<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833</id><updated>2011-08-01T14:49:52.056-07:00</updated><category term='LA STANZA DELL&apos;ANGELO'/><category term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>La stanza dell'Angelo</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>131</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1746321822166429964</id><published>2009-01-01T22:00:00.000-08:00</published><updated>2011-03-27T07:10:28.189-07:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='LA STANZA DELL&apos;ANGELO'/><title type='text'>Alla sua maniera (ma che direbbe il proto?)</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_VWUhC2T1Lvs/SVex1qL-5wI/AAAAAAAAA6c/YKCmscUah4s/s1600-h/terredibonifica.JPG"&gt;&lt;img alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5284888223158298370" src="http://2.bp.blogspot.com/_VWUhC2T1Lvs/SVex1qL-5wI/AAAAAAAAA6c/YKCmscUah4s/s320/terredibonifica.JPG" style="cursor: pointer; float: left; height: 257px; margin: 0pt 10px 10px 0pt; width: 200px;" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="color:red;"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;C'erano una volta i correttori di bozze. Proto, li chiamavano. Erano i tempi in cui i giornali e i libri non si facevano col computer. Così quegli oscuri lavoranti di tipografia passavano e ripassavano i testi per trovare errori e svarioni. E avevano due ossessioni: la gestione dei righini e gli a capo. Nel primo caso, era ritenuto un affronto alla professione lasciare una riga solitaria alla fine o all'inizio della pagina: le vedove e le orfane, le chiamavano. Nell'altro caso, andavano alla caccia di quelle involontarie paroline scostumate che inavvertitamente fossero nate dalla divisione sillabica. Ché era inammissibile che una riga cominciasse con sesso (per esempio dalla spezzatura di pos-sesso o con-sesso) e men che meno - figurarsi! - con fica (per esempio dalla suddivisione di magni-fica, quali-fica, speci-fica).&lt;br /&gt;Mi son venuti in mente vedendo l'etichetta d'un vin dolce della zona di Lison, Veneto orientale. Il Terra di Bonifica di Toni Bigai. Che scrive, birichino a di poco: Ter - a capo - Ra di - a capo - Boni - a capo - Fica. Una svista dovuta al fatto che non ci son più i proto d'una volta? Macché, non ci credo. Perché poi leggi la contr'etichetta, e vedi che è tutta giocata sulla provocazione.&lt;br /&gt;Dice così: «Terra di bonifica è un vino dolce ottenuto da uve bianche Picolit e Tocai, prodotte in zona non vocata, frutto di una lunga fermentazione in barrique, vuole contrastare l'egemonia e la presunzione di chi solo si fregia di una zona vocata. Inizio a produrre vino dolce, punto d'arrivo per un vero enologo, "questa è la mia opinione e io la condivido.» Geniale.&lt;br /&gt;Ora, di Toni Bigai non so praticamente null'altro. Mi si dice che è eclettico personaggio del vino che vuol rilanciare la sua terra, quella "non vocata" di Lison, appunto. E che per questo s'è messo in proprio, affrancandosi dall'azienda paterna. E, avendone tastati i vini, condivido il termine usato da Vini d'Italia, la guida del Gambero Rosso &amp;amp; Slow Food: rusticità.&lt;br /&gt;E il Terra di Bonifica? Vino strano, inconsueto. Al naso ha toni quasi di lieviti: mi ricorda, che so, le birre bianche del Belgio (che poi è la stessa nota che ho incontrato in un altro vino dello stesso produttore: si chiama A Mi Manera, "alla mia maniera", un bianco da uve, mi pare, di tocai, picolit, malvasia e chardonnay, ma mi potrei sbagliare). In bocca ha vaghe e piacevoli vene aromatiche e andamento burroso e bella sapidità che aiuta la beva. Passito personalissimo. Fatto davvero "alla sua maniera". Nella mia scala di piacevolezza, gli darei due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;Aggiungo: chi ha la possibilità, li tenga d'occhio i vini di Toni Bigai. Potrebbe sorprendere.&lt;br /&gt;Sia chiaro: è solo una mia opinione, ma va da sé che io la condivido...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1746321822166429964?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1746321822166429964/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2009/01/alla-sua-maniera-ma-che-direbbe-il.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1746321822166429964'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1746321822166429964'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2009/01/alla-sua-maniera-ma-che-direbbe-il.html' title='Alla sua maniera (ma che direbbe il proto?)'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_VWUhC2T1Lvs/SVex1qL-5wI/AAAAAAAAA6c/YKCmscUah4s/s72-c/terredibonifica.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1664411870168863141</id><published>2007-12-19T13:30:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:32:06.346-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>È Natale, vai con la birra!</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È Natale, e come sappiamo, siamo tutti più buoni: non è mica vero, ma ogni tanto è bello illudersi.&lt;br /&gt;È Natale, e la cassetta della posta, e la casella delle email traboccano di auguri. E di solito tocca anche ai giornali, perfino quelli on line come quest’InternetGourmet che avete la pazienza di leggere (ed è stato letto 250mila volte: sono proprio contento), fare gli auguri ai lettori. E sia, e gran volentieri: auguri!&lt;br /&gt;È Natale, e sui magazine d’enogastronomia si elargiscono consigli in tema di ricette e vini e abbinamenti e sfiziosità varie, regalini golosi inclusi. E dunque anche su questo tema vedo d’essere allineato. Eccoci dunque col pezzo natalizio a soggetto. Ma non parlo né di piatti, né di vini: è la birra stavolta la protagonista. O meglio, son le birre di Natale. Meglio ancora, le Noël del Belgio, che adoro.&lt;br /&gt;Siccome però sono un po’ di corsa e anche un po’ pigro, la parte centrale di quest’intervento la prendo pari pari da un pezzo che ho scritto un paio di settimane fa per la Pagina del Gusto del quotidiano L’Arena (buon Natale a Morello Pecchioli, il mio capo, che cura la pagina). E poi, alla fine, ci metto gli appunti di degustazione delle sei bière de Noël tastate alla Taverna Kus nella degustazione che abbiamo allestito qualche giorno fa: la cena era a base di stinco di maiale al forno, gorgonzola naturale con miele di castagno, torta al cioccolato. Wow!&lt;br /&gt;E insomma: eccoci qua. Dici: «Birra», e pensi alla schiumosa bevanda giallo-dorata moderatamente alcolica che si serve in pizzeria. Ti dicono invece: «Birra di Natale» e magari fai un po’ fatica a capire di cosa si tratti. Eppure questi sono proprio i giorni delle bière de Noël, capolavori dell’arte birraria belga. È stato nei giorni scorsi che, uno dopo l’altro, i piccoli birrifici artigianali del Belgio hanno fatto uscire le loro birre natalizie.&lt;br /&gt;Produzioni limitate, rare, intriganti. Che non hanno nulla, ma proprio nulla a che vedere con le bionde copiosamente tracannate dal boccale.&lt;br /&gt;Sono scure: il colore va dall’ambrato al bruno carico. Di alcol ne hanno un bel po’, dagli 8 fino ai 13 gradi, mica scherzi. Vietato berle gelate: tutt’al più fresche, attorno ai 14 gradi di temperatura, ma se vanno a 18 non c’è problema, come se fossero dei vini rossi importanti. E come un buon rosso, normalmente, sono in bottiglie da 0,75, perché è nella boccia da tre quarti che sviluppano al meglio i loro strepitosi caratteri aromatici. In etichetta, temi classici del periodo: neve, alberi addobbati, notti stellate, angioletti, monaci, l’immancabile Babbo Natale, scoiattoli, gnomi. Spesso la decorazione è addirittura serigrafata direttamente sulla boccia. Tra le birre di Natale del mito belga ci sono la Noël St. Feuillien, la Christmas Ale St. Bernardus, la Noël dell’Abbaye des Rocs, la Chouffe N’Ice, la Binchoise de Nöel, l’alcolicissima Bush de Nöel. Sono birre che riescono perfino a invecchiare bene: qualche anno non gli fa male. Si assaporano a sorsi. Stanno a meraviglia con la cucina invernale. Ma sono ideali anche per il dopo cena: un bicchiere basta e avanza per passarci un’ora, chiacchierando con gli amici, prendendosi un po’ di relax davanti al caminetto.&lt;br /&gt;Il gusto è decisamente unico, ammaliante. Ed è influenzato dalle segretissime ricette dei mastri birrai. Intanto, per fare le birre di Natale si usano malti selezionatissimi. E poi vien fatta l’aromatizzazione: c’è chi adopera cannella, noce moscata, coriandolo, ginepro, spesso anche del miele, e persino frutti, la buccia di arancia, in particolare. Si mormora ci si taglino qualche volta dei distillati. Ovvio che ne derivi una complessità organolettica di tutto rispetto. Intanto, hanno un gradevolissimo fondo amaro che ricorda la liquirizia, ma anche una vena di dolcezza che rammenta il miele di castagno, il caramello. Poi, la speziatura. E le note di frutta secca: nocciola, noce soprattutto. E vaghi ricordi di frutti di bosco surmaturi. E una spuma cremosa e morbida. Affascinanti.&lt;br /&gt;Adesso le schede delle sei birre che ho citato di sopra. Di ciascuna fornisco l’indice di piacevolezza media riscontrato nella degustazione: eravano in sedici, e il voto poteva andare da zero a dieci, inclusi il mezzo punto. Poi c’è il mio consueto parere in faccini, da uno a tre. Poi ancora il prezzo all’ingrosso in bottiglia da 0,75 (è questo il formato giusto).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Spéciale Noël Abbaye des Rocs&lt;/b&gt; Al naso trovi la crosta di pane scaldato nel forno e una leggera vena di anice. La bocca è ampia, avvolgente, dolceamara: malto, liquirizia, memoria tenue di dattero, nocciola tostata. Epperò anche clorofilla, eucalipto. E castagne, anche. E castagne sotto cognac, soprattutto. E c’è lunghezza. Oggi pare ancora un po’ giovinetta e scomposta, ma, secondo me, potrebbe dar sorprese alla distanza. Fatela un po’ affinare in bottiglia. Ha 9 gradi di alcol.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza medio: 7,067&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;Prezzo all’ingrosso: 5,14 euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Spéciale Noël La Binchoise&lt;/b&gt; Naso di rhum agricolo, vene di amarena candita, buccia d'arancia essiccata, spezie dolci. E via via che passa il tempo, il bouquet si fa sempre più incredibilmente affascinante: esce gradualmente l'amaretto, il liquore agli agrumi, il rosolio. Poi vene floreali, la rosa, ancora, soprattutto, e poi un po' di ciclamino. E poi ancora, prepotente, il tè al limone, al bergamotto. Incredibile. E c’è bocca elegante, con note luppolate, ma soprattutto frutta, frutta, frutta: piccolo frutto di bosco succoso, albicocca stramatura, papaya candita, fico secco. Suadente. Intrigante. 9 gradi.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza medio: 8,033&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;Prezzo all’ingrosso: 4,89 euro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cuvée de Noël St. Feuillien&lt;/b&gt; Naso da caffè e cioccolato, leggera vena di liquirizia, crosta di pane bruciata. Sentori leggeri di grafite. In bocca è potente, decisa. Malto e liquirizia: parecchio dell’uno e dell’altra. Bella lunghezza, ma non concede nulla dal lato della ruffianeria. Il finale è tutto sulla vena amara. Birra maschia. 9 gradi.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza medio: 6,900&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;Prezzo all’ingrosso 5,67 euro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;N'Ice Chouffe&lt;/b&gt; Altra birra da far affinare ancora in bottiglia, ché questa è un classico, ma ha bisogno di farsi. Oggi al naso ha tracce evidenti di alcol denaturato, con vene però di dattero, di fico, belle e mercate. La bocca è in sintonia. Ha tensione, densità, potenza. Ricorda vagamente, nella nota dolce, l'aceto balsamico. Untuosa, quasi. Una birra decisa, molto tonica dal lato acido.     10 gradi.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza medio 7,833&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;Prezzo all’ingrosso 6,17 euro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Christmas Ale St. Bernardus&lt;/b&gt; Oh, oh, oh! Direbbe Babbo Natale. Gran birra, gran birra. Naso fascinosamente antico, da sherry oloroso, da palo cortado. Memorie di mobile antico, eppoi di crosta di pane tostato, di nocciola, di mandorla amara. La mandorla esce in prima battuta anche in bocca, subito però equilibrata da una vena dolceamara di caramello e miele di castagno. Impressionante la persistenza: emergono con gradualità seducenti e sempre più salde e ricche memorie di frutta secca e poi nocciolo di pesca. Affascinante. 10 gradi.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza medio 8,400&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;Prezzo all’ingrosso 5,96 euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bush Noël Premium Brasserie Dubuisson Freres&lt;/b&gt; La Bush, la corazzata delle birre di Natale belghe. Impressionante al naso nelle sue note di rhum, di armagnac. E poi sherry. E poi botti di legno vecchie di anni e anni. E cenni perfino vinosi. L'alcol è evidente, ma importanti sono le note di agrumi canditi, di frutta secca, di frutti antichi di bosco sumaturi, di cachi maturissimi pur'essi. In bocca è cremosa e anche densa e melassa e avvolgente e perfino vanigliata. Caramello e zucchero di canna e miele millefiori e dattero al naturale e rhum giamaicani. Potentissima. Se ma l'avessero fatta annusare senza dirmi che è una birra, avrei detto che è un passito, nobile e invecchiato, con aristocratiche vene ossidative date dall'affinamento. 13 gradi.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza medio 8,033&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;Prezzo all’ingrosso 8,52&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1664411870168863141?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1664411870168863141/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/12/natale-vai-con-la-birra.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1664411870168863141'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1664411870168863141'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/12/natale-vai-con-la-birra.html' title='È Natale, vai con la birra!'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8067023164243999520</id><published>2007-12-10T13:28:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:30:14.732-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>C'era una volta il Cabernet</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ma sì, dai: il titolo è una provocazione. Il Cabernet c’è ancora, e tanto. Altro che c’era una volta. Però l’infatuazione, quella non sarà del tutto finita, ma è un po’ sulla via del tramonto. Parlo dell’Italia, ovviamente (oh, la Francia è altra cosa: lo dice uno che adora Bordeaux). Ne restano, per carità, di buonissimi, ma l’onda lunga si sta affievolendo. O almeno mi pare.&lt;br /&gt;Tutto è cominciato sul finire degli anni Ottanta, per diventare mania nel decennio successivo. Sull’onda del successo del Sassicaia, ecco nascere vini con desinenza in aia (nel nome o nello stile) un po’ ovunque.&lt;br /&gt;Poi, è stato boom. E via a piantar cabernet e merlot dall’Alto Adige alla Sicilia, e a far vini, dunque, d’uvaggio bordolese, e a far pertanto surmaturazione, e concentrazione, e muscolo, e potenza, e fruttone, e tannino dolce da lunga sosta in barrique, e vaniglia da piccola botte. Con la benedizione di Mr Parker, di Wine Spectator. E della critica nostrana. Epperò anche dei frequentatori di ristoranti e wine bar, che quei vini li domandavano eccome.&lt;br /&gt;Oh, per carità: dicevo della concentrazione eccetera, ma mica sempre ci si è riusciti. Ed anzi, tante, troppe volte ci si è trovati e ci si trova ad avere a che fare con cabernet &amp;amp; merlot scomposti e verdi e crudi e allappanti o stucchevolmente dolci. Ma, ho detto, di buoni ce n’è stati e ce n’è. Però non è più la moda a dettar legge. E quel che è buono emerge, finalmente, perchè è appunto buono. E basta.&lt;br /&gt;Era moda, dicevo. E le mode cambiano. E mi domando se davvero serviva metter mano ai disciplinari nostrani per ficcarci dentro a ogni costo le vigne bordoleseggianti. E a cabernetizzare l’italico vigneto. E a cabernetizzare anzi – così come tra i bianchi chardonnayzizzare – mezzo globo terraqueo. Ma il vino è business, si sa, e se il bordolese vola, tutti via a far bordolesi. Ecché, è forse diverso l’attuale tormentone del pinot grigio in America &amp;amp; United Kingdom?&lt;br /&gt;Ora, per cercar di farmi un quadro di quel che è stato ed è il fenomeno dei bordolesi dalle mie parti, ossia il Triveneto e l’area del Garda, ho allestito qualche sera fa un wine tasting durante il quale ne abbiamo stappati più di venti. Cercando di scegliere nomi importanti e altri meno. Mettendo insieme il Garda, il Trentino, l’Alto Adige, i Colli Euganei, il Friuli. Anni i più vari, con prevalenza però per il nuovo millennio. Bevendo anche un bel po’ di rossi tribicchierati dalla guida del Gambero &amp;amp; Slow Food. E qualcuno di buono buono l’abbiamo pur trovato. E adesso dei più interessanti do conto qui sotto: sono sei, quelli meglio apprezzati dai presenti. Con doppio voto: i soliti faccini, da uno a tre, e l’indice di piacevolezza medio (ai presenti alle mie degustazioni domando sempre di valutare il vino con voto decimale, usando il mezzo punto se serve, secondo il parametro della piacevolezza personale, e dunque ha 10 il vino, se ci fosse, di cui vorresti immediatamente ristappare un’altra bottiglia, e giù a scendere). L’ordine è l’indice di piacevolezza decimale.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;San Leonardo 1997 Tenuta San Leonardo&lt;/b&gt; Signori, giù il cappello. È gran rosso, questo qui. Nobilissimo. Giovanissimo, pur avendo raggiunto il decennio. Dal bicchiere emergono, di slancio, la spezia, l’erba officinale, il peperone, il frutto maturo. Naso da vino ancora giovinetto. E poi che vitalità in bocca! Ha eleganza, e freschezza invitante, e lunghezza appagante, avvincente. Vino di bel piacere e bella beva. Che ancora tanto tempo può sostare in bottiglia. Trentino. Cabernet sauvignon in prevalenza, e poi franc e merlot in piccola parte, se non erro.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 8,962&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Quaiare 2000 Le Fraghe&lt;/b&gt; Il 2000 è stato, a detta di molti, il miglior Quaiare di Matilde Poggi (ma a me è molto piaciuto, sempre, il più piccolo, e più bardolinista se vogliamo, 2003). E in effetti, questo 2000 alla distanza è rosso che tuttora stupisce e colpisce. Ha tanto frutto rosso. Maturo. Maturissimo. E spezia minuta. E pepe. E in bocca c’è sì dolcezza fruttata, ma anche nervosa vena acida, che dà spalla e ravviva. E tannino ancora giovine. Confesso: non me l’aspettavo così in gran spolvero. Veneto, lago di Garda, entroterra. Cabernet sauvignon prevalente, e poi franc.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 8,115&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Le Zalte 2003 Cascina La Pertica&lt;/b&gt; Oh, oh: secondo vino del mio lago! E son proprio piacevoli queste Zalte della Cascina La Pertica. Ricordo d’aver adorato, l’anno passato, questo 2003, e non lo riassaggiavo da un anno ormai, e l’ho ritrovato piacevole. Però s’è dovuto lasciar parecchio nel bicchiere, ché l’abbiamo dapprima trovato ridotto. Ma poi ecco il suo classico fruttino, e l’erbetta alpestre, e la vena acida che rinfresca, e il corpo minuto epperò anche la lunghezza invidiabile. Lago di Garda, sponda lombarda. Cabernet sauvignon e appena un filo di merlot. Biodinamico.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza 7,808&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Breganze Cabernet Vigneto Due Santi 2005 Zonta&lt;/b&gt; Guardate, io l’adoro ‘sto vino. Mi piace il suo frutto pulito e succoso e avvolgente, e la sua beva franca e immediata, eppur anche la sua lunghezza, da rosso di valore. È giovanissimo, certo, e dunque andrebbe bevuto un po’ più in là (e per questo qualcuno l’ha un po’ penalizzato  nella degustazione). Ma se vi capita d’incrociarlo, provatelo. Eppoi son contento che in casa Zonta non ci si monti la testa e si tengano prezzi ragionevoli, nonostante i tre bicchieri ormai fiocchino. Bravi. Per il vino e per la moderazione.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza 7,654&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Südtiroler Cabernet Sanct Valentin 1999 Cantina San Michele Appiano&lt;/b&gt; Ebbé, mica fan buoni solo i bianchi, quelli della Cantina di Appiano. E ci scommetto che tanti lo berrebbero ben volentieri ‘sto rosso. Ha dunque naso di spezia e gran fruttone e vena minerale e nota verde. E in bocca, ecco una rinfrescante memoria di pompelmo rosa e quasi buccia d’arancia, e ancora fruttino rosso. E c’è insomma contrasto intrigante fra la verzura olfattiva e l’agrumata presenza al palato. E sarebbe perfetto se non fosse per quel pelo di dolcezza di troppo. Alto Adige, ovviamente.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza 7,615&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Rosso Gemola 2001 Vignalta&lt;/b&gt; Ora, non ho dubbi: se avessi davanti una tavolata e volessi trovare un rosso che contenta un po’ tutti già al primo sorso, scelgo il Gemola. Ché è vino esemplare per quello stile che dicevo in apertura: ha tutto quel che serve, ossia concentrazione, e frutto, e dolcezza, e lunghezza, e pienezza, e avvolgenza. Fatto benissimo. Per me, in un vino ci vorrei beva maggiore, ma son gusti. E comunque, sia chiaro: un bel bicchiere lo s'apprezza eccome. Veneto, Colli Euganei, Padova la provincia. Merlot in prevalenza e il resto cabernet sauvignon.&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza 7,538&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8067023164243999520?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8067023164243999520/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/12/cera-una-volta-il-cabernet.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8067023164243999520'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8067023164243999520'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/12/cera-una-volta-il-cabernet.html' title='C&apos;era una volta il Cabernet'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-211183311139648616</id><published>2007-12-01T13:27:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:28:27.366-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>L’equilibrio e il cristallo e il vino</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Equilibrio, equilibrio, equilibrio. È quel che cerco in un un vino. Insieme con la finezza, che però ne è, a ben pensarci, conseguenza. E son proprio contento che quella parolina magica la si sia ripetuta tante e tante volte al convegno veronese promosso da Angiolino Maule - leggi produzione biodinamica a Gambellara, ossia La Biancara - con la sua associazione VinNatur. Oh, sì che son contento, ché ho massimo rispetto per le teorie steineriane, per il biologico e il naturale e quel che volete voi, ma anche - permettetelo - per chi fa con serietà agricoltura convenzionale, a condizione però che il vino che ne vien fuori, qualunque sia la pratica di fondo, sia di quelli che ti ricordi con piacere, perché t’ha donato emozione e perché qualcosa d’importante e d’unico t’ha raccontato. E quel racconto si dipana appunto, quando c’è, sull’equilibrio.&lt;br /&gt;Ora, però, che l’equilibrio d’un vino lo si ricerchi non già - non solo - in cantina, ma soprattutto dal riequilibrio in primis della vigna e della terra che le è custode e forse madre, mi par cosa meritoria. Ed efficace. Dunque, ben vengano le teorizzazione e gli empirismi dei biodinamici e dei vigneron che s’autodefiniscono naturali e autentici. A condizione - ovvio - che autentici siano l’entusiasmo e l’impegno, e non ci si fermi al mettere il bio sull’etichetta, per far marketing a buon mercato, ché non è più tempo di bolla speculativa, e val la pena ricordarsi degli anni neppur tanto remoti del boom internettiano, quando bastava mettere una e davanti al nome di un’azienda - e farla diventare appunto un’e-qualcosa - perché il titolo schizzasse in borsa, salvo poi ritrovarsi con un pugno di mosche di lì a poco. Ecco: non si faccia l’errore, ché non funziona (più).&lt;br /&gt;Premesso tutto questo, d’entusiasmo n’ho trovato parecchio fra i seguaci e i colleghi e i maestri d’Angiolino. E magari in qualcheduno di loro anche un pochetto di radicalismo, se non settarismo, ma son peccati di gioventù. Purtuttavia mi par d’aver capito che la fase d’infatuazione sta tramontando per lasciar posto a un positivo e sano realismo, che induce a ben sperare. E più di tutti m’è piaciuto, in questo, Christian Marcel, che pratica la cristallizzazione sensibile, e ha tenuta una relazione che dir fascinosa è poco. E il protagonista, questo Marcel, m’è parso persona rigorosa e trasparente e per nulla orientato a far commercio. Tant’è che ha ribadito che si tratta - il suo - d’uno strumento di ricerca, e non ancora d’una scienza esatta. Che evidenzia o può evidenziare, però, cose che sfuggono alle analisi convenzionali.&lt;br /&gt;La sottolineatura è questa: l’approccio scientifico porta all’analisi fisico-chimica, che molto spiega, ma non tutto. L’inspiegato può interpretarsi in forma antroposofica, e la cristalizzazione sensibile è in quest’area. Ch’è magari soggettiva. Ma offre un plus che sarebbe assurdo passar sotto silenzio solo perché la scienza ufficiale non se n’è ancora occupata a fondo e dunque neancora ha emesso - o voluto emettere - il proprio parere. E insomma: non tutto è spiegato e spiegabile con la scienza ufficiale, e neppure con l’antroposofia, vivaddìo, e dunque ancora molta è la strada da percorrere, ma comunque il metodo è ormai da lungo sperimentato, e dunque affianca ed integra - per chi vuole -  l’analisi scientifica.&lt;br /&gt;Ora, va detto che questa cristallizzazione sensibile è metodologia nata una settantina d’anni fa sulla scorta dei suggerimenti di Rudolf Steiner, che del pensiero biodinamico è il padre. La faccenda funziona - a soldoni - così: su un disco di vetro, s’aggiunge del cloruro di rame ad un estratto di sostanza organica o minerale. L’interazione fra il rame, che è il conduttore, e la carica elettromagnetica delle molecole in soluzione fa sì che si formino, sul dischetto, figure in forma di cristalli, immagini geometriche capaci in qualche modo esprime le forze della materia. Il problema è dar corretta lettura a quei cristalli. Ma se questo riesce, ecco che se ne traggono indicazioni utili assai sulla sanità del luogo o della pianta o del vino, sui rischi di malattia della vigna, sulle dinamiche del terroir, sulla correttezza dei portainnesti, sulla felicità della cuvée, sulla capacità d’invecchiamento. Detto così può sembrar velleitario, ma prove e riscontri porterebbero a dire che funziona, andando a dar spiegazioni possibili, plausibili, laddove l’analisi convenzionale non giunge, e dunque supportandola e arricchendola. Non m’addentrerò oltre nella questione (chi volesse saperne di più vada al sito &lt;a href="http://www.vinimage.com/" target="_blank"&gt;www.vinimage.com&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;Ora, mi soffermo invece un momento su una frase che ha detto Pierre Paillard, che ha guidato i lavori del convegno: «Ciò che conta - ha affermato - è la realtà dei fatti. Se la teoria non è in grado di spiegare i fatti, è la teoria che va cambiata, perché i fatti rimangono». In fondo, il cammino verso la conoscenza s’è sempre basato su osservazioni di questo genere. E dunque avanti con le sperimentazioni. E con la biodinamica e il naturale. Cum granu salis, però: non credo ai millenarismi, e detesto i settarismi. E cerco di prender quel che c’è di buono da tutti.&lt;br /&gt;E può figurare abritrario dir che la chimica fa morir la terra e distrugge il terroir - ed è possibile e probabilmente è anzi vero - ma nel contempo applaudire metodi che comunque il terroir lo modificano. Che altro non è, se non un modificare il terroir, il metodo illustrato al convegno - applauditissimo, appunto - che per mezzo dell’estensione interrata d’un filo di rame attorno al vigneto favorisce, incidendo sui campi elettromagnetici, il deflusso dell’acqua in eccesso? Vero è che con la procedura in questione la vigna si fa più sana ed integra e perfino più equilibrata nella vegetazione e nella fruttificazione. Vero anche però - mi pare - che la correlazione fra vigna e suolo e clima è artificiosamente modificata, e dunque dov’è il rispetto rigoroso del terroir? Così la penso, e posso aver torto, ovviamente.&lt;br /&gt;Spero anch’io, comunque, che si possa essere alla vigilia d’un nuovo umanesimo, come ha osservato Pierre Paillard. E che si possa avere un rapporto rinnovato con la vita e con la natura. E che ciascuno possa metterci del suo: «Cambiare globalmente - parole di Paillard - non è possibile. Bisogna che ciascuno cambi individualmente nel proprio ambito». Condivido. Senza però pretendere che il proprio cambiamento sia per forza l’unico e sia il solo corretto.&lt;br /&gt;In ogni caso, è vero: sono i fatti che restano. E i fatti mi dicono che negli ultimi anni ho bevuto vini fascinosi sia in biodinamica che in tecnica convenzionale. Ma anche che quand’incontri il biodinamico ben fatto, allora nel bicchiere hai vino da urlo. E che te n’accorgi all’assaggio, mica dall’etichetta. E questa personalità e ricchezza ed equilibrio che ci ritrovi ti fan riflettere (e gioire). E qui siam tornati, all’equilibrio. Che prima del vino va ricercato in vigna e nella terra. Epperò prima ancora che in vigna e nella terra, ritengo, nella mente e nel cuore.&lt;br /&gt;Ultima cosa, per sdrammatizzare, ché m’accorgo d’esser stato serioso. Un voto al convegno: alto per la partecipazione, alto per i contenuti, alto per i relatori, bassissimo e insufficiente per il break, ché non è possibile sentir parlar di vino per due giorni e trovar solo acqua minerale e succo d’arancia in cartone. Insomma: un goccio di bio-vino l’avrei pur bevuto... Vabbé, mi son rifatto, poi, a casa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-211183311139648616?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/211183311139648616/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/12/lequilibrio-e-il-cristallo-e-il-vino.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/211183311139648616'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/211183311139648616'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/12/lequilibrio-e-il-cristallo-e-il-vino.html' title='L’equilibrio e il cristallo e il vino'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-5082832989678147039</id><published>2007-11-27T13:25:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:26:50.076-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>La collina, il lago, la pioggia e il Franciacorta</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sarà che sono un cattivo autista, nel senso che certamente non amo l’automobile alla follia, ma quando c’è troppo traffico vado regolarmente in tensione. Mi capita di sicuro quando devo attraversare Brescia sulla Milano-Venezia: tutto quel caos di macchine e tir mi dà disagio. E forse di più me ne procura l’anarchia viabilistica che c’è subito fuori dell’autostrada, sulle tangenziali e superstrade bresciane che portano in città o nei sobborghi, tra file e file di capannoni, col via vai impazzito di gente che sembra non saper fare altro che spingere sull’acceleratore anche là dove correre non si dovrebbe (potrebbe).&lt;br /&gt;Ecco dunque che mi ci sono diretto con un po’ d’ansia in Franciacorta, in una tarda mattinata novembrina che pioveva a dirotto, avendo dovuto dapprima passare il trittico infernale Brescia est-centro-ovest e poi zigzagare fra il serpentone di metallo di auto e camion di fuori dal casello di Rovato.&lt;br /&gt;Gli è però che ero atteso alla mia prima vera full immersion nella bollicinosa realtà franciacortina (altre visite precedenti erano state toccate e fughe), e dunque il viaggio valeva la pena. Stavolta m’avevano organizzato una visita quelli della Sata, agenzia d’agronomi d’assalto (rintrazio in particolare Marco Tonni per avermi proposto la giornata in Franciacorta), col credo dell’equilibrio della terra e della vigna. E dunque attenti a non nutrire falsamente i suoli, che vuol dire per esempio niente chimica, e sano letame, invece, tra i filari. E poi m’aspettava Marco Zizioli, enologo giovane dalla personalità spiccata, pure lui consulente in Franciacorta, in stretta sintonia col gruppo Sata.&lt;br /&gt;Vi dirò subito che, nonostante il traffico d’avvicinamento - poi lassù a due passi dal lago d’Iseo le cose son cambiate in meglio, e parecchio - e la grand’inzuppata che mi son beccato, il pezzo di Franciacorta che ho incontrato m’è piaciuto, e un bel po’. Ed anzi le vigne spoglie e la pioggia che seguitava a scrosciare formavano, insieme, un che di suggestivo. O forse è che a me, lacustre, quei cieli grigi, quell’arie malinconiche son familiari, e usuale m’è pure la collina morenica vitata, e dunque mi rispecchio in questa terra a due passi da un lago, pur piccolino. E fascinosi ho trovato alcuni scorci, come verso le torbiere, al vigneto delle Boschette (mi par si chiami così, o sbaglio?) della famiglia Bosio. E affascinantissima (si può dire?) ho trovato la collina che, a Provaglio, è stata impiantata di vigna da Chiara Ziliani. Ed è poi tutta bellissima e stretta e fitta la vigna. Sull’esempio della Champagne. E il lavoro di consulenza agronomica lo vedi, lo tocchi con mano.&lt;br /&gt;Eppoi in Franciacorta si fa tutto con imprenditorialità somma, e dunque se si dice che il buon vino lo si fa soprattutto nel vigneto, be’, qui si prende l’agronomo che prepari la vigna, ché faccia scaturire dunque il frutto buono su cui poi - solo poi - dovrà impegnarsi l’enologo. E così va a finire che anche i piccoletti, che la consulenza agronomica magari non se la possono ancora permettere, imitano gli altri, e dunque è ben condotto tutto il vigneto - o quasi - franciacortino.&lt;br /&gt;E questo non vuol dire standardizzazione. Ché il terroir incide, eccome, se non punti all’omologazione. E dunque ecco che le bolle di Franciacorta sembrano percorrere due diverse strade: quelle che puntano al verde e al floreale, e quelle che invece mettono in luce il fruttino e la polpa.&lt;br /&gt;L’altra diversificazione è invece stilistica: c’è chi (i più) guarda alla morbidezza, e dunque mette zucchero abbastanza alto nel liqueur, ed è scelta che paga commercialmente, oggi, e chi invece ancora testardamente (evviva! Ma son pochetti) s’ostina a privilegiare la vena acida e nervosa.&lt;br /&gt;Poi c’è la terza diversità, quella che ripartisce le bolle fra il brut (e qui ci metto dentro pur l’extra brut e il raramente fatto pas dosè) e il satèn, ennesima genialata di Franciacorta, nato quindici anni fa per aver più setosità dalla minor pressione, e oggi in crescita d’affermazione. Ché poi in Franciacorta il successo è quotidianità: problemi a vendere ce n’è zero, per chi sa fare il passo giusto. E il passo giusto qui sembrano tenerlo quasi tutti.&lt;br /&gt;Adesso, per finire, qualche vino delle quattro aziende visitate, tutte seguite a Ziioli e dagli agronomi di Sata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Franciacorta Satèn Ziliani C - Chiara Ziliani&lt;/b&gt; Non è millesimato, ma la vendemmia di riferimento è una sola, quella del 2004, e la sboccatura è di giugno scorso. Ha naso vanigliato e quasi, direi, burroso, ed ha briochina all’albicocca, ed eleganza e fiore. E floreale è pure il palato, ed è anche verde, vegetale, e mi piace questo slancio rinfrescante. C’è lunghezza, e distensione. S’apre gradualmente poi sul piccolo frutto asprigno. Ed ha bella lunghezza. Figlio di vigne giovanissime, che avevano tre anni soltanto all’atto della raccolta dell’uve, dice che la collina è giusta.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Franciacorta Extra Brut Boschedòr 2003 - Bosio&lt;/b&gt; Oh, santo cielo, un millesimato del 2003! Annata della calura, che penseresti poco adatta alla bolla, e millesimata poi, e addirittura extra brut, figuriamoci! E invece il vino è interessante parecchio. Trentatrè mesi sui lieviti, è stato. E propone al naso nocciola e noce e vena minerale e, sotto, la crosta di pane appena uscito dal forno. In bocca, ecco che la bolla è cremosa, ben modulata. Ed è espressa in bella misura la freschezza. E c’è frutto, e tanto agrume (l’arancia, la sua buccia). E una vena balsamica piacevole parecchio.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Franciacorta Satèn - Riva di Franciacorta&lt;/b&gt; La prima vendemmia dell’azienda, neonata, è stata quella del 2005, ed è dunque questo (insieme al brut) il primo vino prodotto, ed è stato sui lieviti brevemente pertanto, 19 mesi o giù di lì. Ed è stato sboccato appena un paio di mesi fa. Eppure le premesse son buone. Il naso ha piacevoli note citrine e la bocca è sullo stesso piano epperò anche innervata d’eleganti memorie di fiore bianco. La struttura non è di quelle imponenti, però c’è eleganza.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Franciacorta Satèn - Valle&lt;/b&gt; Far bolicina in un agriturismo. Buona la bolla, bello l’agritur (e tutt’intorno il vigneto, in una conca), di sostanza la cucina. Cucina e Franciacorta vanno a braccetto, e col burro e l’agliatura dei piatti ci sta anche quel pelo di morbidezza in più che ha il vino. E va giù un calice dietro l’altro, nonostante gli zuccheri spintarelli, questo satèn. Il naso ha tanta nocciola, un po’ tostata perfino. E ricompare l’aroma al palato. E c’è crosta di pane. E bel fruttino di bosco. E c’è lunghezza interessante. E c’è cremosità e polpa. Non è millesimato, ma è tutto comunque della vendemmia 2002, con sboccatura a fine gennaio del 2006.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-5082832989678147039?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/5082832989678147039/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/la-collina-il-lago-la-pioggia-e-il.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5082832989678147039'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5082832989678147039'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/la-collina-il-lago-la-pioggia-e-il.html' title='La collina, il lago, la pioggia e il Franciacorta'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8300257199338037540</id><published>2007-11-19T13:24:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:25:17.059-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quei sapori che tornano dal passato</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Lo si è letto in questi giorni: a Palermo sono stati condannati per estorsione aggravata i tre imputati che erano accusati di aver chiesto il pizzo alla storica focacceria San Francesco, in pieno centro della città. Li aveva denunciati il titolare.&lt;br /&gt;Alla focacceria ci sono stato di recente. Di fronte ci stazionava una macchina dei carabinieri. Era strapieno di gente. Soprattutto giovani. Ci ho mangiato il pani ca’ meusa, il panino con la milza. Per di più maritato, e cioè arricchito col formaggio - credo sia caciocavallo: dicono così su Osterie d’Italia - tagliato a listarelle, che si fonde col calore delle frattaglie. Com’era? Straordinariamente gustoso. Un sapore antico. Unico. Se torno da quelle parti, è certo che me ne sbafo un altro.&lt;br /&gt;A Firenze non ho resistito al fascino della bancarella di Orazio Nencioni, accanto alla Loggia del Porcellino stracolma di chioschetti di vestiario e pellame. Avevo appena pranzato. Ma quando mi sono imbattuto nel furgoncino che serviva i panini con il lampredotto, be’, come facevo a passar oltre? E cosa sia il lampredotto è presto detto: trippa. «Un caso di resistenza gastronomica» dice Osterie, a proposito dei trippai fiorentini. La lessano e la tengono in caldo, per affettarla davanti a te. Poi splàf, nel panino riscaldato sulla piastra. Pesantuccia, ma irrinunciabile.&lt;br /&gt;Li chiamano, adesso, street food, questi panini schiettamente popolari. Cibo di strada. Appartengono alla tradizione. Da salvare. Da assaporare. Alla faccia delle continue restrizioni igienico-sanitarie. A volte francamente incomprensibili.&lt;br /&gt;Direte: ma come, tu, veronese, ami il panino quando il sindaco di Verona, appunto, ne vieta il consumo nelle piazze? Intanto, Tosi ha proibito d’accamparsi sui monumenti, e comunque decideranno gli elettori scaligeri se è cosa buona o no. Però mi verrebbe da dire che ha fatto bene, considerati i panini che si vendono in centro: con tutte le materie prime di pregio che si fanno in provincia, che senso ha che i turisti s’ingozzino di plasticume?&lt;br /&gt;E comunque, non è di panini che voglio riflettere in queste righe. Piuttosto di tradizione. Di cibo della tradizione. E dico evviva, perfino, alle sagre, se vi si fa da mangiare coi sacri crismi. Senza asservirsi al precotto, al preconfezionato, alle buste industriali. A Pizzighettone, nel Cremonese, sono capitato casualmente, qualche giorno fa, alla festa del fasulìn de l’öc cun le cùdeghe, e il titolo un po’ m’inquietava. Ma che saporita quella zuppa (servita in scodelle di coccio) di fagiolini dell’occhio, ormai quasi introvabili, e cotiche di maiale (tante) cotte lunghissimamente. Si può far qualità perfino nelle piazze, se si rispetta per davvero la tradizione. Se la si ha a cuore. Mica asservendola, snaturandola, plagiandola per farci soldi facili e magari esentasse.&lt;br /&gt;Ecco: la tradizione gastronomica. È questa che va d’attualità. E non solo per faccende di strada o di piazza. Non solo, ovvio, quando ci son di mezzo le frattaglie (che mangio volentieri, lo si è capito). Vedo, più in generale. un ritorno - finalmente - alla cucina tradizionale. Italica. È questa la ristorazione che funziona, oggi. Il resto vive da tempo aria di crisi. Purché non sia solo moda, passeggera.&lt;br /&gt;In realtà, credo che il mondo della ristorazione (quella qualitativamente valida, intendo, ché c’è troppa gente che ammanisce schifezze) lo si possa dividere in due. Le trattorie (le osterie) e i ristoranti tout court.&lt;br /&gt;Le prime, le trattorie, per me sono quelle che debbon fare, appunto, tradizione. Con prodotti di territorio, con tipicità del luogo, con sapienza antica. Ma attenzione: il prodotto dev’esser buono, ché altrimenti si è alla farsa, e nel nome del tradizionale si portano in tavola nefandezze. Prima il valore della materia prima, in ogni caso. E, insieme, il rispetto della storia alimentare. Magari alleggerendola, certo: mica c’è bisogno, adesso, di dar troppa sostanza, di far sentire lo stomaco pieno. E dunque meno condimento, meno unto, e magari, se possibile, cotture più moderate e brevi, che non portino a sfibrare la pietanza. Ma è questa, ripeto, la mission della trattoria: preservare la tradizione. E può esser anche cucina borghese ottocentesca: vitello tonnato, ad esempio. Ma niente tagliata con la rucola, please.&lt;br /&gt;Alla ristorazione spetta un altro ruolo. Che è quello d’applicare ingegno alle materie prime di qualità, che siano del luogo (lo preferisco) oppure no. E ci dev’essere servizio adeguatissimo. Ché questa non è più solo esperienza di gola, ma dev’essere invece festa dei sensi a tutto tondo. È il posto dove non si va a mangiare, ma a far serata. E dunque giusto piatto, giusto bicchiere, giusta tovaglia, giusta location, giusta ambientazione, giusti tempi, giuste temperature. Insomma: attenzione anche al dettaglio, alla sfumatura. E questo costa fatica e impegno, certo. E si traduce magari in prezzi non bassi. Ma giustificati, o almeno giustificabili. E poco importa se in cucina la spinta creativa la si applichi alla reinterpretazione delle tradizioni o alla creatività a tutto tondo. Qui paghi la genialità complessiva. Qui vince la testa, il pensiero.&lt;br /&gt;In comune, la mia trattoria del cuore e il mio ristorante della testa, hanno un elemento: la ricerca del prodotto. Hanno il cuoco, o il patron, che la mattina presto va al mercato a cercar di che far cucina. Che non s’accontenta di far l’ordine al telefono e aspettare il furgone. Ed hanno anzi in comune anche un altro, parimenti importante, fattore: il senso dell’ospitalità, dell’accoglienza, del rispetto del cliente, ché altrimenti chi te lo fa fare di tribolar tanto al mercato, in sala, fra le pignatte?&lt;br /&gt;In mezzo c’è di tutto. I posti dove ti nutri in qualche maniera. Con materie prime tutte uguali, prese da quei soliti tre o quattro fornitori che ti portano in casa di tutto e di più. E qui ti sbattono sul tavola la roba da mangiare e ti considerano appena un numero: «Caffè al 16!» senti gridare, e tu non sei più una persona, ma sei ridotto, appunto, a numero, quello che c’è scritto sul tavolo, su quei meschini, untuosi segnaposto. E poi magari, al momento del conto, paghi ugualmente i tuoi trenta, quaranta euro, che non son piccolo prezzo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8300257199338037540?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8300257199338037540/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/quei-sapori-che-tornano-dal-passato.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8300257199338037540'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8300257199338037540'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/quei-sapori-che-tornano-dal-passato.html' title='Quei sapori che tornano dal passato'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-2205661531597659954</id><published>2007-11-11T13:22:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:23:41.883-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Ah, la gioia che può dare un Moscato col prosciutto crudo!</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Confesso di non sapere quasi nulla del Moscato d’Asti. Del Moscato piemontese in genere, ché c’è anche la doc, appunto, del Piemonte Moscato. Non sono mai stato in zona, a veder vigne e cantine, a camminare i luoghi. Solo qualche passaggio di sfuggita. In macchina. Niente.&lt;br /&gt;Confesso un’altra cosa: che mi piace, e molto. E che lo reputo un vino di riferimento. Che gli altri italici produttori bianchisti dovrebbe assaggiare, provare, testare, valutare, studiare con attenzione. Mica per far vini uguali, no. Ma per capire i limiti. Per comprendere, intendo, dove sia il confine, che pare labile (e forse labile in effetti è), tra eleganza e grossolanità, tra armonia e stridore. Ché oggi è qui che si gioca la partita. E il Moscato non ammette errori: dolce, aromatico, effervescente, di poco corpo, o impronti il vino sulla finezza, o non c’è nulla da fare, e avrai stucchevolezza.&lt;br /&gt;Ecco: è qui il limite, è qui la sfida vera. Nei tempi (al tramonto, spero, di quei tempi) della concentrazione, del muscolo, della potenza, della struttura portata agli eccessi, del legno prevaricante, del tannino angosciante, c’è nell’Astigiano chi insegna che invece si può agire sulla levità, sulla leggerezza, sulla nuance. Che diventa fascinazione. Che intriga. Che avvince, perfino.&lt;br /&gt;Eppoi, piantiamola, vivaddìo, di considerarlo vin da dessert, il Moscato. Ci sta, certo, con le torte di mele e di pere, con le creme. Ma è vino. E a me piace pensarlo coi formaggi cremosi, magari, o coi salumi, in primis col prosciutto crudo, quello più dolce, giovane. Provatelo, Moscato e prosciutto: abbinamento da favole, accostamento che pare, sì, azzardato &amp;amp; trasgressivo, e invece è sognante connubio, con la dolcezza tattile del grasso di maiale che s’associa per similitudine con la morbidezza fruttata del vino, con la salagione che si fone con la lieve speziatura liquida, col pizzicore della vivacità minuta che pulisce il palato e prepara al nuovo boccone e al nuovo sorso, e la bocca è un’ondata di saliva. L’acquolina in bocca, s’usa dire.&lt;br /&gt;Che dite: vaneggio? Credo la pensassero così anche alcuni di coloro che son venuti alla deustazione di Moscato d’Asti che ho organizzato qualche tempo fa alla Taverna Kus, a San Zeno di Montagna, il covo dei miei wine tastings. Invece tutti sorpresi. Perfetto col prosciutto, sì, del Veneto. Ma anche col prosciutto d’anatra - artigianale - che ha portato Mario Bruno Guerra (I Rasoli è il suo agriturismo, sul Baldo), e con la sua pancetta steccata e fumé. Ammaliante con la crescenza. Perfino col Gorgonzola dolce. E s’è visto, dunque, ch’è vino vino per davvero. Vino da bere, intendo, anche a tavola. Ohibò.&lt;br /&gt;E adesso ecco qui che di seguito illustro qualcheduno dei Moscati che abbiamo tastato: riporto i migliori, e sono otto sui sedici messi nel bicchiere. Con un’avvertenza, e cioè che, ahinoi, parecchie ossidazioni abbiam trovato. Per colpa, ritengo, di cattive conservazioni nei magazzini dei distributori e dei rivenditori (ché da loro li abbiamo presi i più tanti). E per questo son finite fuori gioco, per esempio, le bocce della Caudrina di Romano Dogliotti, che in passato ricordo da sogno, e invece stavolta... Peccato. E il Moscato ha in fondo anche questo d’anomalo: richiede cura nel conservarlo, nel tenerlo. Ché non ti perdona niente, e uno sbalzo di temperatura gli può esser fatale. Ma possibile che chi lo vende non sappia queste cose? Possibile non gli si voglia bene, a un gioiellino del genere, e lo si tratti male assai, lo si deturpi?&lt;br /&gt;Oh, mi viene alla mente un’altra avvertenza: vedrete ben tre etichette di Paolo Saracco. Non stupitevi: è un genio, in fatto di Moscato. Almeno, io la penso così.&lt;br /&gt;Ecco i vini, col doppio punteggio: centesimi e faccini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Piemonte Moscato d'Autunno 2006 Paolo Saracco&lt;/b&gt; Il commento generale dei partecipanti alla degustazione? Che sembra un bianco della Loira, floreale e fruttato di frutto bianco ed erbaceo di salvia e d’ortica, d’erba limoncella perfino. Come un bellissimo Sauvignon francese, ma con l’effervescenza in aggiunta, su un corpo minuto ma fascinoso. Un cameo. Seducente, intrigante, sensuale. Gioioso. Lo bevi, lo ribevi, non te ne stanchi mai. Elegantissimo. Lo reputo uno dei più grandi bianchi d’Italia, e non vi sembri un azzardo.&lt;br /&gt;91/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Moscato d'Asti 2007 Paolo Saracco&lt;/b&gt; La nuova annata. Qualcheduno l’ha preferito al 2006 (che leggete qui sotto) per la vena verde rinfrescante, dissetante. Giovanissimo, ancora non del tutto espresso. Eppure è lì che avanza, col suo classico stile, la sua tensione. Grintosissimo.&lt;br /&gt;85/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Moscato d'Asti 2006 Paolo Saracco&lt;/b&gt; Oplà, altra bella bottiglia! Bellissimo naso, fruttato, floreale, speziato. Leggero tono di noce. E bella bocca, soda. Frutto ben espresso. Distensione, armonia. Piacevolissimo, per nulla stucchevole.&lt;br /&gt;84/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Moscato d'Asti 2006 Cascina Fonda&lt;/b&gt; Naso dapprima un po' ritroso a concedersi. Poi s’apre con gradualità su toni floreali e di pesca bianca e di pera Kaiser. Varietale. Bocca delicata, direi di bell’eleganza. Dolcezza non invasiva. E c’è anche una bella lunghezza. Piacevole parecchio.&lt;br /&gt;84/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Moscato d'Asti Biancospino 2006 La Spinetta&lt;/b&gt; Fragranze finissime, floreali. Fiori bianchi. Pera kaiser un po' acerba. Bocca piacevole, ancora su toni di fiore bianco, con leggero fondo di nocciola e di mandorla. Parecchio dolce, però.&lt;br /&gt;83/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Moscato d'Asti 2006 G.D. Vajra&lt;/b&gt; Che strano vino! All’olfatto è quasi minerale. Molto personale. Fatica a concedersi. Non ha quelle note varietali che t’aspetti. C'è qualche cenno di lavanda secca, vene resinose, coccola di cipresso. Leggera speziatura, memorie balsamiche. In bocca è tesissimo, nervoso, scattante. Piuttosto lungo. Ripeto: strano, stranissimo vino.&lt;br /&gt;80/100 - un lieto faccino e quasi due :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Asti 2006 Cascina Fonda&lt;/b&gt; Abbiamo stappato anche qualche Asti. Spumante, intendo. Questo è quello che c’è piaciuto di più, nella serata. Bel naso, floreale, fine, pulito. Bocca sullo stesso piano. Freschezza, slancio. Leggera nota di nocciola.&lt;br /&gt;80/100 - un lieto faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Moscato d'Asti 2006 Cà Bianca&lt;/b&gt; Tecnicamente è fatto gran bene. Un pelo di personalità in più, un po’ di slancio, e affascinerebbe. Ha vena pulita di fiore e una leggera nota aromatica varietale. Pesca bianca quasi acerba. Bocca non particolarmente zuccherosa. Spezia sottile, di noce moscata.&lt;br /&gt;78/100 - un lieto faccino :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-2205661531597659954?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/2205661531597659954/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/ah-la-gioia-che-pu-dare-un-moscato-col.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2205661531597659954'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2205661531597659954'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/ah-la-gioia-che-pu-dare-un-moscato-col.html' title='Ah, la gioia che può dare un Moscato col prosciutto crudo!'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-2116074560073583952</id><published>2007-11-06T13:21:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T13:22:14.075-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quelle duecentomila bollicine di montagna</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Oh, sì sì: non fanno mica solo bianchi aromatici e rossi nerboruti e schiave scattanti, dalle parti del Südtirol. Fanno anche le bollicine. D’alta quota: le vigne sopra i seicento metri d’altitudine, sennò niente spumantizzazione. Poche bottiglie: duecentomila l’anno, appena, quando va bene. E vi dirò di più: son buone. Certo, mica tutte della stessa bontà, ed è naturale che ci sia scala di valori, sennò sarebbe preoccupante standardizzazione. Ma ce n’è qualcuna che merita alla grande, e comunque nessuna è indegna del primo e del secondo calice magari. E quasi tutte han prezzi abbordabili.&lt;br /&gt;Fors’è proprio per questa faccenda dell’altura che mi son piaciute: intendo che così, in quota, l’uva può maturare a lungo, rispetto all’altre zone spumantiste, senza però perdere di freschezza. E insomma si raccoglie mica verde. Quanto alle varietà, son le solite: chardonnay, pinot nero, pinot bianco.&lt;br /&gt;Ho avuto modo d’avvicinarle, le bolle di montagna, fuori sede (loro), a Verona, dove l’associazione dei sei spumantisti (sei in tutto) altoatesini si sono presentati, «perché – ha detto Josef Reiterer, leggi Arunda Vivaldi, che fa metodo classico a 1200 metri d’altitudine, opperbacco, e ha look da professore pazzerello di Ritorno al futuro – vogliamo far promozione dei nostri vini, ma anche fare gli ambasciatori della nostra zona». E dei sei che fan bollicine, erano presenti in cinque, ché il sesto, Von Braunbach, non ne ha neanche abbastanza per sé, figurarsi portarle in giro. E dunque c’erano, oltre al Reiterer - che da solo fa grosso modo il cinquanta per cento delle bottiglie champenois style complessive - anche Haderburg, Lorenz Martini, la Cantina Produttori San Paolo, che ha acquisito la Kössler, e Kettmeir.&lt;br /&gt;Ora, ecco produttori e vini, quelli che ho assaggiato. E se per caso avete in mente di fare una gita in Alto Adige, be’, magari prendetevene nota.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Extra Brut Arunda Vivaldi&lt;/b&gt; Ha bel naso elegante tra il fiore e il frutto bianco. E in bocca è bello secco. Eppure anche cremoso. E denso. Ed ha insomma struttura. E lunghezza sulle note di fruttino. E vena sottile, sotto, di fieno secco. Gran bella mano, credete: vino intrigante.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Cuvèe Marianna Arunda Vivaldi&lt;/b&gt; Il vino Josef Reiterer l’ha dedicato alla moglie Marianna. Ed è un bell’omaggio. Ché quest’è bolla elegantissima e aristocratica, direi. Che s’avvia classicamente con la crosta di pane e poi vira sul piccolo frutto, su finissime venature tropicali. E in bocca fonde tensione e snellezza, profondità e caratterino nervoso. E c’è frutto, tanto, nel lungo finale. Ed è da bere e ribere. Chardonnay in legno, pinot nero in acciaio.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Brut Haderburg&lt;/b&gt; Nata nel ‘77 ai Pochi di Salorno, l'azienda diretta da Alois Ochsenreiter s’è votata da qualche anno all’assoluto credo della biodinamica. E fa bolle d’un cert’impegno. Come questo brut che è potentissimo e fruttato assai e denso e ha finale perfino balsamico-officinale. Ha bella persistenza. E insomma lo riberrei, anche questo qui, proprio volentieri. Chardonnay per l’85%, il resto pinot nero.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Pas Dosé 2002 Haderburg&lt;/b&gt; Ecco, quando dicevo che Haderburg ha vini d’impegno, mi riferivo soprattutto a questo qui, il millesimato. Che certo non è mica di facile approccio, ma pretende quasi impegno, e devi aspettare un po’ che s’apra, e allora ecco che gusti i frutti antichi del bosco, la nespola magari, stramatura. E c’è nocciola. Ed è teso, affilato come una lama. E ha tanta personalità; da mettere su piatti impegnativi.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Comitissa Brut Riserva 2002 Lorenz Martini&lt;/b&gt; Altro bel vino. Altra prima scelta, se così posso dire. Metà chardonnay, metà pinot nero, quaranta mesi sui lieviti. Secco. D’una florealità estiva, di montagna, appunto. Bocca perfino balsamica, resinosa. Carbonica minuta. Cremosità. E alla lunga il frutto bianco si fa considerevole. Buonissimo.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Praeclarus Noblesse Riserva 2000 Kössler&lt;/b&gt; Se non ho mal capito, la Cantina Produttori San Paolo ha acquisito due anni fa l’azienda vitivinicola Kössler (1878 la nascita), lasciando però integri il marchio e l’esperienza spumantistica, che verrà magari riorientata. Si sappia che ora ha bolle easy to drink, che giocano sulla morbidezza, e quest’è infatti morbido parecchio e floreale.&lt;br /&gt;Un lieto faccino e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Adige Brut Kettmeir&lt;/b&gt; Sulle colline di Caldaro. Da lì vengono il pinot bianco (metà della cuvée) e chardonnay e pinot nero, tutti in acciaio. Ha frutto giallo in bell’evidenza. E quasi rusticheggia. E in bocca - ha consistenza - ecco emergere qualche vena verde, che t’invita magari a stappare altre bottiglie dopo ulteriore affinamento. Epperò è un buon aperitivo.&lt;br /&gt;Un lieto faccino e quasi due :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-2116074560073583952?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/2116074560073583952/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/quelle-duecentomila-bollicine-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2116074560073583952'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2116074560073583952'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/11/quelle-duecentomila-bollicine-di.html' title='Quelle duecentomila bollicine di montagna'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-601442381080080699</id><published>2007-10-28T13:19:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:20:48.221-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Dieci Groppelli per me, ma non posson bastare</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sì, lo capisco, il titolo è proprio una ciofèca, stavolta. Ma, vedete, mi sono appena comprato tutta la discografia del Battisti Lucio, e me l’ascolto in macchina (sarà che mi son fatto nostalgico, che volete). E insomma, questa m’è venuta in mente, di canzoni: «Dieci ragazze per me, posson bastare». E siccome qui di seguito recensisco una diecina di Groppello di Valtènesi, come avevo promesso (promesso?) la settimana passata, ecco che il dieci ha fatto da catalizzatore. E poi c’è che questi che andrò a illustrare sono sì vini che per me - ora - vanno bene, e che ho bevuto volentieri dalla prima estate a qui, ma che non posson bastare. Nel senso che anche questi hanno ancora spazio per migliorare e puntare con decisione più in alto. E che comunque m’attendo un’ulteriore crescita di tutta la zona, ché altre aziende hanno blasone e storia e vigna. E insomma, coraggio: l’ora è quella giusta: l’ho detto e lo ripeto che mi pare si stia per spiccare il volo, sulla riva lombarda del Garda.&lt;br /&gt;A proposito del Battisti. Quella lì delle dieci ragazze, non è certo una delle sue più belle. Quella che ho proprio ficcata in testa, di suo (un tormentone, per me, che va avanti da un paio d’anni, e ne ho comprato anche le versione incise da altri: molto bella quella dei La Crus) è «E penso a te». E ce n’è molte altre che mi danno i brividi. Per esempio «Io vorrei... Non vorrei... Ma se vuoi» (avete sentito come la canta anche l’Antonella Ruggiero?). E «Il nostro caro Angelo?». Mi ci riconosco in quel «ma schiavo non sarà mai». Vabbé: divagazioni.&lt;br /&gt;Torno al Groppello. Qui sotto racconto dunque dei dieci che ho scelto, che però non esauriscono il panorama rossista della Valtènesi. Ché lì il groppello (uva) va anche a finire in uvaggio (ahimé: tecnica obsoleta) o cuvée (evviva: qui sì che ci siamo) con altre varietà (barbera, marzemino, sangiovese) per il Garda Classico Rosso (o Riviera del Garda Bresciano o Garda Bresciano, ché di denominazioni se ne sono stratificate troppe). Eppoi finisce anche in vinificazioni che direi sperimentali, col rebo, per esempio, ed altro, in table wines o in igt del Benaco Bresciano. Ma ho scelto di raccontare stavolta solo di bottiglie che in etichetta riportano la dizione monocultivar: Groppello. D’altri rossi, magari, parlerò più in là (a proposito: col groppello si fa anche il Chiaretto, rosato)&lt;br /&gt;Ora, i vini, finalmente. Metto il doppio punteggio, centesimale e in faccini. Centesimale per dire del vino in quanto a materia, contenuto. Faccini per dire della piacevolezza mia personale di bevuta.&lt;br /&gt;L’ordine è alfabetico, per produttore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Groppello Colombaio 2006 Cascina La Pertica&lt;/b&gt; Groppello beverino, sì, epperò con un bel po’ di personalità. Ed è bell’azienda, questa Cascina La Pertica: la portaerei di casa è il rosso Le Zalte, ripetutamente tribicchierato. Ha, questo Colombaio, naso intrigantissimo: frutta matura, noce moscata, canfora. Bocca su toni fruttati evoluti, maturi, morbidi. Con la spezia in grande rilievo. E il tannino marcato ma non aggressivo. E sotto, costante e invitante, il frutto macerato.&lt;br /&gt;86/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Riviera del Garda Bresciano Gropèl 2004 Comincioli&lt;/b&gt; Il Gropèl di Gianfranco Comincoli è una sorta di work in progess, di vino in continua evoluzione di stile, contrassegnando come nessun altro la ricerca continua del sindaco-vignaiolo di Puegnago. Ha naso un po’ chiuso, ma sotto c'è frutto macerato. Bocca calda, tannica, ampia, possente. E ancora molto frutto (ed anche ciliegia sotto spirito). C'è speziatura. E buona lunghezza.&lt;br /&gt;85/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Riviera del Garda Bresciano Sulèr 2003 Comincioli&lt;/b&gt; Comincioli quando fa vino ed olio non sta lì a guardar le mezze misure. Dire che è estremo è poco, e quest’è il suo pregio, ma anche - me lo si perdoni - il limite. Ché a volte è la finezza ad andarci di mezzo, e dunque occorrerà meglio focalizzare, ma so che Gianfranco ci sta molto lavorando. Detto questo, ecco il Sulèr, Groppello d’appassimento lungo, da sempre. Il naso è un po’ compresso, ma sotto c’è tanto, tanto frutto maturissimo. La bocca è grassa, concentrata, potente, fruttatissima, tannicissima.&lt;br /&gt;86/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Groppello Castelline 2006 Costaripa&lt;/b&gt; Il Groppello più piccolo, se così si può dire, di Costaripa. E m’ha lasciato in pensiero, ché non sembrava quasi neppure Groppello dell’ultima annata, con quella sua pacatezza di già quasi aristocratica. Naso da fragolona matura e prugna. Leggera speziatura. In bocca, bel tessuto tannico, vellulato. Ed è ancora sul frutto, maturo assai. Ed ha spezia e lunghezza.&lt;br /&gt;84/100 - due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Groppello Maim 2004 Costaripa&lt;/b&gt; Così elegante un Groppello non l’avevo mai trovato prima. Màim è acronimo: sta per Mattia e Imer. Di cognome fanno Vezzola. Il primo è il general manager di Bellavista, in Franciacorta. Enologo dell’anno per la mia guida, Gambero &amp;amp; Slow. Costaripa è la vigna gardesana, di famiglia. Il vino ha naso da frutto rosso appassito e surmaturo. C’è fragolona e confettura di mirtillo. Spezia. La bocca conferma il frutto macerato, ma ha slancio e beva e succosità. E c’è tannino bene esposto, ma senz’aggressività. Austero e vibrante insieme.&lt;br /&gt;88/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Bresciano Groppello Mogrì 2006 Sergio Delai&lt;/b&gt; Quando Sergio avrà vinto le ultime sue titubanze e si sarà reso conto davvero di quel che vale, be’, aspettatevi cose notevoli. Il suo Fronsàga è di già bel rosso. Questo Groppello gli sta a ruota. Naso di canfora e frutto macerato e vena speziata. Bocca ampia sul frutto, magari per ora un po' chiuso dalla nota tannica. Ha, di più, buona e speziatura. Anche qui, valurazione fiduciosa.&lt;br /&gt;80/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Bresciano Groppello 2005 Leali di Monteacuto&lt;/b&gt; L’Antonio è una gigante buono. A vedergli le mani ti fa paura, grandi come una vanga. Ma è uomo mite, quasi timido. E fa vino in garage, ché ha casa piccola e ormai non ci sta più (ma la cantina nuova è nell’aria). Fa vini che hanno carattere. E questo Groppello lo conferma. Naso fruttato di frutta rosso molto matura. Bocca tannica, potente, calda, speziata, pepata. Buona lunghezza. Potenza ma anche freschezza. Da provare, da bere. Se poi in futuro aumenterà l’eleganza...&lt;br /&gt;85/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Groppello 2005 Le Chiusure&lt;/b&gt; Oh, che Alessandro Luzzago faccia dei bei rossi a Portìs (leggi Portese, comune di San felice del Benaco) l’ho già detto parlando qualche tempo fa del suo Malborghetto (rebo, merlot e poca barbera). Ma ci ha anche un piacevole Groppello. Naso sul frutto. Bocca idem, con note di pepe e tannino magari ancora abbastanza verde, il che mi fa dire che durerà, questo rosso. Vino un po' rustico, dunque, ma fresco e bevibile. Lo promuovo sulla fiducia.&lt;br /&gt;80/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Groppello Riserva Arzane 2003 Pasini San Giovanni&lt;/b&gt; In attesa di (ri)provare il 2004, bevuto in versione provvisora, ho ritastato il 2003 dell’Arzane. E confermo quanto scrissi tempo fa, recensendolo. Una sorta di prototipo del Groppello che mira all’opulenza di frutto. Figlio del 2003, ha fruttone surmaturo, ma non cotto: ciliegia, marasca, fragolona. E sotto una sottile vena erbacea alpestre.&lt;br /&gt;84/100 - due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Groppello Balosse 2003 Zuliani&lt;/b&gt; Balòsse in bresciano vuol dir fuori di testa, pazzerello. Se non peggio. Ma le terre Balòsse sono anche un lembo di Valtènesi. Una scie di torbiera dove c’è canneto ed orchidea ed olivo e vigna insieme. Stranissima zona. Ci cavano, gli Zuliani, un crû di Groppello. Che ha naso intrigante, su toni decadenti di frutto e sottobosco (fungo secco, muschio perfino). La bocca ha frutto piacevole e rotondo. Buona beva, eppure anche tannino ben definito. Continua questa nota di frutta evoluta, accompagnata da sentori boschivi. Bella lunghezza e tannicità.&lt;br /&gt;84/100 - due lieti faccini :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-601442381080080699?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/601442381080080699/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/dieci-groppelli-per-me-ma-non-posson.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/601442381080080699'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/601442381080080699'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/dieci-groppelli-per-me-ma-non-posson.html' title='Dieci Groppelli per me, ma non posson bastare'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-9202123869539463002</id><published>2007-10-23T13:17:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:19:07.696-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Ma la Valtènesi è lì che spicca il volo</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Scrivevo nell’agosto di due anni fa: "Fate largo al nuovo Groppello".&lt;br /&gt;Ora, il Groppello in questione è vino di Valtènesi, riva lombarda del Garda. Valtènesi la scrivo con l’accento, dato che non pretendo che tutti conoscano questa plaga gardesana e che sappiano dove ne cada l’accentazione, come si pronunzi il nome, insomma. E a distanza di tempo, son proprio contento di vedere che sono stato buon profeta. Il nuovo Groppello non dico ch’è cresciuto e che s’è fatto adulto, ma certamente è nato. Credetemi: c’è bella vitalità in terra di Valtènesi, e ribadisco l’accento.&lt;br /&gt;Di Groppelli bevuti con gran piacere n’avrei da raccontare. E lo farò la settimana che viene: un poco di pazienza. Stavolta voglio dire qualcosa sull’uva e sulla sua gestione attuale e futura.&lt;br /&gt;L’uva, dunque: groppello sta per autoctono, ed è un bene. Ed è anzi un valore. Ma francamente che nell’italica concezione del vino stia montando la moda dell’autoctonia ampelografica mi fa accapponare un po’ la pelle, ché non sopporto le tendenze modaiole che periodicamente affiorano nel mondo delle bottiglie. Non me ne frega proprio niente che il vitigno possieda pedigrée indigeno, se poi con quell’uva si fanno vini d’ignobil beva. E forse ancor meno m’intriga che se ne traggan vini correttamente fatti - enologicamente composti, compitini d’enologo, pur bravo - se poi non mi sanno descrivere la terra e l’uomo, se non  mi sanno raccontare del loro terroir, insomma. Se poi quel tal vino descrive invece bene il suo terroir, e per di più è figlio d’uva autoctona, allora sono oltremodo lieto, gongolo. Ma non è il vitigno, ricordiamolo bene, l’unica componente da considerare importante, ché altrimenti si giustificano come tipici gli errori di vigna e di cantina.&lt;br /&gt;Ora, il groppello è vitigno certamente degno d’interesse. Ma non è un fuoriclasse. Nel senso che per farci vino di costrutto ci si deve molto impegnare. Non ha colore, quest’uva. Dà sovente tannino rustichello. Non è spargola (il nome, groppello, viene del resto da groppo, da uve con gli acini serrati l’uno all’altro) e quindi è facile che l’attacchino i funghi, le muffe. E forse poi (ma direi senza forse) ha bisogno di spalla, forse vuol compagnia: e dunque metterci insieme un po’ d’altre uve non guasta, anzi. Di contro, mi piace assai quel suo tono di fragolona, che assieme alla faccenda del colore chiaro m’ha fatto dire altre volte – e non lo si prenda per affronto – che mi ricorda il pinot nero borgognone, e che quello potrebb’essere dunque il riferimento per chi voglia far vino in Valtènesi.&lt;br /&gt;Badate: ne stanno prendendo consapevolezza, i vignaiuoli del luogo. E stanno tirando fuori bottiglie sempre più buone. Affrettatevi in zona, se ancora non la frequentate.&lt;br /&gt;Il salto di qualità definitivo mi par lì che arriva. Debbo pur dire che quattro passaggi l’aiuterebbero molto. E cerco di parlarne qui sotto.&lt;br /&gt;Il primo: meglio conoscer l’uva principale. So bene che s’è attivato un progetto groppello da parte del Consorzio del Garda Classico. E dunque l’auspicio è che il progetto vada avanti spedito, magari affiancando qualche ricercatore d’università ai pur volenterosi tecnici del luogo.&lt;br /&gt;Il secondo: meglio conoscere la terra, il territorio. Serve un progetto di zonazione, e mica in senso classico solo: non basta, cioè, che mi si dica se quell’ettaro è adatto o no a piantarci quella tal uva, ma voglio anche sapere quali caratteri aromatici l’uva ne ricaverà da quel suolo, quel clima, quell’esposizione. Informazione essenziale, se voglio progettare vini d’equilibrio ed eleganza e finezza ed armonia.&lt;br /&gt;Il terzo: abbandonare l’uvaggio. Ahimé, i vigneron di Valtenesi - troppi, anche se certo non tutti - amano ancora pigiare assieme le varie uve dei loro rossi, e dunque groppello e barbera e marzemino e sangiovese, ma anche da qualche tempo sempre più rebo. Lo ritengo un errore, fare uvaggio ancora, invece che far cuvée. Impossibile, assolutamente impossibile, che tutte l’uva maturino in contemporanea. Servono vinificazioni distinte, affinamenti separati, e poi far taglio. Che varierà d’anno in anno, ché ogni annata è diversa, grazie al cielo.&lt;br /&gt;Il quarto: imparare l’appassimento breve. Non nascondiamocelo: col groppello - che è uva poco adatta, essendo compatta anziché spargola - si fa sovente un po’ d’appassimento, e la ritengo cosa che può aiutare. Ma è quasi sempre appassimento empiricamente condotto: trenta giorni perché così s’è sempre fatto, per tradizione. Senza interrogarsi, invece, di come quell’uva cambi, modifichi, plasmi il proprio profilo aromatico al variare dei giorni (giorni!) d’asciugatura. Mancano riscontri scientifici, analitici, ch’aiutino il vignaiolo. Il gap va colmato da subito. Eppoi ho visto troppi locali d’appassimento del tutto impropri: esposti all’umidore, all’arie malandrine, senza regolazione alcuna.&lt;br /&gt;Detto questo, comunque si son fatti passi avanti importanti, convincenti, avvincenti sul fronte de’ rossi di Valtènesi. E son sicuri - ripeto, ribadisco, confermo, sottolineo, rimarco, evidenzio - che si è pronti per spiccare il volo. Spiccare il volo, già: far grandi rossi. Sicuro. Rossi di Valtènesi. Appunto: terroir. Col plusvalore dell’autoctono.&lt;br /&gt;Quali sono ‘sti vini? Pazientate - ripeto - fino alla prossima puntata.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-9202123869539463002?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/9202123869539463002/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/ma-la-valtnesi-l-che-spicca-il-volo.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9202123869539463002'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9202123869539463002'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/ma-la-valtnesi-l-che-spicca-il-volo.html' title='Ma la Valtènesi è lì che spicca il volo'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8831571460458268759</id><published>2007-10-13T13:15:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:17:15.929-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>E se l’appassimento cattivo scacciasse quello buono?</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;In economia, e più spesso da qualche tempo nel politichese, si cita spesso la cosiddetta legge di Gresham. Quella che afferma che la moneta cattiva scaccia quella buona. A dire il vero, sulla paternità di quest’asserzione s’è fatto un gran discorrere: pare addirittura che non sia stato nemmeno sir Thomas Gresham, agente di commercio britannico del Cinquecento, a definirla per primo. Chissà. Così pure ci si è spesso accapigliati sulla sua interpretazione autentica. E siccome questo non è un web magazine che s’occupi rigorosamente di temi economici, ecco che della legge di Gresham ripropongo una delle letture più elementari (e correnti), osservando che nel tempo si è sempre stati portati a spendere, a parità di valore nominale, le monete con peggiore contenuto metallico e a conservare invece - ed anzi accumulare - quelle con un pelo più, che so, d’oro o d’argento. In fondo, facciamo così anche adesso che c’è la moneta di carta: prima diamo via quella sgualcita, preferendo tenere nel portafoglio quella messa meglio, quella fior di stampa, come direbbero i collezionisti.&lt;br /&gt;Perché quest’incipit para-economico su questo giornale che parla di vino e (più raramente, l’ammetto, e dovrò rimediare) di cose mangerecce? Perché temo che la legge di Gresham, un po’ riadattata, possa finire per applicarsi al vino. E in particolare al vino di Valpolicella. A quello più quotato: l’Amarone. Figlio dell’appassimento.&lt;br /&gt;Non vorrei che in futuro si dovesse dire che l’appassimento cattivo ha scacciato quello buono. E cerco di spiegarmi.&lt;br /&gt;Sono un po’ preoccupato per come vedo mettersi le cose in terra valpolicellese, sissignori. E mi dispiace, perché da quelle parti ho parecchi amici. Ma una riflessione credo vada tentata. Sperando che quanto andrò dicendo si riveli sbagliato, sbagliatissimo. Che si tratti solo d’allucinazioni.&lt;br /&gt;L’Amarone, si sa, va forte. L’uva da appassimento (perché - chiederanno i maligni - ce n’è anche dell’altra che non va nei fruttai, in Valpolicella?) costa un occhio della testa. La terra ha assunto quotazioni fuori da ogni previsione. Bene: i vigneron della Valpolicella han potuto mettere fieno in cascina.&lt;br /&gt;Solo che il successo dell’Amarone ha scatenato la fantasia. E la bramosia. Ed ecco che l’appassimento non è più peculiarità solo del rosso amaronista (e del di lui storico padre, oggi reietto, il Recioto, che adoro), ma s’utilizza, direttamente o meno, per figliocci e figliastri. Figlioccio è il Ripasso, e anch’esso ha gran presa sul mercato. Figliastro è ogni rosso igt che s’avvalga, appunto, d’uva fatte seccar nei fruttai, e ne vien fuori di tutto e di più.&lt;br /&gt;Il Ripasso consiste nel far rifermentare il Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone. In questa maniera il vino assume afrori tipici dell’appassimento. E cresce in struttura e complessità. Il problema che ci si è fin da subito - giustamente - posti in terra valpolicellese era quanto Ripasso fosse lecito produrre a fronte dell’Amarone tirato fuori dall’uva d’origine. Si è giunti a stabilire che le vinacce che hanno prodotto un quintale d’Amarone possono essere adoperate per far rifermentare due quintali di Valpolicella. A me, onestamente, sembra un po’ troppo, ma capisco: business is business. E sia. Solo che non s’è pensato che, fatta la pentola, occorreva fare anche il coperchio. E così in Valpolicella sulle vinacce dell’Amarone è nato, appunto un business.&lt;br /&gt;La faccenda è questa. Mettiamo che io sia un produttore di quelli che non vogliono fare troppo Ripasso. Diciamo che ho prodotto un quintale d’Amarone e sulle sue vinacce ho ripassato un solo quintale di Valpolicella. Mi trovo virtualmente in mano diritti di Ripasso pari a un quintale, su quelle mie vinacce. Che faccio, li spreco quei diritti ripassevoli? Macché: li vendo! E piglio soldi anche lì. Così un altro può acquistare quelle mie carte e far ripassare il suo bel quintale di Valpolicella sulle mie vinacce. E dunque il Ripasso assume numero impressionanti. Senza però badare alla qualità del Valpolicella di partenza. Ed è un guaio, ché ormai il Ripasso è visto come una sorta di piccolo Amarone: non s’usa forse diffusamente questa definizione? Col prezzo che al massimo è la metà di quello dell’Amarone, ma quasi sempre scende molto, molto più in basso, a un quarto, un quinto.&lt;br /&gt;Ma non basta. Gli è che in Valpolicella a far l’appassimento delle uve son maestri. E i fruttai sono perfettamente funzionali, addirittura computerizzati. E allora perché usarli solo per appassire le uve da Amarone? Si mette ad appassire anche altra roba: che so, uve che non sono adatte, corvine che non finiranno mai nei rossi importanti, cabernet piantati in modo un po’ avventato un decennio fa sull’onda delle mode americaneggianti. E alla fine ci si ricavano rossi d’una certa struttura che riecheggiano nei toni l’originale amaronista. Magari, ci si taglia insieme anche qualche barrique del potenziale Amarone meno riuscito, che non pare idoneo per la doc del vino principe, e il gioco è fatto: è nato il super-red appassimento style. Ed escono decine e decine d’igt di fantasia (ma sono in verità centinaia, credetemi). Vagamente amaroneggianti, appunto, ancorché di qualità sovente incerta. A prezzo però quasi sempre ancora più basso del Ripasso.&lt;br /&gt;Così, può succedere che la stessa azienda, dal fruttaio tragga un Amarone - butto lì prezzi a casaccio - a 25-30 euro, un Ripasso a 9-10 e un rosso igt a 6-7. E il tutto va, ovviamente, venduto. Magari spedendo l’igt ai mercati emergenti, quelli che ancora non sono capaci d’assorbire bancali d’Amarone.&lt;br /&gt;Già, ma se su quei mercati imparano che un rosso valpolicellese d’appassimento costa 7 euro, come farete poi, cari vignaiuoli di Valpolicella, a spiegare che un altro rosso pur’esso d’appassimento della vostra terra costa quattro volte tanto, ancorché si chiami Amarone? E con tutto quel Ripasso che gira, poi, e che ha botte d’alcol sopra i 14 gradi, e che quindi amaroneggia vieppiù, non ci sarà il rischio d’un effetto sostituzione, per via del prezzo, su tutta quella fascia di wine drinkers che di spendere certe cifre non se lo possono (più) permettere? E non c’è forse il pericolo che l’appassimento peggiore scacci quello migliore, e che dunque il Ripasso scacci l’Amarone e l’igt scacci il Ripasso?&lt;br /&gt;L’ho detto di recente a qualche valpolicellista. Uno, sull’uscio della sua ultramoderna cantina, ha allargato le braccia e, sorriso stampato in faccia, m’ha ribattuto: «Finché li vendo io li faccio, vorrai mica che butti via tutta quella roba...» Già, finché li vendi, quei rossi, prendi e porta a casa. Ché il conto in banca cresce. Poi si vedrà.&lt;br /&gt;Oh, sì, forse queste cose le scrivo perché ho mangiato male, e faccio un po’ fatica a digerire. E dunque son d’umore cupo. Eppoi per me ottobre (il primo autunno) è tempo gramo, da sempre, e mi deprime. Forse, sì, le scrivo per questo, certe cose. O forse no.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8831571460458268759?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8831571460458268759/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/e-se-lappassimento-cattivo-scacciasse.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8831571460458268759'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8831571460458268759'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/e-se-lappassimento-cattivo-scacciasse.html' title='E se l’appassimento cattivo scacciasse quello buono?'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-3572864519327507476</id><published>2007-10-06T13:14:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:15:31.006-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Meno male che almeno Gino... Del Lugana e dei silenzi luganisti</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;È noto che la riconoscenza non è di questo mondo. E men che meno del mondo del vino. Per cui non mi sorprende quant’accade in terra di Lugana, ora che finalmente si sono assegnate le prime «stelle del Garda» nella disfida degustatoria delle «età del Lugana».&lt;br /&gt;Di che cosa si tratti, lo lascio dire al comunicato stampa che ho ricevuto: «La scommessa chiamata “Le età del Lugana” lanciata alcuni anni orsono dal Consorzio voleva che una commissione di esperti giornalisti ne valutasse alcune annate confrontando le stesse e riconfermandole poi, l’anno successivo. Timidamente i produttori che si avvicinarono al primo “esperimento” furono pochi...» eccetera. Di fatto, si trattava di valutare una serie di Lugana, metter da parte quelli che sembrava avessero chance di migliorare nel tempo, riassaggiarli l’anno dopo e quello dopo ancora, e se per tre anni di fila davano esito favorevole, allora li si premiava con la stella della longevità. E i primi che han passato il test triennale son due Lugana del 2003: la Riserva del Lupo di Cà Lojera e il Molceo di Ottella. Buoni.&lt;br /&gt;Ma adesso prendo l’incipit del comunicato stampa, che è questo: «Si è sempre definita “la scommessa” sulla longevità dei Lugana e, se di scommessa si trattava, ora, alla luce dell’evidenza, si può dire che la stessa sia stata vinta. Si, perché solo alcuni anni fa i Lugana tutelati dal Consorzio Tutela Lugana Doc vennero proposti ad un gruppo di giornalisti esperti del settore con la chiara intenzione di sfatare quella credenza che li voleva, essendo vini bianchi, non adatti ad un corretto e longevo affinamento. Il Lugana, si diceva e si credeva, va bevuto giovane e fresco, possibilmente d’annata. Fra i non credenti a questa volontà popolare il grande amico dei produttori di Lugana, Luigi Veronelli, incitava i produttori, sopratutto i giovani, a produrre il loro Lugana per poi dimenticarlo per qualche anno in cantina prima di commercializzarlo: “troverete grandi sorprese ed infinte soddisfazioni” diceva. Ed ancora una volta aveva ragione».&lt;br /&gt;Giusto, giustissimo: Gino aveva ragione. Ma ce l’avevo certamente anch’io. Quando creai quest’occasione di confronto sulla longevità luganista, e Gino non c’entrava proprio.&lt;br /&gt;Si sa, la riconoscenza non è di questo mondo, e neanche del mondo del vino. Ma visto che di come sia nata ‘sta faccenda non se ne dà cenno, voglio proprio togliermi lo sfizio (e già!) di mettere i puntini sulle i, e spiegare.&lt;br /&gt;E dunque, il concorso delle «età del Lugana» venne di fatto concepito una sera a casa - e poi a cena, nel suo ristorante - di Igino Dal Cero (leggasi Cà dei Frati). L’anno prima avevo accettato la proposta di Paolo Fabiani (leggasi Tenuta Roveglia), allora presidente del Consorzio luganista - oggi c’è Francesco Montresor (leggasi Ottella) -, di rimettere in sesto il vecchio concorso della stella del Garda. Solo che agli assaggi m’annoiai parecchio, anche perché la formula con la degustazione prioritaria da parte degli enologici ci aveva tolto di mezzo qualche bel vino, giacché - pensate - l’avevan ritenuto poco «tipico» (ah, quanti misfatti lungo la strada della tipicità!). E insomma, facemmo passare meno vini di quanti ne prevedesse il regolamento. E poi spiegai le scelte, in una memorabile (per me, e per molti produttori, che ancora oggi me ne ricordano) relazione: troppo legno, troppa morbidezza, troppe ossidazioni, spiegai, un po’ rudemente magari.&lt;br /&gt;La formula, dicevo, era oggettivamente vecchia, superata. E fra i meno convinti dell’operazione c’era Igino, che desiderava invece qualche cosa che fosse in grado di mettere in luce le prerogative del bianco di Lugana in termini di capacità di resistenza allo scorrere del tempo (e che belle bottiglie d’antan del Lugana I Frati ho potuto assaggiare!). E dunque, conversando, tirai fuori l’idea: che il pubblico giudicasse i vini dell’ultima annata in una sorta di concorso popolare, e che invece ai giornalisti venisse chiesto di scommettere, appunto, sulla longevità del vino, con ripetuto assaggio nel triennio. Insomma: c’è anche la mia firma su quest’operazione, vivaddìo. Ma nei comunicati non ne vedo traccia, ohibò. Ma capisco: la riconoscenza, eccetera.&lt;br /&gt;Dico poi che comunque alle degustazioni del concorso delle «età del Lugana» ho partecipato solo il primo anno, per mia scelta, e dunque non ero presente né questa volta, né la precedente, e chi deve sapere il perché dell'assenza, lo sa, ma queste son faccende mie, che nulla tolgono al vino. E aggiungo che i due premiati, il Lupo e il Molceo, son davvero Lugana rappresentativi. E non avevo comunque grandi dubbi che sarebbero approdati al traguardo. Del resto, n’avevo già parlato nell’ottobre di due anni fa. E se comprensibilmente non volete rileggere il pezzo, mi limito a riportare qui sotto quant’avevo scritto allora sui due vini oggi vincenti.&lt;br /&gt;In primis, la Riserva del Lupo 2003 di Cà Lojera: « Primo vini ad aver passato la selezione - dicevo - è il Lugana Riserva del Lupo 2003 di Cà Lojera. Per me, è un autentico fuoriclasse. Probabilmente uno dei migliori Lugana che mi sia mai stato dato d’assaggiare. L’ho già bevuto varie volte, e sempre mi si è confermato d’enorme carattere. Magari difficile, ora, da comprendere. Perché ancora chiuso, nervoso. Ma, a mio avviso, destinato a fascinoso futuro. È fatto in acciaio. Solo acciaio, niente legno. L’alcol, pur sostenuto, è quasi mascherato da una vivida freschezza, del tutto inusuale per la calda annata di cui è figlio. Emergono afrori d’agrumi (di limone, di pompelmo) e poi di citronella e d’erba di sfalcio. La vegetalità è a tutto tondo. La mineralità è lì che preme per uscir fuori. Il finale, lunghissimo, gioca sui toni della mandorla verde e della colorofilla. Lasciatelo riposare ancora, e vi darà soddisfazioni. Ci scommetto davvero». Scommessa vinta, dunque. E ne son lieto. E confermo: il miglior Lugana che ho bevuto fin qui (e garantisco che l’ho tastato spesso e lo tasto tuttora di frequente).&lt;br /&gt;Ora, il Lugana Superiore Molceo 2003 di Ottella: «Poi - scrivevo allora -, il Lugana Molceo 2003 di Ottella. Siamo nella categoria dei vini affinati nel legno. E il Molceo si conferma ancora una gran bella espressione luganista. Denso, grasso, setoso, eppure anche citrino, rigoglioso di salvia. Il passaggio in botte quasi non l’avverti. Te ne accorgi solo per una vena vanigliata sottesa all’ampia struttura. Non dovrebbe aver proprio problemi a dipanarsi al meglio nel triennio che viene». E anche qui scommessa rivelatasi corretta. E son contento, ché i Montresor sanno il fatto loro, e lavorano bene, ed è bravo assai co’ bianchi Flavio Prà, che gli è consulente.&lt;br /&gt;Ora, un altro commento. Qui sopra ho detto che entrambi i premiati, il Lupo e il Molceo, son Lugana rappresentativi. Rappresentano, intendo, le due scuole del pensiero luganista. Il primo, la Riserva del Lupo di Cà Lojera, è un vino fatto in acciaio, che nulla concede alla morbidezza, ma punta tutto su freschezza, e vegetalità, e mineralità. L’altro, il Molceo di Ottella, passa invece nel legno, e gioca sulla morbidezza polposa del frutto, su un velo di vanigliatura, sulla seduzione dolce. Riconosco, al Molceo di Ottella, gran piacevolezza. Ed è lo stile che oggi indubbiamente paga di più sul mercato. Lo stile più seguito dai produttori luganisti. Ma io - è noto - preferisco l’altra, di scuola. Quella che nulla concede alla morbidezza e alla dolcezza. Quella di Cà Lojera e del suo Lupo del 2003. Ché il Lugana è, per me - l’ho scritto più volte - rosso mascherato da bianco (mi prenderanno mica anche questa, di definizione, vero?), e guai se non tira fuori quella sua tagliente, ruvidosa anima che gli deriva dall’argille della Lugana, la terra che fu bosco e palude, prima di veder vigna. Ma siete sempre liberi di dirmi che sbaglio. O di non dire proprio niente, come fa il consorzio. Meno male che c’è almeno Gino, nelle citazioni. E certamente non ho dubbio alcuno ch’io valga non una, ma millanta volte meno di lui, e gloria alla sua memoria: ci mancherebbe.&lt;br /&gt;Che dite? Che son permaloso? Sì, proprio vero: permalosissimo, l’ammetto. Ma vorrei veder voi, al posto mio, corbezzoli!&lt;br /&gt;Post scriptum: l’escalamazione, corbezzoli!, non rientra propriamente nel mio bagaglio lessicale (che riconosco essere in genere più colorito e spesso figurativamente pertinente la fisiologia mascolina), ma me l’ha insegnata una certa persona, e la trovo appropriata, essendomi ripromesso di non eccedere, nello scritto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-3572864519327507476?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/3572864519327507476/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/meno-male-che-almeno-gino-del-lugana-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/3572864519327507476'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/3572864519327507476'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/meno-male-che-almeno-gino-del-lugana-e.html' title='Meno male che almeno Gino... Del Lugana e dei silenzi luganisti'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7494259781684145556</id><published>2007-10-01T13:11:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:13:46.618-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quaranta, e (forse) si riparte: il Bardolino alla svolta</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Stavolta cedo il passo. L’ho già fatto un paio di volte in passato, e lo rifò volentieri anche stavolta: lascio il mio spazio all’intervento d’altri. E l’altro in questione è Giorgio Tommasi, presidente della Cantina di Castelnuovo, una delle tre realtà consortili del territorio gardesano di riva orientale.&lt;br /&gt;Tommasi doveva partecipare con me e con Franco Cristoforetti (Villabella) e con l’amico Nereo Pederzolli, giornalista di quelli che ammiro, al convegno che il Consorzio del Bardolino ha organizzato per la festa dell’uva: la quarantesima vendemmia della doc bardolinista, era il tema. Eravamo a Bardolino, intendo. E in effetti ha partecipato, ma io che ero il cosiddetto moderatore dell’incontro, ho preferito metterlo sulla chiacchierata, e gli ho quindi domandato di sintetizzare. Solo che, rileggendolo, quell’intervento che s’era scritto m’è piaciuto, e gli ho chiesto se me ne dava copia, e adesso trovo giusto condividerne i contenuti. Ché non è mica così cionsueto che nella mia benacense terra si faccian riflessioni così a tutto tondo.&lt;br /&gt;Dico subito, e mica per fare il bastian contrario, che non tutto condivido appieno, ma è naturale che possa esser così. E il punto di non totale condivisione è quando - lo leggerete - si parla dei vitigni, ché Tommasi vorrebbe tornare a valorizzarne la complessità, com’era nelle origini del Bardolino, ed apprezzo l’intento, ché questo porterebbe a rifare il vino salino e piacevolmente beverino che era. Ed è pur vero, però, che dice: prima la zonazione. In modo da verificare quali siano davvero i vitigni vocati terra per terra. E dunque già si fa distinzione. Personalmente, però, e l’ho scritto più volte, son terroirista: ossia, credo nel terroir. Più che nel vitigno, che considero uno soltanto dei cento caratterii del terroir, appunto. E dunque il vitigno m’intriga solo in parte, perché soprattutto vorrei che nel vino trasparisse l’anima del luogo e la genialità dell’uomo che in quel luogo vive, il genius loci, come dice chi se n’intende di cose di sociologia ed affini.&lt;br /&gt;Detto questo, evviva! Mi piace quel che ha scritto Tommasi. E ve ne propongo la lettura. Ché finalmente nella mia terra si torna a pensare. E la rinascenza bardolinista potrebbe essere lì per arrivare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;i&gt;Produrre un Bardolino di qualità&lt;/i&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;di Giorgio Tommasi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Voglio credere che quando mi è stato proposto di esprimere la mia opinione sul come produrre un Bardolino di qualità, lo si sia fatto perché la Cantina di Castelnuovo, che presiedo, coi suoi quasi trecento soci, è il maggior produttore di Bardolino, ma anche perché per me, come per Angelo Peretti, il primo vino bevuto è stato appunto il Bardolino (anzi, qualche goccia di Recioto di Lazise, nei primi anni di vita). E perché godo della fama di essere rigoroso, forse troppo, nel pretendere il rispetto di regole che siano finalizzate ad ottenere vini di qualità.&lt;br /&gt;Accingendomi tuttavia a riordinare le idee per svolgere il tema, mi sono reso conto di quanto fosse vasto rispetto alle necessità di sintesi e complesso per me che non sono propriamente un esperto.&lt;br /&gt;Subito si è presentato il problema di definire cosa si intenda per un Bardolino di qualità: per me, è il vino prodotto con buone uve dei vitigni tradizionali, nella giusta miscela, coltivati nei migliori vigneti, all’interno della zona delimitata dal disciplinare.&lt;br /&gt;Può sembrare una definizione lapalissiana, ma non tutti sono stati e sono d’accordo.&lt;br /&gt;Vedo di seguire passo per passo la definizione proposta.&lt;br /&gt;Il vino. Per me la vinificazione deve semplicemente assecondare e seguire i naturali processi di fermentazione, macerazione e maturazione, senza introdurre strani artifici (ad esempio la barrique), utilizzando al meglio quello che la tecnologia ci offre per riprodurre su larga scala e con risultati prevedibili quello che millenni di esperienza ci hanno insegnato.&lt;br /&gt;Vitigni tradizionali. Qui comincia a nascere un problema che è di pochissimi vini, cioè la presenza di molte varietà di uva. Penso che sia improponibile e probabilmente inutile ritornare alle decine di varietà utilizzate cinquanta, cento o duecento anni fa. Però alcuni punti fermi sono necessari. La corvina e la rondinella vanno benissimo, ma come fare un Bardolino vero senza molinara (quasi sempre citata nelle retroetichette, ma quasi mai presente), senza sangiovese e negrara, senza un pizzico di garganega e fernanda? E poi i vitigni di più recente introduzione: sì a piccole dosi di merlot (che nelle nostre colline è di grande qualità) e di barbera, che hanno tradizione centenaria, no al cabernet che c’entra come i cavoli a merenda.&lt;br /&gt;Giusta miscela. È impossibile fissare percentuali precise: ad ogni produttore la sua ricetta. Mi limiterò a registrare la tendenza ad esagerare con la corvina, probabilmente per scarsità di uve di qualità degli altri vitigni.&lt;br /&gt;Nei migliori vigneti. Ci troviamo di fronte ad un altro problema particolarmente accentuato nella zona del Bardolino: la variabilità esasperata dei suoli, che provengono da substrati pedogenetici trasportati dal ghiacciaio in quattro glaciazioni (anche se solo le ultime due sono importanti). È quindi fondamentale enfatizzare l’importanza della macro e micro zonazione, che permette di individuare gli appezzamenti con diverse caratteristiche, ma comunque ottimali per la coltivazione della vite, e quelli da bandire: è questa, a mio parere, la priorità assoluta per il Bardolino! Ci avevano già pensato i nostri antenati facendo leva sull’esperienza di millenni, ed ora per molti motivi dobbiamo utilizzare strumenti moderni e scientifici come le analisi del terreno, le microvinificazioni, eccetera.&lt;br /&gt;Continuando a definire i migliori vigneti, accenno alla forma di allevamento e alla densità di impianto. Per fortuna è abbastanza semplice: va benissimo il guyot, che peraltro si avvicina al filare ad archetto già utilizzato da tempo (io coltivo vigneti impostati così che hanno sessant’anni d’età) e vanno bene le densità tra quattromila e cinquemila viti per ettaro.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda portainnesti e cloni, ritorniamo alla complessità e ai problemi. Ci troviamo con vigneti degli ultimi anni del secolo con portainnesti vigorosi (come il famigerato kober), cloni troppo produttivi e forme espanse, che convivono con i nuovi impianti sicuramente indirizzati alla qualità, ma ancora giovani per darci i grappoli migliori. E sui cloni è auspicabile intensificare gli sforzi per selezionarne di nuovi dai pochi vigneti antichi rimasti, anche per non cadere nella standardizzazione delle uve.&lt;br /&gt;Tralascio di parlare delle pratiche agronomiche, perché sarebbe troppo lungo. Solo un pensiero: la vite ha bisogno di soffrire un po’, e quindi solo eventuali irrigazioni di soccorso.&lt;br /&gt;Seguendo lo schema proposto, ritengo che avremo ottenuto non uno, ma molti Bardolino di qualità, che potranno di volta in volta essere pronti, leggeri e da bere giovani, oppure più corposi e adatti all’invecchiamento di qualche anno, con più o meno colore, più o meno salati e così via, ma tutti inconfondibilmente Bardolino.&lt;br /&gt;Per finire, un cenno al ruolo delle cantine sociali: in ogni denominazione, sono fondamentali per l’equilibrio della filiera e devono essere orientate a premiare la qualità delle uve. Già nel 1903, quando nascevano le prime cantine cooperative, il Marescalchi individuava come il principale problema la valutazione delle uve dei soci, elencando sei diversi metodi per definirne la qualità. È trascorso più di un secolo, ma il problema è sempre attuale. Con la differenza che oggi sono in fase di sperimentazione avanzata strumenti tecnologici che permettono la misurazione di fondamentali parametri qualitativi.&lt;br /&gt;La scelta di come remunerare le diverse uve incide in maniera significativa sui comportamenti e sulle decisioni del socio, non solo nel breve, ma anche nel medio e lungo periodo, influenzando la viticoltura di un intero territorio.&lt;br /&gt;Concludo con gli auguri di buon compleanno al Bardolino e… come si dice: la vita inizia a quarant’anni!&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Giorgio Tommasi&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E adesso chiudo io, da padrone di casa, e m’associo: avanti coi prossimi quaranta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-7494259781684145556?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/7494259781684145556/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/quaranta-e-forse-si-riparte-il.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7494259781684145556'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7494259781684145556'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/10/quaranta-e-forse-si-riparte-il.html' title='Quaranta, e (forse) si riparte: il Bardolino alla svolta'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-5128858869522541460</id><published>2007-09-22T13:10:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:11:42.959-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Il bianco che quasi non c’è: San Martino della Battaglia</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Stavolta vorrei raccontarvi di un bianco che quasi non c’è. Nel senso che sì, di bottiglie ne trovi, ma sono pochine. E di fatto le puoi bere solo sulla terra d’origine. Perché quella terra è un pezzetto appena. Piccolissima. E ci fan vino con l’uva innominabile: tocai friulano impiantato al confine lombardo-veneto, ma dir tocai - lo sapete - è vietato, che sennò i legislatori europei piangono, avendo deciso che il nome è solo degli ungheresi. E così un tempo quel vino portava in etichetta il nome di Tocai di San Martino della Battaglia, e invece adesso è più semplicemente San Martino della Battaglia. E il nome è quello di una frazione di Desenzano del Garda. Ed ha minuscola vigna bianchista a margine dell’argille anch’esse bianchiste del Lugana. Basse colline d’entroterra gardesano.&lt;br /&gt;È, quella di San Martino, terra che sembra quasi grondare ancora il sangue della battaglia - celebre - del Risorgimento. E mi domando se si scriva tuttora con la maiuscola, il Risorgimento. E se nelle scuole si studino anche adesso quei combattimenti. Lì a San Martino e a Solferino s’ammazzarono a migliaia, colpiti da palle di schioppo che spezzavano gli arti e da ferro affilato che squarciavano le carni. E fu sofferenza inaudita: 24 giugno 1859, tra morti e feriti furono 40mila. Fu anche, quel dolore assurdamente enorme, generatore di solidarietà, dalla gente del luogo. E da uno svizzero illuminato, Jean Henri Dunant, che in quei giorni di morte e di pianto maturò l’idea della Croce Rossa.&lt;br /&gt;Ora, non so invece come sia maturata l’idea di piantarci vigna di tocai a San Martino. Da qualche parte ho letto che sarebbero stati proprio dei furlani a portarla, perché qui sostavano portando vacche in transumanza. Chissà.&lt;br /&gt;So anche che, dopo un iniziale successo, il tocai sammartinese è lentamente caduto nell’oblio, e ormai non c’era quasi più nessuno che lo vinificasse, soprattutto nei tempi di rossi imperanti, gli anni Novanta. Ora, però, l’onda del bianco torna a montare. E magari c’è anche lo zampino del successo del cugino Lugana. E insomma, ecco che il San Martino è tornato ad uscir fuori dal guscio. Ed è un bianco che si fa rispettare. Lo fanno in pochi, ne fanno poco, ma merita attenzione, ché si bevono dei buoni bicchieri.&lt;br /&gt;Qui sotto vi conto qualcosa dei tre che ho, appunto, bevuto quest’anno. Che non son tutta la produzione, ma ci siamo vicini, ché mi pare ce ne siano ancora due o tre e basta, e quelli, ahimé, non m’è capitato di tastarli.&lt;br /&gt;Il prezzo? Non ce l’ho, ma - tranquilli - son pochi euro a bottiglia. E dunque son bocce da comprare con serenità.&lt;br /&gt;L’ordine degli assaggi è alfabetico, per azienda.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;San Martino della Battaglia Pergola 2006 Civielle&lt;/b&gt; Civielle sta per Cantine della Valtenesi e della Lugana. Il vino ha colore quasi dorato, traversato da vene erbacee. Naso di frutto giallo maturo. Bocca pure polposa, magari un po' dolcina, ecco. E poi note di camomilla (che son caratteristiche), e anche il the. E c’è buona lunghezza, e freschezza integrata. Non è il mio stile, con quella morbidezza, ma è ben fatto.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;San Martino della Battaglia 2006 Cobue&lt;/b&gt; Si concedono lentamente al naso i fiori bianchi, ed è dunque florealità ritrosa quella di questo San Martino. La bocca è rustica. Raspa come una carta vetrata. Ha freschezza in rilievo e sotto la camomilla e ricordi di fieno e poi frutto giallo non maturissimo, ma di buona densità. Vino apparentemente semplice, in realtà di bella lunghezza e materia. Da osservare.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;San Martino della Battaglia Campo del Soglio 2006 Colli a Lago&lt;/b&gt; Mi piacerebbe riprovarlo adesso il San Martino dei Formentini, ché quando l’ho bevuto, a fine giugno, era da troppo poco in bottiglia, e quindi ancora chiuso e scosso. E invece sappiate che il Campo del Soglio è sempre bel vino, appagante (buonissimo trovai il 2004). Fresco. Sapido. Ha polpa. E nitida memoria di pesca bianca.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-5128858869522541460?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/5128858869522541460/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/il-bianco-che-quasi-non-c-san-martino.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5128858869522541460'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5128858869522541460'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/il-bianco-che-quasi-non-c-san-martino.html' title='Il bianco che quasi non c’è: San Martino della Battaglia'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1893347108800324351</id><published>2007-09-14T13:09:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:10:25.408-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Chi salverà il Valpolicellino?</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ma guarda te se ci si doveva mettere la grandine per salvare il Valpolicella d’annata. Già, perché chi ha preso la tempestata di fine agosto, almeno in (buona) parte l’uva l’ha potuta raccogliere lo stesso, ché già aveva confortanti indici di maturazione, ma mica l’ha potuta destinare all’Amarone, acciaccata com’era. E allora, credo (spero), via a produrre (anche) il tanto bistrattato Valpolicellino d’annata, che altrimenti rischiava la scomparsa. Già, perché ormai è da un paio d’anni che gira voce insistente d’un possibile abbandono quasi radicale del piccolo della doc valpolicellista, sopraffatto dall’impetuoso successo commerciale di sua maestà l’Amarone e del principe Ripasso, che amaroneggia vieppiù. E dunque tutti a destinar l’uva ai super-red valpolicellesi. Appassire, appassire, è la parola d’ordine. Tutti a far cassettine di grappoli destinati al fruttaio. Ad onta del vino giovane, per il quale si adopera magari solo l’uva dei vigneti più giovani, oppure quel che resta (se ne resta) dopo la vendemmia per l’Amarone, per il Recioto, per il Superiore, per il Ripasso.&lt;br /&gt;Perché l’abbandono del piccoletto in favore dei parenti più prestanti? Perché pecunia non olet, come dicevano i latini. Tradotto e adattato in lingua locale: Schèi fa schèi. E c’è da capirli (e di schèi, in Valpolicella, ne hanno fatti, sull’onda amaronista che sembra non conoscere scoglio, il che ha davvero del sensazionale).&lt;br /&gt;Piuttosto, ci sarebbe da chiedersi se nel medio-lungo periodo si dimostri davvero azzeccata la scelta di puntare tutto su due tipologie di vino prettamente tecniche (son tutt’e due figli diretti o indiretti dell’appassimento), orientando per di più la comunicazione sui soli nomi per l’appunto della tecnica, e mettendo invece in secondo piano la denominazione di terroir: chi dice più Amarone della Valpolicella o Valpolicella Ripasso? Si semplifica, si abbrevia: Amarone, Ripasso, stop. E la Valpolicella tende quasi a scomparire dalla lingua enoica. Talché in un’indagine commissionata dallo stesso Consorzio è emerso che taluni identificano l’Amarone come vino del Piemonte o d’altre terre ancora.&lt;br /&gt;Detto questo, l’interrogativo che qualcheduno mi pone è: «Ma esiste ancora un buon Valpolicella d’annata?» Che si possa bere senza tanto rotear di calice, decanter et similia. Con qualche disimpegno e una fetta di soppressa e una di polenta brostolà. E io dico: nonostante tutto, sì, qualche piacevole vino fresco c’è. Di quelli franchi di beva e fruttati e succosi. E qui sotto fornisco l’indicazione d’una cinquina d’interessanti 2006 che ho assaggiato nei mesi estivi. E non sono solo questi i Valpolicellini da bere, ma mica tutto ho potuto tastare (ad esempio, non ho provato quello dei Venturini da San Floriano, che di solito mi piace).&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Colli Neri 2006 Cantina di Montecchia&lt;/b&gt; Colli Neri è la linea. E il vino non ha altra pretesa se non quella, vivaddìo, di farsi bere, e bene anche. Il naso è fruttato: ciliegia in primis. Senza eccessi, ma con pulizia notevole. E c’è sotto spezia leggera. In bocca è beverino e fresco e snello. Se solo avesse un pelo di lunghezza in più, potrebb’essere un piccolo fuoriclasse...&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico 2006 Corte Rugolin&lt;/b&gt; I Coati fanno bell’Amarone, elegante. Ma anche il loro baby Valpolicella è di quelli che lasciano il segno. In direzione opposta all’Amarone, ovvio: di qui snellezza, di là concentrazione. Ma c’è bel naso tra il fruttatino e lo speziato. E bocca fresca, verde, floreale (memorie di ciclamino). E c’è, sotto, una base di ciliegia e anche discreto tannino. Beverino, piacevole.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico 2006 Allegrini&lt;/b&gt; Be’, sì, m’era piaciuto di più in precedenti annate il Valpolicella basic degli Allegrini, ma è mica male neanche questo 2006. Fatto con mestiere. Naso di frutto e spezia. Bocca fruttata e tannica e fresca. Note intriganti di ciclamino insieme a quelle della ciliegia. Materia parecchia. Ecco, altri anni ci trovavo più beva, però resta un bel bicchiere.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico Il Valpolicella 2006 Buglioni&lt;/b&gt; Ecco: qui la ciliegia c’è. Magari non è esattamente un’esplosione di frutto, ma è nitida, pulita. E in bocca questo valpolicellino targato Buglioni si presenta semplice sì, da tracannare con disimpegno, ma anche ben modulato. Magari un po’ verde, ecco, ma ha frutto e vena acida in bell’evidenza e qualche nota tannica ben integrata.&lt;br /&gt;Un lieto faccino e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico 2006 Camporeale&lt;/b&gt; Probabilmente c’è chi lo troverà un po’ dolcino, un po’ morbidosetto, però ha fruttino (la ciliegia, la fragola) e caramellina al lampone. Al naso e in bocca. Punta molto a un approccio morbido, confidenziale, questo piccolo rosso di Mario Lavarini. Ma ha discreta lunghezza e, insomma, un buon bicchiere con una fetta di soppressa giovane ci sta.&lt;br /&gt;Un lieto faccino e quasi due :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1893347108800324351?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1893347108800324351/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/chi-salver-il-valpolicellino.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1893347108800324351'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1893347108800324351'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/chi-salver-il-valpolicellino.html' title='Chi salverà il Valpolicellino?'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8619982737940720745</id><published>2007-09-08T13:07:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:08:36.034-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quei dieci Soave che fanno felici i miei faccini</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;A volte t’incastrano. Se scrivi sui giornali, capita che ti chiamino a fare il moderatore a convegni, dibattiti e tavole rotonde. Spesso riesci a schivare, altre volte no. E quasi sempre ti trovi a non moderare un bel niente, ma tutt’al più a fare da timer ai relatori, che mica sempre sono fedeli ai tempi che gli hanno assegnato. E insomma, ti senti una specie di soprammobile, e basta, che apre la bocca solo per dare e togliere la parola ad altri. Succede, e non è che uno ci si senta gratificato.&lt;br /&gt;L’ultima volta in ordine di tempo m’è accaduto di fare il moderatore al Soave Versus, la rassegna annuale che il Consorzio di tutela del Soave dedica ai bianchi della denominazione. E devo dire che non è stato neanche così difficile, perché chi doveva intervenire l’ha fatto sostanzialmente nei tempi prefissati, e così il convegno - troppo lungo, come tutti i convegni, ma non per colpa di chi ci doveva parlare - è finito pressoché all’orario programmato: appena sei minuti di sforamento sono una specie di record, soprattutto se si pensa che si era partiti col solito quarto d’ora di ritardo.&lt;br /&gt;Ora, è stato un peccato non aver potuto approfondire l’ultimo intervento, quello di Stefano Raimondi, responsabile della linea «vini alcolici e bevande» dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero. Ché delle numerose slide che aveva preparato sul pc non ne ha presentate che un numero limitato, e dentro ci si leggevano dati che probabilmente era il caso d’approfondire. Dati di vendita e di posizionamento commerciale dei vini bianchi veneti nel mercato globale.&lt;br /&gt;Cercherò di riassumere per sommi capi qualcuno dei trend illustrati, e sono grato a Raimondi d’avermi lasciato una stampata delle sue diapositive.&lt;br /&gt;In primis: il divario fra export è italiano di vini rossi e bianchi si sta colmando. Ma nello stesso tempo i vini a denominazione sono da anni sostanzialmente sugli stessi volumi di vendita all’estero, mentre crescono, e parecchio, i vini da tavola. Insomma: si esporta vino che costa poco. E quest’osservazione vale tanto più per i bianchi del Veneto, ch’è la prima regione esportatrice: i prezzi medi praticati sono a quota 1,92 euro, contro un valore di 2,55 euro per la media italiana. E se proprio si vuol farsi del male con qualche altra osservazione, be’, preoccupa un pochettino vedere che quasi l’80 per cento circa dell’export vinicolo veneto è concentrato su quattro paesi: la Germania (col 41 per cento), il regno Unito (19 e passa), gli Stati Uniti (con l’8 per cento, che è dato buono, ma miserello se si pensa alla dimensione del mercato a stelle&amp;amp;strisce) e il canada (e lì siamo al 7 e più). Vien quinto il Giappone, che è quasi al 6 per cento. Si dirà: sì, ma son mercati floridi, e la Germania è partner commerciale ben piazzato. Certo, ma i tedeschi pagano poco poco il nostro vino, e concentrar le vendite lì non dà grande valore aggiunto. Meglio sarebbe convincere gli americani, ma a quello ci pensano di già i toscani, che hanno nell’America del Nord il loro mercato di sbocco prevalente, sul quale superano di molto per fatturato le vendite che fanno nell’intera Europa. E c’è da meditare.&lt;br /&gt;E la fonte è autorevole. L'Ice s’occcupa di promozione del made in Italy sui mercati internazionali. Ed ha, nel settore del vino, lunga tradizione. L’ufficio di Raimondi supporta la presenza delle imprese del settore sui mercati internazionali: fiere, workshop, comunicazione, azioni presso i punti vendita, formazione degli operatori esteri. Eppoi monitora i mercati, attraverso l’analisi dei flussi statistici (volumi, valore, tipologia, provenienza, destinazione ecc). Mica poco davvero.&lt;br /&gt;Detto questo, so che a qualcheduno fra chi legge quest’InternetGourmet gli è già venuto il mal di testa, e allora meglio darsi al vino. Nel senso di descriver qualche vin di Soave. E siccome però non ho avuto modo &amp;amp; tempo d’assaggiar tutto al Soave Versus (ed anzi mi son limitato a tastare qui e là, per provar cose nuove o per aver qualche conferma), faccio come l’anno passato e riprendo gli appunti di degustazione soavisti dell’ultimo paio di mesi, e adopero quelli, prendendo in considerazione anche aziende che al Versus non c’erano. In miscellanea, dunque. E sono una decina i Soave che (sin qui) mi son tanto piaciuti. Al punto che è diecina cui assegno, d’ufficio, i miei tre faccini gaudenti.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Monte Fiorentine 2006 Cà Rugate&lt;/b&gt; Et voilà, altra annata ed altro Fiorentine in grande spolvero. Un bianco che ha un marchio di fabbrica, con quel suo bel frutto giallo pulitissimo, croccante, succoso. Quella beva appagante. Quella snellezza. E quegli accenni di sottilissima mineralità. E quell’accenno di noce sul fondo.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Pressoni 2006 Cantina del Castello&lt;/b&gt; Il Pressoni m’è piaciuto parecchio anche in annate passate, e questo 2006 m’ha confermato, se bisogno ce ne fosse stato, la bellezza di questo crû soavista. All’olfatto ha impronta estremamente citrina. E agrumata è pure la bocca. E fresca. E vene d’ananasso e ortica e frutto bianco.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Cà Visco 2006 Coffele&lt;/b&gt; Be’, che dire del Cà Visco che io non abbia già detto in passato? È un gran bel vino. Con tutto quel frutto giallo al naso. E quella polpa fruttuosa densa che t’invade il palato. E quella ruvidità da carta vetrata che ti raspa sulla lingua. E quelle vene vegetali che rinfrescano. E via lunghissimo. Ed elegante.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Superiore Vecchie Vigne Contrada Salvarenza 2005 Gini&lt;/b&gt; C’è un prato fiorito che s’apre nel bicchiere quando annusi il Salvarenza del 2006. E floreale si porge al palato. E c’è in di più freschezza e mineralità in bel rilievo, e cenno d’erba officinale. Il finale è quello asciutto, quasi tannico, che mi piace trovare in un Soave importante.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Superiore Monte Sella 2005 Le Mandolare&lt;/b&gt; Non ricordo se ho mai scritto prima d’un vino della Mandolare. Eppure ricordo che il loro Monte Sella m’era piaciuto già nell’edizione 2004 e parecchio di più l’ho goduto nella versione 2005, con tutto quel suo frutto giallo maturo maturo e quella vena agrumata e quella spezia intrigante.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Montetondo 2006 Monte Tondo&lt;/b&gt; Frutti e fiori. Gialli. Ce n’è tanti d’entrambi, al naso e in bocca, in questo Monte Tondo del 2006. Ed ha gran polpa, tanta. Epperò anche bella freschezza che rende succosa e salina e appagante la beva. Un gran bel vino, che m’è piaciuto bevendolo un paio di volte di già da luglio a qui.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Calvarino 2005 Pieropan&lt;/b&gt; A Soave Versus il Nino Pieropan non espone. E vabbé, ma il Calvarino, bevuto a luglio, è memorabile anche nell’edizione 2005. Con quella sua tensione che gli è caratteriale e quella potenza e quella grassezza di frutto e quella vena d’ortica e quel ricordo di frutto tropicale e quelle nuanche di frutta secca.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Staforte 2005 Prà&lt;/b&gt; L’anno passato, quand’ero andato giù di testa per lo Staforte, il nuovo Soave di Graziano Prà, ci fu chi me ne disse un prógno, ed anzi ne scrisse perfino. Vabbé, adesso dite quel che volete, ma anche il 2005 mi piace, e tanto tanto. Con quel frutto bellissimo e succoso. E quella tensione di beva. E i fiori macerati.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Monte Carbonare 2006 Suavia&lt;/b&gt; Ora, nel club dei grandi del Soave, le sorelle Tessari un posto se lo son guadagnate da tempo, e il Carbonare ’06 è un conferma. V’è naso floreale (e il fiore secco che s’aggiunge a quello di prato) e bocca fra l’agrumato e il salino. E morbidezza che ti coccola e insieme anche tensione di beva.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Le Bine di Costìola 2006 Tamellini&lt;/b&gt; M’era strapiaciuto il 2004. In luglio, ho adorato il 2005. Adesso che Gaetano Tamellini m’ha fatto provare in anteprima il 2006 (da soli due mesi in bottiglia), posso dire che è uno dei bianchi più intriganti che mi sia occorso di bere negli ultimi anni (e ne ho bevuti, di bianchi). Grande e complesso.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8619982737940720745?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8619982737940720745/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/quei-dieci-soave-che-fanno-felici-i.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8619982737940720745'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8619982737940720745'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/quei-dieci-soave-che-fanno-felici-i.html' title='Quei dieci Soave che fanno felici i miei faccini'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7204639533542530900</id><published>2007-09-02T13:04:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:06:57.823-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>E i liberi vignaioli altoatesini si convertirono al tappo a vite</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ho già detto e scritto che io sto col tappo a vite. Nel senso che se il vino non è destinato a invecchiamento lungo assai, trovo la moderna chiusura screwcap pratica e intelligente e priva di sostanziali rischi. Che poi, se non finisci la bottiglia a pranzo, le riserri e la tieni (abbastanza) ben conservata fino a cena. E non è un’opzione cattiva, permettete. E ancora meglio sarebbe per il wine bar, ch’evita di lasciar la boccia aperta e rallenta l’ossidazione. Ma vabbé, mica è facile per il produttore e per il rivenditore e per il consumatore convertirsi a questa «nuova» chiusura, che certamente mett’in disparte un po’ della rituale poetica del vino.&lt;br /&gt;Gli è però che all’estero lo screwcap lo chiedono, soprattutto laddove non c’è lunga tradizione di vino. E all’estero l’usano anche, i produttori enoici. Ormai tutti i Sauvignon della Nuova Zelanda sono in tappo a vite. E si comincia a vederne in Borgogna, anche su vini d’una cert’importanza. E ce n’è in Germania per i Riesling o in Austria per i Grüner Veltliner. E magari sarà per l’affinità col mondo austro-germanico, ma i Freie Weinbauern Südtirol - l’associazione dei liberi vignaioli dell’Alto Adige, capitanata da Josephus Mayr – si son convertiti al tappo a vite anch’essi. Bene! Qualcuno ci voleva che desse il la.&lt;br /&gt;È la novità che più m’ha colpito visitando, a Bolzano, l’annuale appuntamento di Vinea Tirolensis, la classica degustazione pomeridiano-serale (di lunedì, dalle 15 alle 21: mica hanno tempo da perdere, ‘sti vigneron suddtirolesi) dei Freie Weinbauern.&lt;br /&gt;Per carità, non tutti hanno effettuato la svolta. E il sughero continua ad essere la scelta d’assoluta prevalenza. Però lo screwcap ha cominciato a vedersi sulle bottiglie d’alcuni bei nomi del vino altoatesino: Falkenstein, per esempio, tribicchierato dal Gambero Rosso &amp;amp; Slow Food per il suo Riesling, oppure Unterortl (quelli del Castel Juval, per capirci). E stessa scelta la fanno altri, piccolini, come Unterhofer, 2,3 ettari appena di terra in Oltradige. Ed è un bell’atto di coraggio. E d’apertura al mondo. Sia lode a loro.&lt;br /&gt;Dei vini, adesso. E devo dir con rammarico che ho trovato sui bianchi un 2006 in tono un po’ minore di quanto m’attendessi, e confrontato col 2005 mi pare un bel gradino sotto. Ma quest’è il bello: che qui s’interpreta l’annata, e quel che viene lo si accetta e rispetta. E comunque qualche bottiglia in grande spolvero c’è anche quest’anno.&lt;br /&gt;Dei rossi ho provato meno. Ho saltato quasi a pie’ pari i Blauburgunder, perché me n’ero fatta un’abbuffata di Pinot nero al concorso di Laimburg (e pazienza se qui c’era la nuova annata: mica tutto si può assaggiare stando in piedi e girando fra i tavoli: ah, se ci fosse una saletta per chi, come me, ha poi da scriverne!). Ho accantonato i Lagrein (qualche scelta bisogna pur farla, quando i vini sono più di duecento). E mi sono buttato sulle Schiave, curioso di sapere come venisse interpretato questo vitigno minore che sta trovando nuovo interesse, ora che si vuol vino da bere.&lt;br /&gt;Qui di seguito, in ordine sparso, le cose migliori fra quelle che ho messo nel bicchiere, sapendo che in poche ore puoi tastare con attenzione sì e no un quarto di quanto è in esposizione (per cui, chissà che belle cose mi son perso).&lt;br /&gt;Sono dieci bianchi e cinque rossi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;I bianchi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Eisacktaler Kerner 2006 Manfred Nössing&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il solito bianco fuoriclasse della Val d’Isarco: gran vino. All’olfatto esplode il frutto giallo e il fiore e l’erba alpestre. Fascinoso. In bocca è pesca polposa e soda. E c’è profondità e ricchezza. E beva vibrante. Un Kerner da antologia.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Eisacktaler Sylvaner 2006 Manfred Nössing&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Non aveva il Grüner Veltliner, Manfred Nössing, e mi si dice sia un grande Grüner. Ma insieme al Kerner strepitoso aveva un altro bianco in grande spolvero: questo Sylvaner. Erbaceo d’ortiche e di salvia. Elegante e leggiadro. Lunghissimo.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vinschgau Riesling 2006 Falkenstein&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Altra bella annata per il Riesling di Falkenstein, Val Venosta: un classico, ormai. Da bere giovane, direi, come già la vendemmia precedente. Al naso propone ricchissimo il bouquet dei fiori di montagna. Bocca polposa e tesa e fresca e resinosa.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gewürztraminer Mazzon 2006 Gottardi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Andare allo stand di Bruno Gottardi senz’assaggiare il Pinot Nero può sembrare un’eresia. Ma avrò altra occasione, mentre il Gewürz è più raro trovarlo. Ed è fra i bianchi migliori del Südtirol. Favolosamente denso di frutto e di spezia.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gewürztraminer Pinus 2006 Zirmerhof&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La sorpresa. Bella sorpresa. Josef Perwanger ha appena 0,6 ettari di vigna. Il Gewürztraminer del 2006, fatto in botte d’acacia, è splendido. Citrino (perfino ricordi di fiord d’arancio), speziato finissimamente, freschissimo, lungo.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Eisacktaler Sylvaner 2006 Garlider&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Elegante all’olfatto: tra fiore ed erba di prato alpestre. E in bocca è proprio un’esplosione di florealità bianca. E poi c’è ricordo erbaceo d’ortica. E frutta gialla sumatura. E vene di bella mineralità che rendono ancora più intrigante la beva.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Eisacktaler Kerner 2006 Strasserhof&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Al naso, la pesca nettarina croccante, quand’è ancora non del tutto matura. E poi salvia e ortica. E una vena di mineralità sottilissima. In bocca c’è apertura aromatica. E tensione. E beva nervosa. Magari un pelo di dolcezza in più.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vinschgau Weissburgunder 2006 Falkenstein&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Ancora Falkenstein, ma col Pinot Bianco stavolta. Che è vino che han bella tensione di beva. Un bianco che ha carattere e personalità nervosa. C’è bella lunghezza, e sul frutto croccante s’innesta una vena sottilissima di mineralità.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Weissburgunder Strahler 2006 Stroblhof&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Stroblhof è in Oltradige, ad Appiano. Ed ha un Pinot Bianco niente male, fresco, nervosetto il giusto, vegetale parecchio, con bell’eleganza floreale e una speziatura che mi ricorda il pepe bianco. Ed ha buona lunghezza.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bronner Julian 2006 Lieselhof&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il bronner è un vitigno ridotto a poca cosa come quantità, salvato dall’oblio. Prodotto con chimica zero in vigna e in cantina, questo bianco ha naso affascinante: foglia verde, frutto giallo maturo, litchie. Bocca aromatica, poi. E rusticità.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;I rossi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Pinot Nero Mason 2005 Manincor&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Ora, sì, ho detto che ho bevuto poco Pinot Nero, ma siccome il 2004 di Manincor m’era piaciuto proprio tanto al concorso di Egna, ho voluto provare la nuova annata. Ed è altra annata di gran piacere. Rosso elegante e di bell’appagamento.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vernatsch Wolfsthurn 2006 Stachlburg&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La bevi a secchi, questa Schiava della Val Venosta. Naso tra il fruttatino e lo speziato. Bocca che ha frutto e vena vegetale. Fresca e un po’ tannica. Piacevole. Semplice e complessa insieme. Che volete di più da un rosso di unidici gradi e mezzo?&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vernatsch 2006 Gumphof&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Altra Schiava. Dal bellissimo colore rosso pallido. Che già a guardarlo, s’to vinello, ti vien voglia di berlo. Naso di lampone. Bocca succosa di fruttino. Fresca, eppure anche col suo caratterino. E c’è tannino misurato. Se solo ci fosse un po’ più di lunghezza...&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vernatsch Amadeus 2006 Lieselhof&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Non viene filtrata, questa Schiava: l’azienda lavora così. E dunque è quasi torbida, nel bicchiere. Ed è vino rustico assai, ma anche di bella sostanza. Rosso terroso e pepato e complesso nelle note di fruttino maturo. Vorrei un po’ di freschezza in più.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vernatsch Campenn 2006 Unterhofer&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Due vini, un bianco e un rosso, entrambi in tappo a vite. La Schiava è vino di non grande pretesa, eppure di beva piacevole e sapida. Manca magari un po’ nella profondità, ma ha bocca fruttatina e pepata e sfoggia discreta lunghezza.&lt;br /&gt;Un lieto faccino e quasi due :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-7204639533542530900?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/7204639533542530900/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/e-i-liberi-vignaioli-altoatesini-si.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7204639533542530900'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7204639533542530900'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/09/e-i-liberi-vignaioli-altoatesini-si.html' title='E i liberi vignaioli altoatesini si convertirono al tappo a vite'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-9164526371497624599</id><published>2007-08-26T13:02:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:04:26.347-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Il clos in riva al lago</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Fossimo in Francia, lo chiamerebbero clos. Un piccolo appezzamento di terra - un vigneto - tutto chiuso da una cinta di mura antiche. Invece siamo in riva al Garda. A Portese, comune di San Felice del Benaco. Riva lombarda, bresciana, d’occidente. Proprio a ridosso delle ultime case del paesino.&lt;br /&gt;Ad evocare il fondo cintato c’è il nome dell’azienda: Le Chiusure. Ed a gestire l’aziendina - quattro ettari di vigna in tutto - è Alessandro Luzzago. Insieme a Paola, la moglie. Lui ha preso a far vino nel ’90. Prima lavorava nell’editoria, presso la Grafo, la mitica (almeno per me) micro casa editrice di quel visionario illuminato ch’era Roberto Montagnoli, l’unico che avrebbe (forse) davvero potuto creare una comune cultura dell’intero lago, e che invece la morte ci ha strappato troppo presto. Ma queste son mie malinconie.&lt;br /&gt;Che con la terra il sciur Luzzago avesse in ogni caso feeling lo si legge nel fatto che s’è preso una laurea in agraria. E con la casa e il terreno di Portese ci aveva comunque famigliarità, ché ci trascorreva le estati: era dai tempi della guerra che i suoi avevano preso l’abitudine d’abbandonar la vita cittadina in favore della riviera, almeno nelle giornate di calura.&lt;br /&gt;Il posto è carinissimo. A far da sentinella al vetusto portone d’ingresso ci son due gelsi monumentali (già già, monumenti naturali). A lato, affacciata sulla strada, una chiesuola dedicata a Sant’Anna, che se non ho capito male s’apre ai fedeli una volta l’anno, come s’usa cogli oratori campestri. Passato il portone, un piccolo cortile su cui dà un classico edificio rurale lumbàrd, col doppio loggiato. Affascinante.&lt;br /&gt;Ci fa, Luzzago, su quel suo appezzamento (e su un altro piccolino vicino), poche bottiglie di ben quattro vini differenti: un Chiaretto, un Groppello, e poi due uvaggi, che sono il Campei (barbera, sangiovese e marzemino) e il Malborghetto (rebo, merlot e un pelino di barbera). Bene: è di quest’ultimo che voglio parlare, del Malborghetto. Ché ne ho trovate interessantissime le due ultime annate uscite, il 2003 e il 2004. E allora sono andato a fare un giro a Portese. E Alessandro Luzzago m’ha usato la cortesia di scendere in cantina e portar su addirittura le ultime sette annate, e poi m’ha preso anche una prova di vasca del 2005 (è già in acciaio, assemblato, dopo il passaggio in legno: il vino fa un anno di barriue, ma quel che mi piace è che il rovere non l’avverti, e nemanco la tostatura) e un assaggio dalla botte del 2006. E non è certamente cosa frequente fare una verticale di nove vendemmie d’un vino rivierasco, lacustre, benacense. Ed altrettanto raro è che se ne possano comprare, d’un vino di riviera, più annate, e invece qui stanno vendendo, insieme, il 2000, il 2001, il 2003 e il 2004 (Il 2002 non si fece: anno di grandine e troppa pioggia), e li propongono a prezzi differenziati: 20 euro il primo, 16 il secondo, 17 il terzo e 14 il quarto, tenendo conto dell’età e dell’esito della vendemmia e dell’affinamento. Incredibile: pare proprio di star in Francia, dove cose del genere sono la prassi. E insomma mi toccherà parlar davvero di Clos delle Chiusure, alla franciosa.&lt;br /&gt;Aggiungo che, di fatto, ho provato quasi tutta la storia del Malborghetto (a proposito: è un igt Benaco Bresciano), dal ’97 al 2006. Esclusi il ’94 e il ’96, di cui non esiste più neanche una boccia. Mentre non si son prodotti né il 2002, né il ’95, che furono metereologicamente terribili in riva al Garda bresciano.&lt;br /&gt;Un accenno alle uve. Il taglio attuale del Malborghetto prevede una lieve prevalenza di merlot, e poi il rebo, e infine giusto un accenno di barbera. La barbera sul Garda d’occidente la si coltiva da tempo: è parte obbligatoria del Garda Classico Rosso (insieme col groppello, il marzemino e il sangiovese). Il merlot lo si conosce. Il rebo sta incontrando successo crescente in Valtenesi e dintorni. Ed è, questo rebo, un incrocio di merlot e marzemino ideato nel ’48 da Rebo Rigotti alla Stazione Sperimentale di San Michele all'Adige: in Trentino, patria natia, non sembrano dargli gran credito a questo meticcio, e invece i vigneron del Benaco lombardo gli concedono fiducia molta, e i risultati sembrano dar loro ragione. Vedremo cosa gli riserverà il futuro.&lt;br /&gt;Ora, ecco finalmente le schede dei vini. Col doppio giudizio: centesimi e faccini.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 1997&lt;/b&gt; Colore scarico, un po’ aranciato. Al naso palesa tracce ossidative, ma ancora resiste il frutto. Ed ha catrame. In bocca apre bene: evoluto, sì, ma ancora dotato di freschezza. Direi iodato, perfino, salmastro (e sarà una presenza anche d’altre annate). Piccolino, il frutto. Sta declinando, ma si beve ancora.&lt;br /&gt;78/100 – un faccino e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 1998&lt;/b&gt; Livrea rossa brillante. Naso dapprima ostico, agliato quasi. Poi si pulisce, ma il frutto fatica ad esprimersi. Ed anche in bocca avverti presenza fruttata, ma quasi compressa, involuta. E c’è una vena acidula che pare scomposta. Peccato. L’annata meno convincente fra quelle testate.&lt;br /&gt;74/100 – niente faccini&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 1999&lt;/b&gt; Solitario. Nel senso ch’è risultato, alla fine, diversissimo dall’altri. Con quella spiccata nota verde, tra l’erbaceo e la memoria di peperone. Snello, fresco, sapido. Ha bel tannino, giovanilissimo. E frutto rosso succoso. Ancora la vena iodata che s’era già trovata nel ’97. Se avesse un pelo di lunghezza in più...&lt;br /&gt;84/100 – due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 2000&lt;/b&gt; Colore bellissimo, rubino brillante. Naso fascinosamente fruttato (la ciliegia stramatura, in confettura), aristocraticamente innestato da vene d’eucalipto, di pepe. Ed ha sottili memorie catramate. La bocca è altrettanto fascinosa. Densa, polposa. Quasi masticabile, il frutto. E tannino ben definito. Gran bel vino.&lt;br /&gt;87/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 2001&lt;/b&gt; Che naso strano... Ancora quelle sensazioni iodate, ma direi più accentuate. Ancora il goudron catramoso. Ma il fruttato mi par compresso. In bocca sfoggia carattere. Carnoso, sapido. Caldo. Cenni di liquirizia. Ecco: il tannino asciuga un po’, ed è un peccato, ché la progressione del frutto ne viene stoppata.&lt;br /&gt;82/100 – due faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 2003&lt;/b&gt; La bottiglia assaggiata in azienda non andava, non mi convinceva. Un po’ cotta. Ma a casa ne avevo un’altra e l’ho aperta, e vivaddìo mi son ritrovato il bel 2003 che ricordavo: frutto, frutto, frutto. Denso, polposo, avvolgente. E c’è progressione slancio. E bella pepatura. E lunghezza di tutto rispetto.&lt;br /&gt;86/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 2004&lt;/b&gt; Alla lunga, questo 2004 finirà per battere il fascinoso 2000, ci scommetto. Mi piace. Ha frutto e nota erbacea (officinale) insieme. E bella bocca: ci trovi tensione, carattere. Ed ecco la frutta rossa succosa e densa. E bel tannino, integrato. Nulla concede alla ruffianeria: è insieme rustico ed elegante. Buono.&lt;br /&gt;87/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 2005&lt;/b&gt; Va in bottiglia in questi giorni e sarà in commercio solo nella primavera del 2005. Ho assaggiato una prova dalla vasca, non ancora il vino definitivo. Epperò già avverti che ci siamo. Magari non bellissimo come quello delle due precedenti annate, ma in linea, questo sì, in quanto a carattere ed eleganza.&lt;br /&gt;Ipotizzo 83-86/100 – troppo presto per i faccini&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Malborghetto 2006&lt;/b&gt; Solo un assaggio dalla botte. Ma già avverti bel frutto, nitido, maturo. Ed è fruttato d’interesse sia nella prova olfattiva che in quella gustativa. E insomma, se il buon giorno lo si vede dal mattino, questo 2006 promette bene davvero. Magari è un’annata un po’ piccolina, ma c’è eleganza, sissignori.&lt;br /&gt;Ipotizzo 84-87/100, ma è un azzardo - niente faccini, ovviamente, ché quest’è solo un abbozzo di vino.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-9164526371497624599?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/9164526371497624599/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/il-clos-in-riva-al-lago.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9164526371497624599'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9164526371497624599'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/il-clos-in-riva-al-lago.html' title='Il clos in riva al lago'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-9204329687822479747</id><published>2007-08-20T13:01:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:02:31.278-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Attenti a quei tre</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Se ve li ricordate non siete certamente degli adolescenti. Io li ricordo, ergo l’adolescenza, almeno anagraficamente, è passata da un pochetto. Mi riferisco a Roger Moore e Tony Curtis quando facevano «The Persuaders». Da noi, in Italia, era «Attenti a quei due». In televisione. C’era una sigla di quelle memorabili, composta da John Barry (e ne ha fatto una piacevole versione qualche anno fa Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo, nome strampalato d’una band italiana che fa musica distesa e stralunata: mica facile trovare il disco, ma se vi capitasse...).&lt;br /&gt;Tutta questa premessa, l’ammetto, solo per giustificare in qualche modo il titolo che ho messo sopra al pezzo: «Attenti a quei tre». Perché voglio parlare d’un terzetto di luganisti che certo non sono fra i più noti. Ma che han tirato fuori proprio dei bei bianchi, con la vendemmia del 2006. E che vabbé, d’accordo, son tre al posto di due, ma insomma meritano attenzione, e van seguiti. A condizione (e con la speranza) che poi ci sia continuità. E quest’è una grossa questione per l’area del Lugana: so per esperienza che ad ogni annata vien fuori la buona sorpresa, ma non è così facile aver conferma vendemmia dopo vendemmia. Ché magari l’azienda è piccina, e forse non c’è dunque mezzo di far grand’investimenti in tecnologia di cantina (e in sapere, e in consulenza). Ma in terra di Lugana non si può transigere, ché quest’è bianco importante, ma difficile. E difficoltoso è interpretarlo, il trebbiano delle argille. E mantenergli tensione, e nerbo, e sapidità, e lunghezza, e frutto pulitissimo e vena minerale. Senza scadere nella sdolcinatura modaiola o, peggio ancora, nell’aberrazione che si fa difetto. E quest’è l’altro problema del Lugana: intendo che li fan morbidi, dolcini, e capisco che a farli così si vendono facile, ma ho detto altre volte, e ribadisco, che è così poco, il Lugana, che meglio sarebbe nutrir migliore ambizione, e dunque far gran bianco, fuor dalla moda e dalla tendenza dell’attimo, che fugge (badate bene: fugge!).&lt;br /&gt;Dunque, segnalo le novità con beneficio di futuro inventario. Incrociando le dita per loro. E segnalo, aggiungo, con soddisfazione, ché fa piacere constatare come il territorio si muova, e metta nuovi nomi accanto alle storiche firme.&lt;br /&gt;Chi sono i nomi nuovi? Eccoli qui: Cascina Maddalena, Citari, Feliciana. Mica vorrete dirmi che sono i soliti noti delle recensioni guidaiole, vero?&lt;br /&gt;Di Cascina Maddalena qualcosa ho già scritto, recensendone proprio il Lugana del 2006, qualche settimana fa. Dicevo che è un’azienda piccina picciò: in tutto quattr’ettari o giù di lì. «Ma quelle poche vigne - scrivevo - metton radici in uno dei più bei crû di Lugana, credetemi». Ne sono convinto da tempo: anche in passato ho assaggiato Lugana di valore con la loro etichetta. Ma non tutte l’annate sono state allo stesso livello. Giusto per dar le coordinate per chi ci volesse andare, sappiate che sono appiccicati a Cà dei Frati. Il comune è Sirmione. Il nome della cascina sembra che venga dal fatto che Maddalena era la proprietaria del fondo quando lo comprò il nonno dell’attuale vigneron, e anche l’avo aveva per moglie una donna che si chiamava Maddalena. Ora gestiscono la piccola proprietà Luciano Zordan e la consorte Raffaella Molinari. E si dicono orgogliosi di fare agricoltura come s’usava un tempo, con la zappa. Fanno un Lugana, un rosso e un rosato.&lt;br /&gt;Di Citari assaggiai un bel San Martino della Battaglia, bianco a base d’uve di tocai. M’è rimasto in mente. Poi non ho più bevuto cose loro a lungo. Mai visti di persona, mai stato in azienda. Mi pare siano quasi all’ombra della torre risorgimentale di San Martino, comune di Desenzano del Garda. In tutto hanno una decina d’ettari di vigna, con varia cultivar. Di Lugana ne fanno pochino: un migliaio di bottiglie appena, se leggo bene le note che mi hanno fornito. Da un vigneto che credo dunque sia piccolino e molto giovane, se è vero, come mi si dice, che ha una media di circa cinquemila ceppi. Solo acciaio in cantina per il bianco luganista. Stando al deplinat, oltre al Lugana e al San Martino fanno uno Chardonnay, un Garda Classico Rosso e uno spumante.&lt;br /&gt;Feliciana è un agriturismo, a Pozzolengo. Mai stato neanche lì. E penso siaa la prima volta che assaggio i loro vini. Sul biglietto da visita che m’hanno fatto avere c’è scritto che in agritur fanno «piatti e sapori della cucina gardesana». So mica come sia, ma ci andrò: certo che se a tavola propongono il loro Lugana del 2006, possono metterci insieme quel che vogliono, ché solo il vino vale il viaggio. O meglio: di Lugana ne fanno addirittura due. Il primo è il base, fatto in acciaio. L’altro è una selezione, per la quale fanno vendemmia tardiva e appassimento perfino, e poi lo mettono anche in barrique per sei mesi: eppure mi dicono che è secco più dell’altro. La produzione enoica è solo luganista: ottomila bottiglie del Lugana base, tremila dell’altro.&lt;br /&gt;Qui sotto le schede dei vini. Quattro Lugana per tre aziende, dunque. Con la valutazione in centesimi e in faccini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lugana 2006 Cascina Maddalena&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Quest’è Lugana che ha personalità, e che magari ha bisogno d’un certo tempo per manifestarsi appieno. E invero l’ho trovato ancora un pochetto ostico al naso, che è insomma ritroso a mostrare il frutto, e ci vuol pazienza ad attenderlo nel bicchiere. In bocca invece già da subito gioca eccome sul frutto e sulla mineralità e sulla freschezza. Ha potenza e struttura e carattere. Secco. E rusticheggia.&lt;br /&gt;86/100 - tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lugana Le Conchiglie 2006 Citari&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;All’olfatto s’apre con ritrosia. Eppoi però delinea bei sentori di fiori bianchi. La bocca invece apre fin da subito, immediata, su toni floreali e di frutta bianca, polposa e matura. Ed è vino che ha freschezza salina: bella spalla acida, come usa dire chi usa certi tecnicismi. Ed ha buona lunghezza, sul frutto. Insomma: si distende sul frutto in un finale interessante. Mica male come prova complessiva.&lt;br /&gt;85/100 – due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lugana 2006 Feliciana&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Ha, questo Lugana, naso verde, coi toni di clorofilla che mi piace trovare nei Lugana, ché so che poi col tempo s’intersecheranno con le vene sottili degl’idrocarburi. Ed ha accenni di pera, anche. E la bocca è poi sui medesimi toni, e anche questo mi va: fresca, salata, snella. Ci trovi frutto bianco non maturissimo. E ha lunghezza. Mi spiace un po’ solo quella nota dolcina sul fondo, il mio cruccio luganista.&lt;br /&gt;78/100 – due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lugana Sercè 2006 Feliciana&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Apertosi l’olfatto dopo l’iniziale titubanza, ecco comparire le vene verdi e di già perfino minerali. In bocca c’è tensione notevole e grassezza e ricchezza di frutto e potenza. Certo, compare la vanigliatura, ché il vino ha fatto passaggio nel legno. Ma il rovere non s’avverte. E comunque ben si compensa, la nota di vaniglia, col frutto polposo. Ché la struttura è notevole, e così il carattere. E la lunghezza pure.&lt;br /&gt;80/100 – due lieti faccini :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-9204329687822479747?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/9204329687822479747/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/attenti-quei-tre.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9204329687822479747'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9204329687822479747'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/attenti-quei-tre.html' title='Attenti a quei tre'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-6091358238400185136</id><published>2007-08-12T12:59:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T13:00:45.615-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Fenomenologia del risotto con la tinca</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Stavolta comincio difficile. Dicesi fenomenologia «lo studio e la classificazione dei fenomeni, specialmente in quanto gradi o contenuti della coscienza filosofica»: definizione tratta dal Devoto-Oli.&lt;br /&gt;Capisco che scrivere queste cose nei giorni di ferragosto può (legittimamente) far pensare a un mio improvviso colpo di sole, ma gli è che vorrei dire due cose riguardo a una questione che è quasi filosofica - se la filosofia si può applicare alla cucina, alla gastronomia - e che trae spunto da quanto Stefano Bonilli (Gambero Rosso) ha pubblicato verso fine luglio sul suo blog, il &lt;a href="http://blog.gamberorosso.it/bonilli/" target="_blank"&gt;Papero Giallo&lt;/a&gt;. Il post titolava «Spaghetti con le vongole, ma buoni» (&lt;a href="http://blog.gamberorosso.it/bonilli/archives/2007/07/spaghetti_con_le_vongole_ma_bu.html#more" target="_blank"&gt;se volete, lo potete leggere per intiero cliccando qui&lt;/a&gt;), ed elogiando appunto un piatto di «semplici» spaghetti con le vongole mangiato da Uliassi (grande) a Senigallia, argomentava: «A volte le cose semplici sono le più difficili e non sempre i cuochi affermati sono contenti se ordinate un piatto di spaghetti con le vongole quando il menù è ricco di ben altre proposte. Ma un grande piatto di spaghetti con le vongole lo mangerete solo se c'è un bravo cuoco in cucina».&lt;br /&gt;La cosa, me lo concedete, ha un certo che di filosofico. Ma francamente è proprio questo che, soprattutto, m’aspetto da un ristorante importante. Che faccia divinamente le cose semplici. Che abbia, che so, le vongole che sanno di vongole. Ma che abbia anche, il piatto nella sua completezza, una cottura perfetta, una consistenza appagante, una fragranza gratificante, una digeribilità assoluta. E non è mica facile. Ché far sintesi è impegnativo. E serve arte, creatività e soprattutto pensiero.&lt;br /&gt;Della faccenda ho avuto occasione di parlare con Leandro Luppi, chef e patron della Trattoria Vecchia Malcesine, unico ristorante stellato dalla Michelin sulla sponda veneta del mio lago di Garda (&lt;a href="http://www.vecchiamalcesine.com/" target="_blank"&gt;il suo sito lo raggiungete cliccando qui&lt;/a&gt;). L’occasione, un passaggio a pranzo per assaggiare un piatto «nuovo» di cui avevamo discusso parecchio al telefono: un risotto con la tinca.&lt;br /&gt;Ora, il risotto con la tinca è uno dei classici della cucina tradizionale del lago di Garda. A Lazise alcuni ristoranti ne hanno fatto una sorta di biglietto da visita. E quando, qualche anno fa, misi in piedi, con un piccolo team di ristoratori, il «campionato gardesano del risotto con la tinca» l’afflusso di pubblico fu tale da costringerci a cercare una sede sufficientemente ampia da soddisfare almeno in parte le richieste. Insomma: un must. Radicato nella tradizione. Che nasce, a mio modo di vedere, in una precisa epoca storica. Quando in riva al Garda veronese si coltivava, appunto, il riso. Accadde fra la seconda metà del Cinquecento e l’inizio del Seicento. A Garda c’è tuttora una località che si chiama Risare. Testi antichi raccontano delle risaie di Lazise. Nei pressi del municipio di Cavaion si vedono delle vecchie pile da riso. Nel 1686 ci fu un processo: la comunità di Garda voleva la bonifica delle risaie. Si diceva che in paese c’era una «mala qualità dell'aria, che resta infetta dal fetore che cagionano alcune risare». Causa vinta, risaie cancellate. Ne resta traccia nella ricetta: l’unione fra il riso e il guazzetto di tinca.&lt;br /&gt;Quando Leandro mi telefonò dunque per dirmi che voleva mettere in carta un primo di stampo gardesano, magari reinterpretando qualcosa della tradizione, l’idea immediata fu quella del risotto con la tinca. Ma per darne una rilettura occorreva prima capirne la fenomenologia, trattando la ricetta come fosse un testo concettuale. Distillandone i contenuti. Che sono alla fin fine tre: il riso, ovvio, e poi il colore verde delle erbette e poi ancora, altrettanto ovviamente, la tinca. E riso e tinca s’uniscono solo nel finale. Con le erbe che fanno la mediazione fra i sapori. Questa è l’essenza del piatto.&lt;br /&gt;Ne abbiamo discusso un bel po’, ho già detto. E poi Leandro i tre elementi li ha pensati e ripensati. Risolvendoli con genialità. Il riso al dente. Il verde ottenuto dall’aglio orsino, erba officinale che si trova anche sul Baldo, dal delicato sapore agliaceo. La tinca sopra, alla fine, spezzettata e prima leggerissimamente affumicata. Il tutto garantendo consistenza e saposrosità, ma anche leggerezza.&lt;br /&gt;Come la penso? Che c’è riuscito. E quando lo provi, questo risotto del Vecchia Malcesine, pensi dapprima che sia un piatto d’assoluta semplicità. Ma siccome ad ogni forchettata l’armonia non cala, ma anzi si fa più coinvolgente, be’, allora t’accorgi che così semplice non può essere. E che è insomma un po’ come diceva Bonilli a proposito degli spaghetti con le vongole. Sembra un piatto facile, scontato. Poi te lo propone il cuoco che sa far cucina e sa pensare, e allora t’accorgi che c’è qualcosa d’importante in quell’apparente levità. Ed è un rifiorire del gusto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-6091358238400185136?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/6091358238400185136/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/fenomenologia-del-risotto-con-la-tinca.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6091358238400185136'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6091358238400185136'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/fenomenologia-del-risotto-con-la-tinca.html' title='Fenomenologia del risotto con la tinca'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1143037990063973230</id><published>2007-08-05T12:49:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:50:50.391-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>L’Amarone e il crû di Calcarole</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ho la fortuna che m’invitano, di tanto in tanto, a delle verticali. Che sono degustazioni di più annate del medesimo vino. Ed è lì che vedi se c’è continuità, tradizione, evoluzione, e anche e soprattutto rispetto del terroir, interpretazione dell’annata.&lt;br /&gt;Mica facilissimo, però, far verticali in Italia. Poche, troppo poche le cantine che hanno un loro tesoretto di bottiglie di varia età. Un archivio in vetro. Ed è questo uno dei limiti dei nostri vigneron, che non hanno storia e non pensano a costruirla. Impegnati a produrre e vendere e stop. Poi ti arriva il buyer straniero e cerchi di raccontargli quella dell’orso, e invece lui vuol vedere se il vino ha tenuta e dignità, vuol provare tre, quattro, cinque o più annate. Come si fa, del resto, coi rossi bordolesi oppure coi Riesling in Alsazia oppure… Oppure potrei citarne tant’altri, di casi, ma quasi tutti fuori dagl’italici confini.&lt;br /&gt;Ora, fra le verticali recenti che la sorte e la squisita ospitalità dei vignaioli m’hanno elargito, ce n’è stata una d'importante in casa Guerrieri Rizzardi, a Bardolino. Ma mica co’ vini del Garda. Coll’Amarone. E non è cosa astrusa, ché la famiglia ha vigna sul lago, ma anche in Valdadige, e nel Soavese e, appunto, nel cuore della Valpolicella storica (e storia e bellissima è la loro villa valpolicellese). E lì d’Amaroni ne fanno, da anni, due: il Classico per così dire «base» e il crû Calcarole. Cui s’è aggiunto, nel 2001, il Villa Rizzardi, che di quell’annata è unica interpretazione, avendo deciso la famiglia di non far uscire né il base né la riserva. Ed è stata felice interpretazione, ché sono arrivati, prima volta, i tre bicchieri della guida dei Vini d’Italia targata Gambero Rosso &amp;amp; Slow Food.&lt;br /&gt;Ora, i vini. Abbiamo riprovato il Villa Rizzardi 2001. Ci abbiamo aggiunto una decina d’annate del Classico. E poi sette vendemmie del Calcarole. Mica poco. E qualcheduna di queste bottiglie vorrei proprio avercela in casa: cert’annate son memorabili, proprio.&lt;br /&gt;Qui di seguito scrivo il mio parere boccia per boccia. Col doppio punteggio: in centesimi e in faccini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella Classico Villa Rizzardi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2001&lt;/b&gt; Giovanissimo. Naso di frutto denso e di fiore e di spezia. Bocca succosa di fruttino di sottobosco e di amarena. Elegante più che potente. Ha ancora lunghissima vita davanti. Si può ben bere ora. O attenderlo.&lt;br /&gt;90/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella Classico&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2000&lt;/b&gt; Potentissimo. Ha fragranze di frutta surmatura, macerata, in confettura. Bocca calda e avvolgente e fruttatissima anch’essa, con la marmellata di more a uscir fuori netta di mezzo alla ciliegia.&lt;br /&gt;88/100 e due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1997&lt;/b&gt; Profumi decadenti, di fiori appassiti e frutta in composta. Tracce ossidative. Bocca interessante nella tramatura tannica. Ha vene verdi. E calore. Un po’ rusticheggiante, direi. Gli vorrei maggiore eleganza.&lt;br /&gt;76/100 e un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1996&lt;/b&gt; Il naso è austero, antico, fascinoso. Fiore appassito, frutta surmatura, spezia dolce. In bocca c’è frutto da appassimento e bella spezia. E terrosità, di terra rossa bagnata. E giovanilissime memorie verdi. E finezza.&lt;br /&gt;93/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1995&lt;/b&gt; Eccola che torna anche qui la terra rossa. All’olfatto, immediata. Vi si somma memoria di carcadè e di rosa selvatica. Vene animalesche. In bocca freschezza. E piccolo, succoso frutto di bosco. E vene balsamiche.&lt;br /&gt;88/100 e due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1994&lt;/b&gt; Naso evoluto e bocca da subito illeggibile. Confusa. Poi gradualmente si netta. Ed esce il frutto rosso e la piccola bacca di bosco quasi ancora non del tutto matura e una tannicità ancora verde. Ritroso.&lt;br /&gt;85/100 e un lieto faccino e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1993&lt;/b&gt; Wow! Che aristocratica austerità in queste fragranze fra il terroso e l’officinale. La bocca è fresca. Ha frutto croccante. Bella tramatura tannica. Lunghezza. E beva gratificante, e rinfrescanti vene di iodio. Grande.&lt;br /&gt;94/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1991&lt;/b&gt; Ci mette un po’ a concedersi. Ma è attesa ripagata, ché escono a ondate successive le memorie di frutto rosso. E ampiamente fruttata e calda e potente è la bocca. E ha vene balsamiche. Giovanissimo ancora.&lt;br /&gt;92/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1990&lt;/b&gt; Austerità olfattiva e fascino: spezia e frutto da subito. In bocca densa, polposa frutta matura. E vene di dolcezza. Leggere, ma per nulla fastidiose nuance ossidative. Vino decadente eppur piacevole. E memorie terrose.&lt;br /&gt;89/100 e due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1988&lt;/b&gt; Che naso strano: dapprima ostico, riduttivo, poi lungamente salmastro, iodato, marino. Fascinoso. In bocca potenza di frutto e poi ancora iodio e catrame. E tannino ben espresso, saldo. Vino antico e intrigante.&lt;br /&gt;88/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1977&lt;/b&gt; Il colore è ossidativo, vira al mattone. Ma il vino è ancora degno di curioso assaggio. Odori d’idrocarburi. Vene minerali. E tracce di peperone. E ricordi di liquirizia. Certo, è vuoto, caduto. Ma il naso resta stimolante.&lt;br /&gt;Niente giudizio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella Classico Calcarole&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;2000&lt;/b&gt; Eccole che si ripresenta la nota di iodio e la terrosità che avevo già trovato nell’Amarone base. Frutto rosso, surmaturo e macerato. Bocca fruttata e densa e tannicamente avvincente. Giovanissimo, già autorevole.&lt;br /&gt;92-93/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1997&lt;/b&gt; Al naso tanto, tanto frutto rosso, elegante, ammaliante. E ancora al palato intensa fruttuosità, e chi ama queste percezioni qui ha di che appagarsi. Lunghissimo vino. Ma meno convince il tannino, un po’ arido.&lt;br /&gt;85/100 e due faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1995&lt;/b&gt; Ancora tanto frutto all’olfatto, maturo &amp;amp; in confettura. E fiore secco e spezia. Bocca avvolgente. Di velluto. Il frutto torna, succoso e stimolante. E s’aggiungono vene balsamiche. E tracce catramate.&lt;br /&gt;89/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1991&lt;/b&gt; Ha bell’integrità nel colore. Naso ritroso. Bocca calda, possente. Frutto materico e vene balsamiche. Ma il tannino è un po’ asciutto e lascia una venatura sottilmente amara nel finale. Ed è un peccato.&lt;br /&gt;84/100 e un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1990&lt;/b&gt; Note evolute, e poi frutto: complessità olfattiva. Il tannino appare magari un po’ rustico, ma la fruttuosità convince, appaga. Freschezza, dolcezza, perfino qualche accenno fascinosamente ossidativo. E bella beva.&lt;br /&gt;93/100 e tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1988&lt;/b&gt; Naso ostico, chiuso. Bocca vagamente fermentativa. Pian piano s’apre e senti che c’era comunque frutto e tanto e fresco (e si coglie il fruttino di bosco, soprattutto). Ma la bottiglia è infelice, ahimè.&lt;br /&gt;Giudizio sospeso.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;1987&lt;/b&gt; Ancora quei sentori iodati, che - ormai è certo - son segno di terroir. E catrame e frutto surmaturo. Bocca austera, piacevolmente vellutata, evoluta. Calda d’alcol. Composta di frutta rossa. Ricordi di pino. Lunghezza.&lt;br /&gt;86/100 e due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1143037990063973230?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1143037990063973230/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/lamarone-e-il-cr-di-calcarole.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1143037990063973230'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1143037990063973230'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/08/lamarone-e-il-cr-di-calcarole.html' title='L’Amarone e il crû di Calcarole'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-9134305954939273989</id><published>2007-07-29T12:47:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:48:45.454-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quando serve la soglia ottomila</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Bollire o friggere, il caldo è caldo. Se non altro, quando c’è umido mi rendo conto di avere caldo; se non è umido, ho la sensazione che qualcuno mi stia cuocendo di nascosto.&lt;br /&gt;L’incipit non è mio. È di Joe R. Landsdale. Il libro è un noir, uno dei suoi, della serie di Hap e Leonard. S’intitola «Mucho Mojo». Avvincente e sboccato come gli altri. Editore Einaudi, collana Stile Libero.&lt;br /&gt;L’incipit non è mio, ma fa un gran caldo lo stesso. E quando fa caldo capita magari di dire cose un po’ così. Mezzo strampalate. E allora sia.&lt;br /&gt;E allora, ditemi, siete anche voi, come me, di quelli che preferiscono bere il vino di territorio? Che amano le bottiglie dei vignaioli? Che adorano lo spirito del terroir? Be’ andateci cauti. E imparate una piccola formula matematica. Quella che vorrei chiamare la «soglia 8000», e poi spiego cos’è e vi tengo dunque ancora un po’ sulla graticola, giusto per restare in tema di caldo.&lt;br /&gt;Il problema è questo: siamo proprio sicuri che quel tal vino che tanto ci è piaciuto viene proprio dalle uve di quel tal produttore? Per esserne certi, bisogna fare atto di fede. O andare per approssimazione. Perché di uve e di mosti e di vini in cisterna in Italia ne girano, oh se ne girano! Tutto un via vai di vino lungo le italiche autostrade, superstrade, statali, provinciali eccetera eccetera. Dunque, fidarsi è bene, ma...&lt;br /&gt;Potrete obiettare: c’è l’etichetta. E in effetti sull’etichetta (in realtà quasi sempre sulla retro, che però è quella che contiene le descrizioni di legge, e quindi, tecnicamente sarebbe la vera etichetta) qualche indicazione c’è. Se è scritto che il vino è «prodotto e imbottigliato da» dovrebbe significare che l’intera filiera è nelle mani del produttore, se invece si scrive solo «imbottigliato da», vuol dire che chi firma il vino s’è limitato appunto a metterlo in bottiglia, e se poi c’è addirittura «imbottigliato da... per conto di...» allora è un semplice gioco commerciale.&lt;br /&gt;In Francia, nella vecchia Francia che ha storia di denominazioni e di classificazioni un po’ più vecchia della nostra, può essere che in etichetta si scriva invece che il tal vino è di un «negociant» e che quell’altro di un « vigneron récoltant», il che è un po’ più chiaro. Negociant è chi fa commercio: compra insomma vino e poi magari lo affina, lo invecchia, lo assembla, fa le cuvée: ma dichiara che la materia d’origine non è sua. E mica vuol dire che il vino non sia buono, no: ci sono negociant francesi che mettono in bottiglia cose strepitose. Vigneron récoltant è invece chi fa il vignaiolo e raccoglie (e vinifica) la propria uva, che insomma ha vigna e produce partendo dalla terra. Ecco: direi che c’è maggior chiarezza. Ci sono alcuni che per certe etichette agiscono come vigneron récoltant, e per altre invece semplicemente come negociant. Ecco, io di questi, di tutti questi, mi fido.&lt;br /&gt;E allora in Italia come ce la caviamo?&lt;br /&gt;Facendo uso della «soglia 8000», almeno per i vini che non siano figli dell’appassimento delle uve, ché lì la formula non funziona.&lt;br /&gt;La cosa viaggia come la descrivo qui di seguito.&lt;br /&gt;Fatevi dire quanti ettari di vigneto (in proprietà e in affitto) ha quella determinata azienda e quante bottiglie produce complessivamente. Se dividendo le bottiglie per il numero d’ettari siete sotto quota 8mila, allora è quasi certo che quel tale fa il vino con la propria uva. Se andate oltre, allora magari c’è qualche aiutino (aiutone) esterno.&lt;br /&gt;Mi spiego.&lt;br /&gt;La maggior parte dei disciplinari di produzione ammette all’incirca 130 quintali di uva per ettaro. Mettiamo che mediamente chi fa vino di qualità produca 100 quintali per ettaro. Quelli bravi bravi, nelle zone dove sia oggettivamente possibile, scendono attorno agli 80, ma non dappertutto la vigna accetta rese così basse, e abbassarle troppo il carico d’uva la fa andare in stress, con risultati pessimi dal lato qualitativo. Sapendo che la resa in vino è del 70 per cento, vuol dire che dalle uve di un ettaro di vigneto si possono trarre, a seconda delle rese in uva, fra i 9mila e i 6mila litri di vino: sono le produzioni rispettivamente di chi produce 130 e 80 quintali di frutto (da 100 quintali di uva si ottengono 7mila litri). Dato che le bottiglie sono da tre quarti di litro, vuol dire che se si fanno 130 quintali di uva per ettaro è possibile avere 12mila bottiglie, producendo 100 quintali per ettaro si scende a 9300 bottiglie, a 80 quintali si è intorno alle 7500 bocce. Mediamente, per un vino di qualità secondo me occorre calcolare circa 8000 bottiglie per ettaro, anche in caso di territori e di vini che accettino rese in uva sopra i 100 quintali.&lt;br /&gt;Perché mi fermo a 8mila, mentre ammetto che in certe zone se ne possano far di più? Perché credo sia impossibile che in una qualunque annata tutti, ma proprio tutti gli ettari vitati di un’azienda abbiano dato il meglio di sé: niente siccità, niente malattie, niente grandine, niente piogge eccessive, possibile? Sarebbe miracoloso. Ed è poi improbabile che tutte le vigne abbiano la medesima età, e quindi abbiano la stessa produzione d’uva. Di fatto, ritengo poco plausibile che la resa in uva sia omogenea e che contemporaneamente tutte le uve diano la massima qualità nel vino che se ne ricava. Qualcosa di meno buono ci sarà pure, o no?&lt;br /&gt;Dunque, 8mila bottiglie per ettaro è già una bella soglia, una media accettabile, che può farvi pensare che il vino del tal produttore venga proprio dalle sue vigne. Ergo, per chi per esempio dichiara d’aver 5 ettari è realistico pensare che le bottiglie massime prodotte nell’annata siano 40mila (5x8mila), per chi ha 15 ettari, al massimo possiamo valutare 120mila bottiglie (15x8mila). E così via. Se ne hanno fatte di più, può anche starci, ma cerchiamo d’essere un po’ più cauti nel giudizio.&lt;br /&gt;Adesso so che, lette queste righe, molti amici vigneron s’incavoleranno. Ma io parlo di medie, di soglie d’attenzione. Non dico assolutamente che avere vigna voglia dire fare buon vino: il prodotto naturale della fermentazione del succo d’uva è l’aceto, non dimentichiamolo mai. E so benissimo, parimenti, che si può avere in casa un grande vino anche se non si possiede un ettaro di vigna. Però se chi beve vino vuol avere qualche certezza che quell’è bottiglia figlia di terroir, allora qualche artificio prudenziale lo dovrà pur assumere.&lt;br /&gt;Ora, per evitare simili escamotage autotutelanti per il consumatore, è ovvio che servirebbe un’operazione trasparenza. Ma ritengo un po’ utopistico che possiamo cominciare anche da noi ad aver quella trasparenza che ci fa dire se quand’ho fatto quel tal vino ho agito da vigneron récoltant o da negociant. I due ruoli hanno entrambi massima dignità, se il vino è fatto bene. Quel che non è dignitoso è far le cose senza dirlo. Ma se l’unico dio è il profitto, allora...&lt;br /&gt;Oh, sì, lo so: mi son giocato l’amicizia di qualche vinificatore nostrano. Ma ho una scusante: il caldo. Dà alla testa. Qualche volta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-9134305954939273989?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/9134305954939273989/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/quando-serve-la-soglia-ottomila.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9134305954939273989'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/9134305954939273989'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/quando-serve-la-soglia-ottomila.html' title='Quando serve la soglia ottomila'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-238746025481043375</id><published>2007-07-22T12:45:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:47:16.486-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Gambellara, l'altra garganega</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il rischio è la sindrome da figlio d’un dio minore. Da ramo povero della famiglia. E invece no. Invece quei basalti e quella garganega sono altra cosa.&lt;br /&gt;Sono stato di recente un paio di volte a Gambellara, terra vicentina appiccicata al confine veronese. Prima sosta per una degustazione dei bianchi locali insieme con un gruppo di produttori, ospite del consorzio di tutela della doc del posto. Seconda per visitare la cantina sociale, ché un paio di loro cose m’avevano incuriosito. E m’incuriosiva soprattutto cercar di comprendere se il mondo della cooperazione fosse in qualche modo sulla lunghezza d’onda dei piccolini, che m’erano sembrati convinti. Devo dire che ho trovato favorevole responso, anche se di strada, chiaro, ce n’è ancora da fare. E insomma mi son reso conto che lì, a un tiro di schioppo da quella capitale bianchista che è Soave, c’è, come dicevo, altra garganega che cresce sul basalto e che può dar buone bottiglie e che la via per arrivarci è stata imboccata. Avanti, allora. Bisogna crederci. Ci devono credere i vigneron. Senza soffrir sudditanze para-soavesi. Senza cercare improbabili imitazioni. Costruendo un percorso autonomo. Che guardi al terroir.&lt;br /&gt;Quella di Gambellara è realtà semisconosciuta. Il paese è piccoletto, e non vi ho trovato grande attrattiva sotto il profilo dell’architettura, del paesaggio urbano (un centro come tanti altri della campagna veneta), mentre è bella parecchio, e verde, e quasi a tratti selvaggia, e ricca di vigna, la collina. C’è sasso nero, proprio basalto, su quei colli. Suolo di vulcano, che deve trasparire nel vino. E peccato che il basalto l’abbiano cavato un po’ selvaggiamente negli anni della fame, quando si doveva crear lavoro a tutt’i costi. Col costo, per esempio, d’abbattere una chiesuola antica per far largo alla cava. E dove non è basalto è tufo poroso e rossastro, che lì chiamano togo. E anche questa è terra pregevole da vigna e da vino.&lt;br /&gt;Dentro all’abitato, a Gambellara, l’edificio più bello è forse la palazzina antica che ospita il consorzio di tutela. Proprio di fronte ha sede una delle più grosse aziende italiche del vino, la Zonin, che qualcosa col nome della doc locale imbottiglia, ma ormai come quota residuale, ché le attenzioni sono ben al di fuori dal territorio vicentino, con gli investimenti - importanti - che ha fatto in quasi tutt’Italia.&lt;br /&gt;Ora l’uva, che come ho detto è garganega (o forse garganego, al maschile, come qualcuno dice da queste parti), che è vocatissima per le terre figlie dei vulcani. Quanto alla doc, la denominazione d’origine prende dentro, insieme a Gambellara, altri tre comuni, che sono Montebello Vicentino, Montorso Vicentino e Zermeghedo, nome che sembra uno scioglilingua. Poco più d’un migliaio d’ettari in tutto. Ci si fanno, dentro alla doc, più vini. Il Gambellara, appunto, bianco, il Gambellara Classico, riservato alle vigne di collina, e poi il Recioto, dolce, da uve di garganega passite, e ancora il Recioto Spumante e infine quella stranezza che è il Vin Santo, sulla cui esistenza debbo far atto di fede, giacché nessuno, proprio nessuno me n’ha fatto assaggiare nelle due visite in loco.&lt;br /&gt;Ora, so che stanno cercando d’approvare la denominazione garantita per il Recioto e, mi par di capire, per il Classico. E un po’ mi tremano i polsi, visti i sostanziali insuccessi dell’altre garantite ottenute negli anni più recenti in terra veneta: il Superiore del Soave e del Bardolino non sono mai decollati, e stenta il Recioto di Soave. Val proprio la pena? E, soprattutto, vale la pena far modifiche al disciplinare imponendo per la docg l’allevamento a filare in una zona da sempre orientata alla pergoletta? Non è che si stravolge, così, il vino, e si mira più a far vino di vitigno che non di terroir? Meglio meditarci un pochetto, temo. E invito.&lt;br /&gt;Devo dire anche del mondo produttivo. Un’impressione: che ci sia – ci possa essere – quel giusto mix fra mondo consortile e iniziativa privata che ha segnato il successo d’altre terre del vino. L’importante è che si trovi sintonia fra le due componenti. E che si punti alla qualità.&lt;br /&gt;Del resto, qualche vignaiolo del luogo è già da qualche anno sugli annuari del vino d’eccellenza: penso ai Dal Maso, a Cavazza. E poi c’è la cantina sociale, che secondo il vezzo corrente s’è tolta il sociale dal nome e dunque si chiama adesso Cantina di Gambellara. E la visita è stata d’interesse, ché è vero che fanno ancora tanto sfuso e tanti bottiglioni-tappo-a-vite (del resto dei quasi quattrocento conferenti ce n’è parecchi in pianura, e più di tanto da quelle vigne è oggettivamente difficile cavarci), ma c’è ottima mano d’enologo e idee chiare nel management. Vivaddìo, secondo me ce la faranno.&lt;br /&gt;Altra meditazione che affido ai vigneron del Gambellara. Stanno spingendo, orgogliosamente, sul Recioto e sul Vin Santo. Per differenziarsi e quindi emergere. Lo facciano, per carità, lo facciano. Ma attenzione: non s’accreditino come produttori di vini centrati sulla dolcezza. Non commettano quest’errore di comunicazione. Ché il loro patrimonio è invece la garganega sul basalto, e quindi il bianco secco e minerale e di carattere. Non si distraggano dall’obiettivo vero. Per favore.&lt;br /&gt;Ora, qualche vino. Ché è giusto dar l’idea, almeno brevemente. Mettendo insieme il meglio delle cose provate nelle due visite che ho detto. Col doppio punteggio, in centesimi e in faccini di piacevolezza.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gambellara Classico Cà Fischele 2006 Dal Maso&lt;/b&gt; Bel bianco, signori miei, bel bianco. I Dal Maso li conosco da tempo. E li apprezzo. Qui c’è polpa e sostanza epperò anche freschezza e pulizia e lunghezza e vena minerale ora appena accennata, ma di già avvincente.&lt;br /&gt;86/100&lt;br /&gt;Tre faccini felici :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gambellara Classico 2006 Virgilio Vignato&lt;/b&gt; Se non ho capito male, quest’è vino sperimentale, che quando l’ho assaggiato era ancora in vasca, e che mi piacerebbe aver dunque occasione di riprovare. Rustico, selvatico, eppure denso di frutto, nervoso, minerale.&lt;br /&gt;83/100 sulla fiducia&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gambellara Classico Paiele 2006 Giovanni Menti&lt;/b&gt; Ci scommetto su quest’aziendina. Ci scommetto perché ci trovo personalità, nel Paiele, e son convinto che tiene benone alla distanza e che se n’esce da quel suo carattere introverso e si farà ancora più minerale e interessante.&lt;br /&gt;80/100&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gambellara Classico Togo 2006 Cantina di Gambellara&lt;/b&gt; Tanto di cappello alla cantina sociale, se tira fuori ‘ste bottiglie dai vigneti di collina. Ragazzi, si beve che è un piacere, e ha frutto e lunghezza. Magari ci vorrei un pelo di freschezza in più, ma è bel vino, sicuro.&lt;br /&gt;80/100&lt;br /&gt;Due faccini contenti :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gambellara Classico Prime Brume 2006 Cantina di Gambellara&lt;/b&gt; Me l’han contestato i giovani del luogo, e me lo ricontesteranno. E io dico di riapprezzarlo, ché non è facile far numeri con questa pulizia. Mira all’immediatezza, spinge sull’aroma, ma santo cielo è gradevole!&lt;br /&gt;76/100&lt;br /&gt;Due faccini, rapportati alla tipologia :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-238746025481043375?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/238746025481043375/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/gambellara-laltra-garganega.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/238746025481043375'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/238746025481043375'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/gambellara-laltra-garganega.html' title='Gambellara, l&apos;altra garganega'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-335783999860822357</id><published>2007-07-14T12:43:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:45:19.617-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Dove vola il Falcone</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Bordeaux, provincia di Mantova. Sembra un’eresia, un vituperio. Com’è possibile azzardarsi d’accostare la madre dei grandi rossi con la miserrima terra virgiliana dei Lambruschi? A parte il fatto…&lt;br /&gt;A parte il fatto che a me, clarettista bordolese convinto, piacciono anche i Lambruschi mantovani, e quando son ben fatti, con quel loro colore cupo e quei toni di mora e di ciliegia stramatura e di prugna cotta, e quella ruvida effervescenza, e quella spuma cremosa, be’, li bevo volentieri. E ci faccio anche il bevr’in vin, versandone un poco nella fondina degli agnoli in brodo, e non disprezzo il colorito violaceo che se ne ricava e quel tono acidulo che se ne ottiene. A parte tutto questo, nel Mantovano non si fa mica solo Lambrusco, nossignori. Ché dalle parti alte della provincia, verso il lago di Garda, là dove si chiude la cerchia dei colli morenici, depositati dai ghiacciai chissà quanti e quanti secoli fa, ci sono altre vigne. E se ne coltivano, e con buon risultano, anche d’origine bordolese: il cabernet, il merlot. Che si leggono all’italiana, come avviene da anni et annorum: cabernèt, merlòt, coll’accento marcato.&lt;br /&gt;C’è per esempio, su quelle colline, dalle parti di Monzambano, quasi un tiro di schioppo dal lago, un vigneto di cabernet sauvignon che dà buon frutto e intrigante vino. Lo chiamano il Vigneto del Falcone e venne piantato nel 1965, come sperimentazione, col contributo dell’amministrazione provinciale di Mantova. Nel 1986 i Piona della Cavalchina di Custoza cominciarono a vinificare quelle uve.&lt;br /&gt;Ho avuto di recente la fortuna di provarne le bottiglie in verticale, seguendo il corso delle annate pressoché dall’inizio, ché abbiamo cominciato coll’87, ed è incredibile andare così indietro con le etichette della regione gardesana. E già questo n’avrebbe fatto una degustazione memorabile. Ma quel che più m’ha stupito è stata l’integrità e anzi l’eleganza di cert’annate. Che facevano davvero - e mi si perdoni l’ardire - pensare a vini del Bordolese, ohibò.&lt;br /&gt;Oram di quella degustazione vorrei dar conto, non prima di qualche avvertenza. Innanzitutto, il cambio di nome e d’azienda. L’87 uscì come vino da tavola col marchio Cavalchina. Dall’88 fu vino da tavola Alto Mincio, sempre Cavalchina, Nel ’90 ancora Alto Mincio, ma con la ragione sociale La Predina, l’azienda fondata apposta a Monzambano dai Piona. Dal ’96 c’è la doc: diventa Garda Cabernet Sauvignon. Fino al ’97 s’imbottigliava in vetro bordolese, dal ’98 si è passati alla bottiglia borgognotta, con una nuova etichetta, e al posto della vecchia intitolazione di Vigneto del Falcone, il vino ha preso a nomarsi solo Falcone. E questo per spiegare le differenze di nomi che troverete di seguito. Il vino resta quello, denominazione a parte.&lt;br /&gt;Da sempre, aggiungo, è rosso che ha fatto affinamento in barrique: fino all’87 sei mesi, dall’88 dodici. Da sempre, pure, al cabernet s’è aggiunto un po’ di merlot, «per dare rotondità», m’ha detto Luciano Piona, aggiungendo che il taglio è variabile a seconda dell’esito dell’annata. «Ma a far la differenza - seguita Luciano - è stato il cambio di cultura enologica».&lt;br /&gt;Aggiungo una nota ancora: il Falcone racconta bene le annate, eccome. È vino che ha dunque personalità. Ed ha prezzo certamente interessante: il privato consumatore in cantina lo paga attorno ai 12 euro e lasciatemi dire - v’accorgerete dalle schede qui sotto - sono molto, molto ben spesi.&lt;br /&gt;Ora, la verticale, col doppio voto, in centesimi e in faccini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vigneto del Falcone 1987 Cavalchina&lt;/b&gt; Colore povero. Vino, ahinoi, ossidativo, ancorché conservi un pelo ancora d’acidità, che l’ha in qualche modo salvato. Un ricordo di liquirizia. Si beve ancora.&lt;br /&gt;70/100 – niente faccini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alto Mincio Vigneto del Falcone 1988 Cavalchina&lt;/b&gt; Colore scarico. Note verdi e venature minerali al naso. La bocca non è male: fresca, tannica. Il frutto è un po’ decadente. La vena ossidativa non dà fastidio. E ha discreta lunghezza. Cresceva la perizia produttiva.&lt;br /&gt;78/100 – un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1990 La Prendina&lt;/b&gt; Oh, oh, la prima sorpresa, il cambio di marcia! Sembra ancora giovane, questo rosso del ‘90. Il colore s’è fatto però più denso dei due precedenti. All’olfatto è dapprima ritroso, vegetale, eppoi ecco venature floreali e memorie balsamiche. E vegetalità c’è anche al palato. E frutto E bel tannino.&lt;br /&gt;86/100 – due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1991 La Prendina&lt;/b&gt; Si batte col ’90 in termini di personalità, ma è più evoluto, più avanti nella maturazione. Propone all’olfatto vene animalesche e minerali. E frutto surmaturo. E spezia. La bocca è in sintonia. Rosso snello, ancorché il tannino appaia un po’ ruvido. In ogni caso, per me fascinoso.&lt;br /&gt;85/100 – due faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1992 La Prendina&lt;/b&gt; Qui l’annata non ha aiutato. Il vino ha naso verde. Sotteso c’è il piccolo frutto di bosco (la mora). La bocca è scorrevole: manca profondità.&lt;br /&gt;74/100 – un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1993 La Prendina&lt;/b&gt; Ostico e quasi terroso al naso, dapprima, poi pregno di note di cacao e caffè. E ha vaghe memorie di foglia di geranio. In bocca c’è tannino quasi aggressivo e un po’ secco. È vino che chissà come e quando evolverà.&lt;br /&gt;80/100 – Un faccino e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1994 La Prendina&lt;/b&gt; Naso difficile, vene minerali sopra al frutto. Bocca un po’ secca nel tannino. Problemi di tenuta del tappo, Probabilmente.&lt;br /&gt;Nel dubbio di tenuta, nessun giudizio, ovviamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabernet Sauvignon Alto Mincio Vigneto del Falcone 1995 La Prendina&lt;/b&gt; Wow! Che bel vino, ragazzi, che bel rosso. Naso giovanilmente sul frutto. Elegantissimo. In bocca è fruttato e fresco e calibratissimo nella rotonda tannicità. E c’è beva considerevole, anche. Succosa, gratificante. Fa molto Bordeaux. Ed ha davanti ancora lunga vita. Averne di bottiglie così in cantina!&lt;br /&gt;90/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Vigneto del Falcone 1996 La Prendina&lt;/b&gt; D’accordo, sarà anche un vino un po’ più piccolino del magnifico ’95, ma anche di queste bottiglie vorrei averne qualcheduna nella mia cantinetta. È splendido, ma per motivi quasi opposti a quelli del predecessore: è fresco, ha frutto croccante e quasi surmaturo, ha spezia, ha beva. Col tempo, emergono nel bicchiere la menta e l’eucalipto, fascinosi.&lt;br /&gt;86/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Vigneto del Falcone 1997 La Prendina&lt;/b&gt; È ancora giovane questo ’97. Verde, tanto verde. Al naso e in bocca. Ha di poi fragranze possenti di cacao, caffè, frutta rossa stramatura, spezia. In bocca c’è tanto, tanto fruttone, morbido e masticabile. Materia a iosa. E tannino vellutato. C’è chi l’adora per la sua pienezza. Gli preferisco un po’ le due annate precedenti, ma con quelle fa un tris da applauso.&lt;br /&gt;89/100 – Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 1998 La Prendina&lt;/b&gt; Frutto denso, cacao, spezia all’olfatto. In bocca è sullo stesso tono. E appare caldissimo. E ha tannino ben espresso. Magari, ecco, vorresti maggior equilibrio, ché qui prevale la potenza rispetto alla beva delle precedenti annate.&lt;br /&gt;85/100 – due faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 1999 La Prendina&lt;/b&gt; Gl’inglesi e gli americani, quando descrivono i rossi di Bordeaux, indicano sempre se son vini da bere o da conservare: drink or hold, per dirla con la lingua loro. In questo caso: hold, aspettare. Ché è vino giovanissimo e chissà quando sarà pronto e bisogna aspettare. Materia, materia, materia. Frutto e tannino. Potenza. Bella bottiglia che è un peccato aver stappato adesso. Complimenti, in ogni caso.&lt;br /&gt;88-90/100 – troppo presto per i faccini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2000 La Prendina&lt;/b&gt; Vennero due temporali a compromettere la raccolta, nel 2000, a Monzambano. E il cabernet venne aiutato con un po’ di merlot appassito. E si salvò dunque l’annata. La correzione si sente: frutta in confettura, stramatura. Ha vene balsamiche. Ma è un po’ corto.&lt;br /&gt;78/100 – un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2002 La Prendina&lt;/b&gt; Ricordate le piogge del 2002? Altr’anno difficile. Note di canfora all’olfatto. La bocca è ben costruita, ma ha tannino un po’ ruvido che comprime il frutto.&lt;br /&gt;78/100 – un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2003 La Prendina&lt;/b&gt; Ecco, riprendo la storia del drink or hold alla maniera anglosassone. In questo caso è drink: bevetelo subito, e ne avrete oltretutto soddisfazione considerevole, ché è vino di bell’appagamento. Ha frutto e caramellina alla mora e confetture di bacche di sambuco. Poi, in bocca, morbidezza e rotondità e velluto. Una vena verde che gli dà slancio. Niente male per la calura del 2003.&lt;br /&gt;88/100 – Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2004 La Prendina&lt;/b&gt; Qui fateci quel che volete. Potete seppellirlo in cantina e dimenticarlo chissà quanti anni prima di berlo, potete stapparvelo subito e godervelo nella sua immediatezza fruttata. Buonissimo adesso, buonissimo, probabilmente, negli anni. La quadratura del cerchio. Succoso, giovanile, fragrante. Piacevole. Elegante. Grande.&lt;br /&gt;90/100 – tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Cabernet Sauvignon Falcone 2005 La Prendina&lt;/b&gt; Sta ancora sostando nel vetro, riposando. Ha tanto, tanto piccolo frutto. Rosso e croccante. Promette bene, molto bene. Ovvio, va atteso ed è presto per dare un giudizio. Ma comprarselo appena esce non è assolutamente un errore… Direi, anzi, saggezza.&lt;br /&gt;88-90/100 – ovviamente presto per i faccini&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-335783999860822357?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/335783999860822357/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/dove-vola-il-falcone.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/335783999860822357'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/335783999860822357'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/dove-vola-il-falcone.html' title='Dove vola il Falcone'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1789326214606570218</id><published>2007-07-07T12:39:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:40:48.054-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Top 2007 a metà percorso</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Giro di boa dell’anno. E dunque appuntamento con la mia personalissima classifica delle bottiglie migliori assaggiate nei primi sei mesi del 2007. Quindici in tutto, in fila alfabetica: niente categorie. Ma se proprio vogliamo andare a categorizzare, dico che sono sei bianchi e cinque rossi e due bollicine e due vini dolci (uno bianco, uno rosso). Mancano i rosati, ma solo perché li voglio riassaggiare, quelli che più mi son piaciuti, e vedere come tengono il tempo.&lt;br /&gt;Lo so, probabilmente ai miei lettori poco interessa di cosa sia piaciuto a me. Ma mettiamola così: sono dei consigli per gli acquisti, delle linee di tendenza, l’occasione per ricordare cose di cui ho già parlato e per menzionare bocce di cui magari non parlerei in altre rubriche. Qualcuna memorabile è più facile da trovare in commercio, qualche altra di più problematica reperibilità. Insomma: in bocca al lupo per chi ci vuol provare a mettermi alla prova replicando l’assaggio.&lt;br /&gt;Dicevo un anno fa che un’opinione sulle tendenze in atto nel mondo del vino me l’ero cominciata a fare: rossi sempre più morbidi e sul frutto (e da bere anche relativamente giovani) e bianchi che giocano sulla tensione acida, sulla freschezza, sulla durata. Mi pare che si possa confermare la previsione sui bianchi, e sul declino ormai sancito del passaggio in legno. Per quel che riguarda i rossi, be’, vedo ancora confusione, ché veramente seguitano ad aver successo i rossi morbidamente fruttati (che dire della marcia trionfale dell’Amarone e del Ripasso, che han quasi mandato in soffitta il piccolo Valpolicella?), ma nel contempo tornano alla ribalta i bordolesi, quelli veri, che certo non giocano sulla potenza ma sull’eleganza, sulla finezza, e in Borgogna s’è pure fatta autocritica, ricominciando ad abbassare i toni (colore densità) per tornare alla tradizione. E in America si parla sempre più di vini dei climi freddi, che hanno appunto tensione di beva più che muscolo. Eppoi c’è l’altra tendenza, che sarà anche modaiola, ma mi fa piacere, visto che son da sempre bevitore della tipologia: quella dei rosé, esplosa ormai a livello planetario. E comunque la bollicina buona è un evergreen, e in giro si beve parecchio Champagne (avete notato quanti wine bar si sono ormai attrezzati con due-tre tipologie di bolle francesi e come di marchi ne girino sempre di più e di nuovi?).&lt;br /&gt;Adesso quel che sta piacendo di più a me.&lt;br /&gt;Resta intatta la passione per i Riesling tedeschi e per i vecchi Bordeaux, soprattutto Médoc, non c’è dubbio: I miei riferimenti enoici, nel bianco l’uno, nel rosso l’altro.&lt;br /&gt;Privilegio comunque il mondo bianchista. Mi stanno piacendo sempre di più gli strani, incredibili bianchi del Jura, con quelle loro vene ossidative combinate con una freschezza che lascia a bocc’aperta. E continuano a piacermi i bianchi della Loira a base d’uve di chenin. Dovendo scegliere, tra i bianchi italiani propendo per Soave, e in classifica ce n’è uno solo, e ripetuto dall’anno passato, ché gli assaggi li ho fatti quasi tutti in questi primi giorni di luglio, e dunque saranno semmai nella top di fine anno. Tra i rossi italici, invece, quando mi capita un buon nebbiolo non disdegno certo di stappare: peccato mi capiti troppo poche volte di bere Barolo. Se bevo bollicine, mi perdonino i vigneron nostrani, ma punto sullo Champagne.&lt;br /&gt;In ogni caso, quando qualcuno mi chiede quale sia il vino che preferisco, rispondo in modo elementare: quello buono. E dev’esser bontà che ha qualcosa da raccontare. Sennò che gusto c’è?&lt;br /&gt;Ed ora, largo alle segnalazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Arbois Savagnin Cave de la Reine Jeanne 2003 Stèphane Tissot&lt;/b&gt; Bianco. Uno di quei bianchi strani e complessi e difficili che fanno nel Jura. Naso stratosferico, che evolve lentamente, lungamente. Corrispondenza al gusto. Da tenere nel bicchiere e goderne l’evoluzione. Nespola, frutto surmaturo, noci, canfora, spezia. E lunghezza. E freschezza. Bevuto in maggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Arbois Solstice 2002 Domaine de la Tournelle&lt;/b&gt; Bianco. Santo cielo, un altro Arbois. L’avevo bevuto nel maggio del 2005 e m’era molto piaciuto. Ritrovandolo (ribevendolo) a gennaio 2007 il piacere è amplificato. Rustico, antico. Naso di nespola selvatica e mallo di noce. Bocca di fiore giallo macerato e mandorla. Beva scattante e lunghezza appagante. Eroico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Barolo Marenca 2001 Luigi Pira&lt;/b&gt; Rosso. E già, un buon Barolo è un buon Barolo, e basterebbe questo. E insomma, se ha ragione Nico Orengo che il Barolo ha da esser connubio di viola e di liquirizia, quest’è Barolo vero. Ottenne i tre bicchieri Gambero&amp;amp;Slow e il giudizio è condivisibilissimo. Bel rosso, bel rosso. Elegante e avvincente. Bevuto in marzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bourgogne Hautes-Côtes-de-Beaune 2004 Francois et Denis Clair&lt;/b&gt; Rosso. Subito magari non ti fa impressione questo Pinot Nero borgognone. Ma poi ecco che il fruttino e la viola s’impossessano del palato e vi s’insediano e t’avvincono non per muscolo ma per grazia. Allora capisci perché la guida Hachette gli ha dato il coup de coeur e le tre stelle. Ribevuto in gennaio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Champagne Aÿ Grand Cru Fût de Chène Brut 1995 Henri Giraud&lt;/b&gt; Bolle. Ah, le bollicine, le buone bollicine! Tanto frutto, piccolo, di bosco &amp;amp; sottobosco (ribes, nespola, mela asprigna selvatica), fascinoso, perenne nel naso e nella bocca. Croissant tiepido, pane sfornato. Carbonica perfettamente integrata. Elegantissimo, aristocratico Champagne bevuto in febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Champagne Brut Rèserve Grand Cru André Beaufort&lt;/b&gt; Bolle. Come una brioche all’albicocca, morbida, fragrante di burro e di frutto. Così m’è parso questo Champagne. Uve allevate con metodo biologico. Cremoso e magari un po’ dolcino, old fashioned. Ma ne bevi un bicchiere e un altro e un altro. Seducente setosità. In maggio: bottiglia con sboccatura gennaio 2006.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Haut-Médoc 1996 Château Sociando-Mallet&lt;/b&gt; Rosso. Naso elegante, speziato &amp;amp; fruttato insieme. Fascinose note balsamiche. Frutta ed eucalipto. Avvincente trama tannica. Vino bevibile e tosto insieme, che t’inganno, ché pare facile ed è invece complessissimo. Cresce alla distanza, si fa sempre più fine. Ed è ancora giovanissimo. Buonissimo, buonissimo. Bevuto in maggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Nahe Bingerbrücker Abtei Rupertsberg Riesling Beerenauslese 1976 Schlösschen am Mäuseturm&lt;/b&gt; Dolce. Me ne sono accaparrato qualche bottiglia e ogni tanto n’apro: da buone a buonissime. In maggio, strepitosa. Fichi in conserva, albicocca secca, miele di castagno, vaniglia, dolcetti tedeschi speziati, timo, erbe balsamiche. Freschezza &amp;amp; dolcezza. Da brivido.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Nahe Oberhäuser Leistenberg Riesling Kabinett 2004 Hermann Dönnhoff&lt;/b&gt; Bianco. Il Riesling germanico mi piace, e quest’è bel Riesling. Con quel naso che fonde fiori e resine e vene minerali. E la beva che è assoluta gratificazione. E l’equilibrio tra freschezza e morbidezza. Bevuto in gennaio, ribevuto in giugno. Il tempo passa e la memoria resta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pauillac Premier Crû 1993 Chateau Mouton Rothschild&lt;/b&gt; Rosso. Quando si dice la finezza: almeno per come la penso io, non c’è corpo, struttura, tannino, alcol, fruttone, palestra che tenga. Ed è la finezza a fare di questo rosso un vino da applauso. Avvince per armonia ed eleganza, si distende pigramente sul frutto. Ha lunghezza, persistenza. Bevuto, con gioia, in aprile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Poully-Fumé Mademoiselle de T 05 Chateau de Tracy&lt;/b&gt; Bianco. Oh, insomma, che volete: se bevo un Sauvignon ha da esser della Loira, ché là non c’è noiosa traccia vegetale, ma fiore, e tanto. E questo qui è un bel Sauvignon, sissigori, e affascina col bouquet. Ed ha fruttino bianco e piccolo e pure anche sfoggia freschezza invitante e armonia. Bevuto la bottiglia in gennaio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Recioto della Valpolicella Classico Vigneti di Moron Domini Veneti 2000 Cantina di Negrar&lt;/b&gt; Dolce. Lo ricordo finalista per i tre bicchieri, questo Recioto valpolicellese, senza però ottenerli nella guida del 2003. A distanza, s’è fatto ancora più elegante, quasi austero. Avvince la dolcezza, ma intriga vieppiù la speziatura, complessa. S’aggiunge fiore essiccato. A gennaio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Savenniéres-Coulée-de-Serrant Clos de la Coulée de Serrant 1980 Nicolas Joly&lt;/b&gt; Bianco. Joly sarà anche un affabulatore, e insomma avrà anche l’immagine del guru con quel suo essere leader del mondo biodinamico, ma le vecchie bottiglie della Coulée de Serrant son davvero buone. Non mostra traccia di cedimenti questo chenin dell’80. Bevuto in febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Monte Fiorentine 2005 Cà Rugate&lt;/b&gt; Bianco. Oh, insomma, so che mi ripeto e che l’ho già inserito nella top 2006, ma continua a strapiacermi e seguito a straberlo se solo ne trovo altre bottiglie. Insisto: è frutto gioioso quello che emerge dal bicchiere. Per me, un bianco ch’é benchmark per chi voglia far vini di beva &amp;amp; carattere insieme. Ribevuto in aprile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico Superiore 1999 Giuseppe Quintarelli&lt;/b&gt; Rosso. Il Bepi è il Bepi, e i vini che fa hanno il suo imprinting, il suo stile unico. E se te n’innamori può essere un guaio... Ma l’amore non conosce ostacoli, si dice: dunque, lasciamoci ammaliare da questo frutto nobilmente vellutato, avvolgente, potente, caldo &amp;amp; bevibile insieme. A maggio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1789326214606570218?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1789326214606570218/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/top-2007-met-percorso.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1789326214606570218'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1789326214606570218'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/top-2007-met-percorso.html' title='Top 2007 a metà percorso'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1818820609712469391</id><published>2007-07-01T12:37:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:38:54.463-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Massimo Ronca, vigneron a Sommacampagna</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Lasciatemelo dire: non son mica periodi di vacche grasse, questi qui, per i vignaioli della sponda veronese del lago di Garda. Il Bardolino si dibatte in una crisi d’identità: si salva (e salva i conti economici) il Chiaretto, ché è periodo di tendenza rosata. Il Custoza tira di più, sull’onda del ritorno d’interesse per i bianchi, ma i prezzi non sono certo alle stelle e anche qui magari c’è da colmare qualche gap di comunicazione. Non è che manchino, sia dal lato bardolinista che da quello del Custoza, produttori che facciano le cose per bene, ed anzi ci sono vini che io reputo di gran bell’espressione, ma c’è strada - tanta - che va recuperata per darne una miglior percezione. Ora, che nell’entroterra gardesano nasca proprio adesso una nuova cantina votata al credo del Custoza e del Bardolino è già di per sé una (buona) notizia. Da salutare con un qualche entusiasmo, ché potrebbe essere l’avvisaglia d’una svolta: i nuovi investimenti aiutano tutti, credetemi. E lo è di più se si considera che questi nuovi entrati hanno deciso di prendere il toro per le corna, puntando a vini che abbiano personalità ben definita.&lt;br /&gt;Confesso che di Massimo Ronca e della sua decisione di far vino a Sommacampagna non avevo mai sentito parlare prima. Prima del giorno, intendo, in cui nella casella di posta elettronica mi sono trovato l’invito all’inaugurazione della sua cantina. Un pdf d’impostazione elegante, è in zona non ne girano mica tanti del genere. E son rimasto sorpreso a vedere le foto delle bottiglie: tre bianchi e un rosso tutti in borgognotta, ed è un’altra anomalia in un’area in cui spopola la bordolese. E per di più con etichette dalla grafica minimalista-moderna, che non passa inosservata. Etichette e packaging affidati ad un art director, Marco Campedelli.&lt;br /&gt;Lo confesso: la prima intenzione è stata di lasciar perdere. Mi son chiesto se fosse davvero possibile che qualcuno si mettesse a metter soldi sul far vino in questa zona. E ho fatto spallucce. Mai aver preconcetti, ed io l’ho avuto: pensavo a un qualche parvenu che volesse fare il vignaiolo così, per moda. Poi la foto di quelle bocce atipiche ha continuato - per fortuna - a stuzzicarmi. E, insomma, all’inaugurazione non ci sono andato, ché non mi piace molto transitare per gli eventi mondani. Ma ho fissato un appuntamento e mi son fatto vivo qualche giorno dopo in via Val di Sona, che è poi una stradella che imboccate sul percorso che dall’uscita autostradale di Sommacampagna porta verso Bussolengo, poco prima del ponte della ferrovia: proseguite fino a uno stabilimento di ceramiche e proprio lì di fronte si entra fra i vigneti. O meglio, si entra fra i primi ettari di kiwi (e quelli continuano a rendere abbastanza), ché le vigne sono un po’ più sopra, sulla collinetta: una ventina d’ettari, dai quali si traeva uva da conferire alla cantina sociale. E già questo per me è stato una specie di schiaffone, ché ho trovato smentita all’idea che si trattasse di neofiti: i Ronca fanno uva dal ’76, mica da ieri. Settanta per cento per il Custoza, il resto per il Bardolino. Poi, col 2006, la decisione di mettersi in proprio. E di chiamare a interpretare vigna e terroir Enrico Paternoster &amp;amp; Gianni Gasperi &amp;amp; Roberto Lechthaler, tutta gente che sa il fatto suo e che ha bell’esperienza. Chapeau.&lt;br /&gt;Fra vigna e cantina, ho potuto conversare dunque con questo Massimo Ronca, che è produttore giovane e m’è parso che veramente abbia l’intenzione di far parlar di sé per le sue scelte. N’ha già fatte di coerenti anche nell’impostazione degl’impianti di produzione: acciaio piccolo, in modo da tener separata ogni singola pigiatura, ogni porzione di vigneto (non c’è per ora botte alcuna di legno), per poi far cuvée. Ed anche alla vigna s’è data nuova impronta, con un restyling delle vecchie cose e la posa di nuovi filari. Chiaro che occorrerà il tempo di vederne appieno i frutti. Ed altrettanto chiaro che, intanto, s’imbottiglia solo piccola parte, e il resto va via in cisterna: mica è possibile che uno dall’oggi al domani trovi la forza di vendere un centinaio di migliaia di bottiglie e più. Ma quel poco, ed è solo la prima annata, l’ho reputato interessante parecchio, e dunque eccomi qui a darne conto.&lt;br /&gt;Dico dunque che m’è parso che i vini della prima annata, quella del 2006 - son quattro le etichette -, siano tutti ben fatti. E che mi sembrano anzi destinati a dare ancora miglior impressione un po’ più avanti coll’affinamento nel vetro. Credo che riprovandoli nell’autunno li si potrà trovar cresciuti, e spero d’aver occasione di farne di nuovo la prova. E comunque sono vini che hanno carattere e non vogliono seguire mode piacione: secchi, secchissimi, mica i morbidoni che troppe volte ti trovi d’attorno. Bene. E dico tra me che ci vuole coraggio e determinazione (e forse anche un po’ d’incoscienza) a mettersi in una simile avventura, ma insomma, il punto di partenza è di già bello alto. E se il buon giorno si vede dal mattino, m’aspetto belle cose dalle vendemmie che verranno, quando le vigne risistemate e quelle di nuova piantagione daranno frutto ancora più netto. E dunque incoraggio l’intrapresa.&lt;br /&gt;Ordunque, i quattro vini di questa neonata aziend’agricola Ronca.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Custoza Tèra 2006&lt;/b&gt; Il nome è in dialetto: terra, vuol dire. Che è quasi una dichiarazione d’intenti. Le uve son garganega e tocai (qui detto trebbianello) in quasi ugual misura. E dico che è bianco fra i più intriganti all’olfatto che mi sia capitato d’annusare negli ultimi anni in zona gardesana. Memorie balsamiche di pino mugo s’espandono a onde dal bicchiere. E sotto frutto bianco (e pera). E fiore bianco secco. Buona pure la bocca, che ha bella progressione: dapprima il frutto, tanto, di poi la freschezza salina, e il finale è asciutto. Ha buona polpa. Magari vorrei maggior lunghezza, ma diamo tempo al tempo. Intanto, mi godo le fragranze.&lt;br /&gt;Costa in cantina a privati 4,70 euro per una bottiglia (27 la cassa da 6).&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garganega Camì 2006&lt;/b&gt; Camì sta per Camilla, la figlia del patron. La garganega è l’uva per eccellenza del luogo. Al naso tanto fiore bianco: camomilla. E accenni verdi, di clorofilla. E frutto bianco. Bel bouquet, davvero. Bocca tesa. Materica. Finale secco, da bianco di razza. C’è una vena un po’ amara che preferirei non trovare, ma credo che col passare dei mesi tenderà a scomparire.&lt;br /&gt;Costa 4,50 euro (25,80 in cassa).&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco Meuì 2006&lt;/b&gt; Francesismo storpiato nel nome: ma sì... Gran parte tocai, l’uva, e poi un filo di pinot bianco. E medesime note balsamiche del Custoza. E begli accenni di florealità. E frutto: la pesca nettarina, bianca, quando ancora è croccante, non del tutto matura. In bocca grande sapidità &amp;amp; salinità. E lunghezza. E possanza. Magari quel filino d’amaro in più, ma anche qui c’è da lasciar tempo.&lt;br /&gt;Costa 5,50 euro (31,80 in cassa)&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bardolino Erre 2006&lt;/b&gt; Erre sta per Ronca. O per rosso, fate voi. Ed è Bardolino che non bada ai formalismi: frutto maturo e tannino. Corvina all’ottanta per cento. Il resto è rondinella e perfino la quasi abbandonata altrove molinara, che nella vigna c’è e allora perché non adoperarla? Naso da chiodo di garofano, da cannella in stecca, da buccia d’arancia caramellata. E fragolona matura. In bocca c’è tensione, e frutto, e vena vagamente erbacea, e spezia. Bardolino da bere subito e, penso, ancora più interessante se si ha pazienza d’aspettarlo.&lt;br /&gt;Costa 4,80 euro (27,60 in cassa).&lt;br /&gt;Per ora, un faccino e quasi due :-).&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1818820609712469391?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1818820609712469391/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/massimo-ronca-vigneron-sommacampagna.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1818820609712469391'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1818820609712469391'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/07/massimo-ronca-vigneron-sommacampagna.html' title='Massimo Ronca, vigneron a Sommacampagna'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1493972685391152831</id><published>2007-06-23T12:34:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:37:06.200-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Per dirla col Blasco</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Mentre studiavo per gli esami di maturità, ed è passata una vita, ascoltavo una radio modenese. Trasmetteva da Zocca. Si chiamava Punto Radio. Non c’è n’è mai più stata una di così belle. Aveva, tra i suoi animatori, un tipo che cominciava allora a fare i primi concerti. Si chiamava Vasco Rossi. Oggi riempie gli stadi. Bene, i miei esami non c’entrano niente, e neppure la radio, ma quand’ho finito di leggere il numero di maggio di Wine Spectator mi si è stampato in testa il Blasco che canta: «C’è qualcosa che non va». E a non andare sono i rosé, quelli italiani: saranno anche buoni, ma sono muti. E così mi son dato il pretesto per spiegarmi.&lt;br /&gt;La copertina del più venduto fra i magazine enoici del mondo, in maggio era dedicata - udite, udite - al rosé. «Explore the many flavors of this attractive wine», strillava, invitando il lettore ad «esplorare i molti aromi di questo seducente vino». Ma non era proprio Wine Spectator la Bibbia dei vinoni pieni, robusti, tannici, concentrati, palestrati che hanno imperversato per un decennio almeno? Qualcosa sta cambiando, ed era ora. E i rosati stanno davvero imperversando. Al punto da conquistarsi la massima visibilità anche sulla testata leader degli States. Qualche anno fa sarebbe probabilmente sembrato eretico solo pensarlo. È la nuova tendenza, che attrae anche i guru a stelle &amp;amp; strisce. Che sia venuta l’ora che capiscano anche loro che il vino si deve bere, vivaddìo? Bene.&lt;br /&gt;Dice il servizio che negli ultimi cinque anni i bevitori americani hanno mostrato un crescente interesse verso i rosé. Le vendite si sono incrementate del 40 per cento già nel 2004. Le regioni meridionali della Francia, «the spiritual home of rosé», la casa spirituale dei rosati, hanno aumentato del 50 per cento l’export verso gli Stati Uniti fra il 2005 e il 2006. Nel ’95 Wine Spectator recensiva solo 94 rosé, nel 2006 è passato a 200. I ristoranti statunitensi hanno cominciato a inserire pagine di rosé nelle loro liste. Segnali importanti. Di nuovo bene.&lt;br /&gt;Ma allora, cosa c’è che non va? C’è che l’articolone entra nel dettaglio delle aree di produzione. E all’Italia, che di rosé ne produce parecchi - e anche di parecchio buoni, talvolta - dedica queste sole parole: «In Italy, rosé is known as rosato and is often made from Sangiovese». Tutto qui. E per chi non mastica l’inglese traduco: «In Italia, il rosé è conosciuto come rosato ed è spesso fatto da uve di sangiovese». Roba da restare allibiti.&lt;br /&gt;Come dite? Americani ottusi? Può anche darsi. Ma qui balza all’occhio soprattutto un’altra realtà, quella degli italiani incapaci di comunicare. Se in America si pensa che gli italici rosé siano roba toscana fatta col sangiovese, be’, c’è da preoccuparsi. E i fascinosi rosati del Salento? E i Chiaretti del mio lago di Garda? Inutile che i produttori rosatisti delle nostre parti se la tirino tanto: di là dell’oceano non li considerano, non li conoscono, non se li filano. Evviva.&lt;br /&gt;Non sappiamo comunicare: mi sembra chiaro. Non sappiamo mettere in rilievo le nostre prerogative, le nostre peculiarità. Ci contentiamo di seguire l’onda, fiutando il mercato. Vanno i rossi concentrati? Facciamo rossi concentrati. Vogliono i bianchi in barrique? Mettiamo i bianchi nelle botticelle. Parte il trend dei bianchi in acciaio? Contrordine compagni: via il legno. Monta la moda dei rosati? Tutti a fare rosé. Tutto lecito, tutto comprensibile: business is business. Ma se per una volta ci concentrassimo a mettere in luce quello che siamo? Possibile che noi, da sempre ottimi produttori di vini in rosa, non l’abbiamo mai gridato al mondo, quasi vergognandocene? Come fossero stati roba da femminucce nei tempi delle bottiglie tutto muscoli e pettorali. Anzi: avvalorando quasi quest’ipotesi. Autolesionisti. E adesso che il rosato spopola, eccoci a inseguire affannati. Con la Provenza che domina, ché lì non hanno mica mai avuto vergogna. Anche nei giorni di crisi.&lt;br /&gt;E poi c’è un’altra cosa: occorre convinzione. Già, essere convinti che fare rosati non è un ripiego. Che non sono, questi vini, figli d’un dio minore. Che hanno dignità, appunto, di vino, in senso pieno. Che non devono finire la loro vita col declinare dell’estate. Prendiamo i quindici rosati recensiti a fine articolo da Wine Spectator: tutti vini che hanno ottenuto valutazioni fra gli 87 e i 90 punti, che sono risultati mica da scherzo. Undici vengono dalla Francia. Due dalla Spagna (Rioja e Navarra). Uno dagli Stati Uniti (Oregon). Uno perfino dall’Australia. Niente Italia. Dei quindici, ben tredici sono rosé del 2005. Del 2005, ripeto. Due soli del 2006.&lt;br /&gt;Ho organizzato di recente una degustazione di rosé francesi per un gruppetto di produttori chiarettisti del Garda. Ho aggiunto alla descrizione delle bottiglie le note dei vigneron francesi e degli enotecari transalpini: nessuno di loro parlava di bere quei vini per forza entro l’anno, quasi tutti suggerivano il biennio a venire. Senza vergogne, con l’orgoglio d’aver fatto dei vini. Rosati, certo, ma vini. Con pienissima dignità. Ecco, credo sia questa la cosa più importante che ho potuto illustrare quella sera. Che poi mica pretendo che si tenga lì il vino, che non si beva giovane il rosato. Uno se lo beve quando vuole. È il produttore che deve avere più determinazione: altroché vini da trincare in pochi mesi! Sarà il consumatore a scegliere quando scolarsela, la boccia in rosa.&lt;br /&gt;Ché poi, il rosato, se è ben fatto, l’anno dopo sa essere ancora più seducente. Cade un po’ il colore, certo, si fa aranciato, oppure vira verso la buccia di cipolla. Ma il fiore e il fruttino della prima età s’aprono verso nuovi orizzonti speziati, aristocratici e fascinosi. Aprendosi a rinnovati abbinamenti in tavola: con le carni, col tartufo nero, per esempio. Provate.&lt;br /&gt;Di tutto questo il mondo enoico rosatista d’Italia tace. Muti, mutissimi i consorzi di tutela, indaffarati in altre promozioni. Incapaci di capire che in cert’aree la diversificazione è un valore, se la sai mettere in luce. Per dirla col Blasco, c’è qualcosa che non va.&lt;br /&gt;Ripenso al mio Garda, dove i rosé si chiamano, per disciplinare, Chiaretti: possibile che mai si sia pensato di puntare a questo nome di territorio per valorizzare davvero il terroir gardesano? Nossignori, sempre lì a begare (leggasi litigare) nel nome del campanile: meglio il bresciano, meglio il veronese. Ma piantiamola! Meglio il vino che sa della sua terra, della sua tradizione, della sua gente. Da una parte questi valori s’interpretano in cantina attraverso le uve di groppello e dall’altra tramite la corvina, tutto qui: ma la filosofia dev’essere comune, e ha da esser quella di mettere il terroir gardesano in bottiglia.&lt;br /&gt;Ora, devo aggiungere che qualche segnale interessante lo sto pur vedendo. Già ho detto dei nuovi rosati nati in riva orientale del Garda: il CorDeRosa delle Vigne di San Pietro, il Rosa Rosae di Guerrieri Rizzardi, il Feniletto della Prendina. E son rosati capaci di durare. In costa occidentale cambia il vento anche lì. All’ultimo Vinitaly Lucia Zuliani ha scelto di portare l’annata 2005 del Chiaretto di famiglia: qualche collega (suo) ha storto il naso, ma i visitatori e qualche collega (mio) hanno gradito. Cà Lojera da sempre vende il rosato (cabernet e merlot delle vigne di Ponti sul Mincio) senza badare all’annata, ché tanto col passar dell’anno il vino non fa una piega. E Gianfranco Comincioli ha appena messo in bottiglia due Chiaretti: quello dell’ultima vendemmia e il Vintage, figlio del 2005, costruito appositamente per più lunghi affinamenti. Precursore di tutti è Costaripa, che pure è pluri-rosatista, col suo Molmenti che da sempre s’affina in legno ed esce dopo lunga sosta, nell’anno successivo alla raccolta dell’uve, ed è buonissimo, credetemi.&lt;br /&gt;Ora queste cose occorrerebbe raccontarle. Con orgoglio, che è pure componente del terroir. E un briciolo di coraggio. Ma i consorzi non parlano, la promozione è affidata alle sagre paesane e i produttori non riescono a far sistema. E Wine Spectator dice agli americani che anche in Italia si fa il rosé, e si chiama rosato, e lo fanno i toscani col sangiovese, e poi basta. Ohibò.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1493972685391152831?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1493972685391152831/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/per-dirla-col-blasco.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1493972685391152831'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1493972685391152831'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/per-dirla-col-blasco.html' title='Per dirla col Blasco'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-4304887309688768960</id><published>2007-06-15T12:32:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:33:57.921-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Tradizione &amp; marketing: è Sherry, olè!</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sarà che son duro a comprendere io, ma quello dello Sherry è un mondo complicato, credetemi. Epperò, soprattutto andando sul posto, sud della Spagna, uno ci si pone un sacco di domande. Ad esempio del perché miriadi di vigneron di mezzo mondo facciano così tanta fatica a lavorare il vino in riduzione, senz’ossigeno, per evitar d’ossidarlo, e invece laggiù, in quell’angolo di terra spagnola fra il Mediterraneo e l’Atlantico, una tribolazione titanica la si affronti per farlo volutamente ossidare. Con quelle cataste enormi di botti, vecchie a volte anche d’un secolo, da cui vien fatto continuo travaso, fino a portare, pian piano, un po’ di vino a quella più in basso, al suolo: la botte solera. E son botti, tutte, sempre scolme: dei seicento litri che potrebbero contenere, se ne metton dentro cinquecento, in modo che ci sia aria. E da lì, quand’è tempo, una porzione andrà in bottiglia. Con calma, anche dopo venti, trenta e pass’anni.&lt;br /&gt;Ci si chiede, poi, perché si continui cocciutamente, orgogliosamente, a far questi vini, che son tanto forti d’alcol (vengono appunto fortificati, con l’aggiunta d’alcole) e così decadenti e meditativi, quando il mondo enoico ha scelto la freschezza.&lt;br /&gt;E perché in fondo qui l’enologia conti poco: si fa vino coll’uva (bianca) di palomino, lo si fortifica, si fa l’invecchiamento coi travasi, da secoli. Neanche pensarci a far vini… normali, di più pronta beva.&lt;br /&gt;E perché ci si radichi dunque così accanitamente nella tradizione produttiva, quand’invece nel far business si è tanto marketing oriented. Ché questo ho percepito visitando le bodegas (le cantine): da quelle parti sanno utilizzare tutti gli strumenti del marketing, eccome. E vale sia per le aziende maggiori (roba da milioni di bottiglie l’anno, tipo Gonzalez Byass, quella del Tio Pepe, o Osborne, quella che ha riempito d’enormi tori neri le collinette fianco autostrada di mezza penisola iberica) e pur anco quelle più piccine (tipo Bodegas Tradicion, con tanto di splendida, piccola galleria d’arte adiacente ai locali d’invecchiamento).&lt;br /&gt;Aggressivamente, perfino, fanno marketing questi jerezani. Tanto da destinare - il consorzio - più di quattro milioni d’euro l’anno alla promozione: olè!&lt;br /&gt;E i mega-produttori fanno del gran merchandising di magliette, cappellini, cavatappi, portafogli, foulard, cinture, orologi, spille, matite colorate, macchinine, giubbini e chissà quant’altro ancora, tutto rigorosamente marcato col logo aziendale e nient’affatto a buon mercato. E fan visitare i centri di produzione a bordo del trenino, con spiritosa &amp;amp; professionalissima guida: insomma, come a Gardaland, che uno i conti di quant’ha speso li fa solo il giorno dopo, ma in fondo non gliene importa granché dei quattrini lasciati, ché s’è divertito e quello è l’importante. Di nuovo: olè!&lt;br /&gt;Insomma: tradizionalissimi a produrre, avanzatissimi a commercializzare. Anche se un po’ di crisi la tocchi con mano pure là: il mercato è asmatico. Ma pazienza - sembrano dir gli jerezani - se il vino è in controtendenza e i tempi son difficili e in fin dei conti il grosso si limita alla Spagna e al Regno Unito e all’Olanda e adesso anche al Giappone: avanti così, ché cambiare è quas’impossibile, visto le gigantesche masse di botti che fanno invecchiare il vino (ma lo sapevate che qualcheduna di quelle botti, avvinata per qualche anno con lo Sherry, finisce alle distillerie di whisky?).&lt;br /&gt;L’occasione d’entrare nel profondo della terra dello Sherry me l’ha offerta la sezione del Veneto Occidentale dell’Associazione degli enologi ed enotecnici italiani, col suo viaggio di studio a Jerez de la Frontera. Con la guida di Daniele Accordini, presidente appunto degli enologi veneti, e di Giancarlo Prevarin, che guida l’Assoenologi nazionale. E col supporto di due aziende del settore: Vason (marchio noto, ma non conoscevo la simpatia di Giancarlo Vason) e Cadalpe. Eravamo, in squadra, una trentina di tecnici, tre giornalisti (c’erano Elisabetta Tosi e Lucio Bussi) e un blogger (Giampiero Nadali) e le note di viaggio di Lizzy-Elisabetta e Aristide-Giampiero le potete leggero rispettivamente su &lt;a href="http://www.vinopigro.it/" target="_blank"&gt;Vinopigro.it&lt;/a&gt; e su &lt;a href="http://www.aristide.biz/" target="_blank"&gt;Aristide.biz&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Ora, aggiungo che Sherry-Xérès-Jerez sono nomi equivalenti: il primo è quello usato dagl’inglesi, il secondo arabeggia (fu plurisecolare il dominio islamico), il terzo è l’attuale, post riconquista cristiana. Il (ricco e ben organizzato) consorzio di tutela del luogo ha un nome complicato: si chiama Consejo regulador de las denominaciones de origen Jerez-Xérès-Sherry, Manzanilla-Sanlúcar de Barrameda y Vinagre de Jerez. Significa che sovrintende ai vini della zona, ma anche all’aceto che da quelle parti traggono dallo Sherry e che, garantisco, è interessante assai. Epperdipiù promuove il brandy locale (pronunciano bràndi, coll’accento sulla a, mica brèndi alla francese come noi), che non ha una denominazione d’origine, ma è famoso e molto presente anche sugli scaffali della distribuzione italiana. Per chi volesse approfondire, il sito consortile è questo qui: &lt;a href="http://www.sherry.org/" target="_blank"&gt;www.sherry.org&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Ora, mi resta da dire, e già sono stato lungo, delle due maniera di far affinare questi benedetti strani vini di Jerez. E dir dunque della crianza biologica e della crianza ossidativa.&lt;br /&gt;L’origine è la stessa. Si pigia, in modo soffice, l’uva di palomino (più raramente il moscatel o il pedro ximènez, che si fa appassire sull’aia per una settimana e darà un vino dolcissimo e fascinoso, collo stesso sistema degli altri). Le fermentazione s’innesca con lieviti autoctoni. Compare a quel punto la flor, che è un velo di microrganismi (la fioretta, la chiamiamo da noi) che s’ispessisce poi fino a un centimetro e che protegge il vino dall’ossidazione e che conferisce sentori tipicissimi al vino. La flor agli jerezani non toccategliela: la considerano il vero segreto dei loro vini, insieme all’albariza, la bianca terra del posto, che s’indurisce e tiene sotto la poca acqua piovuta in primavera.&lt;br /&gt;In gennaio-febbraio, si passa all’encabezado, alla fortificazione coll’alcol e al travaso in botte di legno. E qui si aprono due strade: le due crianze, le due diverse maturazioni, con la flor (la crianza biologica) e senza flor (la crianza ossidativa). Perché la flor per vivere e lavorare ha bisogno d’ossigeno (e dunque la botte viene lasciata scolma, ma il vino non ha contatto coll’ossigeno perché la flor lo protegge) e alcol non enorme, ché sennò muore. Dunque, alcune tipologie di vino verranno fatte fortificando a 15 gradi, e si continuerà l’affinamento in botte con quel velo di microrganismi (e il colore rimane intatto, giallo paglierino), mentre altri vanno oltre i 17 gradi e continueranno a invecchiare, anch’essi nel legno in parte vuoto, a contatto coll’ossigeno (e il colore va man mano imbrunendo).&lt;br /&gt;Dopo la fortificazione, ecco che comincia il passaggio da una botte all’altra. Le file di botti si chiamano criadera: ce ne possono essere quattro, dieci, anche quindici di file, a seconda dello stile dell’azienda. Dalla fila più in basso, la solera, si prende una parte del vino e si passa all’imbottigliamento. Dalla fila di sopra, la prima criadera, si prende una stessa quantità di vino e la si mette nella solera. Dalla seconda criadera passa una medesima quantità di vino nella prima. Dalla terza passa alla seconda, dalla quarta alla terza e così via. Nell’ultima fila si aggiunge il vino dell’annata più giovane. Senza soluzione di continuità. Mescolando così vini di diverse annate. E allora, che età avrà un vino di Jerez? Un’età media: la si calcola in base al numero di criadera utilizzate, alla percentuale di vino che viene tolta a ogni travaso e alla frequenza dei travasi annuali. Quindi, quando su una bottiglia di Sherry vedete scritto 20, significa che lì dentro c’è un vino che ha un’età media di vent’anni, mica che viene dalla vendemmia di vent’anni fa.&lt;br /&gt;A seconda del fatto che si proceda con l’affinamento in presenza o in assenza di flor, si ottengono vini con caratteri diversi, che son quelli che indico qui sotto.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Fino&lt;/b&gt; Fatto con la crianza biologica, sotto la flor. Giallo paglierino. Molto secco. Al naso è, come dicono a Jerez, punzante: è l’odore tipico della flor, che somiglia alla pasta di pane che sta fermentando, lievitando. In bocca è salino. Qualche nota di camomilla. Niente fruttato, niente. Piace un sacco agli spagnoli, che lo bevono per accompagnare le tapas, gli spuntini. Io faccio fatica a berlo, l’ammetto.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Manzanilla&lt;/b&gt; Sempre crianza biologica. Sempre giallo pallido e secchissimo. Ha, in aggiunta, qualche vena iodata. Per il mio gusto, vale lo stesso discorso fatto per il Fino.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amontillado&lt;/b&gt; Prima crianza biologica e poi ossidativa. Nel senso che a un certo punto, dopo qualche anno, si va svanire la flor e il vino comincia così a ossidare. Diventa di colore ambrato. Ha un po’ la pungenza del Fino e insieme anche memorie di frutta secca, la nocciola in particolare. E quand’è ben fatto tira fuori certe vene che mi ricordano quando da ragazzino buttavo a seccare la buccia d’arancia sulla stufa. Secco. Le cose migliori sono interessanti.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Oloroso&lt;/b&gt; Solo crianza ossidativa: non c’è insomma alcuna influenza della flor, e dunque niente pungenza al naso. Può presentare invece ricordi di vanigliatura che ingannano: non è dolce. Ha speziatura (la cannella) e cuoio e vene quasi animalesche. Untuoso. Caldo per l’alcol, che comincia a esser alto. Secco. Ambrato. Ce n’è di molto buono.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Palo Cortado&lt;/b&gt; Una specie di Amontillado di categoria superiore. E di bella complessità. Insieme qualche memoria di crianza biologica e bell’evoluzione della crianza ossidativa. Tira fuori toni olfattivi di pasticceria traditori: pensi a un vino dolce e invece è molto secco. In bocca è salato. Finisce mandorlato. Raro, ma ce n’è in giro qualche bottiglia da applauso.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pale Cream e Cream&lt;/b&gt; Uno Sherry secco addolcito con vini dolci. Supera il centinaio di grammi-litro di zucchero. Lo bevono soprattutto gl’inglesi: che lo bevano, preferisco le tre tipologie precedenti.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Pedro Ximénez&lt;/b&gt; E al cospetto di questo vino qui, quand’è ben fatto, mi ci inchino. Viene prodotto dall’uva omonima. Ed ha tanto, tanto zucchero: più (a volte ben più) di quattrocento grammi per litro, accidenti! Eppure le bottiglie «giuste» son memorabili: uva passa, caramello, nocino, cannella, chiodo di garofano, fico secco, albicocca secca, crema di nocciole, sentori di mobili antichi. Vellulato, avvolgente. Caldo d’alcol. Lunghissimo. Scuro, a volte nero, d’impenetrabile colore: eppure viene da uve bianche, appassite al sole per qualche giorno. Ma attenti: c’è in giro di tutto, da vinelli di poco costrutto e misero soldo, stucchevolmente dolciastri, a dei fuoriclasse commoventi. Commuovetevi scegliendo i migliori.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-4304887309688768960?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/4304887309688768960/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/tradizione-marketing-sherry-ol.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/4304887309688768960'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/4304887309688768960'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/tradizione-marketing-sherry-ol.html' title='Tradizione &amp; marketing: è Sherry, olè!'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1612905991212547080</id><published>2007-06-10T12:29:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:31:49.141-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Et voilà: il Custoza in verticale</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Una verticale di Custoza è una rarità. Perché questo bianco delle colline moreniche orientali del Garda è sempre stato interpretato come un easy wine da bere entro l’estate. Salino, disimpegnato. Da aperitivo, da gòto al bar, più ancora che da pranzo. Ed ebbe, con questo stile e questa lettura, un successo travolgente al suo esordio, negli anni Settanta. E poi sembrò appannarsi. Per tornare oggidì a goder di discreta-buona salute.&lt;br /&gt;Epperò si seguita ad aver dubbi su quel disciplinare troppo ampio, che vede ammessa una pletora d’uve: obbligo di trebbiano toscano (che lì è detto castelli romani) e garganega e tocai friulano (il trebbianello) eppoi possibili aggiunte di cortese (la bianca fernanda), malvasia toscana, riesling italico, pinot bianco, chardonnay. E che ha troppe tipologie: il Custoza, il Superiore, lo spumante, il passito.&lt;br /&gt;Ora, senz’entrare nel merito delle discussioni circa la doc, ché sennò rischierei d’innescare una quaestio per la quale poche righe non bastano (io credo nel terroir, più che nel vitigno, ammesso che il terroir lo si rispetti per davvero), mi domando invece un’altra cosa, e cioè se davvero il Custoza sia il bianchetto dell’immaginario collettivo. E per dare un abbozzo di risposta, credo ci sia un’unica via: la verticale.&lt;br /&gt;Ognuno ha le sue fisime. Io in fatto di vini ho quella dei bianchi che sanno invecchiare. Mi piacciono avanti cogli anni. Assumono un’eleganza che da giovani raramente riescono a sfoggiare. Epperò, ovvio, mica tutti ci arrivano. Ché solo le terre e le vigne e i vigneron più vocati sanno combinare quel che serve alla longevità in bottiglia. E dunque adoro i Riesling del Reno, che superano i decenni. E gli stranissimi bianchi del Jura. E, in Italia, ho bevuto gran cose ultradecenni a Soave e in Lugana.&lt;br /&gt;Ordunque, quasi più che coi rossi, credo si debbano assaggiare, nei bianchi, varie annate di fila, in modo da capire se sotto il vestitino della festa, se dietro l’esuberanza adolescenziale, ci sia carattere autentico.&lt;br /&gt;Per il Custoza, m’è capitato due sole volte d’affrontarne più annate insieme d’un unico vino. La prima fu tre-quattro anni fa, con pochissime annate. Ed ebbi confortanti riscontri. Ed ora la seconda chance me l’ha offerta, e l’ho subito accolta, Silvio Piona, che coi fratelli ha preso in mano l’azienda che porta il nome del papà Albino, ch’è fra i nomi «storici» del mondo bianchista di quelle plaghe gardesane, uomo di punta del Custoza fatto a Custoza, ché, com’è noto a chi ha studiato storia, il villaggio presso il quale si combatté due volte nelle guerre dell’indipendenza d’Italia, e due volte vinsero invece gli austriaci. Sommacampagna è il comune.&lt;br /&gt;Dei Custoza targati Albino Piona ho testato (e meglio sarebbe dir tastato, alla veronese, che vuol dire assaggiato) il Campo del Selese, ch’era in origine – vendemmia ’99 – nato come una sorta di crû. Poi col 2001, rinnovato il disciplinare e introdotta la nuova tipologia, divenne un Superiore. E n’ho provate tutte le annate sin qui prodotte, ossia, in continuità, dal ’99 al 2004. Nel 2005 s’è preferito non farlo: troppa pioggia in vendemmia. Eppoi il 2006 è ancora a meditare nelle vasche, ma anche questo ho assaggiato, e ve ne dirò comunque l’esito attuale.&lt;br /&gt;Aggiungo un’altra informazione che mi pare importante, e cioè che la vendemmia del ’99 è anche la prima che ha visto i Piona avvalersi d’un giovane consulente di valore: Flavio Prà, da Monteforte, terra del Soave. E di prove del suo valore ce ne sono in giro parecchie.&lt;br /&gt;Devo poi dire delle uve e della cuvèe. Sempre, in ogni annata, il Campo del Selese lo si fa col 70 per cento di garganega, il 10 di trebbiano e il 20 di chardonnay. Fino al 2001 la garganega e il trebbiano erano in acciaio e lo chardonnay nella barrique. Dal 2002 s’è portato nel legno un 20 per cento di garganega, mentre tutto il resto, chardonnay compreso, è andato in acciaio.&lt;br /&gt;Se ne fanno in tutto fra le 8 e le 12mila bottiglie per anno, a seconda di com’è andata la stagione. E costa, in cantina, ai privati, sugli 8 euro.&lt;br /&gt;Dimenticavo: il nome. Si chiama Campo del Selese perché alla Palazzina, la campagna che Albino Piona ha nella frazioncina di San Rocco, da dove proviene in maggioranza l’uva di questo Custoza, c’è, appunto, il sélese, ossia l’aia di mattone su cui si batteva, un tempo, il frumento. Il campo vitato è sulla collinetta dietro al sélese.&lt;br /&gt;Dunque, vediamo com’è andata.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Campo del Selese 1999&lt;/b&gt; Prima annata, e vino magrolino. Ancora giovanilmente bello il colore: chiaro, cristallino, con vena verdina. Ed ha bouquet finissimo di fieno secco e fiori appassiti, e nuance di mineralità intrigante. In bocca è tuttora fresco, ma mostra pure accenni di decadenza, di dolcezza ossidativa. In ogni caso: soddisfatto, ché era vino pensato, allora, per esser presto bevuto e finito.&lt;br /&gt;Un lieto faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Campo del Selese 2000&lt;/b&gt; Ahimé, nulla da fare: due bottiglie aperte, e due vini ossidati. Il tappo non ha tenuto.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Superiore Campo del Selese 2001&lt;/b&gt; Giallo, traversato da lampi verdi e dorati. Ha naso ampio di fiore essiccato di camomilla e di frutto giallo. E c’è, curiosa, la presenza del caco maturo. E ricordi citrini. La bocca è ampia, polposa, succosa di frutto. Ha vena d’agrumi (la buccia d’arancia candita). Bella freschezza, e insieme anche qualche traccia di miele d’acacia. E spezia. Durerà, bello, ancora.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Superiore Campo del Selese 2002&lt;/b&gt; Giallo dorato nella colorazione, ha naso subito chiuso, e minerale, epperò s’apre verso toni vegetali e lievemente speziati. La bocca ha frutti tropicali e ancora il caco. Eppoi la spezia dolce e traccia d’incenso. E c’è pienezza di frutto e burrosità borgognona. Magari non è il mio stile di bianco, ma c’è stoffa da vendere. E cresce alla distanza, nel bicchiere.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Superiore Campo del Selese 2003&lt;/b&gt; Tu valla a capire l’annata calda del 2003. E la dovremo pur capire se è vero che ci stiamo tropicalizzando. Comunque, ci ha dato un Selese chiuso chiusissimo al naso e fruttato fruttatissimo in bocca. Vino sodo, polposo, nemanco troppo dolce come me lo sarei invece aspettato. E con vena minerale che gli dà equilibrio. Manca però un pochetto in tenuta.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Superiore Campo del Selese 2004&lt;/b&gt; Magrolino, direi sulla scia del ’99, ma parecchio meglio definito nel carattere e nei dettagli. Giallo brillante, mica carico. Bel naso, floreale soprattutto: fior di camomilla e cenni d’anice e rosmarino abbozzato. Scriverei: Loira style. In bocca è ancora camomilla e pera e mela asprigna e cotogna e susina gialla. Annata la più elegante fra quelle provate in bottiglia.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bianco di Custoza Superiore Campo del Selese 2006 (vasca)&lt;/b&gt; Ovvio: ci vuol cautela. A scriver d’un vino che ancora non è. In acciaio resterà sulle fecce fini almeno - è l’intenzione - sino alla prossima vendemmia, e poi decideranno. Me ne prenoto qualche bottiglia. Perché quella tensione, quella freschezza, quelle vene agrumate, quella pesca bianca che s’apre lenta mi fanno presagire cose buone. Incrociamo le dita.&lt;br /&gt;In sintesi: già, il Custoza sa dar bianchi che hanno chance di tenuta. Lo dobbiamo rimetabolizzare. Preferisco, per mio conto, le annate più fresche. Ma anche quelle che sono sul frutto s’esprimono bene: vorrei ribere in futuro il 2002, ché mi piacerebbe capire dove andrà a finire quel suo mix di frutta e di spezia, e potrebbe dar sorprese. Epperò lo stile s’è comunque definito, pulito. E il 2006 potrebb’essere la quadratura del cerchio.&lt;br /&gt;Ringrazio l’Albino Piona family per la chance che m’ha dato. Di capire qualcosa di più di quelle terre moreniche. E dei vini che se ne possono trarre.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1612905991212547080?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1612905991212547080/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/et-voil-il-custoza-in-verticale.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1612905991212547080'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1612905991212547080'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/et-voil-il-custoza-in-verticale.html' title='Et voilà: il Custoza in verticale'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-3955412370801785932</id><published>2007-06-03T12:27:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:29:09.586-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Della pro loco, dell’olio e della qualità fra le colline vicentine</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ci credreste mai? Una pro loco - già, proprio una di quelle associazioni strapaesane che di solito organizzano le sagre - cambia le prospettive agricole di un’area, puntando tutto sulla qualità? In campo oleario. In una zona che olearia non sembra. Eppure succede. Nel Vicentino. Sui Colli del Basso Vicentino.&lt;br /&gt;Oh, mica è sola, nell’avventura, la pro loco di Nanto, ché non ce l’avrebbe mai fatta, in solitaria. C’è di mezzo l’amministrazione provinciale col suo servizio fitopatologico (quello che di solito spiega agli agricoltori quando e come intervenire contro le malattie delle piante). E poi la Camera di commercio. Insomma: gli enti pubblici del territorio.&lt;br /&gt;E tutt’insieme cos’hanno dunque fatto? Hanno mess’insieme un progetto qualità. Attenti: qualità, mica solo produzione. E qualità s’è ottenuta. In una manciata d’anni appena. Cinque anni. Incredibile. Quando si dice pianificare per bene le cose.&lt;br /&gt;Il servizio fitopatologico ha ideato e varato e gestito il progetto di qualificazione della produzione dell’extravergine vicentino, la Provincia l’ha sostenuto, la Camera di commercio l’ha sponsorizzato, la pro loco ha fatto da referente per le realtà locali.&lt;br /&gt;Complessivamente, gli olivicoltori coinvolti sono una trentina. Ognuno ha accettato un regolamento che dettaglia obiettivi, ruoli, condizioni. Undici di queste aziendine, le più rappresentative, sette sui Berici e quattro sui Lessini, vengono seguite settimanalmente dal personale tecnico del servizio fitopatologico. Per introdurre le «buone pratiche» agronomiche.&lt;br /&gt;Quando s’avvicina il momento di tirar giù i frutti, tutti insieme scelgono tempistiche di raccolta e di molitura. Puntando a fare buon olio. Il migliore possibile.&lt;br /&gt;Ciascuno provvede in proprio a tirar giù l’oliva. Ciascuna singola partita viene mandata rapidamente, più rapidamente possibile, all’impianto di frangitura preselezionato. L’olio ottenuto da ogni lotto viene stoccato in vasche d’acciaio: si prelevano i campioni destinati alle valutazioni e si sigillano i fusti. Se il campione passa il test chimico e quello d’assaggio, si va all’imbottigliamento: vetri uguali per tutti, etichette identiche (arancioni), con la sola personalizzazione del nome del produttore. E prezzi convenzionati sul mercato.&lt;br /&gt;Alcune delle partite più interessanti finiscono anche in un blend destinato alla certificazione nella dop Veneto Euganei Berici.&lt;br /&gt;Tutto questo consente di ottimizzare i costi, di ridurli all’osso. Questa è capacità di industrializzare i processi in un mondo di microproduttori.&lt;br /&gt;L’olio con la dop si chiama Gaudio, quello fuori dop Laudo, quello biologico Gemmo. Il laudo costa 8 euro nella bottiglia da mezzo litro (ma ci sono anche quelle da 250 e da 750), il Dop viene fra i 10 e i 12 euro (sempre la mezza), il Gemmo 11. Questo è diversificare, far marketing.&lt;br /&gt;Roba che se non l’avessi seguita dall’inizio, passo dopo passo, dalla primissima, quasi metafisica riunione in un teatro di Barbarano Vicentino, non ci crederi neppure. E invece i risultati sono lì a dimostrare che le cose si son fatte, e bene. Bravi. E bravo, lasciatemelo dire, in particolare Sergio Carraro, che coordina il progetto per la Provincia.&lt;br /&gt;Adesso vi racconto gli oli. Col solito criterio dei miei faccini.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Rezzadore - Lonigo - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; Un monocultivar di grignano. Al naso ha i tratti tipici della varietà, quando le olive son colte freschissime: un’esplosiva, fascinosa sensazione di succo, fiore &amp;amp; foglia di limone. I medesimi tratti tornano senz’esitazione al palato, arricchendosi di sentori di rafano, rucola ed erba luigia. La piccantezza è vivida, ben tratteggiata. La pasta ha buona astringenza. Poi esce la frutta secca. Il migliore olio sin qui assaggiato in zona.&lt;br /&gt;Nel suo genere, tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Roberto Possia - Castegnero - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; Altro bell’olio. Si fa apprezzare per la pulizia. Tratto da olive di frantoio, leccino, coratina e altre varietà minori, ha livrea gialla brillante che sfuma nel verde. Al naso, l’erba di prato, l’oliva a prima invaiatura, il pomodoro verde, la rughetta. Al palato, le vene erbacee si fondono con la mandorla e la nocciola ancora verdi, appena colte. Una sottile piccantezza rinnova lo slancio. Nel finale ancora frutta secca.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Ettore Busatta – Sossano - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; È d’un limpido, brillante colorito giallo quest’olio che viene in prevalenza da olive di frantoio, leccino e coratina. Ha piacevoli, ben definiti sentori d’oliva a invaiatura, d’erbe pratensi, di basilico, di pomodoro verde, di mela granny smith. Al palato dà prova grintosa con la sua vivace piccantezza. Il quadro aromatico vive sull’equilibrio fra note dolci e amare. Poi, largo alla frutta secca. Con finale di bella tendenza astringete.&lt;br /&gt;Due faccini anche a questo :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Olivicoltori Associati Colli del Basso Vicentino - Nanto - Olio Extravergine di Oliva Gaudio Dop Veneto Euganei e Berici&lt;/b&gt; Il Dop degli Olivicoltori Associati nasce dalla cuvée di varie partite. Ha tenue tono di giallo. Il bouquet richiama l’oliva, il fiore giallo, l’erba di prato. C’è vena agrumata. Al palato trovi equilibrio nel dolce e nell’amaro. La piccantezza ben s’esprime, senz’essere aggressiva. Un intrigante cenno di buccia di limone verde accompagna nel finale la mandorla e la nocciola.&lt;br /&gt;Un Dop da due faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Redenzio Trevisan - San Germano dei Berici - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; Ha tonalità giallo-verdi, quest’olio figlio d’olive di frantoio, leccino e maurino. Porge leggero il fruttato fresco. S’aggiungono profumi lievi d’erbe campestri e carciofo. Subito, in bocca, l’amaro del cardo e fors’anche della foglia d’olivo. La piccantezza avanza a spallate. Ma breve, Con gradualità la sensazione amara vira verso il carciofo, la rucola, il tarassaco, stemperandosi infine nella mandorla.&lt;br /&gt;Due faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alessandro Piovene Porto Godi - Toara di Villaga - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; Nome importante, quello del produttore, e buon olio. Dalla veste verde pastello, limpida, brillante. Viene in prevalenza da olive di rasara, frantoio e leccino. Porge tenui profumi d’erba di prato e d’oliva fresca. Le note vegetali son delicate anche al palato. La pasta è ravvivata da una leggera nota piccante. L’astringenza è sottile. Il finale vira verso nuance della frutta secca.&lt;br /&gt;Un lieto faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Aurora – Barbarano - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; Erminio Loro, aziend’agricola Aurora, è un veterano degli oli di qualità dei Colli del Basso Vicentino. Quest’anno è olio aromaticamente delicato, lieve, eppure è anche grintoso nella pasta. Il naso sente fresche vene d’oliva, d’erba di prato. Sottile il fondo d’erba limoncella. In bocca subito ecco il tono floreale. Evolve quasi con immediatezza su sentori di frutta secca. La spinta piccante ravviva la pasta, che ha buona astrigenza.&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Emilio Gastaldi – Grancona - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt; Ottenuto da olive di rasara, frantoio, leccino e moraiolo. Ha chiara tonalità giallo-verde. Al naso elargisce sentori d’oliva, di frasca spezzata, d’erbe di campo (col tarassaco in bel rilievo), accenni di carciofo crudo. La prova gustativa è invece fin da subito in presenza della frutta secca, su un fondo amarognolo di erbe campestri. Una buona piccantezza dà slancio alla pasta. T’aspetteresti solo un pelo di definizione in più.&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Arturo Rigo – Mossano - Olio Extravergine di Oliva Laudo&lt;/b&gt;  Vestito d’una smagliante tonalità verde chiara, l’extravergine di Arturo Rigo, ottenuto da olive di frantoio, rasara e leccino, offre profumi fruttati e memorie d’erbe di campo. In bocca manca magari un pochettino nella definizione aromatica, ancorchè sappia comunque mettere in gioco buone doti di piccantezza e di astringenza su un fondo amaro di carciofo crudo. Comunque, olio che val la pena di provare anche questo.&lt;br /&gt;Ancora un faccino :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-3955412370801785932?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/3955412370801785932/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/della-pro-loco-dellolio-e-della-qualit.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/3955412370801785932'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/3955412370801785932'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/06/della-pro-loco-dellolio-e-della-qualit.html' title='Della pro loco, dell’olio e della qualità fra le colline vicentine'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-3453983695006330993</id><published>2007-05-26T12:25:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:27:22.147-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Luciano, il terroir e le guide del vino</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Credo che di Luciano Pignataro ce ne siano più d’uno. Perché non riesco a capacitarmi di come faccia da solo questo collega, giornalista del Mattino di Napoli, a fare tutto quel che fa. Non c’è evento del mondo dell’enogastronomia della terra campana che non lo veda protagonista. Il suo sito &lt;a href="http://www.lucianopignataro.it/" target="_blank"&gt;www.lucianopignataro.it&lt;/a&gt; è, direi sicuramente, il più letto di tutto il Meridione, migliaia di contatti al giorno. E fa una guida ai vini della Campania che ritengo esemplare. E avrà pure una vita privata, vivaddìo! Mah.&lt;br /&gt;Gliel’ho anche chiesto, via mail, come riesca a mettere insieme tutte queste cose. E mi ha risposto, laconico: «Non perdo tempo con le donne come te!» Spiritoso, l’uomo.&lt;br /&gt;Ma sulla guida enoica di Luciano ci voglio ritornare, ché è interessante parecchio. Ma mica per recensirla (e basta). No. Piuttosto, perché m’ha fatto riflettere sul senso di far guide del vino oggi.&lt;br /&gt;Una cosa per volta.&lt;br /&gt;Intanto, in poche righe, il libro. S’intitola «La nuova guida completa ai vini della Campania», Edizioni dell’Ippogrifo, 23,80 euro. Presenta 240 aziende e 1500 etichette della regione. Una specie di enciclopedia del vino campano. «La guida - dice Luciano in un comunicato che m’ha inviato - è sponsor free: nessun contributo privato o pubblico, niente pubblicità dirette o indirette (vedi acquisto copie concordato prima della stesura). L'autonomia di giudizio è garantita dall'investimento editoriale perché questo lavoro è stato pensato per i lettori e gli operatori del settore in una fase in cui la critica enologica sta subendo un profondo ripensamento. Ogni scelta, ogni valutazione, ogni indicazione, è il frutto di una scelta consapevole dell'autore e dei giornalisti che hanno partecipato all'impresa». Applaudo.&lt;br /&gt;E fin qui il volume in sé. Quel che però mi piace dell’approccio di Luciano ai vini della sua terra, è che lo scriver di vino è per lui una sorta di pretesto per raccontare di sociologia, d’antropologia, d’economia, di tradizione e storia e finanza, di peccato e santità, di vizi e di virtù delle genti di questa o quest’altra provincia. Il vino come metafora della vita? Può essere. Che poi tutto questo, insieme ai vitigni (e in Campania ce n’è un centinaio) e ai suoli e al clima, è quel che i francesi, con un’intraducibile parola che supera la parola e si fa concetto e filosofia, chiamano terroir.&lt;br /&gt;Già, terroir, parola magica. Che troppo spesso confondiamo con terreno o territorio. Macché. È soprattutto uomo, umanesimo, pensiero, idea, anima. Orgoglio di mettere in bottiglia una propria concezione del mondo, quello nel quale si vive e si fa vino. Questo dovrebb’essere la via al vino vero. Mica pura tecnologia, mica enologia esasperata. Se fosse solo questione di tecnica, il Tavernello sarebbe re: tecnologicamente ben fatto e a piccolo costo. Vorremo mica tavernellizzarci tutti, vero?&lt;br /&gt;La sociologia, dicevo sopra, è uno dei contenuti del lavoro di Pignataro. Sentite come descrive l’origine delle magagne commerciali dei vini di Napoli e provincia: «La coscienza partenopea non prende atto ancora del fatto che in Italia ci sono ormai altre due città ben più importanti e che il baricentro psicologico del mondo si sta spostando verso il Pacifico, sicché la comunità sopravvive con le sue ritualità liturgiche sempre meno pratiche e più ingombranti, talvolta simpatiche ma sempre comunque stancanti. Ciò che era veloce all’inizio del ‘900 è ormai terribilmente lento ai giorni nostri. Stupisce come questa autoreferenza del subconscio, comune ai cittadini delle grandi capitali, metta insieme plebe e aristocrazia, analfabeti e intellettuali, impiegati e disoccupati: tutto nasce e muore a Napoli, la campagna non è vista come risorsa da valorizzare attraverso la cura costante, quanto come una miniera da sfruttare sino all’esaurimento. Il nocciolo della questione meridionale è, tutto sommato, nel fatto che l’aristocrazia borbonica bruciava i suoi averi per fare palazzi e stare magnificamente in città mentre quella toscana coltivava la terra e i Savoia facevano guerre a destra e a manca trasferendo l’astuzia montanara nei giochi diplomatici». Serve dire altro? Ed è scrivere di vino, questo? Sissignori, è scriver di vino, è scriver di gente, è scrivere insomma di vita partendo, appunto, dal vino. Che ha nella vita dell’uomo la sua essenza principale, più del vitigno, del suolo, del clima, della tecnica di cantina.&lt;br /&gt;E quell’autoreferenzialità che Luciano riferisce a Napoli e ai napoletani non è forse l’origine vera del cronico ritardo del decollo di tante aree vinicole, mica solo nel Sud? Penso ad esempio al «mio» lago di Garda: le modalità sono diverse, certo, ma la causa è, probabilmente, la stessa: essere sempre e comunque autoreferenti. Quanti pensate siano i produttori che hanno l’abitudine di assaggiare con costanza i vini altrui? E per altrui intendo sia quelli dei produttori della stessa zona, sia quelli dei vigneron d’altre latitudini. Macché: il vino lo fanno e mica lo bevono, loro. E come volete che possa crescere la coscienza produttiva, se poi manca il confronto, se poi difetta l’apertura al mondo? Se si pensa che per fare vino migliore basta comprare una diavoleria tecnica in più? Se vai a trovare un produttore italiano, ti mostra con orgoglio la sua cantina e l’ultima, fiammante macchina enologica. Se vai a trovare un vigneron francese, ti porta, con orgoglio, a vedere la vigna, e poi t’accorgi che, magari, in cantina c’è poco o niente in fatto di tecnologia, e c’è una muffa di tre dita.&lt;br /&gt;Ora, di tutto questo, noi che scriviamo, chi più chi meno, di vino, facciamo fatica a parlare. Perché spesso ci nutriamo della stessa cultura, iper-razionalista, di cui si nutrono i produttori nostrani. E dunque il lettore, che è poi chi il vino lo dovrebbe comprare e vendere e bere, farà ancora più fatica a capire.&lt;br /&gt;Certo, ci son le guide. E secondo me aiutano: ne sono convinto. Io le guide le faccio, e le faccio perché ci credo. E capisco che perfetti non si è e non si può essere. Ma le guide sono servite e servono. Chiedetelo ai produttori, se non servono. Solo chi non c’è le snobba. Come la volpe e l’uva, ricordate? Siccome la volpe non arriva a prender l’uva, allora dice che è acerba. Dite quel che volete di Vini d’Italia, ma senza la guida del Gambero e Slow Food dove sarebbe la cultura del vino italiano oggi?&lt;br /&gt;Però, c’è un però. Però mi piacerebbe che in Italia esistesse una guida come la Hachette francese, e il libro di Luciano Pignataro mi ci fa ancora più convinto. Non perché il lavoro di Luciano ci assomigli, alla Hachette, ché anzi anche la sua guida poggia sulla stessa anomalia ch’è tipica di tutte le altre guide italiche (e dopo dico qual è, quest’anomalia), ma perché, appunto, mira a descrivere la gente più che la tecnica, il terroir più che la terra, l’autenticità più che la concentrazione.&lt;br /&gt;Cos’ha di particolare questa Hachette che tanto mi piace? Ha che i vini non sono recensiti per cantina. Sono recensiti per denominazione d’origine. E all’interno delle denominazioni d’origine, per denominazione comunale. Vino per vino, non produttore per produttore.&lt;br /&gt;In più, sulla Hachette d’ogni vino si dà un giudizio in stelline, ed è un giudizio assoluto, che descrive il vino in sé. E poi ad alcuni, prescindendo dal numero di stelline, si dà il coup de coeur, che mette in luce la miglior fedeltà al terroir d’origine. Così potremo avere un vino con tre stelline senza coup de couer, e dunque sarà un vino buonissimo, ma non necessariamente il più fedele descrittore di quella denominazione in quell’annata. E potremo avere un vino da due stelline col coup de coeur, e dunque sarà un vino non d’enorme impatto in sé, ma certamente il meglio di quell’anno per quel suo particolare terroir. Ecco: questo è quel che credo serva al «nuovo» utente del vino italiano.&lt;br /&gt;Da noi sulle guide si presentano invece le aziende: ecco l’anomalia. Sulla Hachette si parla dei vini e dei loro terroir. Sicché, magari, un certo produttore può avere cinque schede per cinque diversi vini di terroir, e un altro una scheda sola. E dunque anche il piccolissimo produttore, quello che magari fa un solo vino di una denominazione minore, può aver la stessa chance d’essere in guida di quell’altro che fa tanti vini in un’area più celebre e quotata. Da noi non succederebbe.&lt;br /&gt;Capisco che l’ho fatta lunga e che il brodo lungo non piace a nessuno. Ma l’idea di fare una guida ai terroir della mia terra m’intriga e il fatto che Luciano Pignataro sia riuscito a mettere insieme per due volte una sua guida ai vini della Campania mi stuzzica ancora di più.&lt;br /&gt;Quel che spero è che comunque alla fine trionfino i vini autenticamente di terroir. E per questo serve il contributo di tanti. Di chi fa vino, certo, ma anche di chi lo vende, di chi lo compra, di chi lo beve e di chi ne scrive. Io ne compro, ne bevo e ne scrivo. Cerco di metterci del mio. Luciano Pignataro ha fatto di più.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-3453983695006330993?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/3453983695006330993/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/luciano-il-terroir-e-le-guide-del-vino.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/3453983695006330993'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/3453983695006330993'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/luciano-il-terroir-e-le-guide-del-vino.html' title='Luciano, il terroir e le guide del vino'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8307400016401786834</id><published>2007-05-20T12:14:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:16:50.231-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Storia di bianchi di dieci e più anni</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;C’è chi è nato postumo. Lo diceva Friedrich Nietzche, filosofo. Ora, fatte le debite proporzioni, un sentimento del genere mi capita di sentirmelo talvolta appiccicato addosso. Quando dicevo che certi bianchi sono buoni almeno dopo cinque anni di bottiglia, mi si guardava con compassione. Quando scrivevo di mineralità, l’ironia fioccava. Quando sostenevo che la beva è un fattore importante per un rosso, si dubitava della sanità mentale. E se affermavo che mi piacevano i rosati, be’, peggio per me. Oggi le «nuove» parole d’ordine del vino sembrano quelle lì: longevità, mineralità, beva. E i rosè «tirano» come non mai sul mercato. Avviso: da qualche tempo mi stanno intrigando le accese freschezze dei Riesling della Mosella di due-tre anni d’età e le ossidazioni - volute e ben compensate dalla spinta acida - dei bianchi del Jura...&lt;br /&gt;Detto questo, non posso che esser lieto che - finalmente - si propongano iniziative volte a valorizzare sul serio i bianchi capaci d’invecchiare, mentr’attendo ancora che - finalmente - qualcosa si faccia per i rossi da bere. E nel primo ambito, una manifestazione di valore è quella che Bruno Donati, grazie al sostegno, che mi par convinto, del Consorzio del Soave, realizza da un paio d’annetti a Monteforte d’Alpone, est della provincia veronese, mettendo insieme cento e passa bianchi più o meno longevi dell’italica terra tutta.&lt;br /&gt;Quest’anno, alla seconda puntata, devo dire che il livello di «Tutti i colori del bianco» (è il titolo della kermesse archeobianchista) è stato alto. Sia per i vini in degustazione, sia, soprattutto, per il qualificato parterre di produttori (mica facile sentire insieme i Felluga, gli Jermann, i Benanti, i Massa, i Soldati, i Folonari, giusto per dirne qualcheduno) che hanno preso a interrogarsi insieme (molti di loro certamente lo facevano di già, ma in solitudine quasi sempre) di come il vino sia più figlio del terroir che non della cantina. E già questo avrebbe giustificato lo sforzo organizzativo.&lt;br /&gt;Eppoi, com’ha giustamente mess’in luce Mario Pojer, vigneron tridentino, è bene riflettere sui vitigni autoctoni, che han retto e reggono meglio degl’internazionali. Ma mica ci si deve pensare per feticismo o moda. Il fatto è che le vigne internazionali qui da noi maturano tropp’in fretta, mentre quelle di storica presenza hanno tempi più lunghi, e dunque più perfetta completezza e anche potenziale maggior finezza e longevità dei vini che se ne traggono. E mi par si possa esser d’accordo. Purché s’abbia rispetto non tanto e non solo del vitigno in sé, quanto della sua interazione con la terra, col clima, con la storia, con l’uomo, col terroir insomma. E si pensi che la cantina e la tecnologia son buone se permettono di meglio preservare quant’è nato in vigna, e solo questo.&lt;br /&gt;Ora, mi vien voglia di dire qualcosa dei bianchi «vecchi» che ho assaggiato. E siccome erano tanti e tanti nel chiostro montefortiano, mi limito a quella quindicina che ho tastato alla degustazione destinata ai giornalisti e affini. E dunque, andiamo, in ordine d’età, dal più giovane al più vecchio. Senza voti o faccini o quant’altro, come già l’anno passato.&lt;br /&gt;Avverto poi che il nome del vino l’ho ricavato da testi e guide e siti, perché purtroppo il foglietto distribuito in sala era troppo sintetico e assai impreciso (e questa direi è l’unica cosa davvero da migliorare dell’evento di Monteforte). Ergo: ce l’ho messa tutta, ma non assicuro che la denominazione sia esattamente quella ch’era in uso nell’annata.&lt;br /&gt;Comincio.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Orientali del Friuli Rosazzo Bianco Terre Alte 1997 Livio Felluga&lt;/b&gt; Che vino! Fu tre bicchieri di Vini d’Italia. Glieli ridarei di nuovo. Ché è ancora terribilmente giovane. Color giallo-verde. Fascinoso naso di fiori e clorofilla e pompelmo. E in bocca ancora vegetalità e agrumi e salvia e anice e pesca bianca e florealità. E freschezza. E lunghezza. E capacità di reggere nel calice. Buono, buono, buono.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Caluso Bianco Vignot S. Antonio 1997 Orsolani&lt;/b&gt; Scrivo Caluso Bianco Vignot S. Antonio, ché credo questo fosse allora il nome giusto: il foglio di sala dice solo Vignot Erbaluce. Comunque, un Erbaluce, Piemonte. Al naso, un po’ ossidativo. Ha cedro ed ananasso quasi canditi e vaghe note d’erba limoncella. Il bocca ancora vene agrumate e discreta freschezza e frutto morbido. Si fa ancora bere. Niente di più.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico 1997 Suavia&lt;/b&gt; Bottiglia ossidata. Peccato.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Podium 1997 Garofoli&lt;/b&gt; Giuro che m’impegnerò a cercar di capire il Podium. Un Verdicchio che sa di legno senz’essere mai stato nel legno: pazzesco. Fin qui, confesso d’averlo sempre trovato ostico. Eppure senti che ha materia e personalità, che si disvelano con lentezza nel bicchiere. Fa meditare, ma fatico. Il ’97 fu tribicchierato da Vini d’Italia.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Terre di Franciacorta Marengo 1996 Villa&lt;/b&gt; Burroso. Frutto tropicale. Vene ossidative. È un bianco datato, indicatore di mode che al suo tempo - un decennio fa - ancora imperavano (imperversavano) sull’onda delle sirene mercantili americane e dunque si piantava ovunque chardonnay e si affinava comunque in barrique tostata e vanigliata. Non è (e non è mai stato) il mio tipo di vino.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Etna Superiore Pietramarina 1996 Benanti&lt;/b&gt; Mai stati sull’Etna? Se volete ritrovarne gli odori e i caratteri in un vino, bevete il Pietramarina di Benanti. Che abbia qualche anno. Signori, giù il cappello: quest’è un fuoriclasse. Naso vulcanico, minerale di pietra focaia, elegantissimamente speziato. E vene di pasta di mandorla. In bocca si replica. In più, freschezza e morbidezza e polpa. E lunghezza. Capolavoro.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lugana Sergio Zenato 1996 Zenato&lt;/b&gt; Fu, il ’96, ottima annata in terra luganista. E Sergio Zenato è uno dei padri del Lugana. Conosco il vino, e dunque posso dire che la mia bottiglia non era perfetta: dunque, da riprovare. Posso anche dire che, alla lunga, mi si conferma che il legno (la barrique) non è la miglior soluzione per affinare il bianco del mio lago di Garda: a mio parere è meglio, di gran lunga, l’acciaio.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Gavi di Gavi d’Antan 1995 La Scolca&lt;/b&gt; Giorgio Soldati s’è detto orgoglioso di questo suo Gavi ultradecenne, e ne ha buon diritto. L’avevo già bevuto due volte e sempre m’era piaciuto. Confermo. E mi piace soprattutto al naso, con quel suo bel frutto giallo perfettamente integro: è pesca, direi, matura e gialla. E anche in bocca torna succosa la pesca, di giovanile pulizia. E c’è buona freschezza.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Il Tornese Chardonnay 1995 Drei Donà&lt;/b&gt; Chardonnay in terra di Sangiovese: all’epoca, fece scalpore questo Tornese. Ed è proprio come ascoltare certe musiche di qualche anno fa: le senti datate. Ecco: quest’è un vino che tuttora si fa stimare per il livello dell’interpretazione tecnica, che conferma il valore dell’azienda, ma quelle morbidezze di frutto filoamericaneggianti non fanno per me.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Superiore Contrada Salvarenza Vecchie Vigne 1995 Gini&lt;/b&gt; Fu, il Salvarenza ’95, il primo tre bicchieri di Sandro Gini. Ed era un Soave di taglio innovativo: mostrava che si poteva far garganega in barrique senza che il legno sovrastasse il frutto, A distanza d’anni, eccolo qui, ad esprimer tuttora, grassa e opulente eppure fresca ancora, la garganega di Monteforte. E quelle vene minerali delle terre basaltiche.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;San Lorenzo 1995 Dominio di Bagnoli&lt;/b&gt; Lorenzo Borletti racconta che è vino frutto d’errore, d’un vigneto non raccolto, e l’uva è surmaturata e s’è ammantata di muffe. Dice pure: in riva all’Adige, dov’è la vigna, ci son condizioni simili a quelle di Sauternes. Dico: esagerato! Ma, pur con le carenze di pulizia aromatica, ha curiose vene di iodio e di cloro e bocca abbastanza sul frutto e secca. Chissà…&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vintage Tunina 1995 Jermann&lt;/b&gt; Dite quel che volete sullo stile, ma quest’è un bianco fatto bene e bene assai. Fu tre bicchieri di Vini d’Italia, e personalmente glieli ridarei. All’olfatto si concede con gradualità. In bocca c’è esemplare nitore di memorie fruttate e floreali. C’è polpa, certo, ma quel che ti sorprende di più a ogni assaggio è proprio questa definizione dei contorni, questa pulizia.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Vignamare 1994 Lupi&lt;/b&gt; Un pigato, e dovremo davvero mettercelo in testa che questo è un grandissimo vitigno. E son bianchi marini, quelli che se ne traggono sulle coste di Liguria. Bianchi che sanno di iodio e di macchia mediterranea. E già: è splendido il bouquet di questo Vignamare del ’94. E in bocca è vino rustico, ruvido, personalissimo. Gratta la vena minerale dell’ardesia. Averne, di bottiglie così.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Tortonesi Timorasso Costa del Vento 1992 Vigneti Massa&lt;/b&gt; Questo Timorasso del ’92 è una sorta di prototipo, figlio di vigne di soli tre anni d’età. E propone intense mineralità all’olfatto e racconta in bocca ancora di terra e di pietra. Solo alla distanza fa capolino il frutto bianco. Ed è salino. I primi vagiti di quello che sarebbe diventato, in vendemmie più recenti, un bianco di valore. In Piemonte.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cabreo La Pietra 1987 Tenute Folonari&lt;/b&gt; Un vino che ha fatto epoca: chardonnay in barrique, introduzione di vitigni e metodi e stili internazionali in terra di Toscana. Una sorta di reperto, questo ’87. E la bottiglia non ha retto benissimo, e le ossidazioni sono avanzate, ma c’è ancora frutto tropicaleggiante e una nota di cioccolato al latte. Che dire: non faceva per me quand’era giovane, non fa per me oggidì.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Trentino Müller Thurgau Palai 1981 Pojer e Sandri&lt;/b&gt; Orca miseria, che vino strano che ci vien da Faedo. Vino dell’81, ma giovane nei lampi verdi che n’attraversano il giallo tenue. Naso di mandorla e nocciolo di pesca. Ammoniaca. Pesca gialla macerata in macedonia. Eppoi albicocca stramatura. In bocca è teso, ed ha pietra focaia. Frutto anche qui stramaturo-surmaturo. E tuttora freschezza. Sorprendente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8307400016401786834?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8307400016401786834/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/storia-di-bianchi-di-dieci-e-pi-anni.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8307400016401786834'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8307400016401786834'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/storia-di-bianchi-di-dieci-e-pi-anni.html' title='Storia di bianchi di dieci e più anni'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8827877537194297125</id><published>2007-05-10T12:04:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:15:05.249-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Pinot Nero, c’ero anch’io</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Armin Kobler è un innovatore. Ha innovato, intendo, il metodo di valutare i vini nei concorsi enologici. E la faccenda funziona, garantisco. Perché ha mess’in piedi un sistema in grado di dare un giudizio anche sulla performance dei degustatori. Scartando tutte, ma proprio tutte, le valutazioni attribuite da quegli assaggiatori che in una determinata giornata di wine tasting si mostrino fuori fase. Perché capita a tutti d’avere la giornata storta: dormito male, mangiato pesante, malanni di stagione, corbezzoli vorticosi, semplicemente poca voglia di provar vini quel benedetto giorno...&lt;br /&gt;Ebbene, la faccenda l’ho provata sulla mia pelle. Al concorso che assegna i premi del concorso dei Pinot Neri (pardon, Blauburgunder) che si tiene ogni anno in Südtirol, fra Egna e Montagna. Invitato da quel grand’esperto di Pinot che è Peter Dipoli (e lo ringrazio dei cuore).&lt;br /&gt;Se siete curiosi di sapere com’è andata (e come «mi è» andata), dovete leggere ancora qualche riga di premessa, ché le cose vanno spiegate un attimino.&lt;br /&gt;Intanto, chi è Kobler. Be’, è uno che se n’intende: fa l’enologo, è responsabile della sezione «enologia» del Centro per la Sperimentazione Agraria e Forestale di Laimburg, in Alto Adige (&lt;a href="http://www.laimburg.it/" target="_blank"&gt;www.laimburg.it&lt;/a&gt;) e produce vini in proprio a Magrè (&lt;a href="http://www.kobler-margreid.com/page1/page1.html" target="_blank"&gt;www.kobler-margreid.com&lt;/a&gt;).&lt;br /&gt;Secondo. Come funziona il metodo. Grosso modo, ma molto grosso modo, come segue. Ciascun assaggiatore, nello stesso periodo di tempo, prova uno stesso numero di vini, ma in sequenza diversa, in modo che nessuno possa essere influenzato dal «vicino di banco», come spesso, ahimè, accade. Non tutti assaggiano tutto, nel senso che un certo vino può capitare a me ma non al mio vicino di tavolo. Alcuni dei vini vengono comunque messi in degustazione più volte, e l’assaggiatore non sa di quali si tratti. Ebbene: lo scostamento di punteggio attribuito dal valutatore ai vini doppi mette in luce la sua affidabilità. E fa decidere se tenere conto del suo lavoro oppure no. In realtà, la faccenda è un po’ più complicata di come ve l’ho raccontata, e chi avesse voglia di conoscere i particolari (ne vale la pena, d’approfondire) può &lt;a href="http://www.blauburgunder.it/it/modalita/" target="_blank"&gt;cliccare qui&lt;/a&gt; per andare ad una dettagliatissima pagina del &lt;a href="http://www.blauburgunder.it/it/modalita/" target="_blank"&gt;sito internet della manifestazione altoatesina dedicata ai Blauburgunder&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Vi garantisco che, di primo acchito, è un discreto stress sapere che nello stesso tempo sei giudice e giudicato. Poi ti rilassi, e cominci a dar punteggi, sapendo che comunque male non ne fai ai produttori: se sei in forma, i tuoi voti contano, sennò pazienza.&lt;br /&gt;Dunque? Dunque, eravano in 19 al Centro Sperimentale di Laimburg a provare Pinot Neri. Ce ne hanno versati 60 bicchieri a testa, 30 la mattina e 30 il pomeriggio, dopo un terrificante spuntino a base di tartine piene (tutte) di stramaledetta erba cipollina, e io faccio una fatica bestia ad assaggiare alcunché dopo aver mangiato aglio, cipolla o robe dal sapore simile. Tant’è che il mio scostamento maggiore fra i vini provati due volte l’ho avuto fra i primissimi assaggi del pomeriggio. Perché dei 60 bicchieri, ben 10 sono stati assaggiati sia la mattina che nel dopopranzo. E, insomma, del nostro manipolo di 19, solo 13 hanno passato il vaglio del severissimo Kobler. E siccome - fiùuuu - sono fra i 13 presi in considerazione per formare la classifica generale, qui sotto vi racconto non già com’è andato il concorso, ma quali sono i dieci vini cui ho dato il punteggio più elevato. Così mi sottopongo (volontariamente) a un altro giudizio: il vostro. Perché se andrete il 17 e 18 maggio alle Giornate Altoatesine del Pinot Nero 2007 (pardon, Blaburgundertage) di Egna (Neumarkt) e Montagna (Montan), Alto Adige (Südtirol) i vini in concorso, e un’altra selezione proveniente da mezzo mondo, dovreste trovarli tutti, e dunque potrete eventualmente dirmi se siete d’acordo o no con le mie preferenze.&lt;br /&gt;Ultime avvertenze: i Pinot Neri in concorso erano tutti del 2004, e la descrizione qui sotto è esattamente quella fornitami dagli organizzatori, premettendo il mio punteggio in centesimi (84 sta per 84/100, intendo). All’interno della stessa fascia di punteggio, l’ordine è alfabetico. C’è un vino a quota 89 e un altro a 90, e sapendo quanto m’è difficile dar voti sopra l’85...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;84 Maison Anselmet di Anselmet Giorgio 2004 Vallée d'Aoste Pinot Noir doc&lt;/b&gt; Il Pinot Nero dell’astro nascente (ormai star) del piccolo firmamento della Val d’Aosta. Tonalità violacea. Naso tra il floreale e il fruttato (mora, o meglio, caramellina alla mora, eppoi prugna). Un po’ dolcino, ma ampio, opulente, tannico. Voto più alla materia (e all’ipotesi di sviluppo) che non alla mia soddisfazione attuale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;85 Marchesi Alfieri 2004 Monferrato Rosso Pinot Nero doc "San Germano"&lt;/b&gt; Eccoci in Piemonte, Monferrato. Anche questo con colore viola, scuro, ma luminoso. Profumi di fruttino di sottobosco (e anche qui di caramellina) eppoi confettura. Bocca scaltra, certo, con quella vena amabile, ma c’è frutto e spezie e tannicità e vellutato calore e tanta giovinezza. Anche qui, in fiducia sull’affinamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;85 Nals-Margreid/Entiklar 2004 Südtiroler Blauburgunder doc "Mazzon"&lt;/b&gt; Alto Adige, Cantina di Nalles Magrè. Che lavora bene, e questo Blauburgunder lo conferma. Colore carico. Tanto frutto all’olfatto. Ed è molto varietale, il bouquet: pinoteggia proprio, questo vino. In bocca è denso, caldo e tannico. Con la fragolona che dura a lungo. Ah, se ci fosse più beva! Quella mi piace, nei Pinot Neri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;86 Institut Agricole Regional 2004 "Sang des Salasses"&lt;/b&gt; Ancora Val d’Aosta, col Pinot Nero dell’Istituto regionale di Aosta. Cui ho dato un 86+, nel senso che credo potrebbe riservare sorprese crescenti nel tempo. Colore proprio da Pinot, scarico: evviva! Bel naso, fruttatino eppoi speziato il giusto. Perfino note balsamiche e iodate. Bocca snella, un po’ dolcina, succosa, salina. Buona lunghezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;86 Kellerei Bozen 2004 Südtiroler Blauburgunder doc Riserva&lt;/b&gt; Di nuovo Alto Adige. Cantina di Bolzano-Gries. E ancora quel bel colorino scarico da Pinot Nero che piace a me. Piccolo frutto, snello e gradevolissimo, al naso. In bocca, quasi inatteso, tanto, tanto frutto denso. E tannino. Che ora per ora toglie un po’ di lunghezza al vino. Ma si beve. E sono ben fiducioso sull’evolversi, nei prossimi mesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;86 Kellerei Kaltern 2004 Südtiroler Blauburgunder doc "Saltner"&lt;/b&gt; Uno dei vini che mi son toccati due volte nei test svolti a Laimburg. E tutt’e due le volte è andato bene. La Cantina di Caldaro sfoggia un Blauburgunder di colore scarico e naso di piccolo frutto: mi piace! La bocca è anch’essa snella, beverina, succosa, con tanto, tanto piccolo frutto di bosco. Un buon vino, che vorrei davvero avere in casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;86 Maso Cantanghel 2004 Trentino Pinot Nero doc "Maso Cantanghel"&lt;/b&gt; Adesso Trentino. Pensare che per me è stato uno dei vini d’apertura, uno di quella terna che serve «solo» a far tarare il palato dei giurati. L’ho trovato interessante, con quel suo naso che pinoteggia proprio, varietale parecchio. E una bocca snella, fresca, magari un po’ tannica. Peccato solo che il finale sia leggermente amaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;86 Niedermayr Josef 2004 Südtiroler Blauburgunder doc Riserva&lt;/b&gt; Provato fra i primi la mattina e fra gli ultimi il pomeriggio, e medesimo punteggio a cinquanta assaggi di distanza: non c’è dubbio, mi piace proprio questo Blauburgunder. Colore abbastanza carico, ma naso varietale e fruttatissimo. E bocca morbida, avvolgente, eppure anche lunghissima e succosa. Bell’equilibrio fra beva e materia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;89 Niedrist Ignaz 2004 Südtiroler Blauburgunder doc&lt;/b&gt; Ero indeciso fra 89 e 90. Poi, stitico come sono a dar centesimi, ho scelto l’89. Per dire che lo ritengo davvero un bel vino, nonostante non vada esattamente nella direzione che più mi piace, perché punta sulla potenza, e io amo di più la beva. Epperò ha naso molto varietale e bocca ricca di piccolo frutto (la mora) e pulizia notevole ed eleganza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;90 Manincor 2004 Südtiroler Blauburgunder doc "Mason"&lt;/b&gt; Ecco, al Blauburgunder di Manincor il 90 gliel’ho dato senz’esitazione. E vorrei, ah sì, averne in casa qualche bottiglia, perché m’è proprio, proprio piaciuto. Fatto come i Pinot che piacciono a me. Colore scarico, naso elegante e fruttatino (caramellina alla mora, fragolina di bosco, mirtillo. E bocca bellissima, snella, bevibile, godibile. Buono!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8827877537194297125?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8827877537194297125/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/pinot-nero-cero-anchio.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8827877537194297125'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8827877537194297125'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/pinot-nero-cero-anchio.html' title='Pinot Nero, c’ero anch’io'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-5972094855914299801</id><published>2007-05-03T12:01:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T12:02:52.926-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quei nuovi rosé del lago di Garda</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sulla rete internettiana spopolano i blog. Posti virtuali in cui si può discutere. A ruota libera. Anche di vino, e allora s’usa dire che si tratta di wine blog. Per chi non fosse avvezzo, la cosa funziona, a grandi linee, così: il blogger, cioè il titolare del blog, pubblica un post, cioè un suo intervento, e poi chi vuole lo commenta on line con dei suoi pensieri, che si chiamano thread. In totale anarchia.&lt;br /&gt;Secondo me, ma mi pare che il parere sia ampiamente condiviso sulla rete, il wine blog italiano che offre gli stimoli di discussione più profondi è quello di Giampiero Nadali, alias Aristide. Lo si legge all’indirizzo &lt;a href="http://www.aristide.biz/" target="_blank"&gt;www.aristide.biz&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;Bene: Aristide ha rilanciato per il 3 maggio l’iniziativa del «vino dei blogger». La faccenda riprende il «wine blog Wednesday» americano. In Italia a farsi promotore della cosa è stato Marco Grossi del blog &lt;a href="http://imbottigliatoallorigine.blogspot.com/" target="_blank"&gt;Imbottigliato all’Origine&lt;/a&gt;. La questione è abbastanza semplice: lo stesso giorno, vari blog parlano dello stesso argomento. Il blogger incaricato di far da collettore raccoglie sul suo sito le recensioni e i commenti pubblicati dagli altri blogger che hanno preso parte all’evento mediatico. E l’argomento proposto da Giampiero per il 3 di maggio è il rosè.&lt;br /&gt;Ora, io non sono un blogger, anche se confesso che il mondo dei blog m’intriga. E questo mio InternetGourmet non è un blog, tant’è che sulla testata vedete i dati di registrazione al tribunale: questo è (vorrebb’essere) un giornale on line. Però la cosa del vino dei blogger mi stuzzica. E dunque aderisco virtualmente anch’io, pubblicando quest’intervento il 3 di maggio. Per parlare non d’un rosè, ma di tre. I tre new rosè d’un lago di Garda che sembra finalmente uscire dagli schematismi di campanile. Per tentare di far, finalmente, vini più del terroir che non delle stantie pseudotipicità.&lt;br /&gt;Detto questo, debbo fare un’altra precisazione, e qui capisco che il prologo va per le lunghe, ma pazienza.&lt;br /&gt;Devo aggiungere, dunque, che la scorsa estate organizzai, su proposta di Gianfranco Comincioli, chiarettista di valore della sponda lombarda del Garda, una paio di serate mettendo a tavola insieme vari produttori di vini rosati delle due riviere del lago. Veronesi e bresciani. A bere, nella prima sera, i rispettivi Chiaretti (del Garda Classico, della Riviera Bresciana del Garda e della doc Bardolino). E poi, nella seconda tappa, alcune bottiglie di rosati francesi e spagnoli. Cercando di far capire che un buon rosè può e dev’essere qualcosa di diverso dal vinello facile facile che si beve come una sorta di bibita alcolica nella calura estiva.&lt;br /&gt;Ora, non voglio attribuirmi meriti che certamente non ho, ma dopo quelle due sere qualche cosa è cambiato.&lt;br /&gt;In primis: al Vinitaly di quest’anno due produttori di Chiaretti della riva occidentale del Garda han presentato – salvati o cielo! – non già i rosati del 2006, bensì quelli della precedente annata. I due sono Comincoli e Zuliani. Che hanno, dunque, violato il tabù. Ed hanno avuto successo. Fossi ancora al liceo, direi: cvd, come volevasi dimostrare.&lt;br /&gt;Secondo: due produttori della sponda orientale han fatto una cosa ancora diversa. Hanno, cioè, progettato dei rosati di nuova concezione. Affiancandoli ai rispettivi doc. Insomma: in catalogo, adesso, hanno due rosè ciascuno, e uno è il vino che risponde alle regole della denominazione d’origine, con attenzione ai vitigni, e l’altro è un vino che risponde alle regole del terroir, utilizzando i vitigni che meglio si possono adattare a raccontare quell’idea di vino.&lt;br /&gt;Di questi due vini parlo adesso. Aggiungendone un terzo, che già c’era lo scorso anno in quelle due «famose» serate coi produttori, e che c’è di nuovo, con la nuova annata, ancora più decisamente bastian contrario.&lt;br /&gt;I tre vini, tutti della vendemmia (calda) del 2006, sono il nuovo Feniletto della Prendina, azienda che i veronesi Luciano e Franco Piona, della Cavalchina di Custoza, hanno sulle colline mantovane del Garda, a Monzambano, l’altrettanto nuovo Rosa Rosae di Guerrieri Rizzardi, storica famiglia di vigneron bardolinesi, e il CorDeRosa delle Vigne di San Pietro, che già m’era piaciuto alla sua prima uscita dell’anno passato.&lt;br /&gt;Ecco quel che ne penso qui di seguito. I vini in ordine alfabetico.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;CorDeRosa igt Rosato Veneto 2006 Le Vigne di San Pietro&lt;/b&gt; Dicesi salasso in enologia quella pratica che s’usa in genere per aumentare la colorazione (e la struttura) d’un vino rosso privandolo d’una modesta parte di mosto nella prima fase della macerazione. Sarà il mosto residuo ad assumere il colore dalle bucce dell’uva. Già: ma la prima parte che fine fa? Usualmente, viene venduta per trarci vinelli, oppure, se proviene da uva importante, va ad alimentare il vino base. In genere. Perché si può far di meglio, e utilizzar la pratica non già come intervento per migliorare il rosso, bensì per pensare un grande rosato. E Carlo Nerozzi il suo CorDeRosa, alle Vigne di San Pietro, Custoza, l’ha volutamente progettato e fatto proprio così: per salasso dalle vasche di sola, pura corvina veronese a rese bassissime. E se era buono il 2005, prim’annata, col 2006 ha fatto ancora un passo avanti. Rosè di lunghezza enorme, impressionate. Ed ha polpa, struttura. E tanto frutto ed anche spezia finissima. E freschezza avvincente. Buono, buono davvero.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Feniletto igt Rosato Alto Mincio 2006 La Prendina&lt;/b&gt; Luciano Piona è stato chiaro: questo vino nasce dalle due serate di cui ho parlato. Gliene sono grato. Ed è insomma un rosè che ha filosofia provenzale, fatto per non esser per forza bevuto di qui a tre mesi. Tant’è che è stato imbottigliato in vetro verde, per difenderlo dalla luce. Scatenando magari qualche reazione avversa da parte dei buyer, che pensano che il rosè si venda anche per il colore, e dunque vorrebbero solo vetro trasparentissimo. È fatto, questo vino, con un 40 per cento di marzemino e un 35 di merlot, mentre il resto è corvina. Ed è un gran bel vino. Appena imbottigliato, ha già naso molto fine. Floreale, molto floreale. E ha pesca nettarina acerba e un bel po’ di lampone e fragolina. E poi, finissima, la spezia, che credo uscirà in progressione col tempo (e chissà come la ritroveremo fra un anno, questa speziatura, ammesso che abbiamo la pazienza d’aspettare un anno). Eppoi la bocca: fresca, fragrante, sapida, salata, succosa, tesa, croccante di frutto.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Rosa Rosae igt Rosato Veronese 2006 Guerrieri Rizzardi&lt;/b&gt; Giuseppe Rizzardi sta mettendo a frutto nell’azienda di famiglia l’esperienza maturata nelle migliori terre francesi. Il Rosa Rosae credo vada in questa direzione. Ché è rosato nuovo, di matrice bardolinista (figlio di vigne fra Bardolino e Cavaion) e filosofia provenzale. È fatto con buona dose di corvina (il 65 per cento), e rondinella (20 per cento) e sangiovese (10), eppoi il marcobona, vitigno a bacca bianca, di cui non si sa granché, se non che a coltivarlo nei campi dei Rizzardi era un lavorante, Marco Bona, appunto. Ora, il vino. Ebbene, sarà la suggestione del nome, ma la rosa tea c’è, appena un cenno, nel bouquet. Eppoi fruttino malizioso (cassis, lampone, fragolina) e ciliegia surmatura e  garofano e scorzetta d’arancia candita. In bocca, ancora il piccolo frutto succoso. E un accenno vagamente balsamico. E qualche rustica, labile memoria di confettura di cotogne. E morbidezza, che a tratti sembra quasi sopra le righe, ma poi si compone in un corpo in rilievo.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-5972094855914299801?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/5972094855914299801/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/quei-nuovi-ros-del-lago-di-garda.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5972094855914299801'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5972094855914299801'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/05/quei-nuovi-ros-del-lago-di-garda.html' title='Quei nuovi rosé del lago di Garda'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-6725068816546611335</id><published>2007-04-25T11:49:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:51:28.945-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Quei bordolesi in terra padovana: i rossi dei Colli Euganei</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;I monti che somigliano a monti, i colli che somigliano a colli. Era così che mia figlia, allora piccolotta, definiva i Colli Euganei quando cominciammo a bazzicarci a provar ristoranti: erano i tempi in cui collaboravo con la guida dell’Espresso, allora diretta da Edoardo Raspelli, e a mandarmi in missione mangereccia in lungo e in largo per il Veneto era Giovanni Bravi, gran bella forchetta. E ricordiamo ancora con piacere, in famiglia, l’incontro col pollo fritto del Sasso, a Teolo.&lt;br /&gt;Somigliano a monti, i Colli Euganei, perché davvero sembrano i colli come li disegnano i bambini: appuntiti, come delle V rovesciate. Memoria delle loro primordiali origini vulcaniche. Ed è terra vulcanica effettivamente, questa, ed è anche zona termale. Ed è verde, tutelata a parco. E per me, che ne son ghiotto, c’è anche il ricordo di tutte le giuggiole che maturano ad Arquà Petrarca. E forse con questo riferimento poco aulico offenderò la memoria del sommo erudito che riesiedeva in quella cittadella che ne ha preso il nome, ma che volete: quando son mature al punto giusto, son poesia pur’esse, le buone giuggiole.&lt;br /&gt;Ci sono tornato più volte negli ultimi anni sui Colli Euganei per via dell’olio, che pure si fa su quelle terre. E quest’è un sintomo del clima che dir mite è forse poco, perché d’estate qui fa caldo davvero, e sembra talvolta d’essere non già su degli alti sbuffi di terra e lava che s’alzano dalla pianura a due passi dalla fascia alpina, ma ben più giù lungo la penisola.&lt;br /&gt;Ed ora ecco che mi son trovato invece a dedicare una serata intiera al vino. Ché è proprio il vino l’orgoglio attuale di quei colli.&lt;br /&gt;Me ne son procurato una decina. Per tentare di farmi un’opinione d’assieme. Tutti rossi di stampo bordolese: cabernet e merlot a dominare. E l’impressione è che la zona sia cresciuta bene assai e ci sia tanta mano in vigna e in cantina. Insomma: si lavora alla grande. E si fan vini di vitigno e di tecnica come pochi altri nella macroregione nordestina. Che poi siano anche vini di terroir non lo so dire: conosco troppo poco la zona, il contesto, l’insieme. Unico tratto in comune che ci ho per ora trovato è l’esser vini del caldo, e questo non solo nella torrida annata del 2003 (che qualche problema mi sembra cominci proprio qui e là a darlo alle bottiglie che ne son figlie), ma anche in quella tribolata del 2002 delle piogge e della grandine e in quella più umana del 2004.&lt;br /&gt;Dieci ne ho aperte di bottiglie, e le descrivo qui di seguito nell’ordine esatto d’assaggio, e dunque non in graduatoria di personale merito.&lt;br /&gt;Propongo di ciascun vino tre valutazioni, per farsi una miglior idea. La prima graduatoria è quella del classico voto centesimale, che esprime un’opinione - la mia, personalissima - sul valore del vino in sé, come materia e frutto e tannino eccetera. La seconda è l’indice di piacevolezza, in decimi, che esprime appunto il piacere complessivo offerto dalla bottiglia (10 significa che ne apriresti immediatamente un'altra, 5 che non lo versereste neanche per far dispetto): aggiungo che è frutto della media del mio voto e di quello d’altri otto compagni di bevuta (esperti) che han tastato con me. La terza è la consueta scala dei miei pur’essi personalissimi faccini, che dicono quanto a me e a me soltanto quel vino abbia intrigato nella beva, a prescinder da tutto.&lt;br /&gt;Aggiungo: bottiglie provate alla cieca.&lt;br /&gt;Ordunque, si cominci.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Cabernet Sauvignon Costa 04 Borin&lt;/b&gt; Il naso ha il piccolo frutto un po' acidulo e un pelo di vegetalità (poi uscirà il peperone verde) che contrasta col frutto. Ma c'è pure qualche vena pepata e un leggero tono fumé. La bocca è calda, sul frutto e sulla spezia pepata anch'essa. Cenni di vinosità e ricordi di visciola. Non ha grande lunghezza, ma non è male. Peccato finisca un po' amaro.&lt;br /&gt;75/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 7,667&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Rosso Rusta 04 Fattoria Monte Fasolo&lt;/b&gt; Chiuso all’olfatto, sembra però avere sotto tanta di quella materia fruttata (fruttone maturo) che prima o poi uscirà. E una vena minerale e leggero il cenno di peperone. E anche una venatura balsamica. Gran bella bocca, poi, densa e materica, con un tannino ben composto e integrato col frutto. E venature di tabacco. Manca forse un pelo nella lunghezza, ma è decisamente interessante con quella sua densità.&lt;br /&gt;84/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 7,667&lt;br /&gt;Due faccini sulla fiducia :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Cabernet Sauvignon Ireneo 04 Giordano Emo Capodilista&lt;/b&gt; Gran bel naso di frutta sotto spirito e sciroppo di amarene e visciola e spezia fine (cannella soprattutto) e fiori macerati e freschi e geranio appassito e frutto appassito pur’esso e noce. Bocca altrettanta intrigante e complessa. Ha frutto succoso perfettamente integrato col tannino, che è ben espresso, modulato, avvolgente. Vino fascinoso ed elegante e ricco di corpo e di bella lunghezza, davvero bella. Ed ha sul finale una vena di cacao. Buono, buono.&lt;br /&gt;90/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 8,667&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Cabernet Podere le Tavole 04 Fattoria Monte Fasolo&lt;/b&gt; Naso crudo e vegetale, tanto vegetale. Pepe. Chiuso: stenta a concedersi. In bocca aggredisce quasi col suo tannino. Vino giovanissimo, ancora tutto da esprimere. Frutto concentrato, compresso sotto la trama tannica. Ma c'è spezia e materia. Chissà quando si darà in pienezza.&lt;br /&gt;80/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 8,056&lt;br /&gt;Niente faccini, per ora: troppo presto&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Rosso Calaone 04 Cà Orologio&lt;/b&gt; Colorone ancora più denso degli altri, che già sono pieni di colore. Naso ridotto, che si ostina a non concedere il frutto, epperò vena di mineralità intrigante. La bocca ha tanta, tanta, tanta materia. Denso, densissimo. Gran frutto, polposo e grasso e potentissimo e masticabile. Trama tannica fittissima, che rinnova l'idea d’estrema giovinezza. Certo, non è esattamente il mio stile, ma ragazzi che gran lavoro che c'è dietro a questo vino! E si fa dunque apprezzare.&lt;br /&gt;87/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 7,833&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Merlot Sassonero Villa Alessi 03 Cà Lustra&lt;/b&gt; Oh, che peccato che la bottiglia sapesse di tappo! Perché, nonostante il difetto, c’è tanto frutto che è lì che vuol uscir fuori dal bicchiere. Se lo trovate in giro, potrebb’essere un gran bel bere. Davvero.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Rosso Passacaglia 03 Vignale di Cecilia&lt;/b&gt; Bel frutto e bella mineralità al naso. Note di liquirizia e di fiore appassito. Toni lievemente vanigliati. Ha vene però direi ossidative: può essere che la bottiglia non sia tra le più felici. Frutto stramaturo: il caldo del 2003 si sente. In bocca è denso, fruttatissimo. Un po' dolce magari, d’una dolcezza decadente, e questo lo penalizza. Per taluni del gruppo in maniera drastica, per altri assai meno.&lt;br /&gt;80/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 7,056&lt;br /&gt;Comunque rischio i due faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Rosso Gemola 03 Vignalta&lt;/b&gt; Naso ancora molto vegetale, però sotto c'è il frutto (parecchio) che quasi gioca a nascondino e quindi prima o poi verrà fuori e ti stupirà. Ritrosia pura. Ma la bocca è buona, da merlot ben fatto. Ha frutto e vegetalità e bel tannino morbido e grazia ed eleganza. Ed ha bevibilità, anche, nonostante l'annata. Un gioiellino in divenire. Da bere più avanti, e credo con soddisfazione.&lt;br /&gt;85/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 8,167&lt;br /&gt;Già adesso due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Cabernet Girapoggio Villa Alessi 02 Cà Lustra&lt;/b&gt; Naso chiuso, ridotto. Ed anche la bocca è ostica, e ostica assai. Ma c'è frutto denso e polposo e beva lunga e spezia. Ah, se si aprisse, che cosa potrebbe essere!&lt;br /&gt;85/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 7,556&lt;br /&gt;Niente faccini, per ora: troppo presto&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Colli Euganei Rosso Riserva Vigna Cecilia di Baone 02 Il Filò delle Vigne&lt;/b&gt; Naso ancora chiuso, ma è sul frutto. E il frutto è lì sotto che avanza e uscirà. E poi la bocca è densa e polposa ed ha tannino ancora verde ed ha lunghezza ed ha materia tanta, tanta davvero. Non è il mio stile, ma chi ama i rossi che giocano le carte della densità, ci troverà soddisfazione futura.&lt;br /&gt;85/100&lt;br /&gt;Indice di piacevolezza: 7,833&lt;br /&gt;Niente faccini anche qui: è presto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-6725068816546611335?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/6725068816546611335/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/quei-bordolesi-in-terra-padovana-i.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6725068816546611335'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6725068816546611335'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/quei-bordolesi-in-terra-padovana-i.html' title='Quei bordolesi in terra padovana: i rossi dei Colli Euganei'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1466127665427558067</id><published>2007-04-20T11:47:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:49:12.311-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Giudicare il vino con vista, gusto e olfatto? C’è la propriocezione</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Sembra una parolaccia. Ed è difficile da pronunciare: propriocezione. Però sta andando di moda: dovremo farci l’abitudine. E si parla anche di propriocettività, di capacità propriocettiva. Provate a fare una ricerca su Google: vedrete quante citazioni. L’usano soprattutto nel mondo della medicina, questa terminologia. Ma anche dello sport. «La capacità propriocettiva – si legge per esempio sul sito &lt;a href="http://www.blogger.com/%20http://www.sportmedicina.com/propriocettivita.htm" target="_blank"&gt;www.sportmedicina.com&lt;/a&gt; - è una particolare sensibilità, grazie alla quale l'organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno. Infatti, non sono solo la vista, l'udito o il tatto a informare come si posiziona il corpo nella realtà, ma la sensibilità propriocettiva che permette di sentire il movimento di un braccio o di una gamba anche quando gli occhi sono chiusi e consente al corpo di muoversi al meglio».&lt;br /&gt;Si comincia a dissertare di propriocezione perfino sulle riviste di moda e di costume: ho letto un servizio qualche settimana fa su D, il settimanale della Repubblica.&lt;br /&gt;Orbene, potreste obiettare, questo che c’entra col wine &amp;amp; food? Che ci azzecca la propriocezione con InternetGourmet?&lt;br /&gt;C’entra, perché più se ne discute, e più vien fuori che non abbiamo solo cinque sensi. E non è questione d’ammettere che ci sia quel «sesto senso» di cui ogni tanto si vocifera. Non è questione di doti paranormali. No, semplicemente i nostri sensi potrebbero essere di più di quelli del canonico quintetto vista-olfatto-gusto-tatto-udito. Parecchi di più. Forse una quarantina addirittura. Ohibò.&lt;br /&gt;Se questo fosse vero, e non son certo preparato dal lato scientifico per dire se sia vero o no, allora potrei cercare di spiegarmi quello che sin qui non sono mai riuscito a spiegarmi. E mi riferisco al vino (e al cibo) e al piacere che se ne ricava. Non mi son mai capacitato, cioè, di come sia possibile misurarne la piacevolezza sulla base di riscontri oggettivi. Con i consueti parametri oggettivi, intendo, del gusto, della vista, dell’olfatto. È qualcosa che mi sfugge. E che ogni volta mi mette in imbarazzo.&lt;br /&gt;Quando s’assaggia un vino per darne un giudizio, s’utilizzano in genere parametri predeterminati. Possono esser l’intensità del colore, l’integrità del profumo, la finezza, l’armonia, la franchezza eccetera eccetera. Sta di fatto che, sulla base dei canoni prescelti, vien fuori una valutazione, un punteggio di ciascun vino assaggiato. In genere, la tendenza in vigore è quella americana, parkeriana, coi punteggi centesimali. E dunque se un certo vino ha ottenuto, che so, 94/100, vuol dire che è un gran vino e che comunque val di più d’un altro vino che di centesimi ne ha avuti 80. Altri usano scale in ventesimi. Ma è irrilevante che s’usi un’altra parametrazione, un’altra numerazione: il risultato finale è sempre lo stesso, e il vino che ha più potenza e ricchezza è quello che prevale.&lt;br /&gt;Ebbene, faccio così anch’io. E - dicevo - m’imbarazzo. Perché troppo spesso m’accade di dar punteggioni a vini che poi non riesco a bere, che non mi regalano piacere. Alloro riprovo a fare i conteggi, e non c’è verso: il risultato è quello, il vino merita il voto d’eccellenza, epperrò quello stesso vino poi mi resta nel bicchiere, imbevuto.&lt;br /&gt;Invece, mi succede a volte il contrario. E cioè che qualche vino che resta più basso nella scala di valutazione, mi piaccia da impazzire a tavola. E che ne beva volentieri uno, due bicchieri di fila, trovando piacere nella succosità del frutto, nella sapidità salina, nella lunghezza aromatica non invasiva, nel tannino composto. Tutte doti che amo, ma che non essendo ipertrofiche non possono avere grande punteggio.&lt;br /&gt;Dicevo: la cosa mi mette spesso in crisi. E nelle degustazioni m’impegno a esser rigoroso, a seguire il metodo, ad astrarmi il più possibile dalla soggettività. Credo anche d’esserne abbastanza capace. Ma è appunto questo che - forse - non va: il metodo.&lt;br /&gt;E se il metodo non andasse semplicemente perché l’errore sta alla base? Se tutto dipendesse dal fatto che giudichiamo tenendo conto esclusivamente dei cinque sensi (o meglio, in genere appena di tre) che ci hanno insegnato a scuola? Se dovessimo superare lo strapotere della vista, dell’olfatto, del gusto? Se davvero ci fossero altri sensi? Se si dovessero mettere in gioco le valenze della propriocettività? Se dentro di noi ci fossero altre vie con cui ci relazioniamo con l’esterno? Altre corde che vibrano quando assaggiamo un vino?&lt;br /&gt;Come spiegare altrimenti il fatto che io possa trovare ugualmente piacevoli - ripeto: ugualmente piacevoli, non uguali come struttura, intensità, corpo eccetera - un elegante Barolo, uno Champagne dalle bollicine cremose, un vecchio Riesling tedesco ricco di mineralità, un austero rosso del Médoc con mezzo secolo alle spalle, ma anche un Bardolino fragrante di piccolo frutto, un Prosecco floreale, un Moscato che sprizza aromaticità? Qual è il parametro che me li rende tutti appaganti (vietate le esclamazioni indignate), nonostante la loro estrema, assoluta diversità?&lt;br /&gt;Oh, quanti interrogativi! E certamente non sono io quello in grado d’offrire risposte. So solo che se giudicassi i vini che ho sopra elencato coi valori «oggettivi» delle scale in uso, ne darei valutazioni diversissime. E invece, nel mio livello di soddisfazione personale, possono essere pressoché identici.&lt;br /&gt;Bene. Chi mi legge sa che ho rinunciato, nella valutazione dei vini che presento su InternetGourmet, alle scale classiche di degustazione. E dò pareri in faccini, in ordine di piacevolezza. Coi tre lieti faccini a far da valutazione massima, di massimo piacere, intendo. E il piacere credo provenga da fattori quali l’armonia, l’eleganza, la finezza, la bevibilità.&lt;br /&gt;Ecco, i faccini li ho scelti proprio per quanto ho detto sopra: non necessariamente un vino cui darei 90 e più centesimi poi finisce per piacermi, non necessariamente un vino da 82 centesimi non mi dà, nel genere suo, piacevolezza molta.&lt;br /&gt;Lo so, il sistema è gracile, fragile, non ha fondamento scientifico. Lo so bene. Ma non m’importa. E da quando mi sono imbattuto nelle teorie della propriocezione comincio a pensare che forse lì c’è la riposta, in certi nostri sensi ancora incogniti che però superano (integrano?) vista, olfatto, gusto, tatto, udito. E che coinvolgono pieghe segrete del nostro essere.&lt;br /&gt;Ecco, se davvero ci fossero, gli altri sensi, quelli oltre i cinque, si dovrebbe per forza ripensare ai parametri coi quali giudichiamo il vino (e il cibo). Perché non provarci?&lt;br /&gt;Da tre anni organizzo wine tasting pressoché settimanali. E ai presenti chiedo alla fine di dare un voto ai vini tenendo solo conto della piacevolezza personale. Del piacere, cioè, che quel vino ti ha dato e della voglia che hai di riberlo. E dunque 10 va al vino di cui, se fosse possibile, apriresti immediatamente un’altra bottiglia, 9 a una bottiglia che riassaggeresti volentieri fra una settimana, 6 ad una che stapperesti solo se non ci fosse di meglio per vincere l’arsura. I vini vengono serviti a tavola, contemporaneamente. Prima si assaggiano senza cibo. Poi si serve un primo piatto e si continua l’assaggio. Poi arriva un secondo piatto, e si seguita con gli stessi vini. Il vino più appagante è quello che meglio regge l’arco temporale d’una cena. Be’, il sistema mi pare funzioni, e a volte capita di dar punteggioni a vini che con altri metodi si fermerebbero più sotto. Certo, è solo empirismo. O forse no.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1466127665427558067?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1466127665427558067/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/giudicare-il-vino-con-vista-gusto-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1466127665427558067'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1466127665427558067'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/giudicare-il-vino-con-vista-gusto-e.html' title='Giudicare il vino con vista, gusto e olfatto? C’è la propriocezione'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7949045512544925301</id><published>2007-04-14T11:46:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:47:29.295-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Archeo Montepulciano con sorpresa</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Forse è il caso di prenderlo più seriamente in considerazione. Senza forse. È proprio il caso. Almeno per quanto mi riguarda.&lt;br /&gt;Mi riferisco al Montepulciano d’Abruzzo, rosso che, certo, si fa a cisterne e cisterne, e che si stravende al supermercato (13 milioni di bottiglie l’anno sugli scaffali, primo doc in assoluto nelle scelte dei clienti italiani della gdo, la grande distribuzione organizzata). E che magari, diciamocelo, proprio per questo viene (troppo spesso) snobbato da chi cerca vini d’emozione. Con sufficienza, con pregiudizio.&lt;br /&gt;Invece è meglio riconsiderarlo, questo vino, ché in certi casi sa essere davvero grande. E longevo. Credetemi.&lt;br /&gt;Una prova me l’ha data, al Vinitaly, un’intrigante piccola verticale guidata dal collega Massimo Di Cintio. S’intitolava «Lunga vita al Montepulciano d’Abruzzo» e ci hanno aperto bottiglie che andavano dal 1975 al 2000. Di produttori diversi. Mica tutte a posto, certo, com’è abbastanza normale che possa accadere in simili archeo-wine-tasting. Ma qualcheduna da togliersi il cappello e applaudire. Una, in particolare, quella del ’95 di Gianni Masciarelli: peccato non averne da parte.&lt;br /&gt;«Quand’è vinificato bene - scrive, a proposito del Montepulciano abruzzese, Cesare Pillon sull’Enciclopedia del Vino edita da Boroli - è un rosso maestoso e possente, di tale pienezza da ammorbidire gli abbondanti tannini, e soprattutto capace di sfidare come pochi le insidie del tempo». E riporto proprio queste parole, delle tante citazioni che potrei fare, perché credo siano realmente ben scritte, e condivisibili appieno. «Quando riesce a esprimere al meglio le sue qualità - gli fa eco Hugh Johnson sul suo Libro dei Vini -, dà uno dei rossi italiani più sapidi, ricco di aroma e di calore». Ed ha ragione. Il problema vero è proprio in quelle premesse ch’entrambi fanno: quand’è vinificato ammodo, quando riesce a espimersi al meglio... Ché il troppo spesso stroppia, e di Montepulciano il giro ce n’è davvero tanto tanto. Dunque, ci si ha d’armar di pazienza e cercare. Ma è ricerca che val la pena fare, ché si può bere bene, e bene assai.&lt;br /&gt;Qui sotto i miei appunti di degustazione della verticale di Verona. In ordine d’apparizione. Ringraziando Massimo per avermi tenuto il posto.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo 1975 Emidio Pepe&lt;/b&gt; Ahimé, la mia bottiglia era ossidata. Peccato. Il produttore dice che l’annata era stata ottima, «perché caratterizzata da un grande equilibrio vegetativo». Eppoi mi sarebbe piaciuto testare questo vino fatto da un uomo che, da sempre, lo matura in vasche di cemento.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo Vecchio 1979 Dino Illuminati&lt;/b&gt; Sorpresa. Un rosso abruzzese del ’79 che sa essere ancora (relativamente) beverino. Oh, capiamoci: mica un fuoriclasse. Ma incredibile per come abbia saputo tenere tutti questi anni pure non essendo stato concepito in origine come vino da invecchiare. Colore rubino scarico. Naso, pur non intenso, ancora sul frutto. Fruttato anche al palato. Perfino acidulo. Non gli avrei dato proprio per niente i suoi ventott’anni. Peccato sia un po’ corto, ma se il Montepulciano ha queste doti di tenuta, chissà come potranno evolvere le nuove annate, figlie d’una viticoltura e d’una enologia d’altro pianeta rispetto a quella del ’79. La stagione, dice la nota del produttore, aveva consentito una maturazione lunga, fino a ottenere i parametri necessari a far sì che il vino potesse durare. Bingo!&lt;br /&gt;Un lieto faccino e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo 1983 Italo Pietrantonj&lt;/b&gt; Peccato: ossidato. Curiosità: il vino, all’epoca, veniva pastorizzato.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo 1984 Nestore Bosco&lt;/b&gt; Terzo vino ossidato, porca miseria! Nelle postazioni più avanti mi sembrava che il colore fosse integro: beati i colleghi che hanno avuto l’altra bottiglia. Anche perché mi si dice che l’84 fu, in Abruzzo, annata memorabile.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo 1988 Edoardo Valentini&lt;/b&gt; Oh, oh! Qui ci siamo. La mano di Valentini c’è tutta in questo gran rosso d’Abruzzo. Colore carico, giovanissimo nei guizzi di luce. Bouquet altrettanto in giovinezza. Addirittura chiuso, riottoso. C’è bisogno di tempo nel bicchiere perché si conceda. E sotto però senti che c’è frutto, materico. La bocca è splendida, tesa, col frutto e note terziarie di cuoio e poi di caffè. Ed ha eleganza. E tannino. E potenza. E ancora tanto tempo ha questo vino davanti a sé. Vi fu (lo ricordate?) agosto caldissimo, e molta umidità, poi spazzata dai venti. Qualche pioggia e poi di nuovo vento. Vendemmia iniziata a metà ottobre.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo Tonì 1990 Cataldi Madonna&lt;/b&gt; Color porpora. E grande, giovanilissimo profumo fruttato. E frutto succoso coglie anche la bocca. E s’innestano note di buccia d’arancia candita e di rabarbaro e di cannella. E ci son tracce di vanigliatura. Ed è fresco. Ma preferisco l’olfatto rispetto a un palato, che trovo meno avvolgente. In ogni caso, un ’90 riuscito: son diciassett’anni, mica pochi. Solo 5mila bottiglie. Malolattica in acciaio e legno piccolo per dieci mesi. E annata, mi si dice, tra le più interessanti, dalle parti di Ofena, L’Aquila.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo Villa Gemma 1995 Gianni Masciarelli&lt;/b&gt; Ecco, un vino così vorrei averlo in casa, in cantina. Che riposi là all’umido e al buio. Per poterlo aprire quando casualmente lo ritrovi sotto una catasta d’altre bottiglie. Ché quest’è vino splendido, che regge il tempo con nonchalance. Fu vino dell’anno della guida del Gambero Rosso &amp;amp; Slow Food, e la scelta d’allora si rivela azzeccatissima. Ha colore brilantissimo: rubino puro, pietra che riluce. Ampiezza di profumi, e potenza di frutto e di spezia e di vene di pellame. Bocca bellissima, succosamente fruttata, avvolgente, slanciata, elegante, giovanissima. Ultradecenne, ma ancora giovane, giovane, giovane. Fu annata perfetta dal punto di vista climatico, con vendemmia tarda, tra fine ottobre e i primi di novembre. Come consuetudine aziendale. Si sente. Capolavoro.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montepulciano d’Abruzzo Cagiolo 2000 Cantina Tollo&lt;/b&gt; Un 2000 che quando uscì mi si dice fece successo. In azienda dicono che è stata la meglio riuscita delle ultime venti, mica scherzi. Oggi m’è sembrato un po’ scomposto, ché c’era soprattutto il tannino, slegato dal frutto macerato, ma forse (direi quasi sicuramente) c’era anche di mezzo una bottiglia un po’ infelice, con qualche problema di tenuta del tappo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-7949045512544925301?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/7949045512544925301/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/archeo-montepulciano-con-sorpresa.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7949045512544925301'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7949045512544925301'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/archeo-montepulciano-con-sorpresa.html' title='Archeo Montepulciano con sorpresa'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7489425465657219162</id><published>2007-04-07T11:44:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:45:40.402-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Il Soave di garage (Egidio e crû nati sul basalto)</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;M’è tornato in mente all’improvviso a Vinitaly, passando dallo stand del Consorzio soavista. Mi sono ricordato che tempo fa, recensendone un vino fra le mie «bottiglie bevute», m’ero ripromesso di parlare più diffusamente della Tenuta Solar. Aziendina piccina picciò (sei ettari in tutto) a Monteforte d’Alpone, poche centinaia di metri dalla chiesa dal campanile alto alto. Ho tastato l’annata nuova alla kermesse veronese. E mi sono ripiaciuti quei loro bianchi. Così come non mi sono affatto (ri)piaciute - graficamente, intendo - le etichette appiccicate alle bottiglie, ma questa è un’altra questione. Ma alla fin fine non è mica il contenitore che conta. Dunque, visto che il vino lo reputo interessante parecchio, eccomi qui a scriverne.&lt;br /&gt;Da dove cominciare? Direi dal garage.&lt;br /&gt;Diconsi in gergo «vin de garage» quei vini francesi, estremi in tutto, che vengon fatti in poche, pochissime bottiglie da produttori votati al culto assoluto del terroir. E son così piccoli i numeri, che non c’è nemmeno cantina, e dunque la vinificazione si fa in spazi modesti, che sembrano (e a volte sono) dei garage. E ne vien fuori roba ricercata dagli appassionati come certe figurine che ti mancano sempre per completare l’album e sei disposto a spendere una piccola follia pur di appiccicarle sulla casella giusta.&lt;br /&gt;Qui no. Qui il vino si fa in garage semplicemente perché altro spazio non c’è. Ma la filosofia è proprio quella del garagista francese. E spero resti tale.&lt;br /&gt;Far vino non è l’attività primaria di Egidio Bolla, ché lui lavora in conceria, e almeno per adesso produrre bianchi è attività secondaria (epperò son convinto che se va avanti così…). Sono stato a trovarlo prima della vendemmia, e poi ho sempre rinviato il resoconto, e dunque sopperisco solo adesso, mettendo insieme l’assaggio di allora e quello nuovo di Vinitaly. E insieme a lui, che ha carattere chiuso più di certe sue bottiglie, ho incontrato l’amico suo Ennio Santi: han messo a fattor comune, i due, le rispettive vigne, tre ettari a testa, con l’ambizione di far vino buono. (Pensa che strano, aggiungo: nessuno dei due ha storia produttiva, eppure portano cognomi che riconducono a marchi storici del vino veronese, Bolla e Santi, appunto. Coi quali marchi loro non hanno nulla a che fare, ma proprio nulla. E, coincidenza anche questa, così come loro, Egidio ed Ennio, si son mess’insieme a far vino, i due marchi omonimi sono oggi sotto lo stesso tetto, quello del Gruppo Italiano Vini. Stranezze: se qualcuno sa interpretarle, potrebbe giocarle al lotto. E qui chiudo parentesi e divagazione).&lt;br /&gt;Sono, le vigne di Egidio ed Annio, tutte su terre vulcaniche, basaltiche, nere. Che ti sembra d’essere quasi sull’Etna. Le ho visitate, le vigne. Dei crû veri e propri, direi. E come crû vengono fatti i vini. Alla faccia delle tendenze modaiole. Bene.&lt;br /&gt;All’aziendina han messo nome, altisonante, di Tenuta Solar. In cantina (?) c’è poco o nulla. Tecnologia neanche a parlarne: tre vasche d’acciaio e niente di più, salvo la botticella dove si fa il Recioto. E a proposito del Recioto, quello lo fanno ancora legando le uve ai fili che scendono dal soffitto, nel solaio, il solàr. «Abbiamo cominciato nel 2003 – mi ha raccontato Egidio – e siamo partiti alla grande, ma poi il vino non ci è piaciuto e abbiamo deciso di cambiare stile. Il Superiore del 2004 lo riteniamo meglio di quello del 2003, e il 2005 ci sembra l’anno buono». Tutto qui. Non gli cavi mica altro dalla bocca. Ma credo sia sintesi corretta.&lt;br /&gt;Ora, scrivo dei vini. Delle mie impressioni. Scrivo anche, in fondo alla scheda, la data di assaggio, perché possiate regolarvi.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Le Bancole 2005&lt;/b&gt; Il vino base, se vogliamo definirlo così. In realtà è un crû già questo. Ed è buono, parecchio. Rusticheggiante. Antico. Teso come una corda di violino, raspante di tannicità nel finale. Mica piacione, proprio no, ma col carattere d’un vino autentico. Ed ha bel frutto. L’ho bevuto in settembre e poi in dicembre trovandolo in crescita. Costa 3,60 euro in cantina (o meglio: questo era il prezzo in settembre, e non so se ci sia stato nel frattempo ritocco di listino, ma l’ordine di grandezza è comunque quello).&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Le Bancole 2006&lt;/b&gt; La nuova annata l’ho provata nel can can di Vinitaly. Appena messa in bottiglia, esprime di già vene di mineralità. Ed ha bei fiori, sotto. Bocca piacevole e polposa e soda: tipicamente garganega. Magari un po’ più dolcino del 2005, ma tiene per freschezza e rusticità. Ed ha comunque finale asciutto.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico La Posta 2004&lt;/b&gt; Il tentativo di usare un po’ il legno: il vino era stato fatto passare nelle barrique svuotate dal Recioto. A molti è piaciuto per quella sua grassezza di frutto dolce. Ed ha carattere e tensione. Io però preferisco gli altri. Testato a settembre. In cantina viene 4,60 euro.&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico La Posta 2006&lt;/b&gt; Provato a Vinitaly. Rustico, ruvido-minerale, teso, secco. Incredibilmente fuori tendenza. Lungo, mandorlato. Tannico e asciutto. Chiuso e compresso: quando mai uscirà dal guscio? Questo lo voglio riprovare con calma più avanti: potrebbe regalare delle sorprese.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Superiore Le Caselle 2004&lt;/b&gt; Fatto tutto e solo in acciaio. Ha bel naso fruttato &amp;amp; vegetale. In bocca c’è tensione coinvolgente. Potente e ricco e quasi opulente di frutto masticabile e minerale e fresco. Lunghezza e profondità: belle doti. E finale lunghissimo. Ecco, magari leggermente morbido all’uscita, ma glielo perdono. Bevuto a settembre. Costa 5,40 euro.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Superiore Le Caselle 2005&lt;/b&gt; L’ho provato quando era ancora in vasca e adesso che è in bottiglia. E in entrambi i casi ne ho buttato giù un paio di bicchieri: mica sono riuscito a sputarlo, come invece di solito faccio quando assaggio. Insomma: aveva ragione Egidio, ché questo 2005 è riuscito proprio bene, meglio ancora del 2004. Solo acciaio. Ha gran bouquet fruttato e verde e minerale e floreale (di fiore appassito). Ed è in bocca avvolgente e intrigante. Ed ha vene di grafite che intersecano il frutto giallo. Con una sapidità salina che inonda il palato. E poi lunghezza, e finale asciutto, quasi ruvido. Rustico e personale: un vino che fa per me.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;Ora, magari v’aspetterete che racconti del Recioto. E invece non lo faccio. Ma mica per dispetto: è solo che mi son perso gli appunti. Portate pazienza: credo però d’avervi dato di già qualche buona dritta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-7489425465657219162?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/7489425465657219162/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/il-soave-di-garage-egidio-e-cr-nati-sul.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7489425465657219162'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7489425465657219162'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/il-soave-di-garage-egidio-e-cr-nati-sul.html' title='Il Soave di garage (Egidio e crû nati sul basalto)'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-2337449264293987222</id><published>2007-04-02T11:42:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:43:42.295-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Dell’olio che sa di rosmarino e dell’aragostina al bar</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Questa volta voglio raccontarvi dell’olio che sa di rosmarino, e poi dirvi di Imma e del Capitano Milano e delle sirene e di Peppe e delle aragostine e insomma di Sorrento.&lt;br /&gt;Ci son tornato per il second’anno di fila a Sorrento, in occasione del Sirena d’Oro, concorso oleario. L’anno passato a ritirare un premio come giornalista, stavolta a far da relatore a un convegno. Fortuna.&lt;br /&gt;L’olio, prima di tutto. Quello della Penisola Sorrentina. Si chiama così la denominazione d’origine protetta di Sorrento e degli oliveti che gli stanno attorno. Lo cavano dalle olive di minùcciola, varietà autoctona, una delle sessanta e più della Campania. E sa di rosmarino. E d’altre erbe officinali.&lt;br /&gt;L’oliveto qui talvolta è a strati, come un tempo, ché il tempo sembra essersi fermato in certi lembi di collina dove il turista non approda. Sotto ci sono gli ortaggi, e dove non c’è ortaggio cresce la felce - l’umidità avvolge tutto di notte, prima che il sole s’alzi a rinnovare il regno mediterraneo - e il trifoglio e l’ortica e il prezzemolo selvatico che ha odore forte e fascinoso. Lo strato dopo, ecco la vigna, per averne poco vino asprigno. Più sopra ho visto il nespolo e il limone e l’arancio. Poi l’olivo che svetta e il mandorlo e il noce. E c’era odore forte di noce nell’oliveto di Imma.&lt;br /&gt;Imma è un bella donna dai capelli ricci. Che guida spigliata una macchina sportiva e ama la sua terra e ti racconta di musica partenopea e del mare e di psicologia. E fa olio. Lo fa la sua famiglia, i Gargiulo. Marchio Sorrentolio. Non proprio a Sorrento, ma in collina, a Sant’Agnello. Sogna, lei, una vetrata che dal frantoio consenta al visitatore di vedere il mare e l’oliveto e i giardini d’agrumi. Spero la facciano, quella vetrata, ché varrebbe la pena veder da una parte estrarre l’olio e dall’altra il terroir suo nativo.&lt;br /&gt;Ora l’olio, il dop di Sorrentolio, l’unico fatto in penisola nell’annata ultima del 2006, ché la mosca olearia s’è portata via troppo raccolto. Ma l’unico sopravvissuto è buono, credetemi. E spero di tornare ancora l’anno prossimo e provare anche gli altri.&lt;br /&gt;Stavolta racconto questo, dunque, dei Gargiulo. E dico innanzitutto che ha limpido e brillante color giallo che sfuma tenue nel verde.&lt;br /&gt;Al naso ha fruttato direi leggero e aromi officinali: il rosmarino, appunto, e poi il timo e la salvia, sottilissimi. E s’avverte anche l’alloro in foglia. E poi nuance floreali, o forse confettate. E anche, inconsueto, inusuale, un che resinoso di cipresso.&lt;br /&gt;La bocca, adesso. Apre amara, con note d’erbe campestri e cardo e carciofo. C’è piccantezza fresca e quasi acidula in avvio (ricorda la rughetta colta in montagna), eppure non invadente. Vira con lentezza sulla vena dolce, tattilmente dolce, e ancora sulla foglia di salvia.&lt;br /&gt;Del rosmarino ho detto, di Imma pure e del suo olio. Ora tocca al Capitano, e anch’egli ha passione olearia.&lt;br /&gt;Parlo del Capitano Luigi Milano, che è stato comandante davvero, di nave mercantile, e ora segue la promozione dell’agricoltura sorrentina.&lt;br /&gt;Ha baffone da comandante, stazza da comandante, parlare da comandante riflessivo eppure deciso (ma ti parla ossequioso col voi, come s’usa da queste parti). Gli manca solo la pipa e mi ricorderebbe quella canzone di Francesco de Gregori: «Il Capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero fuma la pipa, in questa alba fresca e scura, che rassomiglia un po' alla vita». E me lo vedo, in questo ritratto.&lt;br /&gt;Ama dirti della Sorrento del Grand Tour, l’itinerario romantico che facevano gl’inglesi e i mitteleuropei e che ancora adesso sostiene i flussi del turismo. E si commuove, il Capitano Milano, quando vede che altri amano l’olio delle sue terre. Delle terre di penisola sorrentina, terrazzate da lunghe fatiche di generazioni di contadini. Ha lacrima facile quando prevale il sentimento.&lt;br /&gt;È lui, il Capitano, che fa da perno ed anima al concorso della Sirena d’Oro, che mette in fila gli oli dop d’Italia ed ha reputazione buona, assai, ché il panel di degustatori è valido. E ti domanda se davvero il concorso potrà far crescere l’immagine dei dop e magari dei dop sorrentini. E io rispondo che sì, continuando con la passione che ho conosciuto e perseverando nel sogno, ecco, il successo non può mancare. Avanti, Capitano, ché la strada è quella giusta.&lt;br /&gt;Peppe anche lui è pieno di domande (e di dubbi, anche) sull’extravergine e sulla promozione e sulla valorizzazione. Ma io da Peppe Aversa ci ho trovato solo grandi risposte. Concrete. In tavola. Ché lui è maestro di cucina, e se vi capitasse di passare da Sorrento, non fatevi scappare l’occasione d’una sosta beata al Buco, il suo ristorante, accanto al municipio. Strameritatamente stellato dalla Michelin, credetemi.&lt;br /&gt;Ci ho mangiato lo scorso anno e anche questo, e spero proprio di tornarci ancora, ché la sua è una delle cucine più buone che mi sia capitato in sorte di conoscere. Cucina di classe ed eleganza, eppure anche di semplicità. Com’è semplice il suo stile, il suo approccio. Stile che in cucina sa d’armonia, di nitore. Pulizia di profumi e sapori. Consistenza avvolgente. Gran posto, il ristorante Al Buco, gran posto. Conferma della leadership della Penisola Sorrentina nella ristorazione di qualità.&lt;br /&gt;Ora, le aragostine. E mi tocca riparlar di Imma, ché è stata lei a condurmi fino a Sant’Agata sui Due Golfi, seguendo gli oliveti. Lì, m’ha accompagnato in un bar che fa pasticceria. Mica un locale di quelli eleganti: un posto da paese. Si chiama Bar Fiorentino. Dice il biglietto: «Bar - pasticceria &amp;amp; gelateria. Lavorazione propria. Nozze - battesimi - ricevimenti». E ci ho incontrato le aragostine, che sono uno dei dolcetti più fragranti e ghiotti che mi sia trovato a tastare (ho fatto il bis e il tris e sono arrivato - confesso - a sei pezzi, alla faccia delle calorie).&lt;br /&gt;Sono di fatto, queste aragostine, un’interpretazione locale delle sfogliatelle. Scrocchiano sotto i denti. Ma poi sembrano quasi farsi evanescenti, impalpabili. E avverti la crema, che però non ha stucchevolezza zuccherina. E il tocco d’amarena. Un piccolo capolavoro d’equilibrio: passaste di lì, siete avvisati.&lt;br /&gt;E insomma, ho trovato un altro gioiellino di questa penisola. Che ammalia con le sirene e gli oli che san di rosmarino e il pesce freschissimo e l’aragostina e il prezzemolo selvatico e il limone. E ci si fa un liquore famoso - lo sapete - con quel limone. E un altro col finocchietto. Ma queste sarebbero altre storie da narrare. E invece, per adesso, chiudo qui.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-2337449264293987222?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/2337449264293987222/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/dellolio-che-sa-di-rosmarino-e.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2337449264293987222'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2337449264293987222'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/04/dellolio-che-sa-di-rosmarino-e.html' title='Dell’olio che sa di rosmarino e dell’aragostina al bar'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-2111541762730433985</id><published>2007-03-24T11:40:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:42:02.184-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Se il digiuno è questione di gastronomia</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Mi capita a volte di scrivere queste note viaggiando in treno. Stavolta su un eurostar che va verso Milano. Siamo a Brescia. È appena salita gente: sono le 13. Poco discosti da me han preso posto due uomini, in giacca e cravatta. Hanno in mano, entrambi, un vassoietto di carta, e sopra un trancio di pizza. Lo trangugiano in fretta, in un battibaleno: han finito che il convoglio non s’è ancora mosso. E poi subito tuffati nel lavoro: l’uno al pc, l’altro al telefonino.&lt;br /&gt;Ecco: manca il tempo, manca una dimensione. E per riagguantarne una briciola ci priviamo del gusto, che è, per me, un’altra dimensione importante del vivere. Ce ne priviamo inghiottendo qualunque cosa fra un’occupazione e l’altra, purché abbia la parvenza di cibo. Ce ne priviamo incamerando alimenti da catena di montaggio.&lt;br /&gt;Sembra un fatto banalmente accettato come necessario. Ma è preoccupante. E non per motivi salutistici o dietetici. Il problema è un altro. È culturale. E cito una frase di Carlo Petrini, fondatore si Slow Food: «Il cibo è il principale fattore di definizione dell’identità umana, perché ciò che mangiamo è sempre un prodotto culturale». Se è vero, il mangiar d’oggi è culturalmente preoccupante: è la riprova che qualcosa non va in questa nostra vita che corre, corre, corre senza una mèta precisa. Viviamo per il lavoro. In catena di montaggio.&lt;br /&gt;Allora, viva la moderazione. E dunque stavolta parlo del digiuno.&lt;br /&gt;Oh, sì, me la sento l’obiezione: InternetGourmet è un web magazine di gastronomia, e allora perché filosofeggi di digiuno? Rispondo: perché anche questo appartiene alla gastronomia.&lt;br /&gt;Certo, non a tutti interessa. Eppoi viviamo in una società che è pervasa di sana laicità ma pure di laicismo esasperato. Però è quaresima, e la tradizione (la ritualità) cristiana vorrebbe fosse periodo d’astinenze dai cibi. Ma non ne faccio (solo) una questione di precetto religioso, di propensioni morali. No: è ragione di gusto.&lt;br /&gt;Mi spiego. Il digiuno, di tanto in tanto, fa bene. Al fisico, alla mente, al gusto. Sembra un paradosso, ma è così. Perché per apprezzare fino in fondo qualcosa (qualcuno) bisogna averne provata la privazione. Fors’è un’esperienza che avete anche voi vissuto, ché fa parte del vivere. E dunque per dar valore per esempio al cibo occorre averne provata l’assenza che stringe alla gola. Per dar credito al vino serve aver testato l’arsura della sua lontananza coatta.&lt;br /&gt;Mi diceva in questi giorni un amico della sua fatica a non poter gustare un bicchier di vino a tavola, ora che i medici gliel’hanno vietato per via di certe cure che gli tocca fare. Ecco: son certo che quando potrà tornare a berne, di vino - e son sicuro che potrà - ne saprà assaporare sino in fondo il gioioso ritrovamento. E avrà bisogno di berne meno di prima, ché il ritrovamento darà più sensibile il piacere.&lt;br /&gt;Dico per esperienza, ché nella vita l’incidente di percorso capita, oh se ti capita! Ed anche per aver provato la volontaria costrizione dell’astinenza. Sia chiaro: occasionalmente. Mica faccio l’asceta. Magari mi si prenderà per matto, ma sia: ma garantisco che è prova utile. Comunque.&lt;br /&gt;È il desiderio struggente di quel che non hai (più) a farti meglio apprezzare quel che hai avuto e a farti sognare quanto potrai avere. E i nostri genitori e nonni e avi molto probabilmente hanno vissuto il morso della privazione. Di qui nasceva il gusto - ahiloro, molto occasionale - del convivio. E il ritrovarsi a festeggiare a tavola era occasione solenne. E il bere insieme il bicchiere era profondo segno di condivisione.&lt;br /&gt;Oggi non è così. Oggi il cibo trabocca. Magari di plastica, ma ve n’è in eccesso nel mondo occidentale. E non v’è più sacralità del desco: si trangugia il pranzo di mezzodì al bancone d’un anonimo bar, coi paninacci scaldati alla piastra puzzolente d’untume abbrustolito, coi sedicenti tralci di pizza conditi con improbabili formaggi. Cinque, dieci minuti al massimo, e il pranzo - che dico pranzo? l’assunzione del nutrimento - è cosa fatta. E via al lavoro. Che se ci pensi non è molto diversa la vita del pollo in batteria.&lt;br /&gt;Meglio dir no, almeno una volta. Rinunciare. Rivendicare il proprio essere persona.&lt;br /&gt;Ecco, che ci si creda o no nella dimensione di fede, il digiuno è pratica che comunque può valer la pena d’esercitare, talvolta. Anche per il gastronomo. Anzi: forse di più proprio per lui, ché si rischia di perdere il senso, la misura, il gusto vero. Ed è prova contro se stessi, contro lo stimolo belluino. E quando n’esci vincitore hai dominato te stesso e l’istinto primordiale che è in te, e dunque più controllato e vero sarà il successivo (re)incontro col piacere del cibo e del vino. Vedete? È questione di gusto, anche.&lt;br /&gt;Poi, se si vuole, si può vestire quest’assenza alimentare con valori che possono essere più nobili e più elevati e anche colti, e ritrovarvi motivazione eticamente apprezzabili. La storia del mondo cristiano vede il santo trovare nel digiuno la purificazione e il viatico per la grand’impresa (della fede e non solo). E proprio, per dirla con Leo Moulin, medievista, i regimi alimentari monastici d’età medievale erano tutti comunque concepiti come un «sistema di privazioni, di digiuno e di astinenza». Ho letto nei giorni scorsi sul quotidiano della mia provincia, L’Arena (ed è testata alla quale anch’io collaboro da anni et annorum), che il vescovo veronese raccomandava di digiunare dedicando il denaro risparmiato all’opera buona, al povero, al derelitto. Per condividerne un po’ l’asprezza del vivere.&lt;br /&gt;Ecco: è cosa apprezzabile, questa, anche per chi fede non ha. Come è apprezzabile il privarsi del cibo richiesto da altre religioni. Ma è questione di scelta personale. Mi basta molto, molto meno. Non dobbiamo far gli eremiti. Solo capire un po’ meglio la nostra dimensione. E quella del cibo. E quella del vino. Che son poi frutti della fatica e dell’intelligenza e della genialità.&lt;br /&gt;Non è piccola cosa. Forse, il privarsene occasionalmente ce li fa meglio capire, quei gusti, quei sapori, quelle fragranze, quegli afrori, quegli aromi, quei succhi, quelle sapidità, quelle freschezze, quel pastoso calore. Ce li fa meglio apprezzare. Per apprezzare di più la vita. Che è nostra. Solo nostra. Ed è vita, con le sue fatiche, i suoi dolori, le sue assenze. E, talvolta, le gioie.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-2111541762730433985?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/2111541762730433985/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/se-il-digiuno-questione-di-gastronomia.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2111541762730433985'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/2111541762730433985'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/se-il-digiuno-questione-di-gastronomia.html' title='Se il digiuno è questione di gastronomia'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-6104349554508784934</id><published>2007-03-18T11:38:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:40:38.175-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>E il vignaiolo parlò al giornalista</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Nereo l’aveva detto: è ora di aprire un dibattito sul tema della comunicazione del vino.&lt;br /&gt;Nereo è il Nereo Pederzolli, giornalista trentino, di cui ho (ri)pubblicato la settimana scorsa un pezzo scritto originariamente per Slowfood, la rivista del movimento della chiocciolina. In argomento. E sull’argomento, appunto, abbiamo poi, lui ed io, ricevuto qualche interessante feed back.&lt;br /&gt;Uno, in particolare, lo vogliamo condividere con gli internetgourmettiani lettori di questo web magazin. Ed ha firma autorevole, quella di Riccardo Ricci Curbastro, uno dei nomi più conosciuto del bollicinoso mondo della Franciacorta.&lt;br /&gt;Ecco dunque, sena’altri indugi, le sue parole. E solo a conclusione, poi, le mie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IL VINO DEI VIGNAIOLI&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;di Riccardo Ricci Curbastro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«Caro Nereo,&lt;br /&gt;ho letto quest’oggi, grazie ad Angelo Peretti, il tuo articolo “In barba all’effimero” e desidero ringraziarti per aver posto l’accento su un tema che mi sta particolarmente a cuore: tutti i vini rischiano di diventare simili o addirittura globalizzati (brutta parola, ma rende il concetto) se ci limitiamo a descrivere la”fermentazione a temperatura controllata, l’affinamento in barrique ecc.”&lt;br /&gt;Abbiamo la necessità di raccontare un po’ di più l’uomo che sta dietro quel vino, il suo amore per la vigna e i suoi sogni.&lt;br /&gt;Sì, i sogni. Senza sogni non si può fare il vino, perchè è qualcosa di così lontano dalla frenesia odierna che solo un sognatore può pensare, guardando un terreno nudo, a piantarvi una vigna, attendere che faccia frutto, vinificarlo, attendere che maturi... e intanto sono passati 8 o 10 anni ed il mondo è cambiato un’altra volta.&lt;br /&gt;Prendi il nostro Franciacorta: già nella realizzazione del taglio, prima del tiraggio, l’uomo disegna un quadro, una propria opera d’arte, utilizzando come colori i diversi vini base, e trasmette in quella bottiglia i propri sentimenti, il proprio modo di vedere la vita e quel vino; ma è possibile comunicare questo nei 25-30 secondi di un’intervista televisiva o nelle poche righe di un articolo (sapendo che tanto molti leggono solo le fotografie)?&lt;br /&gt;Personalmente sono un po’ pessimista su questo punto; riesco a trasmettere questi sentimenti, tradizione e spinte innovative, quando parlo ai miei clienti, in cantina o durante una degustazione, ma raramente riesco a farlo sulla carta stampata. Mi sembra che oltre al sesto d’impianto ci sia poco spazio per altro e perciò desideravo ringraziarti. Ogni tanto un colpo va dato, speriamo che sia l’inizio di una bordata!»&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Riccardo Ricci Curbastro&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fin qui la lettera aperta del vigneron franciacortino al Nereo tridentino. Adesso tocca a me dir due parole sul tema vino&amp;amp;comunicazione: senno che direttore di testata sarei? E dunque sia.&lt;br /&gt;E la prima cosa che mi viene in mente di dire è questa: a ciascuno il suo, come il titolo d’un libro, bellissimo, di Sciascia. Già, perché far vino è mestiere di chi fa vino e comunicare è mestiere di chi comunica. E forse (senza forse, magari) c’è un po’ di confusione di ruolo. Così chi comunica vuol insegnare a far vino a chi il vino lo fa e chi fa vino vuol insegnare a comunicare a chi comunica di suo. A condizione che l’uno e l’altro - vigneron e comunicatore, intendo - il loro mestiere lo sappiano fare per davvero, ché di dilettanti allo sbaraglio (citazione dalla mitica Corrida di Corrado) ce n’è fin troppi in giro, fra chi fa vino e chi ne scrive. E l’altra condizione è che si rispettino l’un l’altro – vignaiolo e comunicatore - e che rispettino i rispettivi ruoli, ma se son professionisti veri il rispetto di certo non mancherà. E qui chiudo con quest’osservazione, ché sennò pare che voglia far polemica, e invece non voglio proprio per niente.&lt;br /&gt;Secondo, e qui entro nel contenuto della lettera di Ricci Curbastro: che cosa comunicare?&lt;br /&gt;Ecco, io credo molto in quella magica parola che è il terroir. Solo che di questo concetto c’è duplice interpretazione. L’una razionalista, l’altra umanista. La prima intende il terroir come mix di vitigno, di suolo e di clima (coll’aggiunta della tecnica). L’altra tien conto di questi stessi aspetti, ma mette in primo piano l’uomo, inteso come singolo e come comunità di persone che (con)vivono su un medesimo territorio. Ed anzi, in Francia si direbbe che soprattutto c’entra non già l’uomo in sé soltanto, ma il suo orgoglio. L’orgoglio d’un produttore che nel suo vino vuole interpretare se stesso e il suo territorio.&lt;br /&gt;Eccolo qui il terroir. Ergo, questo è da descrivere.&lt;br /&gt;E siccome tutto non si può descrivere in poche parole, allora a mio avviso il vignaiolo che voglia comunicare una cosa soltanto deve descrivere del terroir: se stesso, se davvero è l’uomo alla base del terroir.&lt;br /&gt;Ha da raccontare, intendo, le sue passioni, i suoi pensieri, i suoi sentimenti. E l’ha da fare raccontando onestamente, ché sennò si scatena l’effetto boomerang. Ha da mettersi in qualche modo a nudo davanti all’intervistatore o al consumatore che sia. Spiegare il suo esser persona che fa vino, e che ha scelto di farlo non per un accidente del destino, ma perché quel mestiere lo sente suo.&lt;br /&gt;Inutile che descriva il vino sotto il profilo tecnico: interessa a pochi, e quei pochi cui può interessare o sono addetti ai lavori o sono onanisti della degustazione, e in più si finirebbe inevitabilmente per accreditare la tendenza più razionalista dell’interpretazione del terroir. Inutile più ancora descrivere il vino sotto il profilo organolettico, come se gli altri non avessero naso e bocca e pensiero.&lt;br /&gt;Se stessi occorre descrivere. Usar la prima persona singolare: io.&lt;br /&gt;Il pittore, davanti a un suo quadro, mica ti racconta di che marca erano la tela e il pennello e il tubetto di colore, e neppure ti parla di tela e pennello e tubetto e neanche ti dice se il cavalletto era esposto a nord o a sud, perbacco. Ti dice il suo sentimento, che è all’origine del quadro. Solo questo, ti dice il pittore vero. Lo stesso, se vuol far arte, ha da essere per il vignaiolo. Anche nei 25-30 secondi di un’intervista.&lt;br /&gt;A un’amica produttrice che mi chiedeva cosa rispondere a chi le domandasse perché dovrebbe mai comprare il suo vino, ho suggerito di rispondere così: «Perché questo vino l’ho fatto io». Sembra risposta immodesta, fors’anche orgogliosa. E invece è proprio orgogliosa, ché l’orgoglio del vigneron è alla base dell’idea umanistica del terroir. E dunque chi fa vino prima di tutto deve dire che il suo vino va bevuto perché lì dentro c’è un po’ di sé. Del proprio sentire la vigna e il clima e il suolo e il territorio. Del proprio ragionare della vita e dei suoi misteri. Del proprio essere uomo o donna che ha scelto di far vino. Qui è la fascinazione autentica: l’essere umano è il mistero da disvelare.&lt;br /&gt;Questa è la mia opinione. E quindi andrebbe letta al condizionale, e dove dico deve s’avrebbe da leggere dovrebbe. Ma è opinione mia, al singolare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-6104349554508784934?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/6104349554508784934/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/e-il-vignaiolo-parl-al-giornalista.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6104349554508784934'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6104349554508784934'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/e-il-vignaiolo-parl-al-giornalista.html' title='E il vignaiolo parlò al giornalista'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1012931626290811728</id><published>2007-03-11T11:34:00.000-07:00</published><updated>2009-01-06T11:35:44.180-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Il vino dei comunicatori, il vino dei vignaioli</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Questa volta cedo la mano, ma non mi si accusi d’essermi fatto pigro. Il fatto è che mi ha scritto una mail l’amico Nereo Pederzolli, giornalista Rai di Trento e figura storica di Slow Food in terra tridentina. E m’ha ricordato il pezzo di commento che ha scritto sul periodico della chiocciolina, Slowfood numero 24, appena uscito. Dove prende spunto dalla cerimonia di consegna dei tre bicchieri di Vini d’Italia, al Lingotto di Torino. Per parlare poi - e approfondire, con spunti di notevole interesse - il tema della comunicazione &amp;amp; dei comunicatori, o presunti tali, del vino. Ed è riflessione interessante assai. E siccome lui, il Nereo, m’ha detto che, insomma, la faccenda potrebbe magari interessare ai lettori internetgourmettiani (neologismo suo, e mi piace), e che si potrebbe aprire una sorta di dibattito, allora quell’articolo gli ho chiesto il permesso di ripubblicarlo anch’io, e così faccio. Godetevi, qui sotto, il suo scritto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IN BARBA ALL'EFFIMERO&lt;br /&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;di Nereo Pederzolli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;«In fila, come scolari. Per ricevere un premio che per molti è una sorta di laurea. Emozionati, orgogliosi, appagati. Interpreti sul gran palco dell’evoluzione del vino italiano. Al Salone del Gusto giungono in sordina, per non disturbare, per lasciare la scena mediatica alle comunità del cibo provenienti da tutto il mondo. I vent’anni della guida Vini d’Italia sono stati, giustamente, sovrastati da Terra Madre. Anche se, idealmente, al Lingotto c’erano tutti i 2206 produttori degli oltre 16mila vini selezionati da Gambero Rosso &amp;amp; Slow Food e, certo, non mancavano i premiati, quanti hanno conquistato i 282 Tre Bicchieri, così come gli autori dei 25 Tre Bicchieri non dati. Il premio del poi, che rilancia il dibattito su cosa significhi giudicare un vino, capirne l’indole, prevederne l’evoluzione. Uno stimolo ulteriore a leggere Vini d’Italia come strumento di comunicazione. Senza dogmi, per dare senso al modo di gustare il vino.&lt;br /&gt;Troppi “comunicatori” del vino dimenticano di liberare le opinioni personali da stereotipi che portano a una certa normalizzazione del gusto. Una tendenza emersa anche in molti servizi radiotelevisivi sul Salone di Torino. Dove spesso è stata messa in evidenza l’estetica del cibo: certi cuochi come star cinematografiche, la cucina come luogo di sogni irrealizzabili. Se poi il soggetto dell’articolo diventa il vino, ecco rilanciare ulteriormente i concetti di una qualità percepita solo esteriormente. Vini buoni perché esclusivi, quasi impossibili da trovare, riservati a una sorta di casta enoica.&lt;br /&gt;Con una schiera sempre maggiore di giornalisti, operatori, opinion makers che suggeriscono abbinamenti enogastronomici “a getto continuo”; con “tuttologi” che riempiono contenitori televisivi ostentando calici di cristallo, roteando bicchieri, brandendo decanter come se il vino fosse solo una questione d’immagine.&lt;br /&gt;L’utente, il consumatore, pure l’appassionato di gastronomia rischiano di subire le insidie di un messaggio basato sulla superficialità e che mina l’identità del vino stesso, stravolgendo l’impegno di quanti lavorano in vigna per ottenere un prodotto caparbiamente voluto. E si rischia, insieme, di travisare il senso di verità che lega la vite alla terra e all’uomo.&lt;br /&gt;L’incredibile, fascinosa kermesse del recente Salone del Gusto doveva essere raccontata da noi operatori dell’informazione senza troppo esaltare il “gusto estetico” dell’evento, specialmente per quanto riguarda i vini.&lt;br /&gt;Descrivere, comunicare un vino di successo è facile e può essere anche gratificante. La ricerca esasperata della novità e dell’effimero - da infilare in articoli o servizi televisivi - per stimolare l’immaginario del consumatore forse non aiuta ad educare, anzi, spesso maschera un certo impoverimento del livello di percezione gustativa, rendendo quasi tutto omologabile.&lt;br /&gt;Ecco perché anche alla gioiosa cerimonia di premiazione dei 282 Tre Bicchieri, il vino italiano ha dimostrato come la sua tradizione e le spinte di innovazione siano temi ancora da comunicare.&lt;br /&gt;Pochi gli spazi nei vari telegiornali sono stati riservati ai veri artefici del buon bere italiano, a quei piccoli quanto autorevoli produttori che sono saliti sul palco di Torino, quasi impauriti, spaesati nell’insolito ruolo di protagonisti. Un premio ritirato con orgoglio, che pensano subito di dedicare più alla vigna che alle loro fatiche. Vignaioli importanti, già famosi o che lo saranno. Fianco a fianco con i nomi delle aziende blasonate, i miti dell’enologia, non solo italiana. Inutile citarne qualcuno. Tutti assieme, con i loro 282 gioielli, poi in degustazione sulla rampa del Lingotto. Gente sobri, che dà voce anzitutto al prodotto ma che, proprio per questo motivo, spesso i canali di informazione relegano tra gli argomenti minori o da presentare come evento di folklore, dando invece spazio alle cantine che sul marketing aziendale hanno impostato gran parte del loro - per altro giusto - successo.&lt;br /&gt;Meglio sarebbe riportare in prima pagina quanti fanno il vino per scelta di vita. E che testimoniano con il loro lavoro come la qualità e l’identità dei loro vini siano davvero legate alla terra.&lt;br /&gt;Ma per raccontare questi autentici interpreti del vino bisogna avere - come giornalisti - anche l’umiltà di ascoltarli, di capirli, di vivere almeno qualche ora in vigna con loro che non hanno addetti stampa e, in tanti, sono giunti a Torino come se fosse stato il primo giorno di scuola.&lt;br /&gt;Per contro, è facile comunicare l’effimero, il vino visto come  tendenza, moda e argomento di successo. Un settore in grande espansione. Dove gli stereotipi certo non mancano. Con ogni comunicato stampa - o trasmissione radiotelevisiva - farcito con frasi dove qualità e territorio predominano e con frasi predefinite, con le uve che  “vengono raccolte al culmine della maturazione, accuratamente cernite, prima di passare alla pigiatura soffice, alla fermentazione a temperatura controllata e all’affinamento in piccole botti di rovere... per avere un vino sinonimo di tradizione ed evoluzione del miglior made in Italy...”&lt;br /&gt;Quasi che fare il vino sia ormai attività riservata più ai (falsi) comunicatori che ai vignaioli, ai cantinieri».&lt;br /&gt;Nereo Pederzolli&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sin qui lo scritto di monsieur Pederzolli. Che condivido. E in effetti ritengo che il parlar di vino sia giunto ormai ad un bivio: di qui il marketing buono per tutte le occasioni, con la bottiglia omologata a una scarpa, a uno shamppo, a un’automobile, di là la voglia d’informare, di formare, di far cultura.&lt;br /&gt;Già: cultura, sapere, conoscenza. Che son davvero il plus che il vignaiolo vero mette nella sua bottiglia. Il genius loci, la genialità sua e della sua terra: questo sa descriverci il vigneron autentico dentro al bicchiere. Peccato che quella voce resti spesso muta. E mica sempre è colpa solo di chi scrive. Ma c’è anche ritrosia, testardaggine, scontrosità nella gente del vino. Difficoltà all’incontro fra i due mondi del far vino e del far parola. Ha ragione Nereo: occorre passar qualche ora fra vigna e cantina, e conversare, e confrontarsi, e bere e parlare. Se ne riparlerà, anche qui, su InternetGourmet. Per quel che può contare.&lt;br /&gt;D’accordo: questo non è (e non vuol essere) un blog, ma chi volesse intervenire sulla faccenda non deve far altro che scrivermi all’indirizzo solito, che è questo qui: &lt;a href="mailto:angelo_peretti@tin.it"&gt;angelo_peretti@tin.it &lt;/a&gt;. Girerò poi tutto a Nereo. E chissà. Magari ci si torna su. Sicuro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1012931626290811728?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1012931626290811728/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/il-vino-dei-comunicatori-il-vino-dei.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1012931626290811728'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1012931626290811728'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/il-vino-dei-comunicatori-il-vino-dei.html' title='Il vino dei comunicatori, il vino dei vignaioli'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1495511931945583088</id><published>2007-03-04T11:31:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:34:11.234-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>E se il Lugana del 2006...</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Che la Lugana, intesa come area vitivincola, e il Lugana, ossia il pargolo in bottiglia di quella terra, siano argomenti di mio interesse, credo sia noto a chi mi frequenta. Ma ho anche a più riprese detto di come in quella zona si siano sì fatti bei passi in avanti, senza però arrivare ancora a saltare davvero l’asticella. Mantenendo invece un fraintendimento di fondo. Che è certo difficile da sciogliere, dato l’attuale successo commerciale della zona. Il Lugana va, tira sul mercato: dunque, giù a farlo morbido e piacione, tradendo così la sua essenza naturale di figlio delle argille, e come tale vocato alla vena minerale e quasi d’idrocarburo, alla freschezza, alla longevità.&lt;br /&gt;Ora, per non ripetere ancora le mie perplessità, per chi avesse perso la puntata e avesse qualche minuto da sprecare, l’invito è quello di &lt;a href="http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2006/10/il-misunderstanding-del-lugana.html"&gt;rileggere il pensiero sul misunderstading luganista&lt;/a&gt;). Epperò devo anche dire che forse le cose sono lì lì per cambiare. E dicendolo incrocio le dita in segno scaramantico. Ché non vorrei trovarmi poi a rimangiar l’affermazione.&lt;br /&gt;La propensione al (moderato) ottimismo mi viene da una giornata trascora in zona ad assaggiare vasche. A tastare vini non ancora vini. A spillare dalle grandi masse in acciaio. Prima che vengano fatte le cuvèe e si passi all’imbottigliamento. E trovo la cosa di particolare interesse, perché mi pare l’unica occasione per verificare per davvero che cosa la stagione abbia dato vigna per vigna, giornata per giornata. Senza la mediazione che si fa poi coll’assemblaggio e il passaggio alla bottiglia.&lt;br /&gt;Mèta del mio breve tour luganista sono stati la Roveglia, che da tre anni, coll’arrivo di Flavio Pra ad affiancare il bravo Paolo Fabiani, è cresciuta parecchio, e poi Cà Lojera, dove Franco Tiraboschi va avanti per il fatto suo, e poi ancora un’aziendina emergente, quella di Anna Palvarini, il cui bianco non m’era passato inosservato nella precedente annata e che ha la consulenza di quel Marco Zizioli che già m’ha favorevolmente impressionato coi vini che fa a casa sua a Capriano del Colle.&lt;br /&gt;Le vasche in questione erano quelle - ovvio - del 2006, l’ultima vendemmia. E, per farla breve, ho trovato cose interessanti, parecchio. Che segnano in qualche caso una svolta che mi piacerebbe poi ritrovare nelle bottiglie. Chissà. Intanto, prendo atto (con soddisfazione) che qualche vino che mi pare vada per il verso giusto lo si rintraccia. E tanto, per ora, mi basta.&lt;br /&gt;Adesso passo a dirvi cos’ho trovato.&lt;br /&gt;Tappa numero uno: Tenuta Roveglia. La perizia di vigna e la genialità di cantina del team Fabiani-Prà balzano agli occhi, o meglio, al naso e al palato. Lugana che diventa passo passo sempre più soavista. Nel senso che mi pare stia percorrendo quella strada che già a Soave (e da là viene Prà) i migliori hanno tracciato nel campo de’ bianchi autoctoni. E dunque diviene progressivamente crû, che interpreta la terra e il vitigno e la stagione con pienezza e potenza e anche però con tensione e freschezza e che non gioca sulla nota morbida per piacere, ma sull’armonia d’assieme. Qualche cosa del 2006 è già andato in bottiglia, alla Roveglia, perché il 2005, stagione grama per quantità, era già da tempo esaurito e i clienti premevano. Ma credo occorra attendere soprattutto l’imbottigliamento delle vasche nuove. Che, alla prova del bicchiere, propongono vini che nascono col frutto e poi virano verso la freschezza salina e poi sfoggiano un attimo di ruvidità di carta vetrata a interrompere il flusso di fruttuosità e di saliva e infine chiudono su una vena di clorofilla e su un frutto croccante ma non dolce, non morbido, e resta quasi asciutto il palato. Come piace a me. Aspetto ora la bottiglia, perché quello sarà il test vero. Vedremo quest’estate.&lt;br /&gt;Tappa seconda: Cà Lojera. Cercavo, se era possibile, qualcosa che mi ricordasse la clamorosa bottiglia del Lupo dell’annata anomala del 2003. Uno dei Lugana che in assoluto mi siano più piaciuti da sempre e che tuttora reputo di livello splendido, ed anzi, son convinto che ancora si debba quel vino cominciare ad esprimere in bottiglia, ed abbia anzi lunga, lunghissima vita davanti (e fortuna che Ambra e Franco non tutto l’han messo in vendita ed anzi, com’è loro abitudine, conservano tuttora casse ad affinare in cantina: sia benedetta la loro parsimonia che permette di bere bianchi luganisti di più annate). Mi piaceva e mi piace, in quel Lugana di tre vendemmie fa, soprattutto la nota, nettissima, di clorofilla che accompagna il lungo finale nel quale non c’è - evviva - morbidezza che emerga. E che mi ricorda in qualche modo quei cenni resinosi che un tempo esistevano nel Vigna Silva, Lugana oggi non più prodotto da Cà Lojera. E dunque è caratteristica del terroir loro e del loro modo di far vino. Se l’ho ritrovato, quel carattere, quell’imprinting? Sissignori. Ci son belle cose che maturano nell’acciaio. E in particolare ho bevuto da una vasca di 2006, ch’è smagliante di freschezza eppure anche piena di corpo, tesissima e nervosa. Chissà che cosa ne uscirà quando (quando?) passerà in bottiglia.&lt;br /&gt;Tappa tre: Corte Anna. L’ha chiamata così, quella tenuta, il sciur Palvarini - industria metalmeccanica - in onore della figlia, che fa di nome Anna, appunto, e che oggi conduce l’azienda. L’han comprata negli anni Settanta, quella terra: era pura diversificazione d’investimento, e solo poi, come spesso accade, è nata la passione per il vino. S’è cominciato a far bianco da cisterna e damigiana. Primo imbottigliamento solo nel ’98. Cambio di passo un paio di vendemmie fa, ascoltando un consulente enologo, Zizioli, e investendo sull’apporto agronomico di Marco Tonni, team Sata. Otto ettari in tutto, 50mila bottiglie. Le vigne nuove son nate per selezione massale dai ceppi più vecchi presenti nel vigneto, piantati attorno al 1935. Il vino conosce solo acciaio: non c’è legno in cantina per questi bianchi luganisti. Bene. Fino al 2004, poca cosa, vinello. Il 2005, eccolo buono davvero. Il 2006 matura in vasca che è un piacere. Figlio d’una vendemmia lunghissima, com’è stata quella dell’ultima annata, ha già bel naso, rusticheggiante nelle sue sensazioni di frutto e di colorofilla e di fior di camomilla. La bocca è piena, soda, e ha bell’acidità e non v’è - ora - dolcezza o morbidezza di sorta nel finale ed anzi ha conclusione asciutta e quasi tannica e con note di erbe e vegetalità e ha carattere e personalità. Anche qui, aspetto, ovviamente, la bottiglia, ma le premesse (le promesse) son belle, belle.&lt;br /&gt;Oh, insomma: tre tappe e tre cose «nuove» che mi son piaciute. E se dunque l’annata luganista del 2006…&lt;br /&gt;Speriamo bene, e lasciam tempo al tempo, ché quello è galantuomo sempre.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1495511931945583088?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1495511931945583088/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/e-se-il-lugana-del-2006.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1495511931945583088'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1495511931945583088'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/03/e-se-il-lugana-del-2006.html' title='E se il Lugana del 2006...'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-595271661273232775</id><published>2007-02-24T11:29:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:31:23.465-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Bulfon, che riscopre le vigne dimenticate</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Prima o poi mi toccherà farci un salto dalle parti di Valeriano, Valli Pordenonesi, Friuli Venezia Giulia. Mi toccherà perché m’è venuta la curiosità di conoscerlo di persona, Emilio Bulfon. L’ho solo sentito un paio di volte al telefono. Contattandolo perché Marco Sabellico m’aveva chiesto una mano a rivedere qualche scheda della guida ai vitigni autoctoni del Gambero Rosso. E così ne ho potuto assaggiare i vini. Rari. Unici. Rustici. Inusuali. Antichi.&lt;br /&gt;Bulfon ha una caratteristica: fa solo vini da uve autoctone. Capisco l’obiezione: sarà mica una novità far vino da vitigni locali. Già, ma le sue vigne le ha solo lui, o quasi. Le ha strappati alla morte, all’oblio, alla consunzione, li ha ritrovati nel bosco, riaddomesticati, resuscitati. Si chiamano scjaglìn, cividìn, ucelùt, piculìt neri, cjanòrie, forgiarìn, cordenossa. Alzi la mano chi ne aveva già sentito parlare.&lt;br /&gt;Una volta erano coltivate, quei vitigni. Poi si sono scelte altre cultivar, più produttive, meno rognose, di tendenza. E così se n’erano perse le tracce da almeno trent’anni. Per dirla con Bulfon, «sembravano scomparsi e fagocitati dai rovi della boscaglia e dall’incuria degli uomini». Ritrovati, a mo’ di reperto archeologico, ecco la voglia di farli rivivere. Con la collaborazione di Antonio Calò, direttore dell’istituto sperimentale per la viticoltura di Conegliano, e di Ruggero Forti, ampelografo, studioso cioè di varietà di vigne. Ma quest’era solo l’inizio della trafila, ché non ce n’era citazione nei repertori ufficiali, nel novero delle varietà autorizzate ufficialmente a far vino. Dunque s’è dovuto attivare il canale della burocrazia, perché il vino che se ne ricavava non fosse, pensate un po’, fuorilegge. Finché, nel ’91, è arrivato il primo successo: l’allora ministero dell’agricoltura e delle foreste (quante volte ha cambiato nome, referendum a parte?) ha incluso il fogiarìn, il piculìt neri, lo scjaglìn e l’ucelùt nel Catalogo nazionale delle viti. Per altri la storia è appena (ri)cominciata.&lt;br /&gt;Dicevo, prima, di resurrezione, per queste vigne riemerse dalla storia. E fors’è termine azzardato. O forse no, ché c’è un qualche cosa di sacrale davvero nell’opera d’Emilio Bulfon. E questa sacralità, questo rispetto nel porsi verso il vino lo si trova fin dall’etichette, disegnate di pugno, prendendo ispirazione da un affresco d’una chiesetta della zona, e anche questa mi piacerebbe andar a vederla. Era, quel tempietto, caro alla divozione della Confraternita di Santa Maria dei Battuti. E accoglie sulle pareti l’affresco di un’Ultima Cena. Fascinoso, come lo sono tutti i dipinti murali delle Cene medievali. Che raccontano storia cristiana, ma che sono pure testimoni dei loro tempi. Ché i dipintori, spesso itineranti, nel tratteggiar le vesti e soprattutto gli utensili e i cibi si rifacevano agli usi del luogo. E così, per esempio, nella chiesuola della Trinità della mia Torri del Benaco ci si vede un pesce che somiglia a un carpione del Garda, e in posti di rivoli d’acqua si trovano pitturati i gamberi (con la loro simbologia di resurrezione, appunto: ma sarebbe questione lunga a rinnovarne qui la trattazione). Ebbene, a Valeriano, sulla mensa dipinta, ci sono stoviglie e brocche e coppe che, mi si dice, son somiglianti a quelle ritrovate dagli archeologi sul posto. Ed è bello che l’affresco venga reinterpretato sulle bottiglie. Perché anche questo, anche questa sacralità oggi magari sopita, è in verità parte del terroir. Come il vitigno. Come il suolo. Come il clima. È genius loci, genialità dell’uomo in quelle pezze di terra.&lt;br /&gt;Ho divagato. E adesso dunque torno ai vini (o forse non mi ci sono mai staccato, chissà). E li racconto uno per uno. Descrivendo insieme vino e vitigno. Cominciando da quello che m’è piaciuto di più e via a scalare. E comunque son vini che danno emozione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cjanòrie&lt;/b&gt; Rosso. Perbacco che interessante! Evviva evviva d’averla ritrovata questa vigna dai chicchi blu violetti. Chissà perché non fu mai coltivata intensamente. Pare abbia origine dalle parti di Gemona. Era usata nei pergolati: è rigogliosa. Il nome deriva dal friulano «ciane», che sta per «canna»: Bulfon ipotizza lo chiamssero così perché lo si tracannava a canna. Mah. Ho bevuto (proprio bevuto, macché assaggiato) la versione del 2005. E se mi capitasse la ribevo di gusto. M’ha stregato per beva. Per malizia. Rosso rubino che sfuma nel violaceo. Naso intrigante da vin brulè (chiodo di garofano e cannella e scorza d’arancia) eppoi fruttino in confettura (il mirtillo, le bacche del sambuco). La bocca ha freschezza e frutta succosa e golosa, con la marasca in primo piano e la mora di rovo e la prugna cotta. Non ha potenza, ma lunghezza ammirevole. Wow!&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;In cantina, prezzo a privati, costa 5 euro alla bottiglia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Scjaglìn&lt;/b&gt; Bianco. Si legge S-ciaglìn. Pare citato già nel Quattrocento. Forse corrisponde all’antica schiadina, menzionata come capace di dar «vini eccellenti per delicatezza e dolce sapore». Vigna da Friuli Occidentale. A metà Ottocento era coltivato fra Vito d’Asio e Fagagna, mezzo secolo dopo era testimoniato fra Maniago e Pinzano. Oggi è ridotto a poca vigna. Ed è un peccato, ché dà un bianco interessante parecchio. Ho bevuto l’annata 2006. Ha colore di paglia dorata. Naso direi quasi aromatico, sul floreale. Bocca intrigante, pur’essa aromatica e fiorale, con vena agrumata, con fondo di nocciole di bosco e di mandorla. Ed ha freschezza salina e note vagamente minerali e bella vena acidula. Mi piacerebbe provarne qualche bottiglia più in là d’età: mi dà l’impressione d’un bianco che regge bene il tempo.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;Costa 5 euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Piculìt Neri&lt;/b&gt; Rosso. Niente a che fare col picolìt. Citata fra le uve esposte nelle mostre dell’Associazione Agraria Friulana di Udine nel 1863 e nel 1921, indicandone la coltivazione nel comune di Castelnovo. Il nome sta per «piccolino», per la forma minuta dell’acino. Ho potuto bere il 2006 e il 2004. E c’è bella differenza. Quello più giovane è rubino-violaceo brillante e lucente nella veste, e tradisce così l’estrema giovinezza. Ed è giovanilmente aggressivo il naso con quel piccolo frutto e quel pepe e quella traccia vinosa. Ed anche in bocca il frutto è compresso: difficile giudicarlo ora. Ma potrebb’evolvere, e aver longevità. E la conferma mi viene dal  2004, che intanto è adulto nella coloritura, rubino profonda. E il naso ha frutto, piccolo, nero, ma anche personalissima venatura minerale di grafite. La bocca è tannica, fruttata, ma anche asprigna e quasi acidula, e dunque tuttora giovanilissima. Alla lunga il fruttato poi si dilata, si distende, e s’arricchisce di spezia, e di nuance agrumata e di tabacco.&lt;br /&gt;Due sorridenti faccini al 2004 :-) :-)&lt;br /&gt;Anche questo 5 euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Forgiarìn&lt;/b&gt; Rosso. Il nome deriva da quello di Forgaria: aveva, il paesetto, celebri potatori di vigne, ch’emigravano persino in Ungheria. Nell’esposizione regionale delle uve tenutasi a Udine nel 1863 ne veniva indicata l’area di coltivazione nei colli di San Daniele. Provato il giovanissimo e non ancora pronto 2006. Ha colore rubino violaceo, tinta antica, da vin ruspo. naso vinoso. Frutto di bosco e marasca e vena vagamente floreale e una spezia immatura e quasi aggressiva. E rustichetto è in bocca, e tannico, e fruttato della bacca di bosco e acidulo. Chissà com’è quando ha maturato tempo in bottiglia.&lt;br /&gt;Intanto, un faccino ridente e quasi due :-)&lt;br /&gt;Ancora 5 euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cordenossa&lt;/b&gt; Rosso. L’ultimo ritrovato. Recentissimo ritrovamento, ma Bulfon ci crede. La vendemmia che mi son trovato in bottiglia è quella del 2006. Ed è anche questo - o forse soprattutto questo - rosso che andrebbe provato più avanti, quand’avrà fatto affinamento a sufficienza. Ché ha materia, parecchia. Il colore è scuro, denso, nero, coll’unghia violacea. All’olfatto, ecco il frutto di bosco, la mora, e poi la ciliegia matura, stramatura direi. E il pepe. E il tabacco da sigaro toscano. La bocca è insieme dolce e fruttata. E speziatina (di spezia fine). Ma anche, per ora, un po’ incompiuta. C’è insomma quasi cesura tra la piacevolezza piena del fruttato e un corpo che ha la profondità che t’aspetti. In ogni caso, segnatelo ‘sto Cordenossa, ché potrà dare cosse notevoli con le prossime vendemmie.&lt;br /&gt;Viene 6 euro.&lt;br /&gt;Sospendo il giudizio, per ora: troppo presto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cividìn&lt;/b&gt; Bianco. Vitigno negletto, mescolato tutt’al più ad altri nei filari. Il nome deriva dalla città di Cividale, da cui pare origini. Destinato tradizionalmente a far vini leggeri. Da ombra. Se ne trae in effetti un bianco semplicino, tutt’al più da aperitivo di poco impegno. Ho bevuto il 2006. Colore paglierino carico, naso rusticheggiante, contadino, che somiglia a certi trebbianelli rurali che s’usavano (e forse ancora s’usano) nei campi delle mie parti. La bocca ha frutto acerbo, tra la mela e la susina. Buona lunghezza, vagamente speziata. Secco. Certo, nulla a che vedere con la fascinosa personalità che ho detto dello Scjaglìn.&lt;br /&gt;Niente faccino, ma tanta simpatia.&lt;br /&gt;Fa 5 euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi i vini.&lt;br /&gt;Non ho detto dei due passiti che pure son nel repertorio di Bulfon: il Moscato Rosa e l’Ucelùt (8 euro ciascuno in bottiglia piccola). Ma mi fermo, lasciandovi nell’incertezza. E magari nel piacere della scoperta. Sennò, che gusto c’è?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-595271661273232775?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/595271661273232775/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/bulfon-che-riscopre-le-vigne.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/595271661273232775'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/595271661273232775'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/bulfon-che-riscopre-le-vigne.html' title='Bulfon, che riscopre le vigne dimenticate'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7041184857719424307</id><published>2007-02-19T11:27:00.001-08:00</published><updated>2009-01-06T11:29:18.568-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Do you know Capriano del Colle? Quella vocazione rossista che fa un bel bianco</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ora, non me ne vogliano i caprianesi, ma quando a una certa persona, che se n’intende di vino, ho detto ch’ero stato a veder le vigne di Capriano del Colle, quell’è caduta dalle nuvole: Capriano? Allora, meglio andar per gradi, ché - capisco - non siam mica nel gotha dell’enologia d’Italia.&lt;br /&gt;Capriano del Colle è comune bresciano che ha dato il nome a una doc vinicola. L’area di produzione tocca anche gli ambiti confinanti di Poncarale e Flero. Il che vuol dire, nella sostanza, che si è a un tiro di schioppo da Brescia città, e infatti sembra quasi di toccarla dalla collina, il Montenetto, una sorpresa verde che quasi non t’aspetti.&lt;br /&gt;Arrivarci è un po’ deprimente. Da Brescia Ovest è tutta una fila di brutti capannoni - quelli che Raspelli chiama falansteri, spregiativamente, la sagra padana del brutto nel nome dell’operosità - fino al cartello di Capriano, che non passi però, e invece giri netto a sinistra seguendo l’indicazione per Montenetto. E d’improvviso lo scenario cambia, e si fa campagna, inaspettata, inattesa, e vorrei dir quasi insperata. Ed è campagna bella e ben tenuta, e la strada si stringe e sale appena. Qui e là compare, tra un campo di frumento e uno d’orzo, la vigna, a volte incolta e vecchia e contorta, a volte d’innovato e ben impostato impianto. Capisci dal colpo d’occhio ch’è zona di viticoltura piccolina, ma che ha tradizione vecchia e che vive una trasformazione voluta.&lt;br /&gt;Magari, non andateci di domenica, al Montenetto, ché è preso d’assalto dai cittadini in vena di far biciclettata e jogging, e li comprendo: avere un paradiso a due passi dal caos urbano è un’attrattiva invidiabile. Vogliono farci un parco rurale. Chissà.&lt;br /&gt;Ora, il vino. La doc è dell’81, l’ultima modifica del disciplinare dell’88, ma presto questa sarà probabilmente la penultima, ché i produttori stan lavorando a una variazione ulteriore. Work in progress. Il fatto è che si prescrive un uso abbondante del sangiovese, che ai vigneron del posto non piace, ché non dà risultato apprezzabile in qualità. Il resto è merlot, soprattutto, e marzemino e poca barbera. Per il rosso, intendo. E poi c’è il bianco, e qui è altra sorpresa. Dice il disciplinare: trebbiano. Già, ma se un tempo era - infelicemente - trebbiano toscano, oggi piantano trebbiano di Lugana. Sissignori, l’autoctono delle plaghe argillose del basso Garda. E viene bene.&lt;br /&gt;Argilla sul Montenetto ce n’è in abbondanza. Argilla rossa, però, di quella da mattoni. Dice qualcuno che quando fu creato il mondo, qui si depositò una sorta di accumulo di ghiaioni discesi dalle Alpi: graniti, porfidi spezzati. Di sopra i venti avrebbero depositato sabbia e limo. Oggi hai così sei-sette metri d’argille rosse e sotto ghiaia grossa. Il tutto a fare una sorta di duna, di grosso baule che s’alza d’una cinquantina di metri appena dalla piana, e tanto basta a farne un monte. E fa anche, quella larga terrazza argillosa, da frangivento, ché il temporale gira attorno e piove poco, pochissimo, in estate. Per contro, gira intorno e passa via anche la nube rognosa, quella gravida di tempesta e grandine.&lt;br /&gt;Torno indietro. Dai vitigni capisci che quest’è zona che vuol avere, soprattutto, vocazione rossista, e infatti i bresciani dei dintorni bevono il rosso di Capriano, che ha consumo locale e cittadino. Ma a condurmi al Montenetto è stato un bianco. Quella dell’aziend’agricola intestata oggi ad Anna Botti. Ha un nome emblematico: La Vigna.&lt;br /&gt;Papà Botti, il signor Ugo, faceva il grappaiolo e acquistava vinaccia al Montenetto. Poi comprò anche terra e piantò vigneto. Oggi la figlia e il genero han pres’in mano l’azienda e il signor Ugo comunque bazzica in cantina (e al campo di tamburello, da sempre la sua passione), ma è il marito di Anna, Marco Zizioli, che segue le cose di vigna e di cantina. È, Marco, enologo giovane e di valore, talché alcuni dei vini su cui mette le mani, a Capriano, in Lugana e in Franciacorta, son stati fra le cose nuove che ho trovato più interesanti nelle degustazioni dell’anno passato.&lt;br /&gt;Nell’azienda di casa Botti si fanno un bianco, uno spumante, tre rossi. Che son già a buon livello e che m’aspetto incrementino, come ho aspettativa che un po’ la doc intiera s’elevi. Son solo sei-sette che producono e mettono in bottiglia, per un totale che di bottiglie ne fa appena 200mila, una bazzecola. C’è spazio, dunque, e c’è terra buona, c’è voglia e progettualità. Ho assaggiato in questi anni cose interessanti anche della Cascina Nuova, dei Lazzari, di San Michele, altri produttori caprianesi. Insomma: doc piccolina, ma c’è e cresce, come cresce e crescerà la Vigna dei Botti. Grazie alle idee e ai nuovi impianti che solo adesso cominciano a entrare in produzione.&lt;br /&gt;Intanto, qui sotto, ecco quel che ho trovato, alla Vigna, che di bottiglie in tutto ne fa 30mila, sole.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Bianco 2005&lt;/b&gt; Confermo quant’ho già scritto ai primi di luglio: un bianco del genere può convincere anche i più scettici sulla doc caprianese. Frutta (susine goccia d’oro) e nervosa freschezza e fiore bianco e succosità. Tutto trebbiano di Lugana coltivato a Capriano del Colle. E solo acciaio.&lt;br /&gt;Tre faccini contenti :-) :-) :-)&lt;br /&gt;Ha costo contenuto: 3,70 euro in cantina (a privati).&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Bianco 2003&lt;/b&gt; Non ne risente più di tanto della calura di quell’anno, ché ha frutto integro e beva scattante e ancora giovanissima e anche bella vena salina. Di più, è da encomiare l’azienda che lo tiene in serbo per commerciarne parte insieme alle nuove annate. Convinti, in casa Botti, che il loro bianco abbia doti di longevità. Ed han ragione.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;Prezzo come sopra.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Bianco 2001&lt;/b&gt; Quelle vendemmiate nel 2001 erano ancora le vecchie vigne. Il vino ha tuttora naso fine ed elegante nelle note floreali e nelle memorie di fieno fresco, ma la bocca palesa le prime note ossidative ed è ahinoi cortina, pur su una beva soda e tesa. Dimostra però le potenzialità che già aveva il terroir, ed è così facile capire le potenzialità d’oggi con le nuove vigne e la tecnologia rinnovata.&lt;br /&gt;Non esprimo faccini. E non è più in vendita.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Rosso 2004&lt;/b&gt; Ecco, magari m’aspetterei più pulizia olfattiva, ma c’è carattere e beva schietta e frutto fresco e addirittura quasi acerbo nonostante i due anni ormai passati. Vino tradizionalista. Aggiungo che ho assaggiato le vasche (acciaio) del 2005 e del 2006 e le premesse son buone.&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;Ahimè, non ho segnato il prezzo.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Rosso Riserva Monte Bruciato 2003&lt;/b&gt; Ha bocca piena, pastosa e fruttata questo rosso figlio dell’annata calda, con quell’impostazione sul frutto stramaturo. C’è lunghezza e spessore. Le vigne son quelle vecchie: vale il discorso di sopra, e cioè che quand’arriveranno a regime i nuovi vigneti - e quelli dei rossi maturano più tardi dei bianchisti - m’aspetto belle cose.&lt;br /&gt;Un faccino ridente e quasi due :-)&lt;br /&gt;Ut supra: non so il prezzo.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montenetto di Brescia Marzemino 2005&lt;/b&gt; Questo è l’igt, tratto dalle uve di marzemino e giocato in stile moderno, molto sul frutto, basso d’alcol, di pronta e franca beva, immediato. Giovanile e pulito.&lt;br /&gt;Un lieto faccino :-)&lt;br /&gt;Qui il prezzo l’ho preso: 5,20 euro a privati in cantina.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-7041184857719424307?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/7041184857719424307/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/do-you-know-capriano-del-colle-quella_19.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7041184857719424307'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7041184857719424307'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/do-you-know-capriano-del-colle-quella_19.html' title='Do you know Capriano del Colle? Quella vocazione rossista che fa un bel bianco'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7610039655865383673</id><published>2007-02-19T11:27:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:28:29.763-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Do you know Capriano del Colle? Quella vocazione rossista che fa un bel bianco</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ora, non me ne vogliano i caprianesi, ma quando a una certa persona, che se n’intende di vino, ho detto ch’ero stato a veder le vigne di Capriano del Colle, quell’è caduta dalle nuvole: Capriano? Allora, meglio andar per gradi, ché - capisco - non siam mica nel gotha dell’enologia d’Italia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Capriano del Colle è comune bresciano che ha dato il nome a una doc vinicola. L’area di produzione tocca anche gli ambiti confinanti di Poncarale e Flero. Il che vuol dire, nella sostanza, che si è a un tiro di schioppo da Brescia città, e infatti sembra quasi di toccarla dalla collina, il Montenetto, una sorpresa verde che quasi non t’aspetti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arrivarci è un po’ deprimente. Da Brescia Ovest è tutta una fila di brutti capannoni - quelli che Raspelli chiama falansteri, spregiativamente, la sagra padana del brutto nel nome dell’operosità - fino al cartello di Capriano, che non passi però, e invece giri netto a sinistra seguendo l’indicazione per Montenetto. E d’improvviso lo scenario cambia, e si fa campagna, inaspettata, inattesa, e vorrei dir quasi insperata. Ed è campagna bella e ben tenuta, e la strada si stringe e sale appena. Qui e là compare, tra un campo di frumento e uno d’orzo, la vigna, a volte incolta e vecchia e contorta, a volte d’innovato e ben impostato impianto. Capisci dal colpo d’occhio ch’è zona di viticoltura piccolina, ma che ha tradizione vecchia e che vive una trasformazione voluta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Magari, non andateci di domenica, al Montenetto, ché è preso d’assalto dai cittadini in vena di far biciclettata e jogging, e li comprendo: avere un paradiso a due passi dal caos urbano è un’attrattiva invidiabile. Vogliono farci un parco rurale. Chissà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora, il vino. La doc è dell’81, l’ultima modifica del disciplinare dell’88, ma presto questa sarà probabilmente la penultima, ché i produttori stan lavorando a una variazione ulteriore. Work in progress. Il fatto è che si prescrive un uso abbondante del sangiovese, che ai vigneron del posto non piace, ché non dà risultato apprezzabile in qualità. Il resto è merlot, soprattutto, e marzemino e poca barbera. Per il rosso, intendo. E poi c’è il bianco, e qui è altra sorpresa. Dice il disciplinare: trebbiano. Già, ma se un tempo era - infelicemente - trebbiano toscano, oggi piantano trebbiano di Lugana. Sissignori, l’autoctono delle plaghe argillose del basso Garda. E viene bene.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Argilla sul Montenetto ce n’è in abbondanza. Argilla rossa, però, di quella da mattoni. Dice qualcuno che quando fu creato il mondo, qui si depositò una sorta di accumulo di ghiaioni discesi dalle Alpi: graniti, porfidi spezzati. Di sopra i venti avrebbero depositato sabbia e limo. Oggi hai così sei-sette metri d’argille rosse e sotto ghiaia grossa. Il tutto a fare una sorta di duna, di grosso baule che s’alza d’una cinquantina di metri appena dalla piana, e tanto basta a farne un monte. E fa anche, quella larga terrazza argillosa, da frangivento, ché il temporale gira attorno e piove poco, pochissimo, in estate. Per contro, gira intorno e passa via anche la nube rognosa, quella gravida di tempesta e grandine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Torno indietro. Dai vitigni capisci che quest’è zona che vuol avere, soprattutto, vocazione rossista, e infatti i bresciani dei dintorni bevono il rosso di Capriano, che ha consumo locale e cittadino. Ma a condurmi al Montenetto è stato un bianco. Quella dell’aziend’agricola intestata oggi ad Anna Botti. Ha un nome emblematico: La Vigna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Papà Botti, il signor Ugo, faceva il grappaiolo e acquistava vinaccia al Montenetto. Poi comprò anche terra e piantò vigneto. Oggi la figlia e il genero han pres’in mano l’azienda e il signor Ugo comunque bazzica in cantina (e al campo di tamburello, da sempre la sua passione), ma è il marito di Anna, Marco Zizioli, che segue le cose di vigna e di cantina. È, Marco, enologo giovane e di valore, talché alcuni dei vini su cui mette le mani, a Capriano, in Lugana e in Franciacorta, son stati fra le cose nuove che ho trovato più interesanti nelle degustazioni dell’anno passato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’azienda di casa Botti si fanno un bianco, uno spumante, tre rossi. Che son già a buon livello e che m’aspetto incrementino, come ho aspettativa che un po’ la doc intiera s’elevi. Son solo sei-sette che producono e mettono in bottiglia, per un totale che di bottiglie ne fa appena 200mila, una bazzecola. C’è spazio, dunque, e c’è terra buona, c’è voglia e progettualità. Ho assaggiato in questi anni cose interessanti anche della Cascina Nuova, dei Lazzari, di San Michele, altri produttori caprianesi. Insomma: doc piccolina, ma c’è e cresce, come cresce e crescerà la Vigna dei Botti. Grazie alle idee e ai nuovi impianti che solo adesso cominciano a entrare in produzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto, qui sotto, ecco quel che ho trovato, alla Vigna, che di bottiglie in tutto ne fa 30mila, sole.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Bianco 2005&lt;/b&gt; Confermo quant’ho già scritto ai primi di luglio: un bianco del genere può convincere anche i più scettici sulla doc caprianese. Frutta (susine goccia d’oro) e nervosa freschezza e fiore bianco e succosità. Tutto trebbiano di Lugana coltivato a Capriano del Colle. E solo acciaio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tre faccini contenti :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha costo contenuto: 3,70 euro in cantina (a privati).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Bianco 2003&lt;/b&gt; Non ne risente più di tanto della calura di quell’anno, ché ha frutto integro e beva scattante e ancora giovanissima e anche bella vena salina. Di più, è da encomiare l’azienda che lo tiene in serbo per commerciarne parte insieme alle nuove annate. Convinti, in casa Botti, che il loro bianco abbia doti di longevità. Ed han ragione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prezzo come sopra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Bianco 2001&lt;/b&gt; Quelle vendemmiate nel 2001 erano ancora le vecchie vigne. Il vino ha tuttora naso fine ed elegante nelle note floreali e nelle memorie di fieno fresco, ma la bocca palesa le prime note ossidative ed è ahinoi cortina, pur su una beva soda e tesa. Dimostra però le potenzialità che già aveva il terroir, ed è così facile capire le potenzialità d’oggi con le nuove vigne e la tecnologia rinnovata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non esprimo faccini. E non è più in vendita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Rosso 2004&lt;/b&gt; Ecco, magari m’aspetterei più pulizia olfattiva, ma c’è carattere e beva schietta e frutto fresco e addirittura quasi acerbo nonostante i due anni ormai passati. Vino tradizionalista. Aggiungo che ho assaggiato le vasche (acciaio) del 2005 e del 2006 e le premesse son buone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ahimè, non ho segnato il prezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Capriano del Colle Rosso Riserva Monte Bruciato 2003&lt;/b&gt; Ha bocca piena, pastosa e fruttata questo rosso figlio dell’annata calda, con quell’impostazione sul frutto stramaturo. C’è lunghezza e spessore. Le vigne son quelle vecchie: vale il discorso di sopra, e cioè che quand’arriveranno a regime i nuovi vigneti - e quelli dei rossi maturano più tardi dei bianchisti - m’aspetto belle cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un faccino ridente e quasi due :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ut supra: non so il prezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Montenetto di Brescia Marzemino 2005&lt;/b&gt; Questo è l’igt, tratto dalle uve di marzemino e giocato in stile moderno, molto sul frutto, basso d’alcol, di pronta e franca beva, immediato. Giovanile e pulito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un lieto faccino :-)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui il prezzo l’ho preso: 5,20 euro a privati in cantina.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-7610039655865383673?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/7610039655865383673/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/do-you-know-capriano-del-colle-quella.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7610039655865383673'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/7610039655865383673'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/do-you-know-capriano-del-colle-quella.html' title='Do you know Capriano del Colle? Quella vocazione rossista che fa un bel bianco'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-1762802405983594535</id><published>2007-02-10T11:25:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:27:31.678-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Ma la calura i valpolicellesi l’han domata: l’Amarone 2003 è servito</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Uva sana e matura. È lo slogan. Quello d’Emilio Pedron, presidente del consorzio della Valpolicella. Per presentare l’annata 2003 dell’Amarone.&lt;br /&gt;Grand’annata, secondo der Präsident. Ma devo dire che qualche dubbio l’avevo - sulla grandezza, intendo - accostandomi alla presentazione en primeur del nuovo millesimo amaronista, nella kermesse consortile di palazzo Verità Poeta, cuor di Verona, il 10 di febbraio. E invece questi qui - i valpolicellesi - il vino hanno imparato a farlo tanto bene, anche negli anni strambi. Ché strambo, lo si ammetta, lo è stato quel 2003 della calura lunga. Eppure il calore l’han domato, a sentire i vini ora usciti e quelli che sono ancora in vasca ad aspettare ancora un poco e gli altri che usciranno ancor più tardi, pur scalpitanti nella botte.&lt;br /&gt;Merito della vigna, ch’è soprattutto in collina, dicono, e che dunque ha risentito meno della calura. Merito della saggezza di produttori che sanno il fatto loro, aggiungo. Merito del terroir, dunque?&lt;br /&gt;Spiega Paolo Fiorini, agronomo, che in vigna del lavoro se n’è dovuto far tanto. Ché è vero che la siccità aveva già fatto scrematura sul fiore, provocando aborto e quindi meno uve, ma poi s’è diradato ancora, perché la vigna non cadesse in stress – acqua non ne cadeva mica da quel cielo africano -, e si sono avuti grappoli spargoli e sanissimi e di già quasi appassiti in campo. Siccità e sanità è lo slogan suo.&lt;br /&gt;E poi in cantina s’è fatto il resto. Riducendo i tempi d’appassimento, talché il Consorzio ha chiesto l’anticipo della pigiatura. Così, se il disciplinare prevede che si possa pigiar dalla metà di gennaio, l’uva del millesimo caldo la si è mostata già dal primo dell’anno. L’ha ricordato, questo, Daniele Accordini, enologo. Che ha definito l’annata sahariana, ed è lo slogan tre. E ha menzionato, anche, i caratteri a suo dire degli Amaroni dell’anno: alcolicità elevata, potenziale aromatico, bei tannini, residuo zuccherino integrato peraltro nel corredo polifenolico del vino, sentori mediterranei, vino da conservare (anche vent’anni, dice). E devo dire che l’elenco è quasi tutto corretto, per i migliori, avendoli provati nel bicchiere. Davvero: i vigneron valpolicellesi han fatto cosa egregia. Ho dubbi solo dell’ultimo carattere, quello della serbevolezza, della longevità, della durata, ché non scommetterei, tanto anomalo è l’anno.&lt;br /&gt;Che poi, capiamoci, fosse vera ‘sta storia del mutamento di clima, è stato anche un eccellente banco di prova quello valpolicellese. E dunque m’aspetto vini anche più interessanti nel 2006, che ha avuto di certo meno botta di caldo concentrata, ma certo lunghezza di siccità e vendemmia con temperatura ancora quasi estive. Ma questo lo vedremo, fra qualch’anno. Intanto, c’è un 2003 consolatorio.&lt;br /&gt;Ora, vorrei dire dei vini assaggiati. E ne cito dieci, tutti quanti - capperi! – coi tre lieti faccini della mia piacevolezza. Ora, lo ripeto, si sappia che son vini mica ancora pronti. Qualcheduno di già in bottiglia, ma non ancora in commercio. Qualch’altro ancora ad affinare nella massa vinosa in cisterna e nel legno. È la decina che più m’ha impressionato. E un altro paio almeno avrei da aggiungere, ma fors’è meglio sospendere per questi il giudizio ed aspettare più meditata evoluzione.&lt;br /&gt;Eccoli qui: son buoni tutti assai, per motivi diversi. Anche se un preferito ce l’ho, ed è un sorprendente, godibilmente bevibile Amarone base di Guerrieri Rizzardi. E appena a un passo c’è il Bertani della Valpantena. E poi un atipicissimo Tedeschi, quello della Fabbriseria. E poi… E poi, se volete, leggete qui sotto.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella 2003 Guerrieri Rizzardi&lt;/b&gt; Che vino! Pensare ch’è ancora in botte (grande). Il naso porge frutto e petalo e scorza di cedro e corteccia di china. La bocca ha freschezza ed eleganza di già, e lunghezza, e beva strepitosa, e nessun’arroganza, niente aggressione del palato. Si facessero in Italia vendite en primeur, sarebbe da comprar subito. Il mio preferito.&lt;br /&gt;Ovvio: tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella Valpantena Villa Arvedi 2003 Bertani&lt;/b&gt; Et voilà, un altro gioiellino in casa Bertani. Certo, il naso, appena che ti versi il vino nel bicchiere, è tanto, tanto giovinetto. Ma poi s’apre, e ti dischiude le fragranze di frutto e di fiore macerato e di spezia fine. E la bocca è carnosa, e soda, e tesa, e ampiamente, grassamente fruttata. Ed ha tannino slendido, ed avvolgenza.&lt;br /&gt;Tre faccini ridenti :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella La Fabbriseria 2003 Tedeschi&lt;/b&gt; Che volete che vi dica : in genere, non amo i rossi ch’eccedono in morbidezza, ma questo qui è vino sì dolcino, eppur mi piace tanto e tanto, ché ha grand’equilibrio, e aristocratica fragranza, e tannino ben modulato. Sembra un grande, antico, decadente Recioto, e non è mica cosa da poco. Anzi. Da stappare e godere.&lt;br /&gt;Tre lietissimi faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella 2003 Zenato&lt;/b&gt; Ormai mi stupisco di stupirmi quando bevo l’Amarone basic di Zenato, ma ogni volta è una felice sorpresa. Il naso è ancora chiuso, ma che palato che ha questo rosso! Morbido, suadente, rotondo nella fruttuosità e croccante. Vellutato. Per nient’aggressivo. Piacevolissimo, è il caso di dirlo. E lunghissimo, che ti sembra quasi impossibile.&lt;br /&gt;Tre gaudenti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella 2003 Cà Rugate&lt;/b&gt; L’avevo provato quasi un anno fa al Vinitaly, preso dalla botte, e avevo scritto ch’era «già buono e buonissimo». Confermo adesso: bell’Amarone. Ancora giovane, certo. Ma ha polpa e potenza. Con quel suo frutto esuberante - tanto, tanto, tanto ce n’è di frutta surmatura e dolce - e il suo tannino ben esposto e fors’ancora quasi aggressivo. Vinone.&lt;br /&gt;Tre felici faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella 2003 Trabucchi&lt;/b&gt; E bravi l’avvocato e la sua lady, che han tirato fuori quest’Amarone ancora giovinetto ma che promette bene assai. Ha naso bellissimo: frutto rosso e geranio secco e cedro in scorza candita e fior di prato. E bocca che corrisponde. Con avvolgenza, e fascino. Vabbé, il tannino è ancora un pochetto aggressivo, ma aspettiamolo un po’.&lt;br /&gt;Tre contenti faccini  :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella Acinatico 2003 Stefano Accordini&lt;/b&gt; Oh, se ce n’è del frutto in quest’Amarone. E poi c’è anche, al naso, memoria di spezia, delicata e fine e aristocratica. La bocca è prorompente, potente. E ha pure – ovvio - frutto surmaturo (e la ciliegia cotta) e spezia ancora tanta e tono anche un po’ selvatico e rude. Ma ha pure freschezza ed eleganza.&lt;br /&gt;Tre faccini lieti :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella Crosara de le Strie 2003 Corte Rugolin&lt;/b&gt; Passo dopo passo, è cresciuta in qualità la produzione di Corte Rugolin. E adesso ecco quest’Amarone giovinetto che convince e avvince. Entra in bocca deciso, quasi aggressivo, certo, ma poi convince con l’ampiezza e la potenza e la grassezza e la lunghezza del frutto, che trova equilibrio nel bel tannino.&lt;br /&gt;Tre faccini sorridono :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella Punta di Villa 2003 Mazzi&lt;/b&gt; Certo, il naso è giovincello assai, ma la bocca è bellissima e vorrei dir leggiadra, ché ha fiore profumato, se non fosse termine out per un vino di simile possanza. In bocca, ancora il petalo macerato, e poi la spezia. Il tannino s’ha da fondere, ma la definizione d’assieme è di valore. E d’eleganza. E il finale ha terrosità fascinosa.&lt;br /&gt;I faccini son tre :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone della Valpolicella Campo dei Gigli 2003 Tenuta Sant’Antonio&lt;/b&gt; Che sorpresa! I Castagnedi brothers fanno un cambio di stile, e l’applaudo. Certo, il Campo dei Gigli 2003 è vino possente ancora una volta, ma ci trovo un’eleganza nuova, una florealità inattesa. E pur nella grassezza, c’è grande beva: quasi che il cerchio quadri. Poi ho saputo che hanno cambiato modo di vinificare: bravi.&lt;br /&gt;Tre faccini contenti :-) :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-1762802405983594535?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/1762802405983594535/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/ma-la-calura-i-valpolicellesi-lhan.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1762802405983594535'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/1762802405983594535'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/ma-la-calura-i-valpolicellesi-lhan.html' title='Ma la calura i valpolicellesi l’han domata: l’Amarone 2003 è servito'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-4218941624893434475</id><published>2007-02-03T11:24:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:25:33.887-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Ed Harpers Wine disse: che il Bardolino ritorni alle origini</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Non conosco personalmente Geoff Adams, e comprendo che la notizia non sia di quelle sconvolgenti per il lettore. Aggiungo che è un collega britannico, un giornalista, e che - come s’usa dire dalle mie parti - «ci siamo sbagliati» la scorsa estate, nel senso che siamo passati dalla stessa cantina, quella dei Guerrieri Rizzardi, a Bardolino, nella medesima giornata, senza però incontrarci, per diverso orario. Per quel che mi riguarda, ero là per sentire la contessa Maria Cristina e il figlio Giuseppe, dovendo scrivere la scheda della loro azienda per Vini d’Italia (e fu in qualche modo passaggio benaugurante, visto che poi sarebbero arrivati i tre bicchieri per l’Amarone). Lui invece passava per farsi un’idea d’una serie di vini dell’area bardolinista, e scriverci sopra un pezzo. Bene: quell’articolo è da poco uscito - il 25 di gennaio - per Harpers Wine. E ne sono contento. Perché all’estero finalmente s’è scritto di Bardolino, ch’é per me, figlio di bardolinesi, vino d’affezione, e anche perché innesca qualche importante riflessione sul comparto bardolinista, ma soprattutto perché delinea un’ipotesi di riscossa.&lt;br /&gt;S’intitola, il servizio, «Going back to their roots», che potrei tradurre, grosso modo, «Ritorno alle origini». La tesi esposta cerco di riassumerla. Per tanto tempo - argomenta Harpers Wine -, l’area del Bardolino ha pagato lo scotto del turismo di massa, per cui più che alla qualità s’è puntato a far quantità e quattrini. Adesso però il giocattolo s’è rotto, qui come in altre zone dove si sono adottate in passato le stesse strategie, perché il mercato è cambiato. Ma quei produttori che abbiano voglia di far qualità e d’investire in azienda, hanno a disposizione un territorio di valore, delle condizioni ottimali per la viticoltura e una storia di tutto rispetto. La via è proprio questa: tornare alle origini. Mica male, scritto da un giornale inglese.&lt;br /&gt;«Fortunatamente - dice, forse un po’ impietosamente (o forse no), Geoff Adams - durante gli anni della mediocrità, è resistita una piccola oasi di qualità e di progettualità che ha tenuta viva la fiammella della tradizione vinicola». E, aggiunge, ci sono ancora dei vini semplici, ovviamente, in zona, ma ci si trova chi fa investimenti, e riduce drasticamente le rese nel vigneto, nel nome, appunto, della qualità. «Questi produttori - si legge - stanno tuttora facendo i tradizionali doc di corpo leggero con la corvina, la rondinella e la molinara. La differenza è però che li stanno producendo con una resa dimezzata nel vigneto, e in cantina li realizzano con una pulizia e un’intensità di frutto che non mi era mai capitato di sentire prima in quest’area. E questi vini, secondo me - seguita Adams -, mostrano esattamente come possa essere un Bardolino d’alta qualità se solo gli si dà la possibilità d’esserlo, e ci trasmettono bene le sensazioni del terroir e delle varietà locali. Ma la cosa più importante è che questi vini offrono anche al consumatore un’alternativa rivitalizzante all’attuale stile dei rossi tutti-uguali-legnosi-fruttatoni». Bingo!&lt;br /&gt;Ma come devono essere questi Bardolino di vigna e terroir e di bella beva? Lui, Adams, li descrive così: «I rossi tradizionali di Bardolino sono essenzialmente di corpo leggero in quanto a carattere, abbastanza alti d’acidità e, quando sono ben fatti, appaiono rigorosi, hanno abbondanza di note fruttate di ciliegia, e sono ricchi di complessità. In più, la maggior parte delle vigne della zona sono coltivate su suoli ricchi di magnesio, e questo permette ai vini migliori di possedere un’affascinante mineralità, che esalta il frutto invece che sovrastarlo, che elargisce una sensazione di vera eleganza, di stile, e che di rende molto versatili. Questa loro flessibilità costituisce un notevole plusvalore quando vengono inseriti in una lista dei vini, anche perché si tratta di rossi che hanno il vantaggio di poter rinfrescare bene, divenendo così una vera alternativa ai bianchi o ai rosè nella stagione calda». Di nuovo, bingo!&lt;br /&gt;Nei giorni in cui ci si sta un po’ stufando (un po’, ché la tendenza è ancora ben radicata nel mercato) di vini tutto frutto e tutto tannino e tutto concentrazione e tutto alcol (e a volte tutto legno), il Bardolino ha le sue chance da giocare. Insomma: se si torna a cercare il vino che si beve senza dover far la lotta greco-romana col bicchiere, allora la denominazione gardesana ha dei numeri. Ma non sono ammesse sbavature. Niente errori stilistici. La gente che beve non li accetterebbe. Ché è vero che l’innamoramento per il vino palestrato sta scemando, ma è altrettanto vero che un decennio di flirt quasi totalizzante con le bottiglie più muscolose ha abituato il palato del bevitore. E quindi beva sì, ma anche frutto e personalità e complessità. Ce la può fare il Bardolino? Certo che ce la può fare, ché vini di questo genere già ce n’è più d’uno e ancora ci sono margini di miglioramento. Io ci credo.&lt;br /&gt;Eppoi c’è la questione del terroir. Che è una specie di leit-motiv dei depliant aziendali e dei comunicati stampa e dei convegni, ma che poi non è mica così chiaro che cosa sia e come debba comparire e se si voglia davvero crederci e valorizzarlo. E invece è un’altra chance, che in terra bardolinista è tutta da scoprire. O meglio, come dice il collega british, da riscoprire. C’è insomma in qualche modo davvero da tornare alle origini. E se si vuol parlar d’origini, allora bisogna ricordare che un secolo fasi distinguevano aree diverse nel territorio del Bardolino, e alle differenti zone corrispondevano vini di chiara personalità, identificativi delle loro terre natie in fatto di caratteri organolettici e di stile e personalità. Insomma: i Bardolino di terroir c’erano prima che arrivasse il boom del dopoguerra, e dunque l’impresa cui ci si può - deve? - accingere non è disperata. Affatto.&lt;br /&gt;Eppoi il Bardolino più buono è beverino sì, ma non per forza giovincello. Mi spiego. Succede che alcune aree della terra bardolinista - alcuni specifici terroir, per seguitare a dirla alla francese - esprimano dei vini che donano il meglio di sé a estate passata. Da settembre in poi, a volte il second’anno. E mica solo oggi. Nel 1931 i tecnici della regia stazione sperimentale di Conegliano scrivevano che «nelle migliori annate, se ben lavorato, il Bardolino può anche subire un breve invecchiamento: risulta allora un buon vino superiore, dal colore rosso granato tendente all’aranciato, dotato di un intenso profumo gradevole e dal sapore che ricorda molto il tipo fino, ma con caratteristiche di vino vecchio». Già all’inizio del secolo, il Perez aveva osservato che, pur essendo pronti già nell’inverno dopo la vendemmia, i vini bardolinesi si potevano tranquillamente conservare sino all’estate grazie al «tannino che contengono». A Milano anzi, aggiungeva, li toglievano di damigiana il secondo anno, trovandoli «davvero gustosi».&lt;br /&gt;Ora, capisco che forse mi son fatto prendere la mano, ché avevo solo intenzione di commentare un articolo uscito in Inghilterra. Ma che volete farci: passion is passion. E se mi rimetto di nuovo in carreggiata con quel che ha scritto Geoff Adams, mi tocca ritornar di nuovo al terroir. Ché lui mica s’è accontentato di tastare i Bardolino, ma ha voluto anche provare gli altri rossi fatti sulle medesime terre. A volte sperimentali con l’uve tipiche del luogo, altre volte co’ vitigni bordolesi. Ed è venuto fuori che anche a questi - a suo parere (e m’associo) - le terre conferiscono personalità. Dunque, ecco i fuori-denominazione, i vini sperimentali. Che al collega britannico sono piaciuti e secondo lui - e non so come dargli torto - indicano una tendenza da guardare con attenzione. «Vale la pena di osservare - dice - che alcuni produttori hanno gettato via gli indugi e si sono fatti più avventurosi, mettendosi a realizzare vini molto buoni utilizzando sia le varietà italiane che quelle internazionali, e talvolta facendoli invecchiare per periodi più lunghi in botte. Questo comporta che automaticamente questi vini ricadano in categorie inferiori alla doc - l’igt oppure il vino da tavola -, ma alcuni sono assolutamente impressionanti, e rappresentano una firma distintiva per quei vignaioli che hanno avuto il coraggio d’intraprendere questa strada».&lt;br /&gt;Ora, visto che l’ho citato e chiosato, è anche giusto che citi quelli che potrei definire i consigli per gli acquisti, i vini preferiti da Geoff Adams. Preferiti, chiaro, fra quelli che ha assaggiato. Per tipologie li riporto qui sotto.&lt;br /&gt;Bardolino 2005: Guerrieri Rizzardi (base e Tacchetto), Poggi, Le Fraghe, Buglioni.&lt;br /&gt;Bardolino 2004: Giovanna Tantini.&lt;br /&gt;Bardolino Chiaretto 2005: Ròdon Le Fraghe, Guerrieri Rizzardi, Poggi, Cavalchina, Bardolino Chiaretto Spumante Costadoro.&lt;br /&gt;Bardolino Superiore 2004: Valetti, Munus Guerrieri Rizzardi, Le Tende, Le Olle Lenotti.&lt;br /&gt;Vini sperimentali: Castello Guerrieri 2001 Guerrieri Rizzardi, Ribaldo 2004 e Garda Merlot Naker 2002 Poggi, Massimo 2003 Lenotti, Rosso di Corte 1999 Corte Gardoni, Quaiare 2001 Le Fraghe.&lt;br /&gt;Sic dixit Geoff Adams.&lt;br /&gt;Chi volesse leggere l’originale, può andare all’indirizzo internet &lt;a href="http://www.harpers-wine.com/" target="_blank"&gt;www.harpers-wine.com&lt;/a&gt;: il testo completo è disponibile solo per gli abbonati, ma l’abbonamento di prova è gratuito.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-4218941624893434475?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/4218941624893434475/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/ed-harpers-wine-disse-che-il-bardolino.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/4218941624893434475'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/4218941624893434475'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/02/ed-harpers-wine-disse-che-il-bardolino.html' title='Ed Harpers Wine disse: che il Bardolino ritorni alle origini'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-5778688449186243388</id><published>2007-01-25T11:22:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:23:53.692-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Sacripante! Questo Soave vale la pena di berselo</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L’interrogativo era rimasto in sospeso mesi fa. Ed era questo: perché si decida di chiamar Sacripante un vino bianco. Ché Sacripante mi ricorda le esclamazioni dei fumetti di Tew Willer. Se poi vogliamo far la figura dei colti, allora posso anche dire ch’è il nome del re dei Circassi nell’Orlando Furioso dell’Ariosto. È, in più, termine desueto, che, come leggo sul mio Devoto-Oli, indicava un uomo grand’e grosso, «dal cipiglio fiero e temibile». Oppure, scherzosamente, una «persona vivace e astuta»: quel sacripante di mio figlio, avrebb’esclamato un genitore dei tempi andati, riecheggiando studi classici.&lt;br /&gt;Dicevo: quest’etichettatura resterà un mistero. Invece non me n’è più oscura la motivazione, ché sono andato a metterci il naso.&lt;br /&gt;Intanto: il Sacripante è un Soave, e lo fa un’aziendina piccola piccola e appena nata, che si chiama Le Battistelle. A Brognoligo, contrada collinare in terra di Monteforte d’Alpone, area soavista classica.&lt;br /&gt;Dicevo: piccola, ed è definizione corretta.&lt;br /&gt;Sei ettari in tutto, suddivisi in pezzettini minuscoli e a volte attaccati via sui fianchi dei colli che non so neanche se ce la fanno ad arrivarci con un trattore, e certe volte proprio non credo. Di quelle pezze di vigna, 24mila metri sono il crû delle Battistelle, in piedi sulla collina, che sembrano un lembo d’Alsazia portato nell’est del Veronese, e andare a vendemmiarci è una maledizione. Poi, piccola cosa al Tremenalto, 9mila metri sul Monte Castellaro, meno alle Carbonare e Rugate, 10mila sul Monte Grande, il resto attorno a casa. Le vigne più giovani piantate nel ’90, le più vecchie anche di cent’anni, alle Battistelle.&lt;br /&gt;La cantina è meglio chiamarla cantinetta: una stanza e tutto acciaio (più giusto due barrique prese per provare, ma con rimpianto per i quattrini vanamente spesi).&lt;br /&gt;A condurre vigna &amp;amp; cantina son moglie e marito: lui, Gelmino Dal Bosco, classe ’62, lei, Maria Cristina, quattro di meno. Prima conferivano tutto. Ma cinque anni fa, nel 2002, hanno preso coraggio, e si son messi a vinificare in proprio. Con la vendemmia del 2004 hanno pure deciso d’imbottigliare. Ma di quell’annata e poi di quella del 2005 sono usciti con sole 3mila bottiglie per anno del Sacripante. E basta. A prezzi così a buon mercato che val la pena comprarlo anche solo per lo sfizio di provare.&lt;br /&gt;Fin qui il contorno. E il nome, dunque?&lt;br /&gt;Il nome, Sacripante, è quello d’un avo. Già, Sacripante Dal Bosco quondam Andrea, si legge in una vecchia carta di famiglia. Fu lui, forse, a prender le terre di famiglia. È scritto che il 25 di maggio del 1721 sborsò 5 troni e 4 marchetti «sopra una pezza di terra montiva con poche vigne, e fruttari, arativa in parte ed in parte vegra». Ecco perché han pensato d’usar quel nome: per ricordare l’antenato ch’acquistò la vigna. Et voilà: mistero spiegato.&lt;br /&gt;Quanto all’intitolazione aziendale, la scelta di chiamarla Le Battistelle viene dalla vigna più difficile e più amata, ma anche da un'altra carta dell’archivio notarile, che ricorda d’una transazione fatt’appunto a Brognoligo «in contrà della Battistella». E anche questo è arcabo svelato.&lt;br /&gt;Ora, il vino. E qui mi tocca ammettere d’essermi sbagliato. In parte soltanto, per fortuna. Sì, insomma, ero stato un po’ striminzito nel giudizio, bevendolo la prima volta, ed era stato nei primissimi giorni di luglio dell’anno passato. «Il vino - scrivevo a proposito del 2005 - lo segnalo sulla fiducia, anche se non ha perfetta definizione: potrebb’essere una lieta sorpresa futura». E gli assegnavo un faccino - uno solo - ridente. Be’, l’errore è l’esser stato stretto di manica. Ma il vaticinio era giusto: lasciandolo affinare in bottiglia è proprio diventato lieta sorpresa. Ma adesso racconto del nuovo test.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Sacripante 2005&lt;/b&gt; Ribevuto a metà settembre e poi a metà ottobre e a metà novembre, e insomma, riprovato e rimeditato a lungo, e sempre con soddisfazione crescente. Ora dico: è sì vin bianco ruvido e quasi rustico, ma è Soave di razza. Ha frutto tanto, giall’e bianco, e ben delineato già al naso, e petalo fiorito e vena appena appena erbacea. Ed ha in bocca bell’ingresso fruttato ancora e poi freschezza gratificante e finale asciutt’e lungo. Ha nervo saldo. Si beve un gòto dietro l’altro e si finisce la bottiglia in fretta.&lt;br /&gt;Rivedo il giudizio innalzandolo. Convinto, proprio convinto.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Sacripante 2004&lt;/b&gt; Oilà, che curioso questo bianco più vecchio d’un anno dell’altro! Pensate: non pare ancora del tutto pronto. O meglio, non lo sembrava nella prova di metà settembre, ché poi non m’è purtroppo più tpccata sorte di berlo. Mi si mostrava, allora, verde e floreale anche, ché aveva tanto fiore bianco. E in bocca bella tensione e poi giusti contorni di vena minerale com’è e dev’essere dei Soave della zona classica sulle terre vulcaniche della collina. Bianco insieme complesso e da beva. Mancava solo un po’ nella lunghezza, nella persistenza, ecco. Ma, garantisco, buonissimo e freschissimo e vegetale e nervoso e tannico quasi nel finale.&lt;br /&gt;Anche qui, due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;Ora, poiché m’è stato chiesto d’aggiungere alle descrizioni dei vini anche il loro prezzo, d’ora in avanti cercherò d’accontentare i lettori anche con quest’informazione, e dico che il Sacripante costa in cantina 7 euro quando se ne compra una bottiglia sola o due, con sconto se si compra invece il cartone intiero, senza sbregare la scatola.&lt;br /&gt;Che dire, di più: che aspetto il 2006. Ed ho davvero aspettativa, ché col terz’anno d’imbottigliamento e un’annata di quelle che prometton bene, spero tanta promessa sia mantenuta. Intanto, il nuovo nato è lì ancora sulle fecce fini, in vasca, che succhia e succhia l’essenza di mamma uva.&lt;br /&gt;Chiudo: v’invito a fare un salto a Brognoligo e a trovare Gelmino e Maria Cristina, ché son bella gente, appassionata e schietta, e prendono perfino la macchinetta fotografica per farsi la foto insieme a chi li va a incontrare. E mi dispiace averne scritto solo adesso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-5778688449186243388?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/5778688449186243388/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/sacripante-questo-soave-vale-la-pena-di.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5778688449186243388'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5778688449186243388'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/sacripante-questo-soave-vale-la-pena-di.html' title='Sacripante! Questo Soave vale la pena di berselo'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-6067669315234424427</id><published>2007-01-18T11:20:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:22:12.746-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Valpolicella da appassimento breve parte due: il Pojega</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Dicesi archètipo il «primo esemplare assoluto ed autonomo» (così spiega il mio vecchio Devoto-Oli). La definizione prendetela per ora così com’è, perché qualche riga più sotto verrà buona.&lt;br /&gt;Ho visto (internet ha di bello che puoi vedere cosa leggono i visitatori del sito, cosa che invece non puoi fare con un giornale cartaceo), ho visto, dicevo, che ha ricevuto parecchia attenzione su InternetGourmet la notizia dell’uscita del «nuovo» Verjago della Cantina sociale della Valpolicella. Progetto ambizioso: si recuperano vecchi vigneti d’alta collina per dedicarli alla produzione non già d’Amarone, ma di Valpolicella, destinando per questo le uve ad un appassimento breve, che non supera i quaranta giorni; il tutto in sintonia coll’Università veronese. Una scelta che può cambiare le cose, in terra valpolicellese, visto il peso della Cantina di Negrar.&lt;br /&gt;Ora, tra le osservazioni de’ lettori, c’è stata questa: il Verjago non è mica l’unico Valpolicella da uve appassite. Vero. E quest’altra: non è il solo Valpolicella da vigneti «dedicati». Vero anche questo. Il problema però è che trovare insieme un Valpolicella da uve appassite e da vigneti destinati in primis al Valpolicella (e dunque non all’Amarone) è impresa difficoltosa assai.&lt;br /&gt;Comunque sia, stimolato dal pungolo di chi mi legge, eccomi alla ricerca dell’archétipo, che come tale so bene non si troverà peraltro mai. L’archètipo, intendo, del crû di Valpolicella fatto coll’appassimento breve. Ma una risposta d’interesse la trovo proprio a Negrar. Anzi, nel borgo di San Peretto.&lt;br /&gt;C’è, a San Peretto di Negrar, una piccola corte, che ha in fondo un vecchio mulino ch’è stato attivo fino agli anni Sessanta, e pare abbia origine settecentesca o forse anche più antica. Accanto, c’è la cantinetta dei Mazzi. In etichetta, sulle bottiglie, è scritto Roberto Mazzi, ma sono ora i figli, Stefano e Antonio, a condur vigna e far vinificazione e commercio. In tutto sulle quarantacinquemila bottiglie, e solo rossi. Niente Valpolicella base, e niente, soprattutto, Ripasso. Si parte direttamente dal Superiore, e poi un crû di Superiore, il Pojega, un crû d’Amarone, il Punta di Villa, e un terzo crû per il Recoto, Le Calcarole. Son stato là a cercar di capire il secondo dell’elenco, il Pojega. Ch’è fatto in vigna «dedicata» e viene dall’appassimento breve.&lt;br /&gt;È, il Pojega, discendente diretto del Valpolicella Vecchio da Arrosto che papà Roberto imbottigliava già una quarantina d’anni fa sotto il nome d’azienda agricola Sanperetto e che Gino Veronelli trovò di gusto suo e inserì - se non ricordo male - in uno dei cataloghi che redigeva per Bolaffi. Già allora, l’uva era quella della vigna di Pojega, tre ettari, e la si metteva in cassa e la si faceva appassire (asciugare, forse, più che appassire) per qualche settimana: Roberto Mazzi aveva fatto scuola d’agraria a Perugia e aveva portato a casa tecnica e coraggio.&lt;br /&gt;Anni Ottanta: in azienda entrano i figli. L’etichetta cambia intestazione: adesso si chiama Roberto Mazzi. E il Vecchio d’Arrosto comincia a nomarsi Valpolicella Superiore Pojega, con la vigna scritta in alto, in evidenza, a carattere ben più grande del nome di famiglia, ch’è a sua volta prevalente sulla doc. Ordine che è poi cambiato, ché oggi Mazzi è in alto, grande, e sotto c’è la denominazione e al terzo posto la vigna, a font che resta peraltro evidente. Ma il vino resta sostanzialmente fedele a sé stesso, e l’uva rimane quella sola dei tre ettari a Pojega. Con due varianti: l’appassimento si fa in plateau, a un solo strato d’uve, e la botte s’è fatta più piccola. Il tempo d’asciugatura resta però brevissimo: tre settimane, in genere, e due appena nella torrida stagione del 2003, ché non c’era bisogno di forzar la mano, avendo già fatto gran parte del lavoro il sole.&lt;br /&gt;L’uva, appassita, dà il vino, e questo va in legno per diciotto mesi. E non si fa - l’ho detto sopra - il ripasso, anche se la richiesta del mercato è forte ché c’è la moda, ormai, dei vini rifermentati sulle vinacce dell’Amarone. Testardi, i Mazzi seguitano sulla strada loro: appassimento breve. Tant’è che per spiegarsi han dovuto mettere la controetichetta sulle bottiglie: «Il vino così ottenuto ci porta a considerarlo come un ‘fratello giovane’ dell’Amarone perché fonde la sua struttura con la piacevolezza tipica del Valpolicella».&lt;br /&gt;Direte: sì, vabbé, lo scrivono. Ma delusi come siete - lo so - dai tanti depliant che avete visto in giro (quelli che per gli alberghi Raspelli chiama bugiardini), volete sapere se quel che scrivono è vero. Per cui avete due chance: provar di persona (ch’è meglio) o seguitare a leggere, per vedere quel che ne penso io. E aggiungo il pensiero sugli altri tre vini dell’azienda: quattro in tutto e, anticipo, quattro bei rossi.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico Superiore Pojega 2003&lt;/b&gt;. Già, bel vino, il Pojega. Moderno e antico assieme. Moderno per quel frutto denso e amabile. Antico per la lentezza nell’aprirsi, la riottosità nell’elargire la fascinazione aromatica. Ci vuol pazienza, coi vini dei Mazzi. Vanno attesi nel bicchiere: lasciategli modo e tempo. Poi, ecco il frutto rosso, la ciliegia croccante, il fiore macerato, la foglia di geranio, la spezia fine. E in bocca ancora frutto carnoso. Ed è vibrante e teso ed integro. Ed ha persistenza considerevole.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Superiore 2004&lt;/b&gt;. L’unico dei quattro a non portare il nome d’una vigna, ché qui si raccolgono in effetti l’uve che, ne’ quattro vigneti (i tre crû e l’ettaro accanto a casa), non sono state giudicate da appassimento. Il «base» di famiglia, insomma. Comunque un Superiore: anno di legno. Graduale e progressiva l’apertura olfattiva e bocca piuttosto convincente, tra la spezia e il fiore appassito e la ciliegia cotta, di quelle che facevano un tempo le nonne in campagna. Vino austero.&lt;br /&gt;Due lieti faccini :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella Punta di Villa 2003&lt;/b&gt;. Chissà quando troveremo questo vino all’apogeo. Il 2003 è stata annata anomala, con quella calura, ma non è solo la potenza a impressionare in questo rosso: è anche lo slancio, la freschezza quasi inusitata per il millesimo suo. E dunque sarà bello aspettarlo ancora. Per intanto, è comunque Amarone che convince. Ed ha fragranza fascinosa già appena versato e poi s’apre piano - lento, lento - e si fa imponente. E gioca dapprima a nascondino, il frutto, fra le vene terrose e le sfumature vegetali, e poi esplode invece l’amarena.&lt;br /&gt;Due lieti faccini e quasi tre :-) :-)&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Recioto della Valpolicella Classico Le Calcarole 2003&lt;/b&gt;.  Vabbé, sarò anche un fan del Recioto, ma questo, lasciatemelo dire, è di quelli che non passano inosservati, nossignori. O meglio: ogni anno il Recioto della Calcarole ha qualcosa di suo da dire. Sarà che i Mazzi hanno uno stile loro, che mette il tannino davanti allo zucchero, tant’è che ti sembra quasi di bere un Grenache fortificato del sud della Francia, ma questo loro passito valpolicellista ha classe e personalità e aristocrazia e austerità (nonostante una dolcezza ch’è nascosta, ma vivida). Il naso, ah, il naso è amplissimo. I miei appunti scritti di getto: tabacco da pipa, rabarbaro, ciliegia surmatura, mora di rovo, prugna secca, fiore macerato, dattero, tamarindo, pepe macinato.&lt;br /&gt;Tre lieti faccini :-) :-) :-)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-6067669315234424427?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/6067669315234424427/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/valpolicella-da-appassimento-breve.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6067669315234424427'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/6067669315234424427'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/valpolicella-da-appassimento-breve.html' title='Valpolicella da appassimento breve parte due: il Pojega'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-4110358733961984941</id><published>2007-01-11T11:19:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:20:26.800-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Crudo di lago</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Ho sfogliato la guida dei Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso. E sul mio lago (di Garda) ci ho trovato, per un piatto della trattoria Vecchia Malcesine, una valutazione di questo tenore: «Il crudo di lago, discutibile anche nella fantasiosa rivisitazione, convince poco per qualità e quantità nel piatto». Ora, che volete, essendo fra coloro che le guide le han fatte, le fanno e pensano di farle ancora, non mi permetto d’andare a mettere in discussione il giudizio altrui, ché ciascuno è libero di dire la sua. Otretutto, un eventuale incidente di percorso ci può stare in qualunque ristorante, ivi compresa la Vecchia Malcesine. Ma ripensando ai tanti pranzi&amp;amp;cene&amp;amp;assaggi che hanno contraddistinto il mio 2006, be’, devo dire che proprio quel piatto, il crudo di lago appunto, è invece la cosa migliore che mi sia capitato d’incontrare. Il che conferma, magari, quanto possano essere soggettivi i pareri.&lt;br /&gt;Dunque, il crudo di lago del Vecchia Malcesine mi tocca raccontarlo.&lt;br /&gt;Intanto, il locale, per chi non lo conoscesse ancora, è proprio a Malcesine, in paese. Poco lontano dalla parrocchiale. Un ristorantino da pochi coperti. Una saletta, una terrazza estiva. Il patron, Leandro Luppi, si muove fra sala e cucina. D’estate più sala che cucina, d’inverno il contrario. A vederlo, secco com’è, non lo direste un gourmet. Però ha un palato notevole (e non so come faccia, viste le sigarette che si fuma). In più, ci sa veder dentro nei vini: ha in cantina cose notevoli.&lt;br /&gt;Quand’è arrivato sul lago, ormai una quindicina d’anni fa, Leandro ha portato una cucina «anomala» per stile e ingredienti. Poi ha cominciato a investigare le materie prime del territorio e le ha fatte proprie, mantenendo però fedeltà ad un approccio di stampo creativo, innovativo, personale. Unico sulla riva d’oriente del Garda, ha ottenuto nel 2004 la stella dalla guida Michelin: prima di lui non c’era mai riuscito nessuno, e resta tuttora il solo.&lt;br /&gt;Ogni tanto al Vecchia Malcesine mi ci affaccio, e indubbiamente è luogo apprezzabile. Ci avevo già mangiato bene altre volte, ma il vertice l’ho toccato a fine settembre: sequenza memorabile, assicuro, nel menù di lago, stagionale. E in quella sequenza, il piatto migliore è stato questo crudo di lago, che resta per me - l’ho detto - la punta dei tanti assaggi dell’anno ch’è andato a finire.&lt;br /&gt;Si trattava d’un trittico: tinca affumicata, luccio marinato, filetto di sarda di lago (leggi sardéna). Detto così, non rende. Ho dunque telefonato a Leandro Luppi per farmelo raccontar meglio da lui. Ecco la descrizione: «La tinca viene affumicata in casa con il legno di olivo e la serviamo tagliata a fettine sopra una concassè di pomodoro fresco, condito con un trito di cipollotti olio e sale marino. Il luccio è leggermente marinato con sale marino e timo. Dopo, viene tagliato a piccoli cubetti e servito con una gelatina di frutto della passione per dare dolcezza e acidità. La sarda di lago viene sfilettata e marinata nella passata di pomodoro per almeno due giorni: l’acidita del pomodoro consente la conservazione e nello stesso tempo mantiene la corposità della polpa della sarda. Poi viene servita con un blinis di farina di grano saraceno e la panna acida: il sapore della sarda ricorda un po’ il gusto del caviale e per questo è stato fatto un simile abbinamento. Si mangiano in sequenza prima il luccio, poi la tinca e per ultima la sarda, che ha il sapore più deciso».&lt;br /&gt;Ecco, così, con questa descrizione, potete farvi un’idea migliore. Aggiungo che la serie dei tre crudi è considerevole come crescendo di sapori, che al Vecchia Malcesine sono peraltro sempre ben definiti, e spesso addirittura marcati. Leandro non gioca con le sfumature. Ci va giù dritto: niente mediazioni.&lt;br /&gt;Dico, di più, che un piatto del genere m’è sembrato il modo giusto per valorizzare il pesce lacustre. Certo, solo vagamente rifacendosi alla tradizione (l’affumicato, l’agrodolce, la salagione), ma di sicuro mettendo il lago al centro.&lt;br /&gt;Ma - lo si rammenti -, il crudo lacuale è altra cosa, diametralmente altra, rispetto a quello marinaro. Di là, sul mare, s’esaltano la dolcezza naturale, il tono vagamente iodato, la freschezza assoluta, talché lo chef deve intervenire più sulla ricerca al mercato che sul lavoro di cucina. Di qui, sul lago, c’è meno eleganza, meno saporosità delle carni, e dunque occorre l’intervento della mano del cuoco, che deve esaltare quel che c’è, senza però coprire, senza alterare, senza perdere quella rusticità ch’è insita nel pescato.&lt;br /&gt;Ora, se v’è venuta voglia di provarlo, questo crudo, mettete conto che in carta non lo trovate: è roba estiva. Però qualche cosa di simile lo individuate anche nel menù invernale: una tartara di tinca affumicata in casa con legno di olivo, servita con il pomodoro e cipollotto, e la tartara di trota marinata con sale e zucchero e erbe aromatiche, servita con un purè di finocchi agli agrumi.&lt;br /&gt;Non le ho ancora provate, queste novità. Rimedierò presto, spero. E sono curioso di vedere che vini Leandro proverà a metterci assieme, ché l’abbinamento è di quelli che sembrano quasi impossibili. Lì per lì, mi viene in mente solo un Muscadet della Loira.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-4110358733961984941?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/4110358733961984941/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/crudo-di-lago.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/4110358733961984941'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/4110358733961984941'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/crudo-di-lago.html' title='Crudo di lago'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-153711072322425983</id><published>2007-01-06T11:17:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:18:35.926-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Fads and fashions: le mode e le manie del mondo del vino</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Fads and fashions: è il titolo dell’editoriale di Hugh Johnson sul numero di gennaio di Decanter. Johnson è forse il più importante wine-writer che ci sia al mondo, Decanter la rivista enoica che fa tendenza nel Regno Unito. Fads sono le manie, fashions le mode. E il vino non ne è esente. Anzi.&lt;br /&gt;Sono, in genere, tendenze effimere, che nascono e muoiono in velocità. Facendo le fortune dei produttori più market-oriented, quelli che capiscono al volo quel che va bene domani, e lo assemblano senza tanti pensieri: vendere, vendere, vendere.&lt;br /&gt;Altre son tentazioni modaiole che rischiano di far danni permanenti, svilendo il significato vero di certi caratteri del vino.&lt;br /&gt;Ne cita alcune Johnson, di queste tendenze passeggere.&lt;br /&gt;Dice per esempio che negli ultimi tempi - più all’estero, invero, che qui da noi in Italia – s’è sentito discorrere un sacco di cool-climate viticolture, di viticoltura dei climi freddi, individuandovi la ragione - una delle ragioni - della grandeur francese. Che altrove si cerca d’imitare. Be’, ora non se ne parla già quasi più (all’estero intendo, ché invece in Italia si comincia solo adesso: da noi, si sa, importiamo con lentezza).&lt;br /&gt;Poi, l’ossessione della filtrazione. Anche qui roba più estera che nostrana (per ora). E insomma, c’è stata gente che ha cominciato a mettere in bell’evidenza in etichetta l’aggettivo unfiltered, non filtrato. Quasi che filtrare il vino fosse diventato un errore, una bestemmia, un reato. Il che fai il paio - aggiungo - con la definizione di vino naturale, quasi che quell’altro fosse innaturale, e col cavalcare a tutti i costi il biologico, il biodinamico e il bio-chissà-che-cosa: a me interessa solo che il vino sia buono e che, in più, mostri personalità e abbia qualcosa da raccontare. E se poi c’è stato poco intervento tecnico è meglio, per carità, ma che sia piacevole, almeno.&lt;br /&gt;E il carattere varietale? Quante volte avete letto della varietalità come prerogativa d’un vino? «Varietal character is the grand-daddy of the genre» scrive Johnson: il carattere varietale è il nonno del genere. E poi ci si è aggiunto un altro luogo comune: «Il vino si fa nel vigneto». Come dire che in cantina nasce da solo.&lt;br /&gt;Altra moda? Il fruttato. Anzi, il fruttatone. Valanghe, vagonate di frutto iperconcentrato, voluto dai filosofi americani dei nuovi vini, con imitatori devoti in ogni angolo. La potenza dei dollaroni.&lt;br /&gt;Le tendenze attuali?&lt;br /&gt;La mineralità in primis. Guai se un vino, bianc’o rosso che sia, non è minerale. Provate a leggere le descrizioni sui depliant (o nelle controetichette): la mineralità imperversa. Certo, trovarci carattere minerale in un bianco è una bellezza: penso ai Riesling del Reno, oppure anche, nella mia terra, a certe espressioni del Lugana e del Soave, quando son fatti bene, il primo sulle argille, l’altro su suoli basaltici. Ma che la mineralità sia un dogma, questo no.&lt;br /&gt;Ma c’è un’altra parola d’ordine che s’impone ormai in entrambi gli emisferi del pianeta. Si chiama, all’inglese, low-alcohol. Bassa gradazione, diremmo noi. Spiega Johnson che ormai è una routine nei paesi più caldi fare una sorta di salasso alcolico a una parte del vino. Gli si toglie l’alcol, mantenendo gli aromi. E poi questa bibita de-alcolata (che sia lecito usare quest’espressione?) la si riassembla col resto del vino. Risultato: meno alcol del vino di partenza.&lt;br /&gt;Che volete che vi dica: aver vini meno alcolici piacerebbe anche a me. Ed è indubbiamente una richiesta sempre più pressante dei consumatori. Quante volte lo sento dire al ristorante, ai tavoli vicini: «Ma non c’è qualcosa di meno alcolico?» Sapete: i problemi salutistici, la patente a punti… Che poi, lo so, è del tutto irrisoria, da questo punto di vista, la faccenda che un vino faccia 13 o 14 gradi. L’effetto è, grosso modo, sempre quello. Ed anzi un po’ meno alcol rende il vino più beverino, e dunque si beve di più, ottenendo dunque l’effetto contrario, salutisticamente o viabilisticamente parlando. Ma s’esagera a tal punto, col «low alcohol», che c’è chi comincia a parlare di «bicchieri equivalenti» e vorrebbe che in etichetta fosse scritto a quanti bicchieri di vino equivale quella boccia in relazione all’alcol, così, chessò, una bottiglia di Lambrusco può valere otto bicchieri equivalenti e una d’Amarone dodici: più alcol, più porzioni. Ma lasciamo perdere...&lt;br /&gt;Però il problema - uno dei problemi - è forse proprio qui: bisogna tornare a far vini bevibili, ché in degustazione van bene quelli concentratoni, ma in tavola si vuol accompagnare il cibo. Ed è per questo che se proprio devo scegliere vado sui Bordeaux: 12 gradi e mezzo e bel frutto e buon’acidità.&lt;br /&gt;Ma c’è un problema. Ed è che con le concentrazioni estreme che s’ottengono oggi in viticoltura, si ha parecchio zucchero nelle uve. E dove c’è tanto zucchero naturale le soluzioni son due: o il vino lo si lascia dolce, oppure lo si ottiene alcolico, ché l’alcol altro non è che l’effetto della trasformazione degli zuccheri con la fermentazione. Forse, più che far salassi, sarebbe da ripensar la viticoltura, ma è storia che non mi compete, o meglio, di cui non ho competenza.&lt;br /&gt;Piuttosto, vorrei tornare alla questione salutistica. Ché mi preoccupa questo clima di caccia alle streghe che si va instaurando. Me lo vedo che fra poco ci sarà chi vuol mettere sulle bottiglie di vino - oltre alla storia dei bicchieri che v’ho già detto sopra - le stesse, minacciose e perfettamente inutili sentenze che si leggono sui pacchetti di sigarette (e, badate, io non ho mai fumato - se non fumo passivo - e mi dà molto fastidio sentirne anche solo il vago odore, della sigaretta). Senza invece pensare a fare informazione, educazione, cultura. L’alcolismo è figlio della malattia o dell’ignoranza, mica del vino.&lt;br /&gt;Serve altro. Enjoy Responsibly, ho visto in un riquadro d’una pagina di pubblicità di Penfolds, colosso australiano del vino, su Wine Spectator, ed è un avvertimento che condivido: gotitelo responsabilmente. Stesso tenore della pubblicità dello Champagne Perrier-Jouët: «Enjoy our quality responsibly», goditi responsabilmente la nostra qualità. Ma starà mica diventando una moda anche questa, vero?&lt;br /&gt;Eppoi, questa mania di voler sapere tutto, ma proprio tutto del vino. Che facciamo, sull’etichetta ci mettiamo gl’ingredienti e il «da consumare preferibilmente entro il»? Già non mi piace quell’assurdo «contiene solfiti» che è stato imposto sull’etichettatura: ecché, quanti saranno mai i vini che non li contengono, i solfiti?&lt;br /&gt;Ecco, c’è un clima neo-illuminista che non mi va. Sento troppa gente che davanti a un bicchiere si mette a far disquisizioni tecniche, invece di goderselo così com’è. Perfino, c’è chi comincia a parlar - con competenza, talvolta, ammetto - di composti aromatici volatili, d’elementi chimici (naturali) responsabili di questo o quell’aroma, di monoterpeni o di sesquiterpeni, e, chessò, di linaiolo (che mi dicono sappia di rosa), di geraniolo (che indurrebbe memorie floreali). E poco m’interessa - a me che bevo, intendo - sapere che quell’odore ch’è tipico di certi Sauvignon può provenire dal composto 2-metossi-3-isobutil-pirazina.&lt;br /&gt;Spero che anche queste perversioni farmaceutiche sian solo fads and fahions. E che si torni al piacere. Sennò, il rischio è quello mess’in evidenza da Sarah Kemp, altra editorialista di Decanter, ancora sul numero di gennaio. Cita, la Kemp, un libro che le è piaciuto, scritto da un’altra donna, la bionda (così la vedo in foto, ma con le donne non si sa mai) Jennifer Rosen, trasgressiva scrittrice di vino. Dice (traduco): «Bere vino con un sommelier è come far l’amore con un ginecologo: è meglio che non vi dicano tutto quello che sanno». Appunto.&lt;br /&gt;Godete responsabilmente. Ma prima il piacere, per favore.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-153711072322425983?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/153711072322425983/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/fads-and-fashions-le-mode-e-le-manie.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/153711072322425983'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/153711072322425983'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2007/01/fads-and-fashions-le-mode-e-le-manie.html' title='Fads and fashions: le mode e le manie del mondo del vino'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-8160544659346169679</id><published>2006-12-24T11:15:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:17:03.617-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Top 2006 secondo me: venti bottiglie indimenticabili stappate nell’anno</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt; Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Eccoci qui con la classifica. La fanno tutti, perché non dovrei io? Del resto, c’è cambio d’anno, e dunque occorre far sintesi e metter ordine alla memoria. Eppoi, l’ammetto, è piacevole andare a rivedere gli appunti di tante bottiglie stappate, assaggiate, a volte proprio bevute, godute. E raccontarle.&lt;br /&gt;Certo, far graduatorie è sempre arbitrario. E difficile, ché a volte quel certo tal vino porta con sé anche ricordi, emozioni, sensazioni che vanno oltre il fatto edonistico in sé. Ed è pure ingiusto, finendo inevitabilmente per accantonare qualcosa, qualcuno, che comunque vorresti - dovresti - valorizzare. Ma tant’è: il rito va rispettato.&lt;br /&gt;Dunque: venti e non di più.&lt;br /&gt;Dieci di quella che amo chiamare la Regione del Garda, ossia le province di Verona, di Brescia, di Mantova e Trento. Più Verona che le altre, e mi perdonino lombardi e tridentini (m’accorgo che soprattutto a Trento e dintorni ho avuto poche occasioni d’assaggio nell’ultimo anno, e dunque mi riprometto di rimediare nel nuovo).&lt;br /&gt;Dieci fuori dai paraggi, altre latitudine, altre longitudini, altra Italia, altra Europa, e per stavolta niente fuori Europa.&lt;br /&gt;In ogni caso, venti vini che mi piacerebbe ribere. Che mi hanno convinto. Emozionato, anche. E sono, insieme, bianchi, rossi e rosati. Già, anche i rosati: perché, son forse minori nell’Olimpo del vino? Ce n’è un terzetto addirittura, di rosé: due gardesani, uno francese. Piacevolissimi, secondo me.&lt;br /&gt;Fuori Italia, c’è tanta Francia - e non sarebbe possibile altrimenti - un pelo di Germania (ah, i Riesling del Reno!), un vino dolce - straordinario e «antico» - di Crimea. E in terra italica anche un Moscato, ch’è un vino adorabile e troppo trascurato da’ bevitori, e n’ho trovato un’espressione altissima.&lt;br /&gt;M’accorgo che non ho scelto bollicine. E comunque di buone - buonissime, talvolta - n’ho bevute, ma nella classifica non hanno trovato spazio: pazienza.&lt;br /&gt;Eccoli, dunque, i venti top secondo me. In ordine rigorosamente alfabetico all'interno delle due categorie.&lt;br /&gt;Prosit!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Top 10 della Regione del Garda&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella 2000 Manara&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Lo scorso anno nella mia top c’era il 2001. Ebbene, di meglio c’è l’annata precedente: l’Amarone 2000. Ribevuto a distanza di tempo, m’ha nuovamente impressionato, e dimostra di tener salda quella sua eleganza delicatissima eppure lung’assai, quel frutto così calibrato. Niente palestra, per questo rosso: evviva. Bevuto a novembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Amarone Classico della Valpolicella Sergio Zenato 2001 Zenato&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Inserendo fra i preferiti del primo semestre l’Amarone basic 2001 di Zenato, avevo detto che il fratello maggiore, la Riserva assaggiata allora solo en primeur, sarebbe finita probabilmente fra i miei must di fine anno. Così è. Grande Amarone. Tanto frutto, tanta spezia, corpo potente eppur anche agile e beva lussuriosa. Bevuto a luglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Bardolino Chiaretto 2005 Giovanna Tantini&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Ah, Giovanna, che Chiaretto! Frutto, frutto e frutto. Da riempirseme l’olfatto e il gusto. Da masticare. Da assaporare. Da far rotolare in bocca. E poi la vena speziatina ch’è tipica delle corvine gardesane. E un colore deciso, marcato, eppure anche brillante e cristallino. Bell’espressione bardolinista. New Bardolino. Bevuto in settembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garda Classico Chiaretto 2005 Vedrine&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;D’accordo: non è un colosso, ma vivaddìo m’è piaciuta l’opera prima di Vedrine, microazienda del Garda lumbàrd, che ha fatto, nel 2005, solo e soltanto questo vino rosè (ci vuol coraggio). Atipico, atipicissimo Chiaretto rivierasco. Più vegetale che fruttato, anche se la fragolina s’avanza impertinente. Avanti così. Bevuto in agosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Quaiare 2003 Le Fraghe&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;L’avevo detto a maggio che questo rosso era (è) un gioiello in termini d’espressione del terroir. «E pazienza se gli altri non saranno d’accordo», scrissi. Le guide non sono state d’accordo, ma per me resta uno dei vertici assoluti nell’area gardesana, un benchmark, un vino che ha un’anima e uno stile inconfondibili. Ribevuto a luglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Recioto Classico della Valpolicella Capitel Monte Fontana 2000 Tedeschi&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;L’annata 2000 fu d’equilibrio in Valpolicella. E gli Amaroni son buoni. Però straordinarie son certe bottiglie di Recioto, soprattutto oggi che cominciano ad aver maturità. Questo dei Tedeschi è un grand’esempio: avvincente per complessità e ampiezza olfattiva, ha in bocca finezza ed eleganza e misurata dolcezza. Goduto a dicembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Cà Visco 2005 Coffele&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Oh, se mi piace il Cà Visco. Già en primeur, ancora scomposto dall’imbottigliamento di pochi giorni, m’aveva intrigato. Facendosi adulto, ecco l’inconfondibile suo charme. Il frutto pulitissimo entra deciso e lascia poi spazio alla freschezza e quindi riemerge, asciutto, nel finale. Bevuto in luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico La Rocca 1993 Pieropan&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;È tuttora buonissimo questo Soave del ’93. In forma smagliante dopo tant’anni, e freschissimo, e giovine direi, e vibrante e nervoso e teso. Ha frutto denso e vene minerali e lunghezza sorprendente e avvincente. Un bianco italico che può reggere il confronto coi grandi di Francia e di Germania. Bevuto a fine maggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Soave Classico Monte Fiorentine 2005 Cà Rugate&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Che gran bianco che è il Monte Fiorentine. A mio avviso, uno dei bianchi più buoni e appaganti che sia dato di trovare sull’italico suolo. Gioiosamente bevibile, giocosamente succoso di frutto, festosamente vestito di fiori. Un vino che riesce a mettere insieme nobiltà e spensieratezza. Bevuto in luglio e in ottobre e in dicembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Valpolicella Classico Superiore Il Taso 2003 Villabellini&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;L’annata della svolta. Cecilia Trucchi col 2003 ha deciso di trarre uno e un solo vino dalle uve del suo brolo di Castelrotto, rinunciando (incredibile) perfino all’Amarone. Che vino che ne è venuto! Personalissimo, succoso di frutto, pregno di spezia, bevibilissimo e possente insieme. Gran bel rosso valpolicellese. Ribevuto a luglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Top 10 d’altre terre&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Ai-Danil Tokay 1938 Massandra&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Sul Mar Nero, in Crimea, esiste la più imponente collezione mondiale di vini invecchiati. In genere dolci o fortificati. È la Massandra Collection. Ho avuto la fortuna di poter bere il Tokay del ‘38 fatto ad Ai-Danil, vicino a Yalta. Poesia. Dattero, fico secco, arancia candita, melata, cognac, nocino, mandorla... Grandissimo. A dicembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Alsace Riesling Grand Crû Hengst 1997 Domaine Josmeyer&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Quando lo comprai, in Alsazia, in cantina a Wintzenheim, ero convinto d’aver fatto un bell’acquisto. A distanza di mesi e mesi, questo Riesling s’è mostrato anche sopra le attese. La vena minerale e quella fruttata s’intersecano, si fondono in quello che ho già definito un amplesso lunghissimo e passionale. Bevuto a febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Côte Rôtie 2003 Benjamin et David Duclaux&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Se non sbaglio, Parker, a questo syrah della Cote Rotie ha dato 93 centesimi di valutazione. Be’, li vale tutti. Il prezzo è sui 30 euro, pochi per un rosso di questa denominazione. Ancora giovane, ma già sul frutto s’innestano sentori d’erbe officinali, di timo. Elegantissimo oggi, chissà cosa potrà diventare. Bevuto in dicembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Côtes de Provence Château Sainte-Marguerite 2005 J. P. Fayard&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Che la Provenza sia terra di bei rosati è noto. Quest’era bellissimo già dal colore, abbastanza tenue invero. Fragranze fruttate d’avvincente finezza: il piccolo frutto rosso di sottobosco, soprattutto. E poi una nota quasi balsamica, officinale, sottile, elegante. Una freschezza nervosamente sensuale. Buonissimo. Bevuto in agosto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Côtes du Rhône Parallèle 45 2001 Paul Jaboulet Ainè&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;D’accordo, d’accordo: questo è «solo» il rosso di base di Jaboulet, ma porca miseria che base! Succoso di piccolo frutto, di mirtillo e d’amarena. Di lunga persistenza. Giovane dopo un quinquennio. Eppoi accettabile nel prezzo. Ve lo dico io: sarà anche un vino di base, ma rimpiango fosse l’ultima boccia. Bevuto a Pasqua, coll’agnello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Erbacher Hohenrain Riesling Spätlese 1990 Schloss Reinhartshausen&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Per me, non c’è bianco che tenga, di fronte a un gran Riesling. Tedesco magari, e invecchiato. Fra i Riesling - parecchi - bevuti nel 2006, questo l’ho trovato elegantissimo e splendido per equilibrio, dopo quindici anni. Il frutto e la vena citrina perfettamente integrati. La nota minerale equilibratissima. Fascinoso. Stappato a giugno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Fiano di Avellino Clelia Romano 2004 Colli di Lapio&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Uno dei bianchi più buoni che mi ricordi d’aver bevuto in Italia. Forse il più buono. Vino di terroir, classico e modernissimo assieme. Descrive i caratteri del vitigno e della terra. Un tripudio d’erbe aromatiche e di cedro e di litchie e di pesca bianca croccante e integra. Freschezza, armonia, lunghezza infinita. Bevuto a maggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Menetou-Salon Morogues 2004 Domaine Henry Pellé&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Adoro i Sauvignon della Loira. Ma devo ammettere che questa bottiglia - d’una denominazione che m’era sconosciuta - l’ho comprata giusto per curiosità, perché era coup de coeur della guida Hachette 2006. E meno male che ho letto l’Hachette, ché questo è bel bianco, freschissimo, floreale, denso di frutto bianco. Bevuto a marzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Piemonte Moscato d’Autunno 2005 Paolo Saracco&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Che complessità d’agrumi e albicocce surmature e pesche gialle in piena estate e fiori primaverili e miele e perfino la speziatura fine di certi dolcetti tedeschi. E che equilibrio, con quella freschezza che dà grande slancio e rende onore alla dolcezza. Ed ha lunga persistenza e gratificante beva. Gran Moscato, gran vino. Bevuto a settembre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;St.-Émilion Gran Crû Classé 1970 Chateau Fombrauge&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Miseria che slancio giovanile che ci ho trovato in questo rosso bordolese ormai più che trentacinquenne. Il naso non era magari di quelli indimenticabili, ma la bocca, ragazzi… Che succosa freschezza. Quasi vinosa. Piena di vita. Ricca di frutto. Trovarne, di vecchietti così. Bottiglia bevuta, con soddisfazione, ai primi d’aprile.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-8160544659346169679?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/8160544659346169679/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2006/12/top-2006-secondo-me-venti-bottiglie.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8160544659346169679'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/8160544659346169679'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2006/12/top-2006-secondo-me-venti-bottiglie.html' title='Top 2006 secondo me: venti bottiglie indimenticabili stappate nell’anno'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-5352240386585370125</id><published>2006-12-20T11:13:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:15:02.636-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Il cioccolato, il vino, il fiume</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Mi piace il cioccolato. Ne ho quasi dipendenza. Ma adoro gustarlo in solitudine. Ergo: niente bagno di folla alle fiere cioccolataie, che si moltiplicano da qualche tempo. Una di queste kermesse, fra le più importanti, è il Cioccoshow, che s’è tenuto a Bologna. E del Cioccoshow ho tenuto da parte un comunicato stampa, ripromettendomi di tornarci su. Spiegava che in occasione della rassegna bolognese nasceva il premio «Perfetto per il Cioccolato» riservato ai vini italiani passiti, liquorosi, da meditazione e da dessert. Diceva, testuale, così: «Il premio intende individuare non solo il vino più adatto ad essere abbinato al cioccolato, ma anche il perfetto connubio tra il vino stesso e una particolare tipologia di cioccolato artigianale».&lt;br /&gt;Ebbene, ci torno sopra a questo comunicato per dire che no, non sono d’accordo. Perché ritengo che non cia sia e non ci possa essere alcun vino «perfetto» per il cioccolato.&lt;br /&gt;Ora, capisco: gli organizzatori han fatto bene - in quanto a strategie di comunicazione - a mettere in pista ‘sto concorso, ché d’abbinata wine &amp;amp; chocolate si fa un gran parlare. È un argomento di tendenza, che attrae l’attenzione del pubblico. Per esempio, sui forum on line ogni tanto la questione torna d’attualità, e i post di commento s’infittiscono. E si finisce sempre lì: il Barolo Chinato, il Banyuls, il Porto Vintage, l’Ala Amarascato. Di più: cresce il numero de’ produttori che nel descrivere i loro vini dolci spiegano d’averli trovati adatti allo sposalizio cioccolatoso. Mosse di marketing: se la gente cerca vini da cioccolata, facciamogli credere ch’esistano, e piazziamoli. Poco importa, poi, se il vino vincitore del premio al Cioccoshow è gardesano, un passito della Civielle, leggasi Cantine della Valtenesi e della Lugana, ch’è un’affidabile realtà della riva lombarda del Benaco. Poco importa perché nossignori: vino e cioccolato insieme non ci stanno. Per dirla col Manzoni, «questo matrimonio non s’ha da fare».&lt;br /&gt;Ma il Barolo Chinato… E ridagli con questa storia che ti ficcano in testa nei corsi di degustazione e sui rotocalchi da parrucchiera. Sì, ammetto, il Barolo Chinato ci può anche stare, come altri vini aromatizzati. Così come i fortificati francesi. Così come il Porto. Perfino qualche Recioto della Valpolicella riesce a reggere il cioccolato. Ma il problema è proprio lì: son tutte soluzioni che «reggono» il cacao, che lo sopportano, che sopravvivono. Mica che ci si esaltano. E un buon abbinamento è invece quello in cui il vino esalta il cibo e il cibo esalta il vino. È questo e solo questo, citando Veronelli, il «matrimonio d’amore».&lt;br /&gt;A proposito di Luigi (Gino) Veronelli e della sua definizione. Riprendo il mano il suo libretto dell’84 «Veronelli. Matrimoni d’amore». E rileggo: «Nessun vino sulla cioccolata, torta e pasticcini al cioccolato, e sui gelati qualsiasi il loro gusto. Provocano un improvviso e immediato sovvertimento, un vero e proprio terremoto “palatale”. Il vino, bevuto sopra, avrebbe, a sua volta, sapore del tutto bistorto». Ecco, concordo e sottoscrivo.&lt;br /&gt;Il fatto è che il cioccolato è il simbolo stesso della complessità. È grasso. È tannico. Talvolta è acido. Dicono che contenga qualcosa come trecento sostanze. Un gran bazar organolettico. Che liquido vinoso volete trovare ch’abbia una simile ampiezza? Per sgrassare la bocca da una grassezza del genere servono forti dosi d’alcol e d’acidità. E come li contrasti invece quei tannini?&lt;br /&gt;Certo, sì, qualche gran vino riesce - dicevo - a sopravvivere. A malapena sopravvivere, insisto. Ma in genere è, appunto, gran vino, dal costo altrettanto grandicello. Che senso ha sprecarlo in un accostamento che sta in piedi a fatica, che non amplifica il piacere della beva, dell’assaggio, della gastro-libidine? Meglio gustare il vino e poi, di lì a un po’, il cioccolato. Solitario l’uno, solitario l’altro. Ma che gioia queste solitudini.&lt;br /&gt;Piuttosto, cercate altri orizzonti.&lt;br /&gt;Dicevo: serve alcol. E dunque alcol sia. Distillati. Rum, soprattutto, di bell’età. E poi forse Cognac, Armagnac, Calvados, whisky. Qualche grappa. Peccato che io non beva distillati…&lt;br /&gt;Oppure, acidità. Acido come certe birre artigiane - magari d’abbazia - non trovate nulla. Le grandi birre ambrate e scure del Belgio, con quel loro fondo amarognolo e quella lunghezza speziata e quel tono di liquirizia e quei vaghi ricordi di frutta rossa macerata e fors’anche candita, e di buccia d’arancia essiccata. Ho testato, col cioccolato, l’Abt 12 della St. Bernardus, da Watou, Belgio: che bell’abinamento! E buono ho trovato il biscotto di cioccolato con la McChouffe, che viene dalle Ardenne, birrifico La Chouffe (e che dire dello sposalizio con N’Ice, la birra di Natale della stessa ditta?).&lt;br /&gt;Ecco: questa è la frontiera: distillato o birra belga o acqua o nulla. Ma niente vino, please, col cioccolato.&lt;br /&gt;Ora, almeno un’altra dritta ve la devo dare. Se siete a Verona, andate a cercare in via Fama. Un vicoletto che si distacca da corso Portoni Borsari, a due passi da piazza Erbe. Ci potete trovare buona musica e cioccolato lussurioso. La musica è quella dei cd che vende Carlo, ai Dischi Volanti. Il cioccolato è quello del negozietto della Magioca.&lt;br /&gt;Dovete sapere che, in realtà, La Magioca è un bed &amp;amp; breakfast in Valpolicella, a Negrar. Un posto - credetemi - di quelli che pensate esistano solo sulle riviste d’arredamento. Una casuccia antica. Un salotto in stile provenzale che neanche in Provenza lo trovate così bello. Delle stanzette che uno non gli viene proprio voglia d’uscire. E una chiesuola dove fanno i matrimoni. Un giardinetto curato fin nel dettaglio. Una quiete assoluta.&lt;br /&gt;Ecco, nel cucinino della Magioca si fanno poi cose miracolose. Si fanno cioccolatini. O meglio, li fa - iperartigianalmente - la signora Marisa. E sono delizie. A volte li infiocchetta uno per uno, a mano, con un fil di raso. Provate il marrone ricoperto di cioccolato: da svenire. E il cioccolato al caffè? E l’albicocca al cioccolato? E i quadrotti di cioccolato? Insomma: ne tastate uno e vi vien voglia di mangiarli tutti, alla faccia delle calorie.&lt;br /&gt;Bene, dalle colline negraresi di Moron, i cioccolatini della signora Marisa sono scesi al capoluogo, a Verona, dove La Magioca ha aperto un piccolo shop. In via Fama, appunto. Li trovate lì, se volete. Garantisco: vale la pena.&lt;br /&gt;Visto che siete nella viuzza, passate anche da Carlo, ai Dischi Volanti, e compratevi l’ultimo cd di Madeleine Peyroux. S’intitola «Half the perfect world». C’è sopra un brano di Joni Mitchell, e la Peyroux lo ricanta ch’è una meraviglia. Si chiama «River», che è il fiume. Ecco, a casa mettetevi in poltrona, abbassate le luci, accendete il lettore, fate partire «River», sbocconcellate il cioccolatino e beveteci insieme un po’ di birra ambrata, mica fredda. Tornerete a credere nelle favole, come quando eravate bimbi e aspettavate che arrivasse Santa Lucia o pensavate che Babbo Natale ci fosse davvero o insomma confondevate il sogno e la realtà.&lt;br /&gt;Oh, se poi avete voglia, qui sotto chiudo col testo di «River». Portate pazienza: la traduzione è mia, l’inglese originale suona meglio. Spero solo d’averne resa, un po’, la malinconia.&lt;br /&gt;Buon Natale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;River&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;di Joni Mitchell&lt;/span&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Ecco, arriva Natale&lt;br /&gt;Tagliano gli alberi&lt;br /&gt;Appendono decorazioni&lt;br /&gt;E cantano canzoni di gioia e pace&lt;br /&gt;Oh, vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Dove poter pattinare&lt;br /&gt;Ma qui non nevica&lt;br /&gt;Qui resta tutto d’un verde così bello&lt;br /&gt;Sento che farò un sacco di soldi&lt;br /&gt;E poi la pianterò con questa pazzia&lt;br /&gt;Oh, vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Dove poter pattinare&lt;br /&gt;Vorrei avere un fiume così lungo&lt;br /&gt;Da insegnare ai miei piedi a volare&lt;br /&gt;Oh, vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Dove poter pattinare&lt;br /&gt;Ho fatto piangere il mio uomo&lt;br /&gt;Lui ci ha provato ad aiutarmi&lt;br /&gt;Sai, m’ha fatta sentir bene&lt;br /&gt;E l’ha amata così tanto questa birbante&lt;br /&gt;Da farmi cedere le ginocchia&lt;br /&gt;Come vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Dove poter pattinare&lt;br /&gt;Sono così difficile da trattare&lt;br /&gt;Sono egoista e triste&lt;br /&gt;Ora me ne sono andata e ho perso l’uomo migliore&lt;br /&gt;Che avessi mai avuto&lt;br /&gt;Come vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Dove poter pattinare&lt;br /&gt;Vorrei avere un fiume così lungo&lt;br /&gt;Da insegnare ai miei piedi a volare&lt;br /&gt;Oh, come vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Al mio uomo gli ho fatto dire addio&lt;br /&gt;Ecco che arriva Natale&lt;br /&gt;Tagliano gli alberi&lt;br /&gt;Appendono decorazioni&lt;br /&gt;E cantano canzoni di gioia e pace&lt;br /&gt;Oh, vorrei avere un fiume&lt;br /&gt;Dove poter pattinare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/8169761221488269833-5352240386585370125?l=lastanzadellangelo.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/feeds/5352240386585370125/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2006/12/il-cioccolato-il-vino-il-fiume.html#comment-form' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5352240386585370125'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/8169761221488269833/posts/default/5352240386585370125'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://lastanzadellangelo.blogspot.com/2006/12/il-cioccolato-il-vino-il-fiume.html' title='Il cioccolato, il vino, il fiume'/><author><name>Angelo Peretti</name><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-8169761221488269833.post-7717080497642498157</id><published>2006-12-16T11:11:00.000-08:00</published><updated>2009-01-06T11:12:49.532-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='L&apos;ARCHIVIO DELLA STANZA'/><title type='text'>Dell’appassimento breve: sarà New Valpolicella?</title><content type='html'>&lt;span style="color: rgb(255, 0, 0);"&gt;Angelo Peretti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L’Italia del vino di qualità si muove da sempre - che vuol dire da quindici-vent’anni, da dopo l’affaire metanolo - essenzialmente lungo due direttrici: il vitigno e la tecnica. Entrambi son al contempo, a mio pensare, punti di forza e di debolezza. Di forza, certo, ché da qui è scoccata la ripresa ed è scaturito il successo. Di debolezza, anche, ché non sono elementi unici e irripetibili. Il vitigno lo puoi ri-piantare altrove (il sangiovese - è un esempio - si coltiva anche in California o in Australia, adesso) quando non viene addirittura d’altri luoghi (leggi cabernet, chardonnay e dintorni). La tecnica è di per sé ri-producibile ovunque: uso del legno, riduzioni, appassimenti, ripassi, metteteci quel che volete.&lt;br /&gt;La Francia del vino di qualità ruota da sempre - che vuol dire almeno da un secolo e mezzo, dalle prime classificazioni bordolesi - attorno a due perni: il marchio e il terroir. Il marchio è quello dei grandi (in dimensione e valore) negociant, oppure degli stessi château storici del Médoc (Latour, Margaux &amp;amp; Co.). Il terroir è affermato da chiunque voglia esprimere, appunto, l’idea di qualità, e alla regola non sfuggono gli stessi negociant. Giusto a titolo d’esempio, La Turque è sì un grande (grandissimo) rosso targato Guigal, ma è prima di tutto un crû e un’espressione del terroir straordinario della Côte Brune, nella vallata del Rodano, e in più porta bene in evidenza, in etichetta, la denominazione d’origine Côte Rôtie. Ecco, è vino di terroir, e l’espressione ingloba vitigno e tecnica e ne fa elementi d’un insieme virtuoso.&lt;br /&gt;La premessa, lunga, è per dire che m’è capitato di partecipare all’ingresso in società d’un «nuovo» rosso di «scuola italiana» ch’avrebbe i crismi per diventare un vino di «pensiero francese». Per saltare l’ostacolo e guardare al domani.&lt;br /&gt;Il vino è un Valpolicella Superiore dell’area classica: il Verjago della Cantina Valpolicella di Negrar. Sì, la cantina sociale negrarese, ch’è di quelle che lavorano bene, e bene tanto.&lt;br /&gt;Ora, questo Verjago, alla sua prima uscita oggi coll’annata 2004, è un vino che potrei dir progettuale. Daniele Accordini, che della Cantina è direttore tecnico, ne ha illustrata l’origine, la concezione. Che provo qui di seguito a riassumere in tre fasi.&lt;br /&gt;Fase uno: l’espressione di volontà. «Verjago - spiega Accordini - nasce con l’intento di restituire attenzione al vino simbolo della Valpolicella, al Valpolicella appunto. In un momento in cui l’Amarone sembra offuscare ogni luce proveniente da altri vini grazie alla sua potenza, alla sua concentrazione e al suo gusto internazionale, abbiamo sentito l’esigenza di riportare al centro della scena un prodotto legato anche con il nome al suo territorio di appartenenza, per secoli riferimento economico dell’intera regione». In sintesi: oggi che l’Amarone «tira», è ora di ridare smalto al Valpolicella. Applaudo.&lt;br /&gt;Fase due: per mirar l’obiettivo, l’attenzione s’è focalizzata - correttamente - sull’indagine territoriale. «In collaborazione con l’Università di Verona - mi si dice - abbiamo analizzato per diversi anni le potenzialità viticole ed enologiche di numerosi vigneti situati nella fascia collinare della vallata di Negrar. Il lavoro ha richiesto lunghe indagini, tuttora in corso, portando alla luce l’essenza qualitativa di alcuni siti produttivi, prima conosciuti solo parzialmente, facendo emergere le espressioni più nascoste di alcuni territori e la maggiore adattabilità di determinati vitigni a particolari ambienti». Bene: è indagine sulle potenzialità del terroir negrarese e su alcuni suoi possibili crû.&lt;br /&gt;Fase tre: il ritorno all’abitudine enologica italiana. «Nell’ideazione di questo vino - racconta il direttore - abbiamo quindi coniugato le varietà risultate più idonee con la tecnica tradizionale e antichissima dell’appassimento, prefiggendoci di ottenere un Valpolicella che potesse esprimere caratteristiche di eleganza e potenza unite ad autenticità e originalità». Ecco: vitigno più appassimento. Il Verjago è dunque figlio d’uve appassite, uve autoctone di Valpolicella. Come l’Amarone, pur d’appassimento più breve, molto più breve: la metà circa e fors’anche meno di quanto si usa per il potente rosso amaronista. Comunque vino «tecnico», ché mette in luce, soprattutto, la tecnica d’appassir l’uve, che trova nella Valpolicella la massima espressione. Ergo: il terroir, che pure era stato centrale nella progettazione, è in disparte. Ma mica gli faccio una colpa, alla Cantina, ché quest’è, appunto, l’impostazione italica, la scuola del pensiero nostrano.&lt;br /&gt;Ma sarebbe ora di una svolta. E il progetto Verjago potrebbe essere un’occasione di quelle giuste. Così adesso cerco di spiegare perché.&lt;br /&gt;Riparto dalla fase due: la ricerca sui terroir. I vigneti su cui la Cantina ha condotto l’indagine insieme coll’Università son tutti a Negrar e in collina. Anzi, in collina alta. Talvolta terre ch’erano quasi abbandonate, ritenute com’erano in passato meno interessanti in fatto di resa, quando la viticoltura era orientata a dar più quantità che qualità. Ma credo invece che quelli siano potenzialmente i pezzi di terra da seguire con più attenzione. Quelli da cui proviene la memoria storica dell’appassire. Ché ho una convinzione. Questa: l’appassimento, padre del Recioto e del figliolo suo Amarone, nasce da un’esigenza empirica, che è far fronte alla fame e alla carestia.&lt;br /&gt;Era questa l’esigenza prima delle genti del passato: mettere da parte riserve d’alimenti per i giorni di vacche magre, così frequenti, ché i raccolti eran soggetti alle bizze del tempo. Nasce da qui l’industriosa creatività di tutti gl’insaccati e de’ salumi e delle conserve e delle marmellate e dei sott’aceti e dei sott’oli e dell’affumicato e dell’essiccato. Per il vino, era importante averne. Ma per chi tirava avanti vigna in collina alta c’era guaio in più: l’uva non maturava, e dava dunque vinelli aspri e subito acetici e per nulla capaci di durare. Ed ecco l’ingegno: se l’uva non matura in vigna, la si può far maturare in casa. Di qui l’appassimento, che concentra zuccheri. Se ne traeva dunque vino poco, ma alcolico e ricco di zucchero, nutritivo molto, e dunque passibile d’essere allungato coll’acqua per farne quantità maggiore. Per la romanità e per il tempo medievale e per l’età rinascimentale e insomma fin quasi ai giorni moderni, allungare il vino con l’acqua è stato normalità, per averne più quantità, più alimento.&lt;br /&gt;Se quest’è vero, è forse la collina la terra madre dell’appassimento valpolicellese. Dunque, se si vuol fare Valpolicella da uve appassite, è corretto andare a cercarle lassù. Come ha fatto la Cantina di Negrar. Il problema è spostar la focalizzazione: non è per fare appassimen
