di Monteforte d’Alpone, area soavista classica.
Dicevo: piccola, ed è definizione corretta.
Sei ettari in tutto, suddivisi in pezzettini minuscoli e a volte attaccati via sui fianchi dei colli che non so neanche se ce la fanno ad arrivarci con un trattore, e certe volte proprio non credo. Di quelle pezze di vigna, 24mila metri sono il crû delle Battistelle, in piedi sulla collina, che sembrano un lembo d’Alsazia portato nell’est del Veronese, e andare a vendemmiarci è una maledizione. Poi, piccola cosa al Tremenalto, 9mila metri sul Monte Castellaro, meno alle Carbonare e Rugate, 10mila sul Monte Grande, il resto attorno a casa. Le vigne più giovani piantate nel ’90, le più vecchie anche di cent’anni, alle Battistelle.
La cantina è meglio chiamarla cantinetta: una stanza e tutto acciaio (più giusto due barrique prese per provare, ma con rimpianto per i quattrini vanamente spesi).
A condurre vigna & cantina son moglie e marito: lui, Gelmino Dal Bosco, classe ’62, lei, Maria Cristina, quattro di meno. Prima conferivano tutto. Ma cinque anni fa, nel 2002, hanno preso coraggio, e si son messi a vinificare in proprio. Con la vendemmia del 2004 hanno pure deciso d’imbottigliare. Ma di quell’annata e poi di quella del 2005 sono usciti con sole 3mila bottiglie per anno del Sacripante. E basta. A prezzi così a buon mercato che val la pena comprarlo anche solo per lo sfizio di provare.
Fin qui il contorno. E il nome, dunque?
Il nome, Sacripante, è quello d’un avo. Già, Sacripante Dal Bosco quondam Andrea, si legge in una vecchia carta di famiglia. Fu lui, forse, a prender le terre di famiglia. È scritto che il 25 di maggio del 1721 sborsò 5 troni e 4 marchetti «sopra una pezza di terra montiva con poche vigne, e fruttari, arativa in parte ed in parte vegra». Ecco perché han pensato d’usar quel nome: per ricordare l’antenato ch’acquistò la vigna. Et voilà: mistero spiegato.
Quanto all’intitolazione aziendale, la scelta di chiamarla Le Battistelle viene dalla vigna più difficile e più amata, ma anche da un'altra carta dell’archivio notarile, che ricorda d’una transazione fatt’appunto a Brognoligo «in contrà della Battistella». E anche questo è arcabo svelato.
Ora, il vino. E qui mi tocca ammettere d’essermi sbagliato. In parte soltanto, per fortuna. Sì, insomma, ero stato un po’ striminzito nel giudizio, bevendolo la prima volta, ed era stato nei primissimi giorni di luglio dell’anno passato. «Il vino - scrivevo a proposito del 2005 - lo segnalo sulla fiducia, anche se non ha perfetta definizione: potrebb’essere una lieta sorpresa futura». E gli assegnavo un faccino - uno solo - ridente. Be’, l’errore è l’esser stato stretto di manica. Ma il vaticinio era giusto: lasciandolo affinare in bottiglia è proprio diventato lieta sorpresa. Ma adesso racconto del nuovo test.
Soave Classico Sacripante 2005 Ribevuto a metà settembre e poi a metà ottobre e a metà novembre, e insomma, riprovato e rimeditato a lungo, e sempre con soddisfazione crescente. Ora dico: è sì vin bianco ruvido e quasi rustico, ma è Soave di razza. Ha frutto tanto, giall’e bianco, e ben delineato già al naso, e petalo fiorito e vena appena appena erbacea. Ed ha in bocca bell’ingresso fruttato ancora e poi freschezza gratificante e finale asciutt’e lungo. Ha nervo saldo. Si beve un gòto dietro l’altro e si finisce la bottiglia in fretta.
Rivedo il giudizio innalzandolo. Convinto, proprio convinto.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Soave Classico Sacripante 2004 Oilà, che curioso questo bianco più vecchio d’un anno dell’altro! Pensate: non pare ancora del tutto pronto. O meglio, non lo sembrava nella prova di metà settembre, ché poi non m’è purtroppo più tpccata sorte di berlo. Mi si mostrava, allora, verde e floreale anche, ché aveva tanto fiore bianco. E in bocca bella tensione e poi giusti contorni di vena minerale com’è e dev’essere dei Soave della zona classica sulle terre vulcaniche della collina. Bianco insieme complesso e da beva. Mancava solo un po’ nella lunghezza, nella persistenza, ecco. Ma, garantisco, buonissimo e freschissimo e vegetale e nervoso e tannico quasi nel finale.
Anche qui, due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Ora, poiché m’è stato chiesto d’aggiungere alle descrizioni dei vini anche il loro prezzo, d’ora in avanti cercherò d’accontentare i lettori anche con quest’informazione, e dico che il Sacripante costa in cantina 7 euro quando se ne compra una bottiglia sola o due, con sconto se si compra invece il cartone intiero, senza sbregare la scatola.
Che dire, di più: che aspetto il 2006. Ed ho davvero aspettativa, ché col terz’anno d’imbottigliamento e un’annata di quelle che prometton bene, spero tanta promessa sia mantenuta. Intanto, il nuovo nato è lì ancora sulle fecce fini, in vasca, che succhia e succhia l’essenza di mamma uva.
Chiudo: v’invito a fare un salto a Brognoligo e a trovare Gelmino e Maria Cristina, ché son bella gente, appassionata e schietta, e prendono perfino la macchinetta fotografica per farsi la foto insieme a chi li va a incontrare. E mi dispiace averne scritto solo adesso.

giovedì 18 gennaio 2007

Valpolicella da appassimento breve parte due: il Pojega

Angelo Peretti
Dicesi archètipo il «primo esemplare assoluto ed autonomo» (così spiega il mio vecchio Devoto-Oli). La definizione prendetela per ora così com’è, perché qualche riga più sotto verrà buona.
Ho visto (internet ha di bello che puoi vedere cosa leggono i visitatori del sito, cosa che invece non puoi fare con un giornale cartaceo), ho visto, dicevo, che ha ricevuto parecchia attenzione su InternetGourmet la notizia dell’uscita del «nuovo» Verjago della Cantina sociale della Valpolicella. Progetto ambizioso: si recuperano vecchi vigneti d’alta collina per dedicarli alla produzione non già d’Amarone, ma di Valpolicella, destinando per questo le uve ad un appassimento breve, che non supera i quaranta giorni; il tutto in sintonia coll’Università veronese. Una scelta che può cambiare le cose, in terra valpolicellese, visto il peso della Cantina di Negrar.
Ora, tra le osservazioni de’ lettori, c’è stata questa: il Verjago non è mica l’unico Valpolicella da uve appassite. Vero. E quest’altra: non è il solo Valpolicella da vigneti «dedicati». Vero anche questo. Il problema però è che trovare insieme un Valpolicella da uve appassite e da vigneti destinati in primis al Valpolicella (e dunque non all’Amarone) è impresa difficoltosa assai.
Comunque sia, stimolato dal pungolo di chi mi legge, eccomi alla ricerca dell’archétipo, che come tale so bene non si troverà peraltro mai. L’archètipo, intendo, del crû di Valpolicella fatto coll’appassimento breve. Ma una risposta d’interesse la trovo proprio a Negrar. Anzi, nel borgo di San Peretto.
C’è, a San Peretto di Negrar, una piccola corte, che ha in fondo un vecchio mulino ch’è stato attivo fino agli anni Sessanta, e pare abbia origine settecentesca o forse anche più antica. Accanto, c’è la cantinetta dei Mazzi. In etichetta, sulle bottiglie, è scritto Roberto Mazzi, ma sono ora i figli, Stefano e Antonio, a condur vigna e far vinificazione e commercio. In tutto sulle quarantacinquemila bottiglie, e solo rossi. Niente Valpolicella base, e niente, soprattutto, Ripasso. Si parte direttamente dal Superiore, e poi un crû di Superiore, il Pojega, un crû d’Amarone, il Punta di Villa, e un terzo crû per il Recoto, Le Calcarole. Son stato là a cercar di capire il secondo dell’elenco, il Pojega. Ch’è fatto in vigna «dedicata» e viene dall’appassimento breve.
È, il Pojega, discendente diretto del Valpolicella Vecchio da Arrosto che papà Roberto imbottigliava già una quarantina d’anni fa sotto il nome d’azienda agricola Sanperetto e che Gino Veronelli trovò di gusto suo e inserì - se non ricordo male - in uno dei cataloghi che redigeva per Bolaffi. Già allora, l’uva era quella della vigna di Pojega, tre ettari, e la si metteva in cassa e la si faceva appassire (asciugare, forse, più che appassire) per qualche settimana: Roberto Mazzi aveva fatto scuola d’agraria a Perugia e aveva portato a casa tecnica e coraggio.
Anni Ottanta: in azienda entrano i figli. L’etichetta cambia intestazione: adesso si chiama Roberto Mazzi. E il Vecchio d’Arrosto comincia a nomarsi Valpolicella Superiore Pojega, con la vigna scritta in alto, in evidenza, a carattere ben più grande del nome di famiglia, ch’è a sua volta prevalente sulla doc. Ordine che è poi cambiato, ché oggi Mazzi è in alto, grande, e sotto c’è la denominazione e al terzo posto la vigna, a font che resta peraltro evidente. Ma il vino resta sostanzialmente fedele a sé stesso, e l’uva rimane quella sola dei tre ettari a Pojega. Con due varianti: l’appassimento si fa in plateau, a un solo strato d’uve, e la botte s’è fatta più piccola. Il tempo d’asciugatura resta però brevissimo: tre settimane, in genere, e due appena nella torrida stagione del 2003, ché non c’era bisogno di forzar la mano, avendo già fatto gran parte del lavoro il sole.
L’uva, appassita, dà il vino, e questo va in legno per diciotto mesi. E non si fa - l’ho detto sopra - il ripasso, anche se la richiesta del mercato è forte ché c’è la moda, ormai, dei vini rifermentati sulle vinacce dell’Amarone. Testardi, i Mazzi seguitano sulla strada loro: appassimento breve. Tant’è che per spiegarsi han dovuto mettere la controetichetta sulle bottiglie: «Il vino così ottenuto ci porta a considerarlo come un ‘fratello giovane’ dell’Amarone perché fonde la sua struttura con la piacevolezza tipica del Valpolicella».
Direte: sì, vabbé, lo scrivono. Ma delusi come siete - lo so - dai tanti depliant che avete visto in giro (quelli che per gli alberghi Raspelli chiama bugiardini), volete sapere se quel che scrivono è vero. Per cui avete due chance: provar di persona (ch’è meglio) o seguitare a leggere, per vedere quel che ne penso io. E aggiungo il pensiero sugli altri tre vini dell’azienda: quattro in tutto e, anticipo, quattro bei rossi.
Valpolicella Classico Superiore Pojega 2003. Già, bel vino, il Pojega. Moderno e antico assieme. Moderno per quel frutto denso e amabile. Antico per la lentezza nell’aprirsi, la riottosità nell’elargire la fascinazione aromatica. Ci vuol pazienza, coi vini dei Mazzi. Vanno attesi nel bicchiere: lasciategli modo e tempo. Poi, ecco il frutto rosso, la ciliegia croccante, il fiore macerato, la foglia di geranio, la spezia fine. E in bocca ancora frutto carnoso. Ed è vibrante e teso ed integro. Ed ha persistenza considerevole.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)
Valpolicella Superiore 2004. L’unico dei quattro a non portare il nome d’una vigna, ché qui si raccolgono in effetti l’uve che, ne’ quattro vigneti (i tre crû e l’ettaro accanto a casa), non sono state giudicate da appassimento. Il «base» di famiglia, insomma. Comunque un Superiore: anno di legno. Graduale e progressiva l’apertura olfattiva e bocca piuttosto convincente, tra la spezia e il fiore appassito e la ciliegia cotta, di quelle che facevano un tempo le nonne in campagna. Vino austero.
Due lieti faccini :-) :-)
Amarone Classico della Valpolicella Punta di Villa 2003. Chissà quando troveremo questo vino all’apogeo. Il 2003 è stata annata anomala, con quella calura, ma non è solo la potenza a impressionare in questo rosso: è anche lo slancio, la freschezza quasi inusitata per il millesimo suo. E dunque sarà bello aspettarlo ancora. Per intanto, è comunque Amarone che convince. Ed ha fragranza fascinosa già appena versato e poi s’apre piano - lento, lento - e si fa imponente. E gioca dapprima a nascondino, il frutto, fra le vene terrose e le sfumature vegetali, e poi esplode invece l’amarena.
Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)
Recioto della Valpolicella Classico Le Calcarole 2003. Vabbé, sarò anche un fan del Recioto, ma questo, lasciatemelo dire, è di quelli che non passano inosservati, nossignori. O meglio: ogni anno il Recioto della Calcarole ha qualcosa di suo da dire. Sarà che i Mazzi hanno uno stile loro, che mette il tannino davanti allo zucchero, tant’è che ti sembra quasi di bere un Grenache fortificato del sud della Francia, ma questo loro passito valpolicellista ha classe e personalità e aristocrazia e austerità (nonostante una dolcezza ch’è nascosta, ma vivida). Il naso, ah, il naso è amplissimo. I miei appunti scritti di getto: tabacco da pipa, rabarbaro, ciliegia surmatura, mora di rovo, prugna secca, fiore macerato, dattero, tamarindo, pepe macinato.
Tre lieti faccini :-) :-) :-)

giovedì 11 gennaio 2007

Crudo di lago

Angelo Peretti
Ho sfogliato la guida dei Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso. E sul mio lago (di Garda) ci ho trovato, per un piatto della trattoria Vecchia Malcesine, una valutazione di questo tenore: «Il crudo di lago, discutibile anche nella fantasiosa rivisitazione, convince poco per qualità e quantità nel piatto». Ora, che volete, essendo fra coloro che le guide le han fatte, le fanno e pensano di farle ancora, non mi permetto d’andare a mettere in discussione il giudizio altrui, ché ciascuno è libero di dire la sua. Otretutto, un eventuale incidente di percorso ci può stare in qualunque ristorante, ivi compresa la Vecchia Malcesine. Ma ripensando ai tanti pranzi&cene&assaggi che hanno contraddistinto il mio 2006, be’, devo dire che proprio quel piatto, il crudo di lago appunto, è invece la cosa migliore che mi sia capitato d’incontrare. Il che conferma, magari, quanto possano essere soggettivi i pareri.
Dunque, il crudo di lago del Vecchia Malcesine mi tocca raccontarlo.
Intanto, il locale, per chi non lo conoscesse ancora, è proprio a Malcesine, in paese. Poco lontano dalla parrocchiale. Un ristorantino da pochi coperti. Una saletta, una terrazza estiva. Il patron, Leandro Luppi, si muove fra sala e cucina. D’estate più sala che cucina, d’inverno il contrario. A vederlo, secco com’è, non lo direste un gourmet. Però ha un palato notevole (e non so come faccia, viste le sigarette che si fuma). In più, ci sa veder dentro nei vini: ha in cantina cose notevoli.
Quand’è arrivato sul lago, ormai una quindicina d’anni fa, Leandro ha portato una cucina «anomala» per stile e ingredienti. Poi ha cominciato a investigare le materie prime del territorio e le ha fatte proprie, mantenendo però fedeltà ad un approccio di stampo creativo, innovativo, personale. Unico sulla riva d’oriente del Garda, ha ottenuto nel 2004 la stella dalla guida Michelin: prima di lui non c’era mai riuscito nessuno, e resta tuttora il solo.
Ogni tanto al Vecchia Malcesine mi ci affaccio, e indubbiamente è luogo apprezzabile. Ci avevo già mangiato bene altre volte, ma il vertice l’ho toccato a fine settembre: sequenza memorabile, assicuro, nel menù di lago, stagionale. E in quella sequenza, il piatto migliore è stato questo crudo di lago, che resta per me - l’ho detto - la punta dei tanti assaggi dell’anno ch’è andato a finire.
Si trattava d’un trittico: tinca affumicata, luccio marinato, filetto di sarda di lago (leggi sardéna). Detto così, non rende. Ho dunque telefonato a Leandro Luppi per farmelo raccontar meglio da lui. Ecco la descrizione: «La tinca viene affumicata in casa con il legno di olivo e la serviamo tagliata a fettine sopra una concassè di pomodoro fresco, condito con un trito di cipollotti olio e sale marino. Il luccio è leggermente marinato con sale marino e timo. Dopo, viene tagliato a piccoli cubetti e servito con una gelatina di frutto della passione per dare dolcezza e acidità. La sarda di lago viene sfilettata e marinata nella passata di pomodoro per almeno due giorni: l’acidita del pomodoro consente la conservazione e nello stesso tempo mantiene la corposità della polpa della sarda. Poi viene servita con un blinis di farina di grano saraceno e la panna acida: il sapore della sarda ricorda un po’ il gusto del caviale e per questo è stato fatto un simile abbinamento. Si mangiano in sequenza prima il luccio, poi la tinca e per ultima la sarda, che ha il sapore più deciso».
Ecco, così, con questa descrizione, potete farvi un’idea migliore. Aggiungo che la serie dei tre crudi è considerevole come crescendo di sapori, che al Vecchia Malcesine sono peraltro sempre ben definiti, e spesso addirittura marcati. Leandro non gioca con le sfumature. Ci va giù dritto: niente mediazioni.
Dico, di più, che un piatto del genere m’è sembrato il modo giusto per valorizzare il pesce lacustre. Certo, solo vagamente rifacendosi alla tradizione (l’affumicato, l’agrodolce, la salagione), ma di sicuro mettendo il lago al centro.
Ma - lo si rammenti -, il crudo lacuale è altra cosa, diametralmente altra, rispetto a quello marinaro. Di là, sul mare, s’esaltano la dolcezza naturale, il tono vagamente iodato, la freschezza assoluta, talché lo chef deve intervenire più sulla ricerca al mercato che sul lavoro di cucina. Di qui, sul lago, c’è meno eleganza, meno saporosità delle carni, e dunque occorre l’intervento della mano del cuoco, che deve esaltare quel che c’è, senza però coprire, senza alterare, senza perdere quella rusticità ch’è insita nel pescato.
Ora, se v’è venuta voglia di provarlo, questo crudo, mettete conto che in carta non lo trovate: è roba estiva. Però qualche cosa di simile lo individuate anche nel menù invernale: una tartara di tinca affumicata in casa con legno di olivo, servita con il pomodoro e cipollotto, e la tartara di trota marinata con sale e zucchero e erbe aromatiche, servita con un purè di finocchi agli agrumi.
Non le ho ancora provate, queste novità. Rimedierò presto, spero. E sono curioso di vedere che vini Leandro proverà a metterci assieme, ché l’abbinamento è di quelli che sembrano quasi impossibili. Lì per lì, mi viene in mente solo un Muscadet della Loira.

sabato 6 gennaio 2007

Fads and fashions: le mode e le manie del mondo del vino

Angelo Peretti
Fads and fashions: è il titolo dell’editoriale di Hugh Johnson sul numero di gennaio di Decanter. Johnson è forse il più importante wine-writer che ci sia al mondo, Decanter la rivista enoica che fa tendenza nel Regno Unito. Fads sono le manie, fashions le mode. E il vino non ne è esente. Anzi.
Sono, in genere, tendenze effimere, che nascono e muoiono in velocità. Facendo le fortune dei produttori più market-oriented, quelli che capiscono al volo quel che va bene domani, e lo assemblano senza tanti pensieri: vendere, vendere, vendere.
Altre son tentazioni modaiole che rischiano di far danni permanenti, svilendo il significato vero di certi caratteri del vino.
Ne cita alcune Johnson, di queste tendenze passeggere.
Dice per esempio che negli ultimi tempi - più all’estero, invero, che qui da noi in Italia – s’è sentito discorrere un sacco di cool-climate viticolture, di viticoltura dei climi freddi, individuandovi la ragione - una delle ragioni - della grandeur francese. Che altrove si cerca d’imitare. Be’, ora non se ne parla già quasi più (all’estero intendo, ché invece in Italia si comincia solo adesso: da noi, si sa, importiamo con lentezza).
Poi, l’ossessione della filtrazione. Anche qui roba più estera che nostrana (per ora). E insomma, c’è stata gente che ha cominciato a mettere in bell’evidenza in etichetta l’aggettivo unfiltered, non filtrato. Quasi che filtrare il vino fosse diventato un errore, una bestemmia, un reato. Il che fai il paio - aggiungo - con la definizione di vino naturale, quasi che quell’altro fosse innaturale, e col cavalcare a tutti i costi il biologico, il biodinamico e il bio-chissà-che-cosa: a me interessa solo che il vino sia buono e che, in più, mostri personalità e abbia qualcosa da raccontare. E se poi c’è stato poco intervento tecnico è meglio, per carità, ma che sia piacevole, almeno.
E il carattere varietale? Quante volte avete letto della varietalità come prerogativa d’un vino? «Varietal character is the grand-daddy of the genre» scrive Johnson: il carattere varietale è il nonno del genere. E poi ci si è aggiunto un altro luogo comune: «Il vino si fa nel vigneto». Come dire che in cantina nasce da solo.
Altra moda? Il fruttato. Anzi, il fruttatone. Valanghe, vagonate di frutto iperconcentrato, voluto dai filosofi americani dei nuovi vini, con imitatori devoti in ogni angolo. La potenza dei dollaroni.
Le tendenze attuali?
La mineralità in primis. Guai se un vino, bianc’o rosso che sia, non è minerale. Provate a leggere le descrizioni sui depliant (o nelle controetichette): la mineralità imperversa. Certo, trovarci carattere minerale in un bianco è una bellezza: penso ai Riesling del Reno, oppure anche, nella mia terra, a certe espressioni del Lugana e del Soave, quando son fatti bene, il primo sulle argille, l’altro su suoli basaltici. Ma che la mineralità sia un dogma, questo no.
Ma c’è un’altra parola d’ordine che s’impone ormai in entrambi gli emisferi del pianeta. Si chiama, all’inglese, low-alcohol. Bassa gradazione, diremmo noi. Spiega Johnson che ormai è una routine nei paesi più caldi fare una sorta di salasso alcolico a una parte del vino. Gli si toglie l’alcol, mantenendo gli aromi. E poi questa bibita de-alcolata (che sia lecito usare quest’espressione?) la si riassembla col resto del vino. Risultato: meno alcol del vino di partenza.
Che volete che vi dica: aver vini meno alcolici piacerebbe anche a me. Ed è indubbiamente una richiesta sempre più pressante dei consumatori. Quante volte lo sento dire al ristorante, ai tavoli vicini: «Ma non c’è qualcosa di meno alcolico?» Sapete: i problemi salutistici, la patente a punti… Che poi, lo so, è del tutto irrisoria, da questo punto di vista, la faccenda che un vino faccia 13 o 14 gradi. L’effetto è, grosso modo, sempre quello. Ed anzi un po’ meno alcol rende il vino più beverino, e dunque si beve di più, ottenendo dunque l’effetto contrario, salutisticamente o viabilisticamente parlando. Ma s’esagera a tal punto, col «low alcohol», che c’è chi comincia a parlare di «bicchieri equivalenti» e vorrebbe che in etichetta fosse scritto a quanti bicchieri di vino equivale quella boccia in relazione all’alcol, così, chessò, una bottiglia di Lambrusco può valere otto bicchieri equivalenti e una d’Amarone dodici: più alcol, più porzioni. Ma lasciamo perdere...
Però il problema - uno dei problemi - è forse proprio qui: bisogna tornare a far vini bevibili, ché in degustazione van bene quelli concentratoni, ma in tavola si vuol accompagnare il cibo. Ed è per questo che se proprio devo scegliere vado sui Bordeaux: 12 gradi e mezzo e bel frutto e buon’acidità.
Ma c’è un problema. Ed è che con le concentrazioni estreme che s’ottengono oggi in viticoltura, si ha parecchio zucchero nelle uve. E dove c’è tanto zucchero naturale le soluzioni son due: o il vino lo si lascia dolce, oppure lo si ottiene alcolico, ché l’alcol altro non è che l’effetto della trasformazione degli zuccheri con la fermentazione. Forse, più che far salassi, sarebbe da ripensar la viticoltura, ma è storia che non mi compete, o meglio, di cui non ho competenza.
Piuttosto, vorrei tornare alla questione salutistica. Ché mi preoccupa questo clima di caccia alle streghe che si va instaurando. Me lo vedo che fra poco ci sarà chi vuol mettere sulle bottiglie di vino - oltre alla storia dei bicchieri che v’ho già detto sopra - le stesse, minacciose e perfettamente inutili sentenze che si leggono sui pacchetti di sigarette (e, badate, io non ho mai fumato - se non fumo passivo - e mi dà molto fastidio sentirne anche solo il vago odore, della sigaretta). Senza invece pensare a fare informazione, educazione, cultura. L’alcolismo è figlio della malattia o dell’ignoranza, mica del vino.
Serve altro. Enjoy Responsibly, ho visto in un riquadro d’una pagina di pubblicità di Penfolds, colosso australiano del vino, su Wine Spectator, ed è un avvertimento che condivido: gotitelo responsabilmente. Stesso tenore della pubblicità dello Champagne Perrier-Jouët: «Enjoy our quality responsibly», goditi responsabilmente la nostra qualità. Ma starà mica diventando una moda anche questa, vero?
Eppoi, questa mania di voler sapere tutto, ma proprio tutto del vino. Che facciamo, sull’etichetta ci mettiamo gl’ingredienti e il «da consumare preferibilmente entro il»? Già non mi piace quell’assurdo «contiene solfiti» che è stato imposto sull’etichettatura: ecché, quanti saranno mai i vini che non li contengono, i solfiti?
Ecco, c’è un clima neo-illuminista che non mi va. Sento troppa gente che davanti a un bicchiere si mette a far disquisizioni tecniche, invece di goderselo così com’è. Perfino, c’è chi comincia a parlar - con competenza, talvolta, ammetto - di composti aromatici volatili, d’elementi chimici (naturali) responsabili di questo o quell’aroma, di monoterpeni o di sesquiterpeni, e, chessò, di linaiolo (che mi dicono sappia di rosa), di geraniolo (che indurrebbe memorie floreali). E poco m’interessa - a me che bevo, intendo - sapere che quell’odore ch’è tipico di certi Sauvignon può provenire dal composto 2-metossi-3-isobutil-pirazina.
Spero che anche queste perversioni farmaceutiche sian solo fads and fahions. E che si torni al piacere. Sennò, il rischio è quello mess’in evidenza da Sarah Kemp, altra editorialista di Decanter, ancora sul numero di gennaio. Cita, la Kemp, un libro che le è piaciuto, scritto da un’altra donna, la bionda (così la vedo in foto, ma con le donne non si sa mai) Jennifer Rosen, trasgressiva scrittrice di vino. Dice (traduco): «Bere vino con un sommelier è come far l’amore con un ginecologo: è meglio che non vi dicano tutto quello che sanno». Appunto.
Godete responsabilmente. Ma prima il piacere, per favore.

domenica 24 dicembre 2006

Top 2006 secondo me: venti bottiglie indimenticabili stappate nell’anno

Angelo Peretti
Eccoci qui con la classifica. La fanno tutti, perché non dovrei io? Del resto, c’è cambio d’anno, e dunque occorre far sintesi e metter ordine alla memoria. Eppoi, l’ammetto, è piacevole andare a rivedere gli appunti di tante bottiglie stappate, assaggiate, a volte proprio bevute, godute. E raccontarle.
Certo, far graduatorie è sempre arbitrario. E difficile, ché a volte quel certo tal vino porta con sé anche ricordi, emozioni, sensazioni che vanno oltre il fatto edonistico in sé. Ed è pure ingiusto, finendo inevitabilmente per accantonare qualcosa, qualcuno, che comunque vorresti - dovresti - valorizzare. Ma tant’è: il rito va rispettato.
Dunque: venti e non di più.
Dieci di quella che amo chiamare la Regione del Garda, ossia le province di Verona, di Brescia, di Mantova e Trento. Più Verona che le altre, e mi perdonino lombardi e tridentini (m’accorgo che soprattutto a Trento e dintorni ho avuto poche occasioni d’assaggio nell’ultimo anno, e dunque mi riprometto di rimediare nel nuovo).
Dieci fuori dai paraggi, altre latitudine, altre longitudini, altra Italia, altra Europa, e per stavolta niente fuori Europa.
In ogni caso, venti vini che mi piacerebbe ribere. Che mi hanno convinto. Emozionato, anche. E sono, insieme, bianchi, rossi e rosati. Già, anche i rosati: perché, son forse minori nell’Olimpo del vino? Ce n’è un terzetto addirittura, di rosé: due gardesani, uno francese. Piacevolissimi, secondo me.
Fuori Italia, c’è tanta Francia - e non sarebbe possibile altrimenti - un pelo di Germania (ah, i Riesling del Reno!), un vino dolce - straordinario e «antico» - di Crimea. E in terra italica anche un Moscato, ch’è un vino adorabile e troppo trascurato da’ bevitori, e n’ho trovato un’espressione altissima.
M’accorgo che non ho scelto bollicine. E comunque di buone - buonissime, talvolta - n’ho bevute, ma nella classifica non hanno trovato spazio: pazienza.
Eccoli, dunque, i venti top secondo me. In ordine rigorosamente alfabetico all'interno delle due categorie.
Prosit!

Top 10 della Regione del Garda

Amarone Classico della Valpolicella 2000 Manara
Lo scorso anno nella mia top c’era il 2001. Ebbene, di meglio c’è l’annata precedente: l’Amarone 2000. Ribevuto a distanza di tempo, m’ha nuovamente impressionato, e dimostra di tener salda quella sua eleganza delicatissima eppure lung’assai, quel frutto così calibrato. Niente palestra, per questo rosso: evviva. Bevuto a novembre.

Amarone Classico della Valpolicella Sergio Zenato 2001 Zenato
Inserendo fra i preferiti del primo semestre l’Amarone basic 2001 di Zenato, avevo detto che il fratello maggiore, la Riserva assaggiata allora solo en primeur, sarebbe finita probabilmente fra i miei must di fine anno. Così è. Grande Amarone. Tanto frutto, tanta spezia, corpo potente eppur anche agile e beva lussuriosa. Bevuto a luglio.

Bardolino Chiaretto 2005 Giovanna Tantini
Ah, Giovanna, che Chiaretto! Frutto, frutto e frutto. Da riempirseme l’olfatto e il gusto. Da masticare. Da assaporare. Da far rotolare in bocca. E poi la vena speziatina ch’è tipica delle corvine gardesane. E un colore deciso, marcato, eppure anche brillante e cristallino. Bell’espressione bardolinista. New Bardolino. Bevuto in settembre.

Garda Classico Chiaretto 2005 Vedrine
D’accordo: non è un colosso, ma vivaddìo m’è piaciuta l’opera prima di Vedrine, microazienda del Garda lumbàrd, che ha fatto, nel 2005, solo e soltanto questo vino rosè (ci vuol coraggio). Atipico, atipicissimo Chiaretto rivierasco. Più vegetale che fruttato, anche se la fragolina s’avanza impertinente. Avanti così. Bevuto in agosto.

Quaiare 2003 Le Fraghe
L’avevo detto a maggio che questo rosso era (è) un gioiello in termini d’espressione del terroir. «E pazienza se gli altri non saranno d’accordo», scrissi. Le guide non sono state d’accordo, ma per me resta uno dei vertici assoluti nell’area gardesana, un benchmark, un vino che ha un’anima e uno stile inconfondibili. Ribevuto a luglio.

Recioto Classico della Valpolicella Capitel Monte Fontana 2000 Tedeschi
L’annata 2000 fu d’equilibrio in Valpolicella. E gli Amaroni son buoni. Però straordinarie son certe bottiglie di Recioto, soprattutto oggi che cominciano ad aver maturità. Questo dei Tedeschi è un grand’esempio: avvincente per complessità e ampiezza olfattiva, ha in bocca finezza ed eleganza e misurata dolcezza. Goduto a dicembre.

Soave Classico Cà Visco 2005 Coffele
Oh, se mi piace il Cà Visco. Già en primeur, ancora scomposto dall’imbottigliamento di pochi giorni, m’aveva intrigato. Facendosi adulto, ecco l’inconfondibile suo charme. Il frutto pulitissimo entra deciso e lascia poi spazio alla freschezza e quindi riemerge, asciutto, nel finale. Bevuto in luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre...

Soave Classico La Rocca 1993 Pieropan
È tuttora buonissimo questo Soave del ’93. In forma smagliante dopo tant’anni, e freschissimo, e giovine direi, e vibrante e nervoso e teso. Ha frutto denso e vene minerali e lunghezza sorprendente e avvincente. Un bianco italico che può reggere il confronto coi grandi di Francia e di Germania. Bevuto a fine maggio.

Soave Classico Monte Fiorentine 2005 Cà Rugate
Che gran bianco che è il Monte Fiorentine. A mio avviso, uno dei bianchi più buoni e appaganti che sia dato di trovare sull’italico suolo. Gioiosamente bevibile, giocosamente succoso di frutto, festosamente vestito di fiori. Un vino che riesce a mettere insieme nobiltà e spensieratezza. Bevuto in luglio e in ottobre e in dicembre.

Valpolicella Classico Superiore Il Taso 2003 Villabellini
L’annata della svolta. Cecilia Trucchi col 2003 ha deciso di trarre uno e un solo vino dalle uve del suo brolo di Castelrotto, rinunciando (incredibile) perfino all’Amarone. Che vino che ne è venuto! Personalissimo, succoso di frutto, pregno di spezia, bevibilissimo e possente insieme. Gran bel rosso valpolicellese. Ribevuto a luglio.

Top 10 d’altre terre

Ai-Danil Tokay 1938 Massandra
Sul Mar Nero, in Crimea, esiste la più imponente collezione mondiale di vini invecchiati. In genere dolci o fortificati. È la Massandra Collection. Ho avuto la fortuna di poter bere il Tokay del ‘38 fatto ad Ai-Danil, vicino a Yalta. Poesia. Dattero, fico secco, arancia candita, melata, cognac, nocino, mandorla... Grandissimo. A dicembre.

Alsace Riesling Grand Crû Hengst 1997 Domaine Josmeyer
Quando lo comprai, in Alsazia, in cantina a Wintzenheim, ero convinto d’aver fatto un bell’acquisto. A distanza di mesi e mesi, questo Riesling s’è mostrato anche sopra le attese. La vena minerale e quella fruttata s’intersecano, si fondono in quello che ho già definito un amplesso lunghissimo e passionale. Bevuto a febbraio.

Côte Rôtie 2003 Benjamin et David Duclaux
Se non sbaglio, Parker, a questo syrah della Cote Rotie ha dato 93 centesimi di valutazione. Be’, li vale tutti. Il prezzo è sui 30 euro, pochi per un rosso di questa denominazione. Ancora giovane, ma già sul frutto s’innestano sentori d’erbe officinali, di timo. Elegantissimo oggi, chissà cosa potrà diventare. Bevuto in dicembre.

Côtes de Provence Château Sainte-Marguerite 2005 J. P. Fayard
Che la Provenza sia terra di bei rosati è noto. Quest’era bellissimo già dal colore, abbastanza tenue invero. Fragranze fruttate d’avvincente finezza: il piccolo frutto rosso di sottobosco, soprattutto. E poi una nota quasi balsamica, officinale, sottile, elegante. Una freschezza nervosamente sensuale. Buonissimo. Bevuto in agosto.

Côtes du Rhône Parallèle 45 2001 Paul Jaboulet Ainè
D’accordo, d’accordo: questo è «solo» il rosso di base di Jaboulet, ma porca miseria che base! Succoso di piccolo frutto, di mirtillo e d’amarena. Di lunga persistenza. Giovane dopo un quinquennio. Eppoi accettabile nel prezzo. Ve lo dico io: sarà anche un vino di base, ma rimpiango fosse l’ultima boccia. Bevuto a Pasqua, coll’agnello.

Erbacher Hohenrain Riesling Spätlese 1990 Schloss Reinhartshausen
Per me, non c’è bianco che tenga, di fronte a un gran Riesling. Tedesco magari, e invecchiato. Fra i Riesling - parecchi - bevuti nel 2006, questo l’ho trovato elegantissimo e splendido per equilibrio, dopo quindici anni. Il frutto e la vena citrina perfettamente integrati. La nota minerale equilibratissima. Fascinoso. Stappato a giugno.

Fiano di Avellino Clelia Romano 2004 Colli di Lapio
Uno dei bianchi più buoni che mi ricordi d’aver bevuto in Italia. Forse il più buono. Vino di terroir, classico e modernissimo assieme. Descrive i caratteri del vitigno e della terra. Un tripudio d’erbe aromatiche e di cedro e di litchie e di pesca bianca croccante e integra. Freschezza, armonia, lunghezza infinita. Bevuto a maggio.

Menetou-Salon Morogues 2004 Domaine Henry Pellé
Adoro i Sauvignon della Loira. Ma devo ammettere che questa bottiglia - d’una denominazione che m’era sconosciuta - l’ho comprata giusto per curiosità, perché era coup de coeur della guida Hachette 2006. E meno male che ho letto l’Hachette, ché questo è bel bianco, freschissimo, floreale, denso di frutto bianco. Bevuto a marzo.

Piemonte Moscato d’Autunno 2005 Paolo Saracco
Che complessità d’agrumi e albicocce surmature e pesche gialle in piena estate e fiori primaverili e miele e perfino la speziatura fine di certi dolcetti tedeschi. E che equilibrio, con quella freschezza che dà grande slancio e rende onore alla dolcezza. Ed ha lunga persistenza e gratificante beva. Gran Moscato, gran vino. Bevuto a settembre.

St.-Émilion Gran Crû Classé 1970 Chateau Fombrauge
Miseria che slancio giovanile che ci ho trovato in questo rosso bordolese ormai più che trentacinquenne. Il naso non era magari di quelli indimenticabili, ma la bocca, ragazzi… Che succosa freschezza. Quasi vinosa. Piena di vita. Ricca di frutto. Trovarne, di vecchietti così. Bottiglia bevuta, con soddisfazione, ai primi d’aprile.